Ecologia superficiale e profonda

«L’ambientalismo italiano aderisce da sempre ad una corrente, che viene definita “ecologia superficiale”. Cos’è l’ecologia superficiale? È, detto molto rozzamente, quel settore dell’ambientalismo che non mette in discussione i fondamenti della nostra società, ma ritiene che alla stessa debbano essere apportati semplici aggiustamenti. […] Ma di ecologia esiste anche un’altra branca, l’”ecologia profonda” [che] invece sostiene che occorre ripensare l’evoluzione della società, che essa non deve necessariamente svilupparsi, ma anzi deve trovare un modus vivendi con la natura di tipo olistico, di interazione e rispetto» (Fabio Balocco e la necessità di una autocritica da parte dei movimenti ambientalisti italiani: QUI).

Da “I limiti della crescita” (“The limits to growth”) del MIT (1972) al concetto di “sviluppo sostenibile” del “Rapporto Brundtland” (1987), oggi mi sembra giunto il momento per scrollarci di dosso anche il concetto di sviluppo, così da concentrarci unicamente su ciò che è davvero sostenibile (nell’ordine: per il pianeta e per noi).
Sembra una mera questione terminologica, ma in realtà è molto concreta: se la formula “sviluppo sostenibile” era rivoluzionaria nel 1987, oggi dobbiamo prendere atto che nel corso di questi 25 anni è stata travisata e svuotata, per cui necessita di una rilettura profonda. L’attuale crisi economica poteva essere un’occasione preziosa, così come il disastro ecologico di Fukushima, ma mi sembra che si siano trasformate in occasioni perdute: non ho sentito alzarsi alcun dibattito sui fondamenti del nostro sistema sociale (dall’ecologico all’economico, dal politico al filosofico), mentre invece le crisi andrebbero sfruttate proprio per ripensare i meccanismi che le hanno generate. In giro, al contrario, da una parte si continua a ripetere il mantra della crescita e dall’altra la paura nucleare pare già svanita.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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