L’osservatore passivo

A New York qualche giorno fa un uomo è stato spinto sui binari della metropolitana, venendo travolto dal convoglio che stava entrando in stazione. Gli ultimi attimi della sua vita sono stati fermati da un passante che, anch’egli in attesa sulla banchina, ha fotografato la scena senza prestare soccorso. Il tabloid statunitense “New York Post” ha pubblicato quell’immagine a tutta pagina il giorno successivo, scatenando polemiche. La discussione verte almeno su due aspetti: il primo riguarda il diritto di cronaca e l’autodisciplina del giornalismo (qual è il limite del rispetto e del buon gusto nell’informazione? Tra l’altro di fotografie controverse è piena la storia recente, come ricorda Il Post), il secondo si riferisce alla presunta indifferenza dei testimoni (nessuna delle persone in attesa del treno si è mosso per aiutare la vittima).
Rimandando ad un altra occasione una riflessione sul primo punto, del secondo invece penso che possa essere utile rileggere alcune pagine di Stati di negazione (2001), in cui Stanley Cohen racconta un episodio della metà degli anni ’60 su cui ha sviluppato delle analisi di psicologia sociale (pp. 25, 39-40).

Una notte del 1964 a New York, una donna, Kitty Genovese, fu vittima di una brutale aggressione per la strada mentre stava per arrivare a casa. I suoi assalitori la picchiarono per quaranta minuti durante i quali lottò, pesta e sanguinante, per raggiungere il suo appartamento. I suoi urli e le richieste di aiuto furono uditi da almeno trentotto vicini che videro o sentirono, ma nessuno offrì alcun tipo di aiuto, che fosse intervenendo o telefonando alla polizia. Dopo trentacinque anni, il fatto è ancora oggetto di dibattito. Gli psicologi sociali hanno studiato a fondo “l’effetto del testimone passivo”, pubblicando 600 lavori di ricerca in giornali accademici. […]
L’iconografia del classico “effetto del testimone passivo” – l’indifferenza degli estranei alla visibile sofferenza pubblica, la loro riluttanza ad aiutare la vittima – nasce da una delle mie descrizioni iniziali, il caso Kitty Genovese. La ricerca suggerisce che l’intervento è meno probabile
– quando
la responsabilità è spartita («Ci sono tanti altri che vedono»; «Perché devo essere io quello che interviene?»; «Oltremodo non è affar mio»);
– quando
le persone sono incapaci di identificarsi con la vittima (anche se vedo qualcuno come una vittima, non agirò se non riesco ad identificarmi con la sua sofferenza; aiutiamo la nostra famiglia, gli amici, la comunità, “la gente come noi”, non quelle escluse dal nostro universo morale che possono perfino essere biasimate per ciò che capita loro; esperienza comune per le donne vittime di violenza sessuale);
– e quando
sono incapaci di ideare un intervento efficace – anche se non vengono erette barriere di diniego, anche se si prova un sincero disagio morale o psicologico («Non riesco a togliermi dalla mente quelle foto della Somalia»), non necessariamente il risultato sarà un intervento.
Gli osservatori non agiranno se non sanno cosa fare, se si sentono impotenti ed inermi essi stessi, se non hanno un tornaconto o temono di essere puniti se danno aiuto
.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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