A proposito di Halloween

C’è un aspetto rivelatore dello stato di salute delle nostre “radici culturali”: immaginare che una festa “americana” sia di importazione, quando invece è di ritorno. La circolarità culturale è ciò che rende il mondo in continuo mutamento, perciò interessante. Possiamo discutere della trasformazione consumistica e mediatica delle tradizioni, ma non dovremmo mai dimenticare che se certe manifestazioni vanno diffondendosi vuol dire che significano qualcosa a livello sociale. Il discorso può portare lontano, meglio che tagli corto e arrivi al punto: stasera sarà “Halloween”, come si chiama da un po’ di tempo a questa parte la festa dei morti, e immagino che capiti a tutti di imbattersi in numerose critiche a tale “celebrazione”, spesso dipinta come una forma di “colonizzazione” del nostro immaginario (italiano, meridionale, cristiano, cattolico, mediterraneo…). Ma è davvero così?
Nell’indimenticabile “Il ponte di San Giacomo” (1982), Lombardi-Satriani e Meligrana documentano innumerevoli varianti del culto dei morti nel Sud Italia, tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre. Qui sotto cito (dall’edizione del 1996) qualche passo sulle seguenti questioni: (1) perché i morti ritornano, (2) perché ritornano durante questo periodo, (3) come ci si deve rapportare ai defunti ritornati, (4) perché sono coinvolti i bambini.

(1) «Il tema culturale del ritorno dei morti, la sua differenziata fenomenologia costituisce l’indice delle possibilità di incontro morti-vivi, il segno di una tendenziale convergenza della morte e della vita, la configurazione di un luogo in cui simbolicamente possano sospendersi l’irreversibilità, la datità, l’irriducibilità allo scambio. Proprio perciò l’ideologia folklorica del ritorno e della apparizione tende a garantire, riducendo il rischio di una insorgenza e di una iniziativa assoluta (irrelata, nel linguaggio demartiniano) che, non essendo, per definizione, scambiabile, sarebbe nel segno di una incolmabile opposizione. I due mondi resterebbero quali cristallizzazioni contrapposte, radicale ostacolo al rapporto, alla possibilità della relazione sociale vivi-morti» (pp. 81-82).

(2) «Analogamente alla delimitazione spaziale, la cultura folklorica ha elaborato una strategia di delimitazione temporale dell’apparizione dei morti. Come lo spazio, anche il tempo è minacciato dalla presenza diffusa degli spiriti; prevedere per la loro possibile apparizione un tempo definito si pone come tentativo di disciplinare la fenomenologia altrimenti ben più caotica delle apparizioni e si inserisce, quale tecnica specifica, nel lavorio di difesa della vita superstite» (p. 109).

(3) «Molto diffusa è in tutti i paesi meridionali la credenza che i morti ritornino nelle loro case nei giorni dedicati alla loro commemorazione collettiva. A Zaccanopoli, […] l’ultimo giorno di ottobre si riempivano di acqua le bottiglie, fino all’orlo, perché si riteneva che la notte passassero i morti, bagnandovi le dita o […] il dito mignolo. L’usanza era diffusa fino a una ventina d’anni fa; ora è ancora conosciuta ma praticata molto raramente. Anche in Lucania “i morti tornano la notte del 2 novembre, e i parenti prepareranno il cibo sul davanzale della finestra, affinché, al loro passaggio processionale a mezzanotte possano cibarsi”. In Campania oggi “il giorno dei morti […] non presenta pratiche di tipo particolare, fatta eccezione, soprattutto nel napoletano, dell’intenso tributo di fiori e di lumini fatto ai morti, e, ugualmente, alle anime purganti. […] In questo giorno i morti possono apparire ai vivi, consigliarli, aiutarli, in cambio di preghiere e di offerte che accorciano la loro permanenza nel purgatorio”» (p. 110).

(4) «La festa come luogo dello scambio simbolico si fonda sui morti e sui bambini, figure prossime, e perciò inquietanti, alla fine e all’inizio del tempo storico. […] A Mileto nel giorno dei morti i bambini poveri […] si rivolgono agli adulti chiedendo loro “qualcosa” in nome dei defunti con l’espressione: “Mi date i morti?”. […] Il rifiuto suonerebbe come rifiuto al morto. A Nicotera, fino a qualche anno fa, nel giorno dei morti i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mo’ di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: “‘ndi dati i beneditti morti?”, ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi» (pp. 150-151).

