Ho fatto un sogno

Stanotte ho sognato di essere nel mese di gennaio del 2011 a Tunisi. Per strada c’era voglia di libertà, c’era un sacco di gente che urlava e che sperava: una cosa mai vista, un’onda popolare che da quelle parti nessuno ricordava. C’erano soprattutto un sacco di giovani, pare si organizzassero via-web: marciavano contro quello che consideravano – e giustamente – un tiranno, volevano le sue dimissioni e che sparisse tutto il corrotto sistema di potere che lo circondava.
Ad un certo punto, durante il sogno, un flash mi ha abbagliato e mi sono ritrovato nello stesso posto, ma un paio di anni dopo.
Nel gennaio del 2013, intorno a me Tunisi aveva gli stessi palazzi, le stesse strade, eppure nell’aria c’era qualcosa di diverso. Allora, nel sogno, ho acceso la radio e ho ascoltato le notizie: il vecchio despota non c’era più, così come i personaggi più in vista che gravitavano intorno a lui. Insomma, il vecchio regime era stato spazzato via con una rivoluzione storica, che aveva addirittura ispirato delle rivolte simili nei Paesi vicini. A due anni da quei moti, però, la città non mi appariva più fiduciosa e vivace come nelle settimane in cui migliaia di persone erano scese in piazza. Allora era stato fondamentale abbattere il dittatore, era la priorità, l’urgenza improrogabile, ma nei mesi successivi il mondo nuovo aveva faticato ad arrivare. Anzi, ancora non era giunto. Certo, ogni transizione è lunga, difficile, forse anche dolorosa. Però, a due anni di distanza, per le strade di Tunisi avvertivo sempre meno entusiasmo, talvolta addirittura rassegnazione. Costruire un mondo nuovo è complicato, ci vuole costanza e fatica, buona volontà e buona predisposizione, ma soprattutto ci vuole un progetto.
In questi due lunghi anni ci sono state nuove elezioni ed è emersa una nuova maggioranza, ma ancora non si è formato un governo stabile e ancora non c’è un presidente della repubblica in cui tutti possano riconoscersi. Soprattutto, però, i politici nuovi prendono giorno dopo giorno le fattezze di quelli vecchi. La loro condotta sembra quella di sempre e se qualcuno prova ad opporsi, viene ammazzato.
Mi sono svegliato e ho pensato che quando un sistema di potere diventa famelico e rende ostaggio i suoi stessi cittadini, allora non c’è altra soluzione che abbatterlo. Quest’operazione, però, non ha mai successo (e infatti è rarissima) se non è accompagnata (ma io penso: preceduta) da un progetto politico, da un’idea di quello che vogliamo sia il mondo intorno a noi.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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