E’ una vergogna vincere la guerra

Ne “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy (1962), il partigiano Pitrella (interpretato da Aldo Giuffrè), ferito durante la guerriglia, pronuncia le seguenti parole: «Dopo, quando tutto è finito… facìteme nu piacere… però dopo, alla fine… purtàteme a Sorrento, pecché m’è nato nu figlio».

Questa scena, altamente drammatica e toccante, mi fa ricordare alcune cose che voglio appuntare.

«E’ una vergogna vincere la guerra» (“La Pelle”, di Curzio Malaparte)

Un’intervista di Ciro Teodonno a Gennaro Di Paola, uno degli ultimi partigiani: http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=14875

Nel 2005 Gabriella Gribaudi ha pubblicato “Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale 1940-44”, un volume imprescindibile per chi voglia comprendere quel drammatico periodo (e, va da sé, che voglia capire qualcosa in più di ciò che è avvenuto dopo). Nel ponderoso libro, la storica ricorre soprattutto a testimonianze orali di donne. E nelle ultime pagine scrive quanto segue: «Non c’è memoria di donna che non ricordi i giovani salvati dalle madri, dalle zie, dalle vicine e non c’è uomo che non ricordi la salvezza giunta dal genere femminile. A scorrere i racconti si ha l’impressione di un mondo sotterraneo ma mobilissimo, vegliato dalle donne. Colpisce poi la forza di queste immagini. Queste storie evocano una società attiva, vitale, che sfugge completamente alle categorie coniate per interpretare il comportamento delle italiane e degli italiani e, soprattutto, delle donne e degli uomini meridionali in quel particolare momento storico. Resistenza attiva/passiva, attendismo, zona grigia… si tratta di categorie che derivano da un’interpretazione maschile della guerra e della resistenza. Ha dignità solo chi combatte con le armi. Gli altri sono visti nella posizione passiva dell’attesa, la posizione di chi non prende parte ed è dunque considerato un vile. […] Da tutto ciò si può trarre qualche suggestione sul tema dell’identità italiana. La patria che naufraga nel settembre 1943 è la “patria in armi”, per usare un’espressione coniata appunto sul finire del’Ottocento sull’onda dei nazionalismi che portarono alla prima guerra mondiale, una patria virilmente intesa. Esiste un’altra patria, che resiste e che va a comporre, nel bene e nel male, parte inscindibile dell’identità italiana. La potremmo definire un’identità debole, in un certo senso femminile. Si tratta di caratteri che possono facilmente essere volti al negativo, seguendo un processo di stereotipizzazione comune, che, come è noto, si esplica in particolare per le riflessioni sul Mezzogiorno: la forza della famiglia diventa familismo, la solidarietà viene descritta come sentimentalismo ecc. Molte di queste storie sono state raccontate da donne, in maggioranza illetterate» (pp. 636-637).

24 Grana, “Scugnizzi”: http://www.youtube.com/watch?v=k7DMFfW2dNI

Infine:
La realtà è sempre più complessa di qualsiasi rappresentazione. Da qualche parte c’è sempre una microstoria che relativizza qualsiasi assolutismo. Forse un giorno verrà raccontata pubblicamente la vicenda di un furiere dell’esercito tedesco che in quei drammatici anni si trovava a Napoli e che, nello scompiglio generale, fu arrestato dagli Alleati e poi detenuto in alcuni campi gestiti dagli inglesi nel casertano. Un giorno fuggì e si nascose in un fienile delle colline di Sorrento, dove i contadini del borgo lo curarono e difesero.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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