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INTEGRAZIONE del 31 ottobre 2014:
Ieri, 30 ottobre 2014, Clifton B. Parker di “Stanford News” ha intervistato l’antropologa Tanya Luhrmann, la quale ha affermato che: Halloween encourages imagination, re-enchantment with the world. Le questioni affrontate sono: (1) le origini celtiche della festa, (2) il significato attuale della parola “halloween”, (3) perché una simile tradizione ha così successo nella nostra società, (4) quali sono le maggiori controversie religiose a questa festa.
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Su “Wired Italia” (31 ottobre 2014), Stefano Dalla Casa svela Tutte le bufale di Halloween: (1) è una sorta di 1° aprile “macabro”, (2) è un pretesto di sadici per far male ai bambini, (3) è una festa satanica, (4) vengono sacrificati animali, (5) non c’è halloween senza zucche.

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AGGIORNAMENTO del 1° novembre 2014:
Un’amica su fb ha condiviso questa bellissima pagina di Andrea Camilleri sulla festa dei Defunti nella Sicilia di quand’era bambino:

Il giorno che i morti persero la strada di casa
di Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

(da “Racconti quotidiani” di Andrea Camilleri) – tratto da “Qua e là per l’Italia” – Alma Edizione, Firenze, 2008.
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Sulla tradizionale celebrazione siciliana dei defunti scrisse, naturalmente, anche Giuseppe Pitrè. Ne ricorda le parole l’account fb del Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari di Roma (o qui):

Chi non è stato in Sicilia e non ha dimestichezza col nostro popolo, non può avere un’ idea esatta degli esseri spirituali che vanno sotto questo nome di Morti.
I Morti (sempre plurale e non mai singolare nel senso di questo capitolo) sono le anime dei nostri congiunti più cari, i quali una volta l’anno, la notte dall’1 al 2 novembre, escono dalle sepolture e vengono a rallegrare i nostri figlioletti lasciando loro ogni più bella cosa secondo i gusti e i desideri de’ fanciulli.

I Morti escono dai cimiteri ed entrano in città. Siccome in passato i cimiteri erano per lo più entro i conventi de’ Cappuccini, così i Morti sogliono partire da quei conventi. In Gianciana però escono dal convento di S. Antonino de’ Riformati, attraversano la piazza e arrivano al Calvario; quivi, fatta una loro preghiera al Crocifisso, scendono per la via del Carmelo. È nel passaggio appunto che lasciano i loro regali a’ fanciulli buoni.

In Modica i Morti, risorgono al solito, la notte della loro festa, e propriamente quando canta il gallo la prima volta; escono a schiere dalle sepolture e si ordinano a due a due come nelle processioni e camminano lentamente. Le prime schiere son vestite di bianco e son le anime dei morti in grazia di Dio; le seconde schiere son vestite di nero, e son le anime dei dannati; le ultime son vestite di rosso, e son le anime degli uccisi. Ciascuno di quei morti ha un braciere (una cunculina) sul capo; ma la processione non può spingersi al di là della prima croce che incontri, perché alla vista della croce è forza che i Morti retrocedano.

Nel Messinese c’è un usanza che non trova riscontri in altri punti di Sicilia, a quanto io mi sappia. Ed è questa. Le mamme consigliano ai bimbi a metter sul tavolino un bicchier d’acqua perché i Morti hanno sete ; il domani se il bicchier d’ acqua è vuoto , vuol dire che i Morti son venuti, hanno bevuto, han lasciati i regali che il bimbo deve veder dove stanno nascosti; se il bicchier d’acqua è pieno, vuol dire che il bambino è stato inquieto e disobbediente; che i Morti son passati, non hanno voluto bere e quindi non hanno lasciato i dolci e i giocattoli.

(“Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano raccolti e descritti da Giuseppe Pitrè“. Volume 4, Palermo, Libreria L. Pedone Lauriel di Carlo Clausen, 1889)

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Scuola del maestro di Soriguerola: Incontro dei tre morti e dei tre vivi, 1300-1350 ca., Chiesa di Nostra Signora de Sos Regnos Altos, Bosa

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Una galleria fotografica del giorno dei morti in varie località del (fonte: “Il Post“, 3 novembre 2014):

Donne vestite da “Catrinas”, il personaggio disegnato dall’illustratore Josè Guadalupe Posada per rappresentare la Dea della Morte, a Città del Messico.

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AGGIORNAMENTO del 17 ottobre 2016:
Tra gli utenti con cui sono in contatto, oggi su Fb ho incontrato il primo a criticare Halloween per l’edizione 2016. Costui ha linkato un video di un parroco che “svela la natura demoniaca” di tale festa:

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Clicca sullo screenshot per accedere allo streaming

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AGGIORNAMENTO del 2 novembre 2016:
Con un anno di ritardo, scopro un articolo di Emma Louise Backe pubblicato sul blog “The geek anthropologist” il 31 ottobre 2015, intitolato “Halloween is for anthropologists”.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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11 risposte a A proposito di Halloween

  1. giogg ha detto:

