A la Cave Romagnan

Un plat de soccaCi vuole tempo per sentirsi di una città, per ambientarsi. Chissà, ci si può davvero “appaesare” in un luogo che non è originariamente il proprio? Uno dei segnali rivelatori che, pian piano, si sta realmente entrando in un nuovo tessuto sociale ed urbano è, tuttavia, quando si scovano i luoghi nascosti, gli interstizi dove non è possibile incontrare turisti di passaggio, ma solo abitanti locali e cercatori di dettagli. Vivere a Nizza significa fare quotidianamente piccole scoperte e, in una qualche misura, ciò vuol dire alimentare la propria curiosità, se non addirittura il proprio stupore. Comunque sia, entrando finalmente nel cuore di questo post, stasera abbiamo “scoperto” un luogo speciale. Per la verità, si tratta di un locale che conoscevamo da un po’, ma vi ci eravamo avvicinati sempre di lato, quasi con timidezza, restando ad una certa distanza. Stasera, invece, siamo entrati, abbiamo preso da bere, abbiamo chiacchierato, ci siamo fatti trascinare nelle danze, abbiamo conosciuto gli artisti, abbiamo sorriso e non volevamo più andarcene. Si tratta della “Cave Romagnan“, un “petit bistrot de quartier” gestito da Manu, un vecchio appassionato di musica che ogni sabato trasforma il suo locale (una stanza microscopica) in uno dei più grandi locali di jazz che si possa avere la fortuna di frequentare. Dalle h19 alle h21, o poco più, c’è “aperojazz”, l’appuntamento fisso di nizzardi poco convenzionali, anzi del tutto fuori dallo stereotipo charmant: persone d’ogni età e provenienza che, in un clima altamente confidenziale, sono lì per ascoltare – ma non solo – “les meilleurs groupes de jazz de la Côte d’Azur“. Sono tutti lì, stretti gli uni agli altri, a due o tre mattonelle di distanza dagli artisti, i quali sono pressati in un angolo tra la vetrina esterna e la parete con le scaffalature anni ’70 piene di libri e bottiglie di vino.
Ad una mensola è appeso un rilevatore di decibel, perché ovviamente c’è sempre qualche brontolone che di tanto in tanto minaccia di cacciare Manu, la sua antica Cave e tutta la combriccola. Finora non c’è riuscito nessuno, naturalmente, ma luoghi di questo tipo sono sempre sotto osservazione: la loro unicità è dissonanza, la loro incongruenza col paesaggio circostante è una crepa nell’immagine luccicante della regione, quasi una forma di “opposizione” – inconsapevole, ma de facto – al glamour dominante.
Un orecchio alla musica e l’altro ai discorsi dei presenti, un occhio alle dita degli esecutori e l’altro agli sguardi degli astanti, mi hanno fatto immaginare di essere in una “istituzione locale”, cioè in un luogo che non è ricercato dai suoi frequentatori per lo svago, ma per il senso di appartenenza che essi vi hanno costruito nel tempo: in breve, la Cave è un luogo d’affezione dove esprimere se stessi come individui e come gruppo. C’è il disegnatore che, stretto tra la folla ondeggiante al ritmo della musica, ritrae a matita su un quaderno un chitarrista intento in un virtuosismo; c’è il vecchio appassionato che, nello spazio infinitesimale di qualche centimetro, invita a ballare la ragazza col bicchiere di birra e l’enorme sciarpa di lana; c’è un amico che scatta fotografie con una usa-e-getta analogica; c’è la coppia di habitué con la borsa di una libreria che si affaccia giusto a salutare… Infine, c’è chi passa col cappello per racimolare spicci per gli artisti.
Il programma di stasera ha visto la magnifica esibizione del Djalamichto Quartet (pagina FB), di cui non c’è nulla da dire. Solo da ascoltare:

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a A la Cave Romagnan

  1. giogg ha detto:

    E, naturalmente, non potevamo non prendere un souvenir:

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