Buon anno ragazzi

Vivere in due posti può essere un vivere a metà in entrambi i luoghi. Oppure, ed è quel che penso io del mio caso, è un vivere il doppio. Certo, nessuna delle due affermazioni è vera, eppure lo sono entrambe, dipende dalla disposizione mentale di chi si trova in tale condizione. Con gli amici di “qua” parli di com’è vivere “là”, con quelli di “là” racconti spesso com’è “qua”. Sebbene mi disturbi, quando sono “là” uso molto un socialnetwork; fa sembrare di essere “qua”, dà l’illusione che la distanza non ci sia: vengo a sapere cosa fanno i vecchi amici, cosa succede nella contrada d’origine, dico agli altri cosa faccio nel mio mondo lontano. Qualcuno mi ha ripetuto più volte: “Ma sei sempre su FB?”. No, semplicemente internet è il mio principale mezzo di comunicazione e di informazione, non chiudo mai la connessione e, dunque, tengo aperte sempre quattro o cinque pagine, compresa quella del socialnetwork.
Ma c’è anche un’altra ragione. Sono un emigrante. Ok, un emigrante particolare, sono partito per amore, per stare accanto alla donna che amo, non ho lasciato una situazione di disagio per cercar fortuna, “là” non ho un lavoro, forse un giorno, dipende da quanto cercherò, ma insomma non sono partito “per necessità”, come generalmente si immagina per tutti i migranti. La ragione della mia partenza è una delle innumerevoli possibilità che spingono a lasciare un luogo e a insediarsi in un altro (sarebbe bello leggere del fenomeno migratorio in questi termini più ampi sui mass-media, piuttosto che con la stereotipata valigia di cartone, che pure esiste ovviamente). Comunque sia, una volta giunti “là”, la condizione di sradicati che tentano di riappaesarsi è comune a tanti migranti, forse a tutti. Esistono molte strategie per affrontare il disagio che ne consegue, stare attaccati al telefono, parlare ad alta voce, frequentare solo conterranei, cibarsi secondo la propria tradizione di partenza, seguire con rigore il calendario rituale d’origine, essere presenti con assiduità sui socialnetwork e così via. In un modo o nell’altro, cioè, si tenta di mantenere un legame che è innanzitutto interiore. Nel mio caso, tale condizione mi permette di osservarmi (sono sempre ad una certa distanza dal me stesso che abita dall’altra parte), ma anche di osservare (gli altri di “qua” e gli altri di “là”). Chissà se a qualcuno dei miei contatti è venuto in mente di mettere in connessione l’emigrazione con la presenza sui socialnetwork, eppure alcuni laureati in scienze sociali ci sono.
Vabbè, si sta affacciando un po’ di acidità, quindi mi fermo. Ma è la fine dell’anno, in questa giornata ce n’è sempre un po’ in circolo. Inoltre GLF sta ripetendo nello stereo di casa mia “Muore tutto, l’unica cosa che vive sei tu… Solo tu, solo tu, solo tu…“.
Non so perché, stamattina senza neanche accendere la luce ho fatto partire “In quiete” dei CSI, poi ho aperto la finestra, ho visto la rugiada evaporare ai primi raggi di sole, la foschia diradarsi intorno all’isola laggiù oltre il mare e nell’aria non c’era nulla di più pertinente di “Tremo per un non so che si trova a volte a caso“.
La lettura di risveglio è stata quella del consueto post notturno di Leonardo, oggi anche lui velatamente malinconico. Racconta di un mondo – e di un’etnia, potrei dire – in via di estinzione: quello dei blogger. I blog sono sempre meno, alcuni chiudono, tanti vengono abbandonati, pochi vengono letti. Eppure c’è ancora un manipolo di ostinati giapponesi intenti a continuare la lotta sull’isoletta del Pacifico. Il mondo è cambiato, il web è cambiato, ma loro continuano a vivere secondo le vecchie logiche. L’anacronismo ha sempre torto, c’è poco da fare, inoltre non riusciamo a scrollarci di dosso quella fastidiosa tendenza a magnificare i tempi di una volta, ma premesso questo, il nuovo mondo – il nuovo web dominato dai (anzi, dal) socialnetwork – è per certi versi (certi versi importanti, secondo me) più povero, troppo semplice e banale. Si dice sempre che gli strumenti non sono buoni o cattivi in se stessi, ma in base all’uso che se ne fa. Credo sia vero in genere, ma non sempre. Ci sono strumenti, infatti, che non possono avere altro uso di quello che vi si è andato affermando e che, io ritengo, è stato loro – almeno in parte – programmato in anticipo (semplificare, velocizzare, emozionare, distrarre sembrano le parole-chiave della filosofia di Zuck). Come ogni strumento è plasmato (dall’utenza o dall’inventore), così a sua volta esso plasma il pensiero e la visione del mondo di chi ne fa uso, in un circolo che autoalimenta se stesso. Hai voglia di esaltare il miliardo di utenti potenzialmente connessi gli uni agli altri e le rivoluzioni democratiche realizzate tramite tweet, ma in cosa è migliorata realmente la comunicazione tra gli esseri umani? La capillarità del mezzo raggiunge tanti, eppure a me sembra che appiattisca la conversazione; la sua velocità abbatte barriere spaziali enormi, ma non fa bene alla comprensione; la brevità dei suoi messaggi stimola nell’immediato, ma non aiuta la riflessione; la quantità di informazioni rende tutto più a portata di mano, eppure favorisce l’oblio (Candau la chiama “iconorrea”).
Sono scettico sui socialnetwork (generalisti), lo sono sempre stato, e da quando ne faccio parte lo sono ancor di più. Allora mi tengo stretto il mio Taccuino, lo aggiorno quando ho un pensiero da salvare o che non riesce a star fermo. Annoto qui i miei voli pindarici, sapendo che fra cinque anni magari mi faranno schifo, ma che vi potrò tornare a riflettere. Altrove, invece, tutto passa e non riesco a ritrovare nulla. Soprattutto, non riesco a “sentire” gli altri, non riesco a scambiare un’opinione, una riflessione che non sia una battuta di tre parole, magari seguita da un emoticon. Se il blog è morto, allora io vivo nel limbo di quelli che non se ne fanno una ragione e che tengono costantemente aperta la propria pagina di Google-Reader per avere subito la notifica del nuovo post di un qualche altro giapponese che si ostina a non mollare il suo blog (anche per questo: Leonardo, ti ringrazio).
E poi forse sono entrato nella mezza età. Un segnale evidente viene dalla musica che gira intorno. Io, ad esempio, non so chi siano Adele o Colapesce, Brunori Sas e One Direction. (Si, so chi è Asaf Avidan, e mi piace tantissimo: “One day baby, we’ll be old / Oh baby, we’ll be old / And think of all the stories that we could have told“). Insomma, nella mia vita ho già ascoltato canzoni che mi hanno descritto il mondo, che mi hanno aiutato a dare forma ai pensieri, e quando ho bisogno di un supporto alle emozioni generalmente torno da loro: faccio girare un disco di 10-15 anni fa e mi sta bene. In altre parole, ascolto musica barocca. Chi ha il coraggio di dire che è “vecchia”?

Ci siamo, tra circa 12 ore l’anno sarà terminato. Doveva essere quello della fine, invece è stato una nuova, ennesima, rinascita. Così come sarà un nuovo eterno inizio quello di domani. Dunque, festeggiate, fate rumore, scacciate i demoni, accogliete la novità, abbondate col dolce e con le bollicine, scambiatevi auguri e compite gesti scaramantici per limitare l’ansia del futuro ignoto, promettetevi protezione e solidarietà, invocate gli dei che illuminino il cammino nell’oscuro sentiero del domani, disegnate un mondo nuovo e non dimenticate da dove venite.
Lo so, non c’è nessuna garanzia per nessuno. Ma proprio per questo:

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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