    Ho scritto questa riflessione sul mio profilo FB, che poi è stata ripresa e resa pubblica QUI, da cui è partita per altre vie, fino ad arrivare su “PositanoNews“.
    Lo spunto iniziale mi era venuto in mattinata imbattendomi in questa immagine:
    Life multicolore
    (La quale ha dato avvio ad una lunga discussione tra i commenti)

  2. giogg ha detto:

    Nel corso della giornata di ieri ho scritto anche questo (e stamattina ho aggiunto qualche integrazione):
    “Relazioni di potere”, dicono i più illustri esponenti del mio ambiente. Probabilmente è così, la società è un fitto reticolato di relazioni di potere, di cui gli osservatori professionali devono individuarne le dinamiche, le origini, il mutamento, le intenzioni. Nel caso di cui stiamo parlando qui, non mi sembra strano che su halloween i più critici siano i religiosi. Se andate in giro per internet, vi accorgerete che i website delle parrocchie in queste ore sono pieni di “analisi” su almeno un paio di punti:
    1) sull’ipotetico contenuto “satanista” della festa («Un insieme di “pratiche sataniste”, dice la Chiesa cattolica polacca») (ma l’iconografia cristiana è piena di rappresentazioni demoniache: non è in entrambi i casi una forma di controllo simbolico del male?)
    2) sui suoi presunti valori consumistici («Don Danilo, vicario della Versilia: “Una festa diseducativa e dannosa, mi appello ai genitori: non assecondatela”») (e ancora devo capire cosa significhi esattamente la parola “consumismo”; ma, in ogni caso, dove sono – ormai – le feste non consumistiche? tra poco sarà Natale, vogliamo riparlarne? viviamo in una società capitalistica, dunque le nostre feste ne risentono: non mi pare complicato).
    [Naturalmente, con un gioco di parole facile-facile, coloro che partecipano a questa festa sono sempre accusati di essere delle “zucche vuote” (precedentemente era qui)].
    Insomma, qua e là c’è un evidente tentativo (vano, più che vano) di occultare una festa che il clero non controlla e sulla quale non detiene il monopolio. Un esempio di poco fa: sull’HuffPost è uscito questo pezzo di Padre Enzo Fortunato: «Di questo passo festeggeremo anche il 4 luglio» (ecco, appunto, siamo all’apocalisse culturale…)
    .

    E in serata ho “celebrato” a mio modo…
    Life multicolore
    The sea is stormy, ships are dancing dangerously. The wind blows out the door, winter is coming. In the dark, the deads are walking on the streets. I hear howling outside the windows, I light a candle.

    [Lunedì scorso 29 ottobre 2012 a Savignano sul Rubicone si è tenuta una conferenza intitolata ““Halloween, tra consumismo, religiosità e antiche superstizioni””, nella quale Eraldo Baldini (romanziere, antropologo e sceneggiatore) e Giuseppe Bellosi (studioso di folklore e di antropologia culturale, di letteratura dialettale e delle tradizioni popolari della Romagna) hanno spiegato che «Halloween non viene da lontano, è sempre stata qui”» (QUI)].

    Infine, qualche accostamento sincretico:
    Life multicolore
    Una “calaverita” mexicana fatta in casa e alcuni rimasugli di “torroncini” (o “morticielli”, insomma delle piccole bare dolci) piuttosto diffusi nel napoletano durante questo periodo dell’anno.

    [A proposito di dolci e altri cibi del giorno dei morti, ecco un articolo di Spartaco Lavagnini su “Il Sole 24 Ore” del 1° novembre 2012: Dalle «ossa dei morti» ai due castagnacci. Ognissanti attraverso i dolci della tradizione].

  3. giogg ha detto:

    Il 31 ottobre 2011 Leonardo Tondelli ha scritto “La triste terra senza morti che camminano“, un post sulla festività di Ognissanti che, inevitabilmente, tocca anche halloween. Su questa “nuova” festa scrive: «Sarà anche un’americanata, ma se funziona (e funziona), forse risponde ad esigenze a cui la cattolica liturgia dei Morti non risponde più. Per esempio, l’elemento paura. Non venite a dirmi che è un sostrato celtico: i morti fanno paura a tutte le tribù del mondo. Morte e Paura vanno a braccetto: ma Halloween celebra la paura, Ognissanti no. […] Non so se ce lo meritiamo, Halloween, ma un po’ ci serve. Prendete un bambino sulle ginocchia, questa sera. Raccontategli qualche storia spaventosa. Ve ne sarà grato per la vita».

