La visione del mondo tra le righe

Il 18 settembre 2012 A.E., ingegnere dal forte peso economico e politico in Penisola Sorrentina, ha sentito «la necessità, e anche un po di smania» di scrivere a “PositanoNews” in merito alle proteste ambientaliste contro il “piano paesaggistico” in discussione alla Regione Campania [1]. Si tratta di uno di quei testi pieni di vuoto, che tuttavia esprimono bene la mentalità del personaggio. Parole (apparentemente a caso, ma in realtà ben articolate per illudere di un contenuto che non c’è) a cui non so come (mirabilmente) S.A. abbia saputo rispondere oggi sullo stesso web-giornale [2].
Non entro nel merito legislativo (leggete A., in proposito), ma tento di cogliere la mentalità di E. ponendo attenzione su alcuni passaggi del suo intervento.
Quella degli ambientalisti, scrive l’ingegnere, è un’azione «sterile ,impropria e incompetente» e la loro è solo una «polemica» «del tutto fuori luogo», anzi è «l’ennesima stupidaggine». Siccome lui è tra gli «addetti ai lavori», evidentemente conosce la materia e ne capisce la ratio, al punto da affermare che le proteste sono del tutto ingiustificate perché «la stragrande maggioranza degli articoli è dedicata a costituire indirizzi per la gestione e la valorizzazione del paesaggio e le linee fondamentali per la formazioen del PPR (piano paesistico regionale)». Peccato, però, che non si tratti di un referendum, perché non basta che «la stragrande maggioranza degli articoli» sia ecologicamente consapevole quando è sufficiente anche un solo comma per far crollare qualsiasi eventuale buona intenzione. E, comunque, non è questo il caso (ricordo che lo stesso ministro per lo Sviluppo Economico, Corrado Passera, qualche giorno fa ha espresso le sue preoccupazioni in merito: «Se davvero è così, è una pazzia»).
Dunque, pare affermare l’ingegnere, di cosa vi preoccupate? «Attacchi al paesaggio della penisola sorrentina non sembrano esserci per niente.!» (e sottolineo: «non sembrano»). In ogni caso, aggiunge E. la Penisola Sorrentino-Amalfitana non ne è minimamente interessata. Direi che questa potrebbe opportunamente chiamarsi “induzione di effetto nimby” (Come dire: l’Amazzonia è brasiliana e tu abiti dall’altra parte del pianeta, quindi chi se ne frega se la tagliano).
Ebbene, sta emergendo una vera e propria visione del mondo, l’avete notato?
Ma l’ingegnere continua e si introduce nell’intricato mondo giurisprudenziale, una strategia linguistica che ricorda il latinorum di don Abbondio: cita leggi, codici e date con lo scopo più di impressionare che di rendersi comprensibile. Peccato che prenda anche qualche svista clamorosa: «il vincolo paesitico e il regime rigido introdotto dal PUT oltre 40 anni fa (quando vi erano ancora i campi arati mentre oggi vi è un distesa senza soluzione di continuita di costruzioni, baracche capannoni, aziende etcc..ti…)» (ma il PUT è del 1987, non di quarant’anni fa, quando invece lo scempio era già ampiamente radicato, come denunciano gli allarmi di Cederna negli anni ’60).
E. è un uomo pratico, concreto, un uomo del fare, per lui le proteste degli ambientalisti sono solo occasioni «per fare politica ed in particolare disinformazione».
Bene, finalmente siamo ad una visione del mondo manifesta: “politica” qui è usata come sinonimo di “perdita di tempo” (una declinazione che strizza l’occhio alle discussioni da bar, secondo cui “la politica è una cosa sporca”). “Politica” qui sta per burocratizzazione del processo di «modernità», ovvero per inutile lungaggine, per ottusità «presepiale».
Ma cos’è la “modernità”? E’ la Convenzione Europa del Paesaggio, specifica il nostro tra parentesi. E allora viene da domandarsi se costui l’abbia realmente letta quella Convenzione. Non lo sappiamo e, comunque, non importa, sicuramente non la conoscono i lettori del suo intervento. Ed è questo ciò che conta, perché infatti l’importante è mostrare di sapere, non sapere.
Con tutta evidenza, anche questa volta la parola “modernità” è usata per non dire nulla: tutto vi è sottinteso, tutto è vago e fumoso, eppure anche in ciò che è incerto c’è sostanza: l’ambiguità è essa stessa contenuto chiaro e definito, perché il suo scopo è che tutto risulti riempibile con i significati più liberi ed arbitrari. In altre parole, ciò che è enigmatico è funzionale a chi detiene l’ultima parola: ognuno vi può applicare il senso che più ritiene opportuno, non di rado quello maggiormente legato al proprio interesse personale o di corporazione.
Ma il termine “modernità” non è così innocuo, anzi è ricco di responsabilità che faremmo bene a non ignorare. E’ un concetto vecchissimo che occupa un posto preciso nella storia, quello di un’epoca ormai chiusa ma che si ostina a non scomparire. Con la motivazione della “modernità” sono stati effettuati e giustificati i più gravi e irreversibili stravolgimenti, non solo ambientali, ma anche sociali (giusto per rendere l’idea: il Sud Italia si deve “modernizzare”, per cui cattedrali nel deserto, viadotti abbandonati e palazzoni in piene aree rurali ridotti a ghetti di disperazione). La “modernità” viene fatta accompagnare spesso dalla “valorizzazione” (e anche il nostro non se la fa mancare), un vero e proprio passepartout con cui si avallano e si imbalsamano gli squilibri, un chiavistello per squarciare ulteriormente le differenze sociali e per pietrificare i privilegi.
Anche qui, cosa significano le parole utilizzate? Cos’è “tutela”? Cos’è “paesaggio”?
Non si sa, i «profeti» sono tantissimi, conclude Elefante, e «il vero pericolo è che in questo paese avanzi solo la stupidità e la ignoranza, nel mentre la tutela del paesaggio non si ha minimamente idea di dove alberghi».
Non potremmo essere più d’accordo, peccato però che anche questa volta non siano arrivate delucidazioni inconfutabili.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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