Religiosità e criminalità in Aspromonte

L’amico Caruso m’ha segnalato un articolo del webjournal “Linkiesta” sulla festa della Madonna di Polsi in Aspromonte: QUI. Alcune mie osservazioni dopo aver assistito di persona alla celebrazione:

Grazie mille per il link. E’ da domenica mattina che vorrei parlarne, che vorrei in qualche modo proporre una discussione su questo argomento. A Polsi l’omelia della messa solenne mi ha lasciato senza parole. Il vescovo ha detto (urlando e ripetendo più volte il concetto) che è tutta colpa della stampa: da una parte infanga la Chiesa perché la accusa di non prendere le distanze dai mafiosi e dall’altra parte condanna (uccide mediaticamente) delle persone accusandole di essere mafiose; la Chiesa – ha specificato il prelato – invece perdona, perdona tutti, sempre che ci si converta, naturalmente, magari anche nell’ultimo istante della propria vita.
A me è sembrato un discorso molto scivoloso, se non addirittura scandaloso. Ma al di là del mio giudizio (d’altra parte avrei potuto sentire male, in quella confusione), ciò che mi sembra evidente è lo scopo di certi discorsi (mi sono domandato: perché, nel giorno di una festa così importante, invece di parlare – chessò – di fede e di speranza, il vescovo ha insistito sull’uso distorto del giornalismo e sul perdono da accordare ad ogni peccatore pentito?): in aree in cui lo Stato non è presente, in zone in cui si è e ci si sente emarginati e periferici, in territori in cui le forze dell’ordine girano armate come fossero in Iraq, in realtà sociali (e politiche) sottomesse all’arroganza di oligopoli economici e militari, mi è sembrato evidente che la Chiesa abbia l’interesse di porsi come un’istituzione vicina (o, in altre parole, e solo in questo senso, “alleata”). Come se volesse dire: “tutti vi odiano, tutti vi ostacolano, tutti vi giudicano, ma noi no, noi siamo con voi, comunque, sempre…”.
Non conosco l’attuale vescovo di Locri Morosini, so solo che il suo predecessore era Bregantini (colui che, tanto per dirne una, scomunicava chi sparava e uccideva), trasferito nel 2007 a Campobasso…
Si dice spesso che la Chiesa Cattolica sia un monolite inamovibile (e probabilmente lo si può affermare per qualsiasi istituzione religiosa gerarchica), una specie di enorme pachiderma che si muove lentissimamente perché la sua prospettiva è millenaria. Ebbene, non potrei essere più in disaccordo; dal punto di vista culturale si tratta, piuttosto, di una sorta di camaleonte che riesce ad adattarsi con straordinaria efficacia alle innumerevoli realtà locali con cui si trova in contatto, che si tratti delle popolazioni delle Ande e delle savane africane, dell’arcipelago filippino o del nostro Appennino meridionale. La strategia è semplice e chiara, oltre che votata al massimo “profitto”: emettere determinati princìpi ufficiali (ad esempio: l’autoflagellazione pubblica non è attualmente ammessa), ma poi comportarsi in maniera diversa (talvolta diametralmente opposta) pur di assecondare le esigenze e le aspettative locali (provate a vietare il rito settennale di penitenza di Guardia Sanframondi, ad esempio).
Questo mischiare prospettive culturali diverse, questa sorta di camaleontismo potrebbe confondersi col “sincretismo”, ma non lo è. Il sincretismo è una strategia di sopravvivenza culturale (gli antichi inca che continuano a venerare la Pachamama, anche se ha le fattezze della Madonna), mentre invece non si tratta altro che di una tattica di potere (come suggerisce Ernesto de Martino).

(6 settembre 2012, h18.14)

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AGGIORNAMENTI:
Il 19 aprile 2014 “La Repubblica” riferiva dell’annullamento dell’Affruntata di Sant’Onofrio a causa di infiltrazioni criminali. Il 21 aprile se ne è discusso su “Radio 3”, nella trasmissione “Tutta la città ne parla”, in cui mi è sembrata interessante soprattutto la rappresentazione che alcuni forniscono della religiosità popolare e della cultura folklorica. Il titolo della puntata è “La processione interdetta: chiesa e mafia al tempo di papa Francesco” (43′).
[Più giù c’è un aggiornamento del 2015].