  4. giogg ha detto:

    Su FB ho lasciato il seguente commento sotto un post critico su halloween:

    La cultura è come un fiume carsico, a volte si nasconde in profondità e pensiamo che sia estinto, invece poi riemerge in un punto – dello spazio o della storia – che non immaginavamo, magari seguendo un percorso imprevisto. Il culto dei morti, in uno specifico periodo dell’anno, è comune a molte culture e la versione più attuale, almeno nei Paesi capitalistici avanzati, ovvero halloween, non è altro che l’ultima trasformazione di una pratica arcaica che, viaggiando attraverso le migrazioni dal Sud Italia e incontrandosi nel Nord America con altre tradizioni – ad esempio quella irlandese – ha dato vita a quel che ora torna in Europa sotto forma di “dolcetto o scherzetto”. Qualcuno pensa che sia una festa commerciale, ma allora il Natale non è l’ennesima potenza della commercializzazione delle feste?

    Poi sul mio profilo ho segnalato questo post con la seguente presentazione:

    Come ogni anno, in questi giorni sta ricominciando la “guerra” di alcuni contro halloween. Sarebbe, dicono, una festa “americana” (sicuri?), non avrebbe alcun legame con le nostre tradizioni (davvero?), sarebbe “consumistica” (cosa?), inneggerebbe al satanismo (nientemeno?) e via rifiutando. Ma perché questa festa ha successo? Perché “funziona”? Forse perché parla una lingua che conosciamo e che avevamo dimenticato?
    Insomma, proviamo invece a capire: (1) perché i morti ritornano, (2) perché ritornano durante questo periodo, (3) come ci si deve rapportare ai defunti ritornati, (4) perché sono coinvolti i bambini.
    L’identità può essere una gabbia e l’uso semplicistico di questo concetto – come avvertono ormai da decenni gli antropologi, che hanno detto e ridetto quanto l’identità o le tradizioni non siano minimamente elementi culturali dati e stabili, ma, al contrario, fluidi, dinamici, processuali, mutevoli, storici – porta a chiusure politiche e mentali altamente pericolose. A meno di non trincerarsi dietro un’asfissiante ed anacronistica purezza, cos’è che non andrebbe bene nell’attuale declinazione dell’arcaica festa dei morti? Dicono che sia una forma di “colonialismo culturale”, ma non si capisce perché l’albero di Natale o Babbo Natale andrebbero bene. Alcuni affermano che sia una “festa consumistica”, ma poi tra due mesi nessuno si sottrarrà a spendere centinaia di euro in facezie per il compleanno del figlio di un umile falegname
    .

  5. Pingback: La paura dei pagliacci | il Taccuino dell'Altrove

  6. giogg ha detto:

    E rieccolo circolare di nuovo su fb, il famoso cartello di un anno fa di Padre Gabriele Amorth: “Halloween? No grazie. Sono italiano, ho le mie radici. Usa la testa, non la zucca” (ad oggi 43.867 condivisioni).

    Indelebile, però, è uno dei suoi commenti a quel post: “Basti sapere – ai cattolici – che festeggiare questa festa è idolatria. Come minimo. Perciò anche se non si vuole credere alle cose che si compiono in questa festa durante la notte da certi individui e sette e gruppi satanisti, va bene, ma dire che è una semplice festa per bambini e innocua è contrario alla più elementare formazione cristiana” (4 ottobre 2013).
    FONTE

  7. giogg ha detto:

    “Stanford News”, 30 ottobre 2014, QUI

    HALLOWEEN ENCOURAGES IMAGINATION, RE-ENCHANTMENT WITH THE WORLD, STANFORD ANTHROPOLOGIST SAYS
    Stanford anthropologist Tanya Luhrmann says that Halloween’s most remarkable feature is that it suggests just how safe the supernatural has become. Kids dress up without fear as monsters, and the holiday reflects a “re-enchantment” of the world after the many expectations of the death of religion.
    by Clifton B. Parker

    Halloween is a celebration of both the supernatural and natural worlds in a day and age when imagination is highly valued, says a Stanford scholar.
    Tanya Luhrmann, a professor of anthropology, explores how people experience God, the supernatural and psychiatric illness. Her books include Persuasions of the Witch’s Craft: Ritual Magic in Contemporary England and When God Talks Back, as well as articles on the afterlife. The Stanford News Service recently asked her about the cultural significance of Halloween.

    What role did Halloween play in Celtic cultures?
    Halloween descends to us from what the great folklorist Sir James George Frazer called the “fire festivals” of Europe, particular days when peasants kindled bonfires and danced around them. There were fires at Lent and fires at Easter; midwinter fires and need-fires. Above all, there were midsummer fires, on the day of the summer solstice, the longest day of the year. Throughout Europe villages built midsummer fires and leapt over them, with magical incantations about height of their crops and the health of their cattle.
    Halloween was one of the two great fire festivals celebrated by the Celts. They were a little different. Those two festivals were held six months apart – May 1 and Nov. 1 – on the days between the equinoxes and the solstices. They may have been directed more by the herding calendar than the solar one. The first festival ushers in the green of summer at a time when herds went out to pasture, and the second marks the return of the bitter cold and the time that the herds returned. The May Day, or Beltane, fires seem to have involved sacrifice. Frazer wrote, controversially, that “the traces of human sacrifice at them were particularly clear and unequivocal.” The Samhain fires [on Nov. 1] were associated with the dead, and with a night when the walls between the material and immaterial worlds stretched thin.

