Muzungu, nero, gagè… l’Altro va sempre semplificato

E’ molto probabile che passeggiando per una qualsiasi località subsahariana in cui si parli una lingua bantu – chessò, Bujumbura in Burundi, ad esempio – le persone del posto vi si rivolgano chiamandovi “muzungu”, “bianco”. Questo termine, per quanto minuscolo, non è innocente. E’ un’espressione che rivela una generalizzazione e una banalizzazione pari a quella con cui spesso nelle città europee ci si rivolge al “nero” (o “negro”) (ma certo, non dimentico che il peso storico e politico dell’etichetta “nero”, rispetto a “muzungu”, è enormemente più grande, soprattutto per l’ideologia colonialista che il primo termine continua a portarsi dietro).
Nel piccolo della mia esperienza burundese, ricordo che “lottai” parecchio per far sì che i ragazzini del Centre Jeunes Kamenge mi si rivolgessero chiamandomi per nome o, al limite, con “hey tu” e non per il colore della mia pelle. Lì capii che l’uso dello stereotipo è trasversale, colpisce tutti, per il semplice motivo che è un meccanismo umano: il mondo è troppo vasto e complesso per muoverci in esso senza ansie, dunque abbiamo necessità di ridurne la complessità attraverso immagini “semplici”.
Messa in questi termini, la questione dello stereotipo non ha nulla di male, anzi esso serve a diminuire la nostra vulnerabilità dinnanzi a quel che non conosciamo, un po’ come i segnali stradali, i quali ovviamente non sono le “vere” strade da percorrere, ma solo una rappresentazione, una indicazione della tortuosità o della pendenza o del senso di marcia e così via.
So di aver fatto un esempio carico di eccezioni, ma in termini neutri lo stereotipo, appunto, è un oggetto (sociale, psichico e culturale) su cui si potrebbe riflettere per ore e non arrivare ad una definizione esaustiva (nello spazio di un post tento giusto di tracciarne i caratteri principali) ed ecco perché, nonostante la sua utilità, lo stereotipo rischia di essere (anzi, è molto spesso) la causa di problemi seri, il muro che separa artificialmente mondi che potrebbero convivere molto più facilmente di quanto si immagini. Insomma, il problema dello stereotipo è che facilmente si trasforma in una gabbia, nel senso che da semplificazione della complessità, esso diventa un modo claustrofobico di pensare e di guardare: il mondo, da caos incomprensibile, diventa “bianco/nero”, “noi/loro”, “razionale/irrazionale”; in altre parole: una caricatura.
Il caso più evidente e pericoloso, com’è intuibile, è quando lo stereotipo diventa pensiero politico. In questo àmbito esso è sempre un’espressione di potere, il gesto di chi ha la facoltà di definire l’Altro (e che può avere come conseguenza il passaggio dalle parole ai fatti, fino a condurre alla gestione dei corpi altrui). Inoltre, per quanto possa essere “negativo” o “positivo” (in ogni caso non è mai univoco e, men che meno, coerente e razionale), lo stereotipo è sempre (come minimo) fastidioso per chi ne è s/oggetto (“Eh, voi napoletani siete sempre allegri”, certo come no).
Comunque sia, non basta essere “minoranza” per riconoscere un pensiero stereotipale: si può essere vittima di stereotipo, denunciarne la violenza e la persecuzione, eppure rivolgersi al proprio Altro in termini altrettanto banalizzanti.
Gli esempi potrebbero essere numerosi, uno è quello di cui parla con molta onestà Stefano Airoldi sul suo blog (poi ripreso da “U-Velto“) a proposito del “gagè”, la parola generica ed essenziale con cui i rom indicano i non-rom. (Il post tratta anche della “tautologia della paura”, espressione coniata da Alessandro Dal Lago e Roberto Escobar a proposito della “certezza” con cui organizziamo il mondo intorno a noi).