Processioni-passerella per mafiosi se ne contano in molte località. Nel napoletano ha fatto scalpore il caso del corteo per San Catello a Castellammare di Stabia nel gennaio 2012:
– “Schedati i devoti-portatori di San Catello. Basta coi camorristi in processione“;
– “Omaggio al boss della camorra: il sindaco abbandona il corteo“;
– “La Curia: mai più inchino davanti alla casa del boss“.

Per non dire di quel che può avvenire intorno alle feste dei Gigli, tra Barra e Nola:
– “Notte di follia a Nola: rissa per i Gigli, 15 feriti“;
– “Sequestrato dai carabinieri un Giglio della festa di Barra“.

Il 6 luglio 2014, inoltre, ad Oppido Mamertina, in Calabria, alla statua della Madonna è stato fatto fare un inchino dinnanzi alla casa del boss locale; i carabinieri hanno abbandonato il corteo per protesta. Nei titoli dei principali giornali italiani sono virgolettate alcune parole del ministro Alfano: “Rituale ributtante”. Leggendo l’articolo, la citazione completa (almeno su “Repubblica”) è: “Deplorevoli e ributtanti rituali cerimoniosi“. “Cerimoniosi”, non “cerimoniali”: il linguaggio dei politici è sempre sul filo dell’interpretazione. Come mi ha scritto un amico, “Credo abbia calibrato ogni singola sillaba perché, a volte, omaggiati da analoghi cerimoniali, anche i politici si ritrovano a rappresentare il loro potere a cospetto del santo. La scomunica papale nulla può contro l’omaggio al potere in terra“.

Il 7 luglio 2014 Roberto Saviano ha scritto un editoriale su “La Repubblica” intitolato “La fede criminale“: “Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: «In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue». […] Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata“.

La stampa dell’8 luglio 2014 riferisce di alcune reazioni da parte delle autorità cattoliche calabresi: “Dispiace che i preti non abbiamo avuto il coraggio non di andare via, ma di scappare dalla processione. Quando i carabinieri hanno lasciato, i preti dovevano scappare dalla processione. Avrebbero dato un segnale e di questi segnali abbiamo bisogno” (monsignor Salvatore Nunnari, presidente dei vescovi calabresi), “Bisogna avere il coraggio di fermare le processioni” (monsignor Nunnari), “Blasfema devozione” (Francesco Milito, vescovo di Oppido-Mamertina), “Pervertimento del sentimento religioso” (Osservatore Romano), “Sacerdoti non vanno lasciati soli” (monsignor Galantino).

Ora spuntano casi di “inchini” in tutta la Calabria. Il 12 luglio 2014 “La Repubblica” ha pubblicato un articolo di Giuseppe Baldessarro intitolato “Processioni in Calabria, nuovo “inchino” a San Procopio e Scido: aperte altre inchieste“: “Dopo Oppido Mamertina, segnalati altri casi in provincia di Reggio. Il sindaco di uno dei Comuni coinvolti: “Baggianate”. Ma il procuratore conferma“.

E’ assolutamente da segnalare il commento dell’antropologo Vito Teti (“Europa”, 8 luglio 2014), che segnala l’abbondanza di «revisionismi localistici, letture infondate, asserzioni indimostrabili, affermazioni superficiali» che gravano sulla Calabria: “Tutta la Calabria è come Oppido Mamertina“: “Il j’accuse di uno dei più importanti intellettuali calabresi: «Per dare speranza alla regione bisogna partire da questa scomoda verit໓. Cos’è la Calabria? Alcuni risponderanno che è le sue coste, due settimane d’estate. Altri che è un oscuro incubo mafioso. Altri ancora che è il regno dell’abbandono, tipo un’autostrada mai finita. Stando alle prime pagine dei quotidiani, ora la Calabria è pure una religiosità ossequiosa verso i boss criminali. Questo articolo di Vito Teti aiuta a districare una matassa di verità posticce.

(Intanto, il 18 luglio 2014 Michele Albanese, il giornalista del “Quotidiano del Sud” che ha fatto lo scoop sull’inchino della Madonna delle Grazie alla casa del boss a Oppido Mamertina, ha ricevuto la scorta perché corre un “rischio imminente”: QUI).

Il 29 luglio 2014 Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta di “Repubblica” hanno firmato un articolo-inchiesta su un nuovo “inchino”, quello della Madonna del Carmine che nei vicoli di Ballarò, a Palermo, ha “omaggiato” il covo del boss Alessandro D’Ambrogio (in carcere a Novara). Le gerarchie ecclesiastiche hanno commentato che si tratta di una “sosta anomala“: QUI (all’articolo originale ci sono foto, video e numerosi link di approfondimento).