    What does the word “Halloween” actually mean and signify?
    The term “Halloween” is a Christianization of this pagan fire festival of the dead. It means “All Hallows’ Eve” or “All Saints’ Eve.” The feast was originally celebrated in May but switched to November under Pope Gregory IV in 835. It was established as a celebration of the saints and of the newly dead who had not yet reached heaven. Going house to house in costume seems to have been part of the evening in some parts of Europe since the 16thcentury.

    Why are folklore traditions important to culture and to society – and to children?
    Stories are the stuff of human understanding. We live our lives through the way we imagine ours and other ways of being. The most remarkable feature of modern Halloween is that it suggests just how safe the supernatural has become. Kids dress up as ghosts and witches and vampires without the least fear that these invisible beings are real and certainly without the fear that they might be malevolent. Many thousands of Americans describe themselves as witches or “neopagans” and practice what they call magic.
    You could even claim that we are seeing a general “re-enchantment” of the world after the many expectations of the death of religion – an explosion of the supernatural in the Harry Potter books, the Twilight series and the many other TV programs on ghosts and folklore and magic, think Grimm. That’s because we value our and our kids’ imaginative engagements so much – and because in the end, we think that they are fiction. Neither would have been true for our forebears.

    In today’s world, what are the biggest religious-oriented controversies surrounding Halloween?
    Not all Americans treat the supernatural as safe – particularly when that supernatural is associated with witchcraft and demons. American evangelicals above all have sometimes attempted to ban Halloween celebrations, saying that they are a trivialization of a real and pressing evil. Even within the evangelical community, however, these attempts are controversial, and every Halloween there is a flurry of debate.

    Media Contact
    Tanya Luhrmann, Anthropology: (650) 521-1243 or (650) 723-3421, luhrmann@stanford.edu ;
    Clifton B. Parker, Stanford News Service: (650) 725-0224, cbparker@stanford.edu
    .

  8. giogg ha detto:

    “Wired Italia”, 31 ottobre 2014, QUI (il testo alla pagina originale è ricco di link di approfondimento)

    TUTTE LE BUFALE DI HALLOWEEN
    Pensate di sapere tutto di Halloween? Tra media, storia e folklore, ecco alcune delle bufale legate alle Notte delle Streghe
    di Stefano Dalla Casa

    Halloween è molto di più di più che una buona occasione per vestirsi in modo stravagante. È una festa molto antica e complessa, che da generazioni cattura l’immaginazione molti popoli, soprattutto (ma non solo) in occidente. Gli studiosi del folklore ancora discutono sulle sue origini e sulla sua evoluzione nel tempo, così come sulle sfumature impresse nelle varie località dalle tradizioni preesistenti e quelle successive.
    Ma quando il folklore non è riconosciuto (e rispettato) come tale, allora possiamo parlare di bufala, e Halloween è pieno di esempi in questo senso. Ecco alcuni di quelli più famosi.

    La Guerra dei Mondi
    Spesso Halloween assume i contorni di una specie di I aprile in salsa macabra, ma è inutile che vi scervelliate: il vostri scherzetti non potranno mai competere con il genio Orson Welles, che il 30 ottobre 1938 si diede da fare per convincere un po’ di americani che la Terra era sotto attacco alieno. Welles adattò il capolavoro di fantascienza di Herbert George Wells
    La guerra dei mondi in forma di radiodramma, dove l’attacco dei marziani era raccontato in diretta radio tramite bollettini giornalistici. I radioascoltatori furono avvisati che si trattava di finzione anche all’inizio e durante le pause, e per venire incontro alle preoccupazioni della CBS, Welles aveva cambiato di malavoglia i nomi di alcune località con nomi fittizi. Le guide delle trasmissioni sui giornali riportavano anche che a quell’ora l’attore si esibiva dal Mercury Theater, ma Welles ottenne lo stesso quello che presumibilmente voleva: un po’ di genuina paura, e moltissima fama.
    Ma c’è una bufala nella bufala: molti giornali attaccarono la trasmissione, descrivendo orde di americani terrorizzati, ma in realtà niente di tutto questo è accaduto, anche perché molti cittadini stavano ascoltando altro.
    Welles concluse così la trasmissione, che ora vanta innumerevoli repliche e tentativi di imitazione:
    Quell’invasore ghignante, ardente e rotondo che si trova nel vostro soggiorno è un abitante del campo di zucche, e se sentite suonare il campanello ma non c’è nessuno quando aprite, non è stato un marziano, è Halloween!