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AGGIORNAMENTO del 18 novembre 2013:
Annamaria Testa ha pubblicato su “Internazionale” un articolo intitolato “Stereotipi e colesterolo“. Ecco qualche stralcio:

[…] Del resto stereotipo vuol dire “immagine rigida” e il termine in origine rimanda al cliché tipografico. Per questo chiamiamo stereotipi le idee e i giudizi che sembrano fatti con lo stampino.
In realtà lo stesso dizionario, che ne sottolinea la componente banalizzante e ripetitiva, finisce a sua volta per proporre una visione stereotipata degli stereotipi. Eppure – ce lo dice la psicologia sociale – senza stereotipi ci sentiremmo disorientati e passeremmo la vita a farci travolgere dalle domande più banali […].
In sostanza, gli stereotipi sono un po’ come il colesterolo “buono” o “cattivo”, che accresce la stabilità meccanica delle cellule ma può anche occludere i vasi sanguigni e uccidere l’organismo. […]
Con gli stereotipi succede (quasi) la stessa cosa. Una moderata quantità di stereotipi ci aiuta a mantenere un’identità stabile, ma quando un eccesso di stereotipi si consolida in un blocco di pregiudizi ostruisce ogni ragionamento. La malattia può derivare da un’alimentazione intellettuale costituita da idee spazzatura. Stress (paura, rabbia), manipolazione e disinformazione propagandistica, inerzia e passività possono peggiorare la situazione. E tutto questo può uccidere.

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AGGIORNAMENTO del 16 maggio 2014:
Solo oggi ho scoperto il blog dei “Consigli di Zia Jo” e, scorrendo i post, ho trovato questo articolo dedicato alla costruzione dello stereotipo, in particolare dell’uomo africano. Forse non si può uscire dalla logica degli stereotipi, tuttavia li si può ribaltare, come nel video conclusivo del post:

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Muzungu, nero, gagè… l’Altro va sempre semplificato

  1. steairo ha detto:

    Articolo di rara bellezza, soprattutto per la chiarezza con cui espone un’osservazione naturale eppure non sempre visibile a occhio nudo. Un’osservazione di spiriti particolarmente sensibili e profondamente conoscitori del mondo e delle sue differenze. Aggiungerei, come corollario, che è proprio la caratteristica di semplificare il mondo che ci rende “animali culturali”, rimandando così a un certo tipo di antropologia, che ha in Clifford Geertz il suo maggiore esponente mondiale e in Francesco Remotti, l'”eroe” di casa nostra.

  2. giogg ha detto:

    “Internazionale”, 18 novembre 2013, QUI

    STEREOTIPI E COLESTEROLO
    di Annamaria Testa

    Tutti sappiamo cos’è uno stereotipo. Se c’è qualche dubbio basta guardare il dizionario, che parla di modelli convenzionali di atteggiamento e di discorso. Di opinioni o espressioni precostituite, generalizzate, meccaniche e banalizzate. E, infine, di pregiudizi negativi riferiti a gruppi sociali, etnici o professionali.
    Del resto stereotipo vuol dire “immagine rigida” e il termine in origine rimanda al cliché tipografico. Per questo chiamiamo stereotipi le idee e i giudizi che sembrano fatti con lo stampino.
    In realtà lo stesso dizionario, che ne sottolinea la componente banalizzante e ripetitiva, finisce a sua volta per proporre una visione stereotipata degli stereotipi. Eppure – ce lo dice la psicologia sociale – senza stereotipi ci sentiremmo disorientati e passeremmo la vita a farci travolgere dalle domande più banali: gli spaghetti piacciono agli italiani? Sarà cortese regalare un mazzo di fiori? E da cosa mai si è travestito quel tizio con una tuta rossa aderente, la coda biforcuta, una barbetta a punta, due corna sul cranio e un forcone in mano?
    Grazie agli stereotipi sappiamo cosa più o meno possiamo aspettarci da un cenone di Natale o da un colloquio di lavoro, e come vestirci per un funerale o per andare al mare. Senza stereotipi dovremmo buttar via un bel po’ di barzellette su tedeschi, francesi, inglesi e italiani, sui carabinieri, sulle suocere e le nuore. Dovremmo rinunciare a concetti come bovarismo o stacanovismo e non capiremmo tre quarti della pubblicità che passa in tv. E forse questo sarebbe il minore dei mali.
    Ma se disporre di modelli di comportamento già pronti all’uso ci semplifica l’esistenza, proprio nell’accessibilità degli stereotipi si annida un rischio, quello del renderci impermeabili a ogni evidenza contraria trasformando lo stereotipo in pregiudizio: una faccenda pericolosa quando lo stereotipo riguarda temi sensibili come l’etnia, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità, l’età anagrafica, l’aspetto fisico.
    In sostanza, gli stereotipi sono un po’ come il colesterolo “buono” o “cattivo”, che accresce la stabilità meccanica delle cellule ma può anche occludere i vasi sanguigni e uccidere l’organismo. Il livello di colesterolo è connesso con l’alimentazione, l’esercizio fisico, lo stress.
    Con gli stereotipi succede (quasi) la stessa cosa. Una moderata quantità di stereotipi ci aiuta a mantenere un’identità stabile, ma quando un eccesso di stereotipi si consolida in un blocco di pregiudizi ostruisce ogni ragionamento. La malattia può derivare da un’alimentazione intellettuale costituita da idee spazzatura. Stress (paura, rabbia), manipolazione e disinformazione propagandistica, inerzia e passività possono peggiorare la situazione. E tutto questo può uccidere.
    Così, in Florida nel 2012 muore Trayvon Martin, adolescente afroamericano ammazzato da un vigilante insospettito dal fatto che stesse camminando, di sera, in un quartiere bianco con il cappuccio della felpa alzato. Obama nel 2013 torna a parlarne e dice “when Trayvon Martin was first shot, I said this could’ve been my son. Another way of saying that is ‘Trayvon Martin could have been me 35 years ago’”.
    Dicevamo che gli stereotipi sono “cattivi” quando alimentano pregiudizi. Li si può combattere migliorando la qualità della dieta intellettuale. Superando l’inerzia e muovendosi verso gli altri. Tenendo sotto controllo lo stress da disinformazione.
    Ma – proprio come capita con il colesterolo – si possono combattere gli stereotipi cattivi anche promuovendo e valorizzando controstereotipi buoni, che fluidificano il pensiero e lo riportano più vicino alla realtà. È quanto fa Obama, proponendo se stesso come controstereotipo quando dice “Trayvon Martin è come me da ragazzo”.
    Un controstereotipo antirazzista si sta consolidando attorno a Dante de Blasio, figlio del nuovo sindaco di New York. La stampa americana d’opinione ne intercetta immediatamente la potenza: il 12 novembre 2013 Time Magazine lo definisce “one of the year’s most influential teens”, insieme a Justin Bieber (e vabbè, facciamocene una ragione), a Malia (la figlia maggiore di Obama) e a Malala Yousafzai.
    Ed eccoci a un altro punto interessante: da una parte gli stereotipi rimandano a modelli di ruolo condivisi, dall’altra i modelli di ruolo diffusi dai mezzi di comunicazione rafforzano gli stereotipi corrispondenti, sia quelli buoni e positivi, sia quelli cattivi, che conducono a pregiudizi e a discriminazione.
    Pensiamo alle notizie di cronaca, ma non solo: talk show, serie televisive, spettacoli di varietà, reality show, sport, perfino i cartoni animati e naturalmente la pubblicità costituiscono, nel male e nel bene, enormi repertori di stereotipi.
    In sostanza: è quasi impossibile sfuggire allo stereotipo, ma si può sempre scegliere quale stereotipo rafforzare e quale combattere. La storia pubblicitaria più divertente sullo stereotipo dello straniero viene da oltralpe. Siamo nel 2005: in Francia si diffonde lo spauracchio dell’invasione di manodopera a basso costo dall’Europa dell’est e lo spettro dell’invasione di idraulici polacchi e architetti estoni viene agitato dalla destra in funzione antieuropea.
    Ovviamente l’invasione millantata non si verifica. In compenso l’ente del turismo polacco produce una spiritosa campagna pubblicitaria, testimonial un bell’idraulico (e anche una bella infermiera) che invitano i francesi a visitare il paese. Grande successo di pubblico
    .

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