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AGGIORNAMENTO del 18 gennaio 2015:
Copio un post di Giulio Cavalli (anche su fb): “C’è un libro che ho avuto la fortuna di leggere che credo non possa mancare negli scaffali dei curiosi: “L’Eucarestia mafiosa. La voce dei preti“. Il libro di Salvo Ognibene svela perfettamente le complicità, i silenzi (e quindi le colpe) di una chiesa che sul tema mafioso è molto lontana dall’ideologia del vangelo e del bene. Ed è un libro importante per rispondere a tono ad eventuali fanatismi e per cogliere, allo stesso tempo, la portata del cambiamento a cui stiamo assistendo“.

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AGGIORNAMENTO del 30 marzo 2015:
Dopo lo scalpore del 2014, oggi, alla vigilia della nuova Affruntata pasquale di Sant’Onofrio, il vescovo della diocesi di Mileto-Tropea-Nicotera, Luigi Renzo, ha introdotto alcune novità in merito al funzionamento del rito: “Nessuna sosta davanti alle case dei boss. Niente incanto: per stabilire chi porta la statua non avrà più luogo un’asta nella quale vince chi offre di più, ma un’estrazione dei nomi. Vigilanza dei parroci sul nuovo sistema“. Lo riferisce Paolo Rodari su “La Repubblica”: “Il decalogo del vescovo: “Stop agli inchini ai boss, i portatori delle statue saranno estratti a sorte”. Giro di vite in Calabria contro le infiltrazioni mafiose nelle processioni. Vademecum in vigore già da domenica“.

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INTEGRAZIONE del 22 aprile 2015:
Simonetta Ieppariello del giornale online “Ottopagine” (Avellino) riferisce che sono stati segnalati diversi tentativi di truffa da parte di falsi comitati della festa di Santa Rita. Il vero organizzatore dice: «Chi vuole contribuire lo faccia direttamente la chiesa».

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Religiosità e criminalità in Aspromonte

  1. giogg ha detto:

    “La Repubblica”, 7 luglio 2014, QUI

    LA FEDE CRIMINALE
    di Roberto Saviano

    Gli affiliati alle ‘ndrine rinchiusi nel carcere di Larino hanno deciso di non partecipare più alla messa. Da settimane attuano una sorta di sciopero religioso.
    Dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco per i detenuti è inutile — hanno detto al cappellano don Marco — andare a messa — È inutile quando si è stati esclusi dai sacramenti. L’anatema di Bergoglio è giunto potente e inaspettato nelle carceri che ospitano gli uomini di ‘ndrangheta. Gran parte del mondo ha interpretato la scomunica come una mossa teologica, un’operazione morale fatta più per principio che per reale contrasto alle organizzazioni criminali. Un gesto morale considerato importante per dare una nuova direzione alla Chiesa ma che difficilmente avrebbe potuto incidere nei comportamenti dei padrini, degli affiliati, dalla manovalanza mafiosa. Quale danno avrebbe mai recato ad un boss una condanna metafisica che non ha manette, non ha sequestri di beni, non ha ergastoli ma che semplicemente esclude spiritualmente dalla comunità cristiana e dai suoi sacramenti?
    Da queste domande era nata la diffidenza di molti che temevano che la presa di posizione del Papa contro i clan fosse inutile. Un gesto bello, nobile, ma innocuo. Ma non è così e la “protesta” dei duecento detenuti affiliati lo dimostra. Intanto è una prima volta, un unico nella storia criminale e non è affatto quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura: ossia una semplice conseguenza della scomunica. Quando si tratta di organizzazioni mafiose ogni azione, ogni parola, ogni gesto non può esser letto nel suo significato più semplice e elementare. Dev’essere inserito nella complessa grammatica simbolica che è la comunicazione dei clan.
    Questo sciopero della messa non parla ai preti, non parla alla direttrice del carcere, non parla nemmeno al Papa. Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ». Perché questo è falso. Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica. Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione. La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione. La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa.
    Quella degli affiliati non è quindi una sorta di protesta contro una Chiesa che ha abbandonato in contraddizione con il vangelo («ero carcerato e siete venuti a trovarmi») il conforto ai detenuti. È un manifesto. È una dichiarazione di obbedienza alla ‘ndrangheta, la riconferma del giuramento di fedeltà alla Santa. Questo sciopero è un gesto che deve arrivare all’organizzazione stessa. La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato.
    Sottolineano: siamo scomunicati perché ‘ndranghetisti, e nessuna occasione simbolica è lasciata sfuggire dagli uomini
    dei clan per ribadire soprattutto dalle segrete di un carcere la loro fedeltà. Si sciopera contro la messa in questo caso per dichiararsi ancora uomini d’onore e non lasciare alcun sospetto di allontanamento dalle regole dell’Onorata Società. Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: «In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue».
    La scomunica di Papa Francesco sta diventando un meccanismo in grado di alzare come un grimaldello le inaccessibili blindate che isolano i codici mafiosi dal resto della società civile. Bisogna insistere e agire, isolare quelle parti di chiesa saldate alla cultura mafiosa che ancora resistono, come dimostra quel che è accaduto sempre ieri a Oppido Mamertina, in Calabria, dove la processione ha reso l’omaggio alla casa di don Giuseppe Mazzagatti. Un “inchino” dovuto per non alterare un vecchio boss che ancora tiene (rispetto alle giovani generazioni) al vecchio rito e che — come in molti hanno lasciato trapelare — da decenni finanzia feste patronali e iniziative religiose nel suo territorio.
    Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata. Alla scomunica religiosa deve seguire una scomunica civile assoluta, che permetta l’esclusione del meccanismo mafioso dalle dinamiche quotidiane, economiche, sociali. Un’esclusione vera, radicale, definitiva
    .