    Ghostwatch
    Anche se il lavoro di Welles dimostra che una bufala può diventare un capolavoro, più spesso è solo una scorciatoia per ricercatori di attimi di notorietà (cit.) e privi di talento. Questo è il caso della trasmissione della BBC
    Ghostwatch, andata in onda la notte di Halloween del 1992. Presentato come una diretta, e con i volti di veri reporter molto conosciuti al pubblico, il programma narrava le terribili conseguenze di vivere in una casa infestata da un fantasma, proprio come ce le ha insegnate Hollywood. E come un film, era infatti tutto finto, registrato e montato mesi prima in attesa della notte perfetta. Nessuna diretta e nessun fantasma, ma i giornalisti erano veri, e molte persone si sono spaventate. Come ricorda lo scettico Tim Farley, Ghostwatch e La guerra dei mondi di Welles sono senz’altro paragonabili come tipo di bufala. Ma dal punto di vista artistico, forse è un po’ come mettere a confronto Shining e Paranormal Activity. Meglio non provare neanche a immaginare cosa avrebbe combinato il regista di Quarto potere, se avesse avuto a disposizione il quinto…

    Qualcuno pensi ai bambini
    Una volta lo vedevamo solo in televisione, ora anche da noi ha preso piede la tradizione del “dolcetto o scherzetto“, dove i bambini pattugliano il quartiere alla ricerca di dolciumi. Secondo molti, questo metterebbe i pargoli alla mercé di veri e propri sadici, che non aspetterebbero altro che Halloween per fare del male ai bambini. Come? Tipicamente con caramelle avvelenate o dolciumi contenenti spilli e lamette (in particolare le famose mele candite).
    Per fortuna, è solo un mito. Come spiega lo storico Cesare Bermani in
    Il bambino è servito: leggende metropolitane in italia, due sociologi hanno cercato di capire se e quanto fossero diffusi questi casi. Ma analizzando i giornali americani nel periodo tra il 1958 e il 1985, gli studiosi non sono riusciti a trovare documentazione nemmeno di un solo bambino ucciso, o gravemente ferito, in queste maniere orribili. Abbondano invece le segnalazioni di presunte tragedie sventate, ma non ci sono quasi mai prove che sia stato un estraneo contaminare i dolciumi, mentre ci sono indizi che coinvolgono o i bambini stessi, o i loro parenti.
    Sicuramente la notte di Halloween del 1974 un bambino è morto per una caramella avvelenata, ma il piccolo Timothy Marc O’Bryan era stato avvelenato dal padre, non da un misterioso uomo nero.
    Come ha specificato uno degli autori dello studio, non è possibile provare con assoluta certezza che nessun bambino sia mai stato ucciso come vorrebbe la leggenda, ma se si trattasse dell’epidemia di sadismo dipinta da alcuni media, sicuramente a questo punto sarebbero affiorate delle solide prove.
    Questo non significa che i bambini non corrano pericoli ad Halloween: il governo americano ha stilato una lista di avvertenze per trascorrere una festa serena, e al primo posto mette la sicurezza stradale. Con tanti bambini per strada, infatti, aumenta sensibilmente il rischio di incidenti, anche fatali.

    Halloween è una festa satanica
    Nel disperato tentativo osteggiare una popolarissima festa ricca di rituali e tradizioni, ma che non rientra tra quelle “comandate” a livello religioso, diversi predicatori hanno cercato di far credere che vestirsi da supereroi la sera del 31 ottobre apra le porte all’adorazione del demonio. Ora, Halloween può piacere o non piacere, ma il filo rosso che collegherebbe questa festa al satanismo ha in realtà ben poche basi nei fatti. Come spiega Benjamin Radford, dal punto di vista storico questa tesi fa acqua da tutte le parti. Le radici pagane di Halloween sono piuttosto evidenti, e alcuni studiosi ritengono derivi in particolare da una festa del raccolto celtica, il Samhain. In teoria, tutti i riti precristiani dovrebbero essere visti come una forma di occultismo, a meno che non siano stati adeguatamente fagocitati dal Cristianesimo, ma è proprio quello che, secondo gli studiosi, è successo anche con Halloween. Per quanto riguarda il Satanismo in particolare, sono proprio le radici pagane a sconfessare la tesi: l’ossessione del cristianesimo per Satana nasce nel medioevo e quindi è molto più recente delle feste da cui Halloween deriva. I contadini che celebravano il raccolto non potevano avere la minima idea delle avventure di Lucifero.
    Che Halloween poi possa essere una festa da celebrare anche per coloro che si definiscono satanisti, non stupisce affatto: per le feste migliori della tradizione pagana c’è sempre stata molta competizione.

