Sorretno #01

Tempo fa mi è stato chiesto di scrivere per una nascente rivista della Penisola Sorrentina. Inizialmente ero un po’ scettico perché sto tentando di concentrare le mie energie su impegni precisi (si, magari…), però poi alcune delle idee che ho nel cassetto fanno capolino ed io non so resistere al tirarle fuori…
Questa è la storia di una di tali idee che, infatti, prova ad emergere e a diventare azione.
Una sera di qualche mese fa ero con Pask in un pub durante una partita di calcio che non mi interessava e, scarabocchiando su un pezzetto di carta, mi era venuto un gioco di parole: Sorretno.
Ne rimasi folgorato per la semplicità e l’immediatezza, e subito cercai sul web se ci fosse qualcosa con quella parola: niente, giusto alcune pagine con errori di battitura. Per cui: ottimo, era nato un nome o un titolo!
Con un’amica, allora, ho cominciato a fantasticare su una nostra possibile associazione, con un amico ho immaginato un periodico dedicato alle culture folkloriche sullo stile de “La Lapa” di ciresiane memorie. Poi il tempo è passato inesorabile, la quotidianità è avanzata sovraccarica e quello spunto è andato a depositarsi in un tiretto della mente.
Ma ecco che l’invito a scrivere per “Sorrento news” m’ha fatto recuperare quel piccolo anagramma della mia città e m’ha spinto a proporre alla mia amica Loretta la co-curatela di una rubrica sull’immigrazione in Penisola. Una sera abbiamo trascorso due ore a discutere della linea editoriale e dei dettagli: un articolo che analizzi una faccia della migrazione; un’intervista serrata nello stile di “6 milliards d’Autres”; degli approfondimenti bibliografici (e non solo); un breve testo scritto nella propria lingua d’origine dall’intervistato; e, soprattutto, un taglio né giornalistico (nessun “caso” da inseguire) né d’approfondimento (che meriterebbe spazi ben più ampi), ma un semplice stimolo alla curiosità perché, come scrive Marco Aime, «A incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone» [*].
Il titolo della rubrica, manco a ripeterlo, sarebbe stato “Sorretno”.
Bene, in pochi giorni abbiamo confezionato il nostro contributo e circa un mese fa l’abbiamo consegnato al direttore Antonio Volpe: il primo numero della rivista sarebbe uscito tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo. Oggi, però, ho ricevuto un’e-mail che rimanda la pubblicazione cartacea di “Sorrento news” a data da destinarsi, ma ne annuncia quella web (di tutti gli articoli raccolti) sul sito “TeleStreet Arcobaleno”.
Purtroppo in questo modo la ratio della rubrica “Sorretno” è del tutto incomprensibile, così come l’impaginato. Pertanto, provo a recuperare un po’ d’ordine:

SORRETNO
La rubrica della Penisola multipla
(n. 1, marzo 2009)

Una Penisola a colori
di Giogg

«Oui monsieur, oui madame», dice all’inizio Diouana, poi si chiude sempre più fino a non parlare con nessuno, se non con se stessa: «Non sono venuta per questo», «Com’è la gente qui?», si ripete man mano che la sua condizione si fa intollerabilmente soffocante. A dispetto delle difficoltà economiche, a Dakar era serena, mentre ad Antibes, dove sognava una vita agiata insieme al suo fidanzato, in casa della coppia di francesi che l’ha assunta per prendersi cura dei bambini è triste, spenta, refrattaria. Diouana è una giovane senegalese protagonista del primo lungometraggio della cinematografia africana, “La noir de…” del grande regista Ousmane Sembene, girato nel 1966. Ogni giorno Diouana indossa scarpe coi tacchi e abiti eleganti perché spera di uscire per le strade della Costa Azzurra insieme a “la patronne”, ma ben presto la sua vita si svilisce in un bianco e nero che non è solo quello della pellicola. Regredisce a semplice domestica tuttofare e la sua vitalità si estingue progressivamente, sprofonda in un baratro che nessuno è in grado di riconoscere perché le uniche forme di comunicazione che riceve dal suo nuovo ambiente sono ordini. Lei è “la noir” senza nome di cui non si conosce nemmeno la provenienza. [continua qui o al commento #8]

La vita vista da…
Colori e mondi lontani in Penisola Sorrentina
di Loretta Carlucci

Domande universali. Sensazioni e sentimenti. Un modo per conoscere gli altri. Gli invisibili che ci accompagnano durante la nostra giornata, che entrano nelle nostre vite, costruiscono insieme a noi la nostra storia, quella della società in cui viviamo. Altri silenziosi. Muti, a volte.
Diversi e lontani. Eppure simili e vicini. Dalle loro voci abbiamo rubato il senso, non la triste esperienza… Abbiamo alzato il volume, ascoltato. E questa volta a rimanere in silenzio siamo stati noi…Donne e uomini che si raccontano: un viaggio nella memoria per rivivere e condividere emozioni, ricordi, difficoltà, gioie…
Racconti tra razionalità e istinto che accorciano distanze e ci avvicinano nella fragile condizione dell’essere.
In questo numero vi presentiamo l’intervista sottoposta ad Alessia, di origine russa ma da 9 anni in Penisola Sorrentina. [continua qui o al commento #9]

PS: le altre due sezioni “Per approfondire” e “A parole mie” sono al commento #1.

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in letto-visto-ascoltato, migranti, penisola sorrentina. Contrassegna il permalink.

9 risposte a Sorretno #01

  1. ggugg ha detto:

    PER APPROFONDIRE:

    “Le mani invisibili: la vita e il lavoro delle donne immigrate”, a cura di Giovanna Vicarelli, Ediesse, 1994
    “La serva serve: le nuove forzate del lavoro domestico”, di Cristina Morini, Derive approdi, 2001
    “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, di Gian Antonio Stella, Rizzoli, 2003
    “Immigrazione. Dossier statistico 2007. XVII Rapporto”, Caritas – Migrantes, 2007
    “Gli immigrati in Campania. Evoluzione della presenza, inserimento lavorativo e processi di stabilizzazione”, a cura di Giustina Orientale Caputo, Franco Angeli, 2007

    WEB: http://www.dossierimmigrazione.it/
    WEB: http://fortresseurope.blogspot.com/
    WEB: http://www.6milliardsdautres.org/

    A PAROLE MIE:

    «Buona Fortuna, salute e grazie a tutti. Alessia»

    PS: “Sorretno” è una rubrica aperta al contributo di chiunque voglia inviare storie, racconti e testimonianze sulla Penisola Sorrentina multietnica o, anche, che voglia rispondere alla griglia di domande dell’intervista pubblicata in questo numero. Potete contattarci scrivendo a: ggugg@splinder.com

  2. anonimo ha detto:

    un’idea a dir poco eccezionale, complimenti giovà!

  3. anonimo ha detto:

    ue Gianni, io sono tornata. E’ stata un’esperienza fantastica, ho fatto un sacco di foto. Se ti fa piacere vederle magari ci organizziamo, ci prendiamo un caffè e te le porto. Un beso e buone cose!!!
    la mia mail è luisapersico@live.it

  4. ggugg ha detto:

    – Grazie, Uly! (Ho bisogno d’una passeggiata delle tue… tirami fuori!)

    – Bentornata, Lisa! (Non vedo l’ora di sentirti raccontare della Pampa e del Perito Moreno… che invidia!)

  5. iNessuno ha detto:

    Inesauribili fonti di conoscenza

  6. ggugg ha detto:

    Prodotti tipici

    L’altro ieri una ragazza albanese di 17 anni è stata barbaramente uccisa in casa a Cerignola. Il cronista di Repubblica Piero Russo scrive: «Le modalità dell’omicidio, un taglio netto alla gola, potrebbero far pensare che chi ha ucciso la ragazza possa essere della sua stessa cerchia etnica. L’uccisione per sgozzamento è infatti tipica delle popolazioni balcaniche» [*].
    Insomma, come lo sono – da questa parte dell’Adriatico – la mozzarella (decapitazione), il piennolo (impiccagione), la colatura di alici (schiacciamento), il fossa (sepoltura), il casu marzu (scorticamento) e così via.

  7. Eccardo ha detto:

    sempre vulcanico..

  8. ggugg ha detto:

    UNA PENISOLA A COLORI
    di Giogg

    «Oui monsieur, oui madame», dice all’€™inizio Diouana, poi si chiude sempre più fino a non parlare con nessuno, se non con se stessa: «Non sono venuta per questo», «Com’è la gente qui?», si ripete man mano che la sua condizione si fa intollerabilmente soffocante. A dispetto delle difficoltà economiche, a Dakar era serena, mentre ad Antibes, dove sognava una vita agiata insieme al suo fidanzato, in casa della coppia di francesi che l’€™ha assunta per prendersi cura dei bambini è triste, spenta, refrattaria. Diouana è una giovane senegalese protagonista del primo lungometraggio della cinematografia africana, “La noir de…” del grande regista Ousmane Sembene, girato nel 1966. Ogni giorno Diouana indossa scarpe coi tacchi e abiti eleganti perché spera di uscire per le strade della Costa Azzurra insieme a “la patronne”, ma ben presto la sua vita si svilisce in un bianco e nero che non è solo quello della pellicola. Regredisce a semplice domestica tuttofare e la sua vitalità si estingue progressivamente, sprofonda in un baratro che nessuno è in grado di riconoscere perché le uniche forme di comunicazione che riceve dal suo nuovo ambiente sono ordini. Lei è “la noir” senza nome di cui non si conosce nemmeno la provenienza.
    La poetica cinematografica di Ousmane Sembene è caratterizzata da una prospettiva intimamente politica, nel senso più alto del termine. I suoi film sono riflessioni che vanno oltre i confini africani e, grazie al carisma di uno sguardo di rara intensità, riescono a parlare della condizione dell’uomo, qualsiasi origine abbia. Pertanto, l’oppressione della domestica africana non deriva dall’essere donna delle pulizie, ma da un rapporto sociale squilibrato.
    Il film è un vero e proprio gioiello che a distanza di oltre quarant’anni conserva intatta la sua forza narrativa e di contestazione. Mette in mostra uno spaccato della società francese degli anni ’60 attraverso il punto di vista di un africano sullo stile di vita europeo. Ancora oggi risulta di enorme interesse per il suo esplicitare una visione esterna, una rappresentazione altra di noi abitanti della riva settentrionale del Mediterraneo.
    Di là a poco, negli anni ’70, anche la società italiana avrebbe cominciato a conoscere il fenomeno dell’immigrazione, divenuto particolarmente visibile a partire dagli anni ’90.
    Come spiega la sociologa Giustina Orientale Caputo, quando nei tradizionali Paesi europei d’immigrazione (Germania, Svizzera, Inghilterra, Francia) le frontiere andavano chiudendosi perché una certa economia stava cambiando, i migranti da terre particolarmente povere (dal nord Africa o dall’Asia) hanno cominciato a dirigersi verso altre direzioni, compreso il nostro Paese. Nei primi decenni, dagli anni ’70 agli anni ’80, sembrava un fenomeno transitorio, prevalentemente caratterizzato da giovani, maschi, soli che lavoravano nell’agricoltura e, al nord, nell’industria. Una parte di immigrazione era composta da donne provenienti soprattutto dall’Asia, spesso sole e generalmente tramite il canale della Chiesa che provvedeva a trovare loro una collocazione lavorativa e abitativa presso famiglie. Dagli anni ’90, invece, questa immigrazione ha cambiato composizione e da molti altri Paesi sono arrivate persone non più giovanissime. In particolare, in Campania sono giunte sempre più donne, soprattutto dall’Europa dell’Est, e la nostra regione, da luogo di passaggio verso altre destinazioni, è mutata in terra di “stabilizzazione”.
    Ciò, com’è intuibile, comporta un arricchimento, ma anche una trasformazione delle tematiche che queste persone pongono al territorio. Com’è possibile che in una regione da cui ogni anno emigrano decine di migliaia di giovani possa essere presente un flusso d’immigrazione così forte? C’è relazione tra questi due dati? E’ vero che gli immigrati ci rubano qualcosa (i gioielli, il marito, il lavoro…)? E se invece tale fenomeno fosse la risposta a delle falle del sistema italiano, ad esempio nel welfare? Bisogna pretendere l’integrazione degli immigrati? Ma cosa significa esattamente? E a quale prezzo? Che vuol dire convivenza? Quali sono i suoi limiti?
    Gli interrogativi sono tanti, le risposte ancor di più. Senz’altro non può essere una pagina bimestrale il luogo e lo spazio per affrontare seriamente tali questioni, ma forse può rappresentare l’occasione pubblica per prestare attenzione a questo fenomeno anche in area sorrentina. Da tale istanza nasce “Sorretno”, la rubrica sulla “Penisola multipla” di “Sorrento News”.
    Da qualche anno la stampa, prima locale poi nazionale, ha cominciato a rivolgersi ai “nuovi italiani” e “