Sapere, far sapere, saper fare, fare

«Ave ave ave ave / avevamo versato il sangue / per una Repubblica fondata sul lavoro
Lode lode lode lode / lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti / per un piatto di lenticchie»

«U me cori doppu tantanni è a Purtedda enta petri e ento sangu di cumpagni ammazzati»

Se da Palermo viaggi verso sud lungo la valle dello Jato, lambisci paesoni in equilibrio su trampoli di cemento piantati nel fianco della gola. Ti viene da pensare che siano parenti abitati dei cavalcavia autostradali. Ti lasci alle spalle quell’ipotetico mare nascosto dalle costruzioni, mentre la grigia corona urbana si sfilaccia e il vento sgombra la vista ad una Sicilia più mediterranea di quella costiera.
Quando ti accorgi della freccia azzurra col nome del paese arbëreshe dove hai in programma di osservare la veglia pasquale, svolti e percorri i tornanti che portano su alla piana. Ad un certo punto, mentre stai valicando, col paesaggio ti si aprono gli occhi. E forse anche la mente, la memoria.
Ci sei. Sei in uno dei luoghi che da sempre sognavi di visitare.
Ti viene un brivido. Non sai perché. Non hai una risposta razionale o un motivo valido. Sai solo che da sempre pensavi che un giorno saresti arrivato in quel posto, che nella tua vita prima o poi l’avresti percorso, che ti ci saresti fermato per qualche minuto.
Ora ci sei. Quasi non sai cosa fare. Ti muovi? Cammini tra quelle pietre verticali come menhir? O stai fermo, in silenzio a pensare a quella festa del primo maggio di sessantadue anni fa, quando dalle colline laterali iniziarono a partire i colpi di fucile?
Sei a Portella della Ginestra, per un po’ non fai altro che respirare le nuvole che si rincorrono. Poi ti muovi sul prato e leggi incisi nella roccia i nomi degli innocenti caduti. Margherita, Giorgio, Giovanni, Francesco, Vito, Serafino, Filippo, Giuseppe, Castrense, Giovanni, Vincenza.
Ti passano nella mente libri di storia e manuali di sociologia. Pensi alla lotta di classe, che oggi è solo un fiato di vento.

«1 maggio 1947. Qui celebrando la festa del lavoro e la vittoria del 20 aprile su uomini donne e bambini di Piana, S. Cipriello, S. Giuseppe si abbattè il piombo della mafia e degli agrari per stroncare la lotta dei contadini contro il feudo»

«L’uomo seduto nella stanza guarda la goccia e vede il diluvio, pensa “non è possibile… no, non è possibile… non è proprio possibile”. Così l’uomo nella stanza si gira verso il muro, smette di pensare alla goccia, chiude gli occhi, sorride, si addormenta… e affoga serenamente»

PS:
1. La prima e la quarta citazione sono tratte da “Parole sante” di Ascanio Celestini (qui). 
2.
 La seconda e la terza citazione le ho prese dalle lapidi del Memoriale di Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi, Palermo). Tra i commenti c’è anche qualche fotografia. 
3.
 Il titolo del post si riferisce alle quattro parole-chiave del Collettivo PrecariAtesia raccontato da Celestini. 
4.
 Da YouTube segnalo il trailer  e il monologo finale di “Parole sante”, nonché un ricordo di Portella. Da vedere, infine, è anche una puntata di “La storia siamo noi”.
5. Hey, ma il Primo Maggio è comunque ancora una festa! In omaggio al più grande di oggi (di stasera!), dunque: “Il mondo che vorrei”, Vasco.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Sapere, far sapere, saper fare, fare

  1. ggugg ha detto:

    Alcuni miei scatti a Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi, PA), 11 aprile 2009

  2. tatamadrina ha detto:

    Il tuo ultimo scatto parla al mio cuore meglio di mille parole per denunciare la situazione di smemoratezza in cui stiamo scivolando in ogni campo del civile-umano sentire. Il degrado di quel cartello denuncia che perdere l’esigenza anche esteriore di certe espressioni significa aver cancellato in noi la memoria, che non è solo e mero ricordo, ma la capacità di entrare in quella storia come se fosse mia, come se quell’evento avesse ucciso me e i miei fratelli, come se quel giorno la civiltà anche per me abbia fatto un brutto passo indietro.
    Mi ricollego al tuo ultimo post e penso che sono stanca di battute, di precisazioni, di portavoce che illuminano sul berluscapensiero, di lamentazioni del berlusca che non si sente difeso dai “suoi”,
    Le parole sono dardi, una volta lanciati non li fermi e io mi ritengo abbastanza acculturata per capire senza le spiegazioni del caso.
    Resistere, resistere, teniamoci per mano per non scivolare in queste sabbie mobili di regime.
    Con accorata solidarietà
    Antonietta

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