    Animali sacrificati
    Abbiamo parlato dei bambini, ma i vostri animali domestici, in particolare i gatti neri, sono al sicuro nel periodo di Halloween? E se il vostro vicino con la t-shirt dei Black Sabbath stesse valutando proprio il vostro micio come vittima sacrificale?
    Si dice infatti che sotto Halloween aumenti enormemente la richiesta di gatti e che questi rischino di finire nelle mani di un pazzo torturatore. Come spiega Snopes, si tratta di un’altra leggenda metropolitana che però è così diffusa a volte riesce a convincere alcuni gestori di rifugi per animali a limitare le adozioni in questo periodo. Come molte bufale, anche quella dei gatti sacrificati si autoalimenta: i padroni di molti gatti che muoiono o scompaiono intorno al 31 ottobre tenderanno a credere che sotto ci sia qualcosa di macabro, anche se naturalmente i gatti muoiono o scompaiono ogni giorno dell’anno.

    Non c’è Halloween senza zucche
    La zucca intagliata trasformata in lanterna è oggi un simbolo di Halloween universalmente riconoscibile. La zucca è inoltre alla base di molte ricette del periodo, ma nonostante la sua fama attuale la zucca ha “colonizzato” Halloween abbastanza di recente.
    Originariamente le Jack-o’-lantern erano infatti ricavate da altri ortaggi, in particolare rape. Questo perché la zucca è un ortaggio del Nuovo Mondo, mentre le radici di Halloween affondano nelle isole britanniche. Non è difficile immaginare perché le cucurbitacee hanno soppiantato le brassicacee: la lavorazione è molto più facile, e a livello estetico non ci sono paragoni. Ecco come si presenta una lanterna ricavata da una rapa.
    Buon Halloween!

  9. Pingback: Alla salute degli anti-halloweeniani | il Taccuino dell'Altrove

  10. giogg ha detto:

    “The geek anthropologist”, 31 ottobre 2015: QUI

    HALLOWEEN IS FOR ANTHROPOLOGISTS
    by Emma Louise Backe

    Halloween, it seems, was made for anthropologists. While many anthropologists devote their time in the field to studying supernatural belief systems, arcane rituals or traditions still infused with spiritual and symbolic significance, the Halloween season encourages Americans to uncover the skeletons in their closet and confront the ghosts that still haunt our culture. Although we often ignore the supernatural undertones of American culture, a Huffington Post/You Gov poll revealed that 45% of Americans believe in ghosts (Spiegel 2013), while 18% of adult Americans believe that they have seen or been in the presence of a ghost (Lipka 2013). On a more pernicious note, witch-related killings have begun to spike, particularly in parts of Florida. Quite apart from being one of the most religious countries in the developed world, the United States has often downplayed its belief in the supernatural. Much of the modernizing discourse of the 20th and 21st century has framed supernatural belief as gullible and unscientific; Western biomedicine proposes biological origins for illnesses that may otherwise be perceived as supernatural in nature. Yet Halloween is an opportunity to explore what nightmares persist in our cultural consciousness, and the extent to which our fears may still circulate around demons and ghosts.
    The study of the supernatural in the United States has been thwarted partially by conflicting ideologies surrounding belief in the preternatural. Americans do not want to seem uneducated, or, in some instances, mentally ill if they disclose an experience that they might classify as otherworldly. And yet our country is built upon ghost stories, a relationship with the dead, and a tourist industry teeming with people itching to make some kind of supernatural connection on “Ghost Tours.” Indeed, horror movies demonstrate the best return on investments in Hollywood–Americans continue to love a good scare (Bui 2015). Paul Bray has stated, “The American occult is the intellectual life of the common people” (Nelson 2001). The University of Pennsylvania, the University of Virginia and the University of Edinburgh all have research centers devoted to studying parapsychology and the paranormal. Paranthropology is an entire journal dedicated to the anthropological study of the supernatural. Yet, as applied folklorist David Hufford has written, social scientists have often strived to explain away belief in the supernatural (1982). While anthropologists may balk at identifying as functionalists—individuals who attempt to identify the utility of social structures, relationships and rituals—anthropology is largely driven by the desire to understand cultural patterns, beliefs and behaviors in order to grasp why people act the way that they do. A variety of theoretical and interpretive strategies have been employed by anthropologists when confronted with the fantastical, the horrific, or the otherworldly.
    Some anthropologists may adopt the belief systems of the community they study, such as Karen McCarthy Brown’s decision to incorporate one of the vodou loa into her life for solace and protection (1991). Many anthropologists choose to take a more academically dispassionate route, acknowledging the epistemological reality and salience of the supernatural, while tacitly undermining the possible ontological reality of such beliefs. Michael Taussig (1980) employs a political-economic and Marxist approach to beliefs in the Devil among Colombian plantation laborers, while Luise White (2000) contextualizes vampire beliefs in East and West Africa within the colonial complex of medical, economic and religious exploitation. Spirit possession among young girls could be interpreted as a form of gendered agency within an otherwise patriarchal structure, and confrontations with the dead may demonstrate cultural manifestations of PTSD among former child soldiers in Uganda (Neuner et al. 2012). All of this to say that anthropologists have a number of different approaches to making sense of the supernatural, often related to other sexual, political, economic, social, health-related and gendered aspects that do not necessarily diminish the potency of the preternatural, yet still finds certain spiritual beliefs somewhat inexplicable.
    What do we make of the monsters? This is a question I have asked myself ever since I started studying anthropology. We like to think that America has no monsters, only tourist destinations made all the more alluring my urban legends and folk tales. But anthropologists focusing on medicine and STS also recognize that there are still phenomena for which we have no scientific, rational explanation, the spaces that resist modern logic. For instance, it has only been in the last several years that psychologists, doctors, anthropologists and folklorists have begun to realize the relationship between supernatural phenomena and the condition of sleep paralysis. Even though approximately 25 to 40% of people report sleep paralysis experiences around the world (Cheyne et al. 1999, 319), sleep paralysis is still woefully misunderstood. One of the obvious symptoms of sleep paralysis is total body paralysis—experients are awake, often with their eyes open, but unable to move. Other characteristics often associated with sleep paralysis are feelings of pressure upon the chest, a choking feeling, an ominous sense of fear or dread, and hypnagogic or hypnapompic hallucinations (Hufford 1982). These hallucinations take a multitude of forms depending on the cultural context. Many of these hallucinations are associated with supernatural traditions and legends that go back centuries, including the succubus and the Old Hag. Even the etymology of the word nightmare can be traced to a feeling of pressure or tightness in the chest and suffocation, often associated with a nocturnal attacker (Davies 2003, 184). Almost every culture has a different word to describe the phenomenon of sleep paralysis embedded within culturally constructed supernatural beliefs to explain the physical, visual and auditory symptoms.
    Rather than explaining away the supernatural creatures and entities responsible for sleep paralysis, then, perhaps we can consider how the paranormal informs and complements science, medicine, and modernity writ large. Experiences of spectral evidence and ghostly visitation used in Salem testimony, as well as accounts of alien abduction, may in fact be related to the phenomenon of sleep paralysis. The shape of these nocturnal attackers varies from culture to culture, and yet their impact upon the experient cannot be denied. We still do not understand the physical or neurological causes of sleep paralysis. Many experients didn’t go to the doctor, for fear that their accounts would sound like symptoms of mental illness. Perhaps if we lived in a culture more permissive and accepting of the supernatural, more conversation could be facilitated across disciplines and sub-specialties. There are plenty of supernatural traditions in the United States for anthropologists to study, if only they took the time to peer through the glass, darkly.

    Works Cited
    Brown, Karen McCarthy (1991). Mama Lola: A Vodou Priestess in Brooklyn. University of California Press.
    Bui, Quoctrung (2015). “Horror Is The Best Deal in Hollywood.” Planet Money. http://www.npr.org/sections/money/2015/08/21/433505958/horror-is-the-best-deal-in-hollywood
    Cheyne, J. Allen, Steven D. Rueffer & Ian R. Newby-Clark (1999). “Hypnagogic and Hypnopompic Hallucinations During Sleep Paralysis: Neurological and Cultural Construction of the Night-Mare.” Consciousness and Cognition, Vol. 9, 319-337.
    Davies, Owen (2003). “The Nightmare Experience, Sleep Paralysis, and Witchcraft Accusations.” Folklore, Vol. 114, No. 2, 181-203.
    Flanagan, Jake (2014). “There is a Paranormal Activity Lab at the University of Virginia.” The Atlantic.
    Hufford, David (1982). The Terror That Comes in the Night: An Experience-Centered Study of Supernatural Assault Traditions. Philadelphia: University of Pennsylvania Press.
    Lipka, Michael (2013). “18% of Americans Say They’ve Seen a Ghost.” Pew Research Center.
    Nelson, Victoria (2001). The Secret Life of Puppets. Cambridge: Harvard University Press.
    Neuner, Frank et al. (2012). “Haunted by ghosts: Prevalence, predictors and outcomes of spirit possession experiences among former child soldiers and war-affected civilians in Northern Uganda.” Social Science and Medicine 75: 548-554.
    Spiegel, Lee (2013). “Spooky Number of Americans Believe in Ghosts.” The Huffington Post.
    Taussig, Michael (1980). The Devil and Commodity Fetishism in South America. The University of North Carolina Press.
    Wen, Tiffanie (2014). “Why Do People Believe in Ghosts?”. The Atlantic.
    White, Luise (2000). Speaking with Vampires: Rumor and History in Colonial Africa. Berkeley: University of California Press
    .

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