  2. giogg ha detto:

    “La Repubblica”, 13 luglio 2014, QUI

    PROCESSIONI IN CALABRIA, NUOVO “INCHINO” A SAN PROCOPIO E SCIDO: APERTE ALTRE INCHIESTE
    Dopo Oppido Mamertina, segnalati altri casi in provincia di Reggio. Il sindaco di uno dei Comuni coinvolti: “Baggianate”. Ma il procuratore conferma
    di Giuseppe Baldessarro

    REGGIO CALABRIA – Ora i fascicoli sono diventati tre. Dopo quello che riguarda la processione di Oppido Mamertina e l’inchino verso l’abitazione del boss Giuseppe Mazzagatti, si sono aggiunti quelli di analoghe manifestazioni a San Procopio e Scido. Un fascicolo per ogni paese perché, dice il Procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, nonostante si tratti di centri della stessa aera geografica, “ogni paese ha il suo clan”. Ovviamente, spiega ancora il capo della Procura, “mentre per Oppido i fatti sono acclarati e documentati, per gli altri due casi si sta provvedendo alle verifiche del caso”.
    Il caso di San Procopio risale a martedì scorso. Durante la processione del Patrono del piccolo centro aspromontano la processione si sarebbe fermata davanti alla casa del boss settantenne Nicola Alvaro. Dall’abitazione sarebbe uscita la moglie dell’uomo detenuto da diversi anni e avrebbe versato il proprio obolo, prima che il corteo si rimettesse in movimento alla presenza di autorità civili e religiose.
    Secondo quanto appurato dagli investigatori, non è stata naturalmente l’unica sosta, ma di certo si è trattato di una “sorta di omaggio” sul quale la Dda di Reggio Calabria ha deciso di andare fino in fondo. Una vicenda che viene negata con forza dal sindaco Eduardo Lamberti Castronuovo che, peraltro, è assessore alla Cultura e alla Legalità della Provincia di Reggio Calabria. Tant’è che ieri pomeriggio il primo cittadino ha diramato una nota nella quale afferma che la notizia diffusa dal Quotidiano della Calabria è “falsa”. Si tratterebbe insomma di “Baggianate, una montatura”. Il sindaco ha poi spiegato che gli oboli “erano raccolti da un bambino che precedeva di dieci metri la processione. La processione non si è fermata se non nei punti previsti e insieme a me c’era il maresciallo dei Carabinieri, al quale ho chiesto se c’erano problemi. Mi ha risposto di no, altrimenti avrei sospeso tutto”.
    La notizia è tuttavia confermata da Cafiero de Raho, che pur sottolineando come tutti gli accertamenti siano ancora in corso, ha ricordato come “purtroppo è prassi comune ai clan quella di infiltrarsi in ogni aspetto della vita sociale, non ultime le celebrazioni religiosi e civili delle feste patronali”. Tanto più che il presunto omaggio sarebbe stato rivolto ad un personaggio ben noto alle cronache. Nicola Alvaro è stato infatti coinvolto in diverse inchieste. L’ultima della quale, l’operazione Meta, condotta alcuni anni addietro dal Ros dei carabinieri, che gli costò l’arresto. Alvaro è poi ricordato per il suo iniziale coinvolgimento nell’indagine sull’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Arrestato il 5 ottobre del 1982 con l’accusa di essere autore materiale dell’omicidio del generale, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta, Domenico Russo, sulla base della testimonianza di Giuseppe Spinoni che aveva detto di avere assistito al delitto. Alvaro fu scarcerato il 16 dicembre successivo dopo che le indagini accertarono che l’accusa era falsa.
    Il terzo episodio sotto osservazione riguarda il comune di Scido, e in particolare la processione di San Biagio di febbraio scorso. In questo caso i dettagli sono top secret, ma tali da far decidere ai magistrati di aprire un ulteriore fascicolo Dda che potrebbe non essere l’ultimo. In questo senso la Procura sta continuato a ricevere segnalazioni dei comandanti di stazione dei carabinieri che “normalmente” scrivono delle relazioni che poi, a seconda dei casi, vengono semplicemente messi agli atti “interni” oppure trasmessi al Comando provinciale dell’Arma o alla Procura. Su questo Cafiero de Raho è stato chiaro “ogni episodio accaduto in uno qualsiasi dei comuni della provincia e segnalato dalle forze dell’ordine sarà verificato e valutato, si tratta di fatti gravi sui quali non intendiamo transigere”
    .

  3. giogg ha detto:

    “Europa Quotidiano”, 8 luglio 2014, QUI

    TUTTA LA CALABRIA E’ COME OPPIDO MAMERTINA
    Il j’accuse di uno dei più importanti intellettuali calabresi: «Per dare speranza alla regione bisogna partire da questa scomoda verità»
    di Vito Teti

    C’è una cappa mediatica e un’opa identitaria angusta sulla Calabria. Te ne accorgi quando vai fuori, in Italia e all’estero, e provi un senso di sollievo, misto ad amarezza, nel non leggere (su carta o su tanti siti web) commenti, riflessioni, retoriche identitarie che affossano la nostra regione, ne annullano il senso critico, un vero e problematico, sofferto, sentimento dell’appartenenza, incoraggiano alla lamentela, al rivendicazionismo immotivato, al rifiuto di ogni assunzione di responsabilità.
    C’è un cerchio che non è nemmeno magico – non esistono leader autorevoli o progetti consapevoli cui legarsi – ma è soltanto una prigione, una trappola, un sotterraneo senza uscita. È fatto da commentatori, studiosi, giornalisti che, più o meno in buona fede, più o meno consapevolmente, più o meno legati tra di loro, si fanno portavoce di una calabresità pelosa. Siamo in presenza delle piccole vedette dell’identità proclamata, risentita, rancorosa, reattiva, mai propositiva, per qualcosa.
    Provo a riassumere, in maniera riduttiva e schematica, le “tesi” che mi capita leggere su giornali, riviste, siti, facebook – che ormai stancano e sono anche illeggibili, nella loro ripetitività, nella loro inconsistenza analitica, nella loro incapacità di sguardo prospettico e di alimentare speranza a partire dal sé e non da quello che dicono gli altri. Cosa sostengono i portavoce dell’identità assediata? 1. La Calabria è oggetto di attacchi, incomprensioni, calunnie esterne e questo spiega la sua “arretratezza”, la sua marginalità. 2. Il problema della Calabria non è la ‘ndrangheta, non è la malapolitica, non sono i calabresi, ma sono gli altri, la stampa del Nord, chi non comprende una regione bella e ricca, accogliente ed ospitale. 3. La ‘ndrangheta del passato aveva dei valori popolari ed era anche risposta all’aggressione dei colonizzatori esterni. 4. La ‘ndrangheta è una continuazione del brigantaggio ed esprimeva anche i sentimenti di giustizia delle popolazioni. 5. Tutti i guai della Calabria e del Sud cominciano con l’unificazione nazionale: prima c’era l’Eden, lo “sviluppo”, la primitività genuina, adesso tutto è stato corrotto dagli altri, dai forestieri, dai nemici esterni. Come se la Calabria e il Sud non avesse partecipato, con i suoi ceti politici e dirigenti, al degrado, all’avvelenamento, alla corruzione del Sud e dell’intero paese. Come se scempi urbanistici, mancanza di tutela del territorio, incuria e incompiutezze, macerie e degradi non avessero visto come protagonisti interessati quanti poi piangono per la sfortunata e incompresa regione.
    Potrei continuare a segnalare revisionismi localistici, letture infondate, asserzioni indimostrabili, affermazioni superficiali. Potrei ricordare come queste versioni tendono, di fatto, a legittimare la ’ndrangheta, a dare sempre alibi a “noi” contro gli altri, a occultare scempi e devastazioni compiute dai calabresi. La colpa è degli altri; la salvezza è all’indietro, nel buon tempo antico; noi calabresi siamo quasi “geneticamente” (razzismo alla rovescia) buoni, accoglienti e ospitali e siamo stati rovinati dagli altri: i piemontesi, lo Stato, il Nord, i partiti nazionali. La colpa non è della ‘ndrangheta, della politica clientelare, dei professionisti collusi, organici, capi clan, di gente asservita e che non si indigna. No, la colpa è assegnata a chi non ci comprende, a chi segnala le malefatte dei locali, a chi denuncia quotidianamente le ombre e le responsabilità delle popolazioni.
    Giudici, studiosi, giornalisti seri che amano questa terra, ma non possono tacere, non possono assistere silenziosi non solo a questo degrado, ma anche alle spiegazioni che ne vengono date, spesso sono stati considerati traditori e calunniatori della loro terra, alla quale hanno dedicato, magari, una vita e, spesso, la vita. Il bersaglio dichiarato di molti commentatori è a volte la retorica dell’antimafia. Ora che l’antimafia abbia partorito anche interessi, spazi di potere, collocazione e visibilità poco edificanti, è sotto gli occhi di tutti. Ma ridurre l’opposizione vera alla criminalità sempre e comunque come un gioco di potere complementare alla delinquenza, diventa ingeneroso, calunnioso, pericoloso per quei giovani che non vogliono tacere, per magistrati e forze dell’ordine che sono in prima linea nel contrasto alla criminalità, per intellettuali, professionisti, gente comune che vivono nel rispetto delle regole, onestamente, e sono in prima linea nella difesa della legalità.
    La parolina magica che accomuna tanti “maestri del pensiero”, notisti, fondisti è “garantismo” come se il garantismo possa diventare uno slogan, un invito ad assolvere i criminali e i loro sodali e sostenitori, e non una pratica democratica, una conquista civile e illuminata, valida sempre e per tutti. E invece i predicatori del garantismo sono garantisti con i giudici indagati e condannati, mai con i magistrati che contrastano il crimine, rischiando la vita, quotidianamente. Il garantismo è per quella Chiesa perdonista e predicatoria e non per quei parroci coraggiosi e veri che contrastano, nei fatti, non solo a parole, la criminalità e invitano alla legalità. Il garantismo è per gli imprenditori che rubano il danaro pubblico, sciupano i fondi europei, si arricchiscono nel giro di pochi mesi e mai per i giovani senza lavoro e che perdono il lavoro.
    Il garantismo è sempre per i carnefici, mai per le vittime. Le garanzie vengono invocate, anche giustamente, per ogni cittadino, ma ci sono cittadini più degli altri. Se qualcuno ha commesso un reato, può stare più tranquillo di chi lo ha subito.
    Adesso – dopo silenzi e omissioni della Chiesa – la presa di posizione e le parole profonde e vere del Papa mostrano che il Re è nudo, che non basta coprirlo con piccoli pannicelli sporchi, con commenti che ubbidiscono a interessi più o meno palesi, o semplicemente a bisogno di visibilità, al gioco di spararla grossa, ad analisi in cui si sostiene tutto e il contrario di tutto, a commenti nei quali, in maniera schizofrenica, si passa dall’indignazione parolaia estrema all’autoassoluzione più vergognosa. Adesso quanto accade ad Oppido – ma c’era bisogno di Oppido? Non bastavano i fatti di Sant’Onofrio e Polsi, le analisi e le descrizioni, pure di Sales, Saviano, Gratteri, Nicaso, Ciconte, Albanese, Baldassarro, Comito e tanti altri? – ci dice quanto radicate siano l’assuefazione, l’apatia, la confusione. C’era bisogno della voce di papa Bergoglio per fare capire come non sia possibile più nascondersi, ammiccare, giocare con revisionismi, informare in maniera tendenziosa, cedere alla lamentela. Credo che in molti dovrebbero almeno tacersi ed evitare, adesso, di dirci quanto ha ragione Papa Francecso e anche fare finta di stupirsi per Oppido. Tutta la Calabria, senza per questo dimenticarne bellezze e grandezza, generosità e slanci, è, purtroppo, in maniera diversa, una grande Oppido. Da qui bisogna partire, da questa dolente constatazione, da questa scomoda verità, se si vuole dare, davvero, speranza a questa terra
    .

  4. giogg ha detto:

    “La Repubblica”, 29 luglio 2014, QUI
    (all’articolo originale ci sono foto, video e numerosi link di approfondimento)

    LA MADONNA SI INCHINA AL COVO DEL PADRINO, PROCESSIONE SHOCK TRA I VICOLI DI BALLARO’
    Il boss Alessandro D’Ambrogio è in carcere a Novara ma domenica, a Palermo, la sfilata del Carmine gli ha reso onore davanti al luogo simbolo di Cosa Nostra. La chiesa: “Ancora una sosta anomala”
    di Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta

    L’ultimo padrino di Cosa Nostra è rinchiuso nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora tra i vicoli di Ballarò, qui dove due anni fa portava orgoglioso la vara della madonna del Carmine. Domenica scorsa il boss Alessandro D’Ambrogio non c’era. Ma la processione ha voluto comunque rendergli onore: si è fermata proprio davanti all’agenzia di pompe funebri della sua famiglia.
    Un uomo di mezza età, con la casacca della confraternita di Maria Santissima del Monte Carmelo, urla: «Fermatevi». E così la processione della madonna del Carmine si ferma, mentre la banda continua a suonare. La vara tutta dorata di Maria immacolata si ferma davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi carismatici di Cosa nostra palermitana. Lui non c’è, rinchiuso dall’altra parte dell’Italia, nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora qui, tra i vicoli di Ballarò.
    Questo accadeva domenica, intorno alle 19: la processione ferma per quasi cinque minuti davanti all’agenzia di via Ponticello, tra la gente in festa per l’arrivo della statua della madonna. Fino a un anno e mezzo fa, in questi uffici arrivavano solo poche persone, scendevano da auto e moto di lusso e si infilavano velocemente dentro. Nell’agenzia di pompe funebri dove la processione si è fermata Alessandro D’Ambrogio organizzava i summit con i suoi fedelissimi, ripresi dalla telecamera che i carabinieri del nucleo investigativo avevano nascosto da qualche parte. Ecco perché questo luogo è un simbolo per i mafiosi di tutta Palermo, il simbolo della riorganizzazione di Cosa nostra, nonostante la raffica di arresti e di processi. Ecco perché il capomafia di Ballarò sembra ancora qui: la processione gli rende omaggio nella sua via Ponticello, a due passi dall’atrio della facoltà di Giurisprudenza dove sono in bella mostra le foto dei giudici Falcone e Borsellino il giorno della loro laurea.
    È questa l’ultima cartolina di Palermo. Ancora una volta, diventa sottilissimo il confine fra mafia e antimafia. Quasi non esiste più confine fra sacro e profano. Due anni fa, D’Ambrogio portava orgoglioso la vara di questa madonna con la casacca della confraternita. Adesso è accusato di aver riorganizzato la mafia di Palermo, aver diretto estorsioni a tappeto e traffici di droga milionari. Ma la processione continua a rendergli onore.
    I tre fratelli del padrino sono tutti lì, davanti all’agenzia di pompe funebri, per accogliere la festa più importante dell’anno. Franco, con amici e parenti. Iano e Gaetano un po’ in disparte. I fratelli D’Ambrogio non sono mai stati indagati per mafia, ma non è per loro che si ferma la processione.
    Sembra una sosta infinita, la più lunga di tutto il corteo. Anzi, soste ce ne sono ben poche lungo il percorso. Per i giochi d’artificio o per le offerte di alcuni fedeli. I D’Ambrogio non fanno né fuochi d’artificio, né offerte. Chiedono ai confrati di portare sin sulla statua due bambini della famiglia. Poi, Franco D’Ambrogio saluta con un sorriso. E la processione riprende.
    «È stata una fermata anomala», ammette fra’ Vincenzo, rettore della chiesa del Carmine Maggiore. «Anche quest’anno è accaduto», sussurra il giorno dopo la processione. «Io ero avanti, su via Maqueda, stavo recitando il santo rosario. A un certo punto mi sono ritrovato solo. Ho capito, sono tornato indietro di corsa, e ho visto la statua della madonna ferma. Qualcuno stava passando un bambino ai confrati, per fargli baciare la Vergine. Cosa dovevo fare? Era pur sempre un atto di devozione quello. Qualche attimo dopo, la campanella è suonata e la processione è andata avanti».
    Adesso, frate Vincenzo cerca con dolore le parole: «Avevo cercato di esprimere concetti chiari durante la preparazione del triduo della Madonna, richiamando tutti al senso di questa processione così importante. Ho detto certe cose nel modo più gentile possibile, per evitare reazioni, ma le ho dette. Ed è accaduto ancora. Cosa bisogna fare?». Il frate va verso l’altare. «Cosa bisogna fare?», ripete. Da quando l’anziano sacerdote si è ammalato lui è solo nella frontiera di Ballarò, che continua ad essere il regno dei D’Ambrogio, nonostante i blitz disposti dalla procura antimafia.
    «Da qualche tempo, la Curia si sta muovendo in modo deciso — il tono della voce di fra’ Vincenzo diventa più sollevato — sono stati chiesti gli elenchi dei componenti delle confraternite, e poi il cardinale ha inviato suoi rappresentanti alle processioni ». Anche domenica pomeriggio, a Ballarò, c’era un ispettore inviato dal cardinale Paolo Romeo. Perché Cosa nostra continua ad essere molto legata ad alcune processioni. Uno degli ultimi boss arrestati, Stefano Comandè, era addirittura l’autorevole superiore della Confraternita delle Anime Sante, che organizza una delle più importanti processioni del Venerdì Santo a Palermo. I carabinieri l’hanno fermato alla vigilia di Pasqua, poche ore dopo aver portato in giro per il quartiere della Zisa le statue di Cristo morto e di Maria Addolorata: le microspie hanno svelato che Comandè era fra i registi di una faida che stava per scoppiare. La Curia l’ha rimosso e ha sciolto la confraternita. Anche perché il boss devoto non si rassegnava e dal carcere faceva sapere tramite i familiari: «A giugno faremo un’altra grande processione. E alla confraternita nomineremo una brava persona». Ma questa volta l’intervento della Chiesa è stato severissimo: «Scioglimento della confraternita a tempo indeterminato per infiltrazioni mafiose». È la prima volta che accade in Sicilia.
    Alessandro D’Ambrogio, invece, nessuno l’ha ancora sospeso dalla confraternita di Ballarò. Anche il suo vice, Tonino Seranella, è un devoto speciale della processione di fine luglio, pure lui due anni fa spingeva la vara per le strade del popolare mercato palermitano. E le mamme del quartiere facevano a gara per affidare il loro bambino a D’Ambrogio. Era il boss di Ballarò che offriva i piccoli al bacio della madonna del Carmine
    .

  5. giogg ha detto:

    “Ottopagine” (Avellino), 20 aprile 2015, QUI

    TRUFFE NEL NOME DI SANTA RITA. FALSI COMITATI CHIEDONO OFFERTE
    «Chi vuole contribuire lo faccia direttamente la chiesa»
    di Simonetta Ieppariello

    Truffe nel nome di Santa Rita: occhio ai falsi comitati. Sono tante le segnalazioni, almeno venti, arrivate ad Antonio Benevento benefattore e da anni organizzatore della festa di alcune persone che continuerebbero a chiedere offerte per la festa in onore della Santa dei casi disperati.
    Alcune persone di fatto raggiungerebbero alcune attività e cittadini chiedendo soldi per eventi e manifestazione. E’ lo stesso Benevento a spiegare che da oltre dieci anni non si realizza la festa esterna e che le offerte raccolte direttamente in chiesa vengono utilizzate per i lavori della parrocchia. Così negli anni sono stati realizzati lavori per l’abside, nuovo altare e piccoli ma necessari ritocchi. Per questo Benevento ricorda ai cittadini e fedeli che se volessero contribuire ad aiutare i lavori per tetto e strutture possono devolvere eventuali offerte facendo capo direttamente ai responsabili della chiesa o a lui stesso, personalmente
    .

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