Antropologia e precarietà

«Immaginate una disciplina che all’estero sia prestigiosa e ascoltata, ma che in Italia sia minoritaria e screditata nonostante le sue autorevoli origini. Immaginate che questa disciplina a stento riesca a fare qualche passo precario fuori dalle mura dell’accademia e che il suo peso nella società e nel dibattito pubblico italiano sia pari a zero, nonostante sia molto di moda dalla tv ai salotti buoni riempirsi la bocca con la affermazione: “è una situazione antropologicamente…”, ma cosa vorrà poi mai dire…
Immaginatevi che i suoi laureati e dottori di ricerca non abbiano un riconoscimento professionale e non riescano nemmeno a insegnare la loro materia nelle scuole superiori. Immaginatevi anche che, come nella miglior tradizione delle minoranze, all’interno dell’accademia essa sia lacerata e divisa da lotte intestine e abbia non una, ma ben due associazioni di categoria che si contendono la scena. Una scena d’altronde sempre più ristretta sulla quale rischia di calare definitivamente il sipario anche grazie alla “razionalizzazione” dei settori disciplinari e dei dottorati di ricerca avviata dalla legge Gelmini (il dottorato di ricerca in antropologia è sparito dalla lista del Miur delle potenziali titolature dei Corsi di Dottorato Ammissibili).

Ecco, se riuscite a immaginarvi tutto ciò allora potrete familiarizzare facilmente con l’antropologia italiana […]»

Il testo di Sofia Venturoli e Javier Gonzàlez Dìez (pubblicato da Alessandro Ferretti su “Il Fatto Quotidiano”, 1 febbraio 2013) continua QUI.

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I giovani antropologi “freelance” hanno redatto, pubblicato e firmato un appello “per cercare di cambiare le cose“: QUESTO.

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Per contatti: antropologiaprecaria@googlegroup.com (si può richiedere di iscriversi al gruppo e firmare).

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Antropologia e precarietà

  1. giogg ha detto:

    Un amico ha condiviso la segnalazione di Christian Rocca di un articolo di Alfredo Reichlin. Ecco le mie considerazioni:

    Mi son venute in mente due figure: Tafazzi e Renzi. La sinistra italiana è l’uno e non c’è dubbio che avrebbe bisogno dell’altro (vabbè, io preferirei Civati, ma insomma intendo “ringiovanimento mentale”). L’articolo di Reichlin è sorprendente, disarmante, e passerei volentieri ad altro. Più in generale, mi sfianca il solito discorso sensazionalistico e allarmistico: le prossime elezioni possono essere una svolta per il Paese, nel bene e nel male. A rigore, ogni elezione ha questa potenzialità, ma storicamente sono davvero poche le tornate che possiamo definire come “svolte”. Il 1948 senza dubbio, forse anche il 1994, ma quello del 2013 è un appuntamento storico? Bah, sotto certi punti di vista si: c’è la possibilità concreta di chiudere un ventennio di enorme arretramento culturale, ma nella mia esperienza personale è da sempre che voto con la pressione psicologica che sia “per la storia”; insomma, direi che qualcosa non torna. In maniera ricorrente, infatti, le elezioni degli ultimi anni sono state presentate come un referendum (pro o contro la libertà, la democrazia, la “civiltà” e così via), ma di fatto, anche se spesso sono andate diversamente da come mi auspicavo, la democrazia in Italia non è saltata. Certo, si è logorata e i personalismi sono cresciuti a dismisura, ma le catastrofi annunciate dall’uno o dall’altro schieramento non si sono mai avverate. Probabilmente perché si trattava di proclami propagandistici, nient’altro. Questa volta mi piacerebbe andare a votare con serenità: per una coalizione che mi dà fiducia, per le idee che propone, per la serietà di tanti suoi esponenti e non perché “altrimenti finiamo nel baratro”. Sono dell’idea che non si può costruire nulla di buono se l’animo degli elettori è costantemente ansiogeno.
    Infine, permettimi una considerazione su Rocca. Anche lui, come milioni di italiani, utilizza la parola “antropologia“. Bene, mi fa piacere. Ma che vuol dire? Non apro il dibattito sull’oggetto e sul significato di questa disciplina, voglio solo dire a tutti che in Italia l’antropologia (culturale), di fatto, non esiste: è una materia (un sapere, una prospettiva, uno sguardo) che ha meno di 30 professori ordinari nelle università e che non è prevista tra gli insegnamenti di alcun liceo. Ebbene, con tutta evidenza c’è da fare qualcosa, pena l’estinzione. Ma anche se fosse, che si sia chiari: se non si crede che l’antropologia possa servire alla società, che ne si bandisca anche la parola. Grazie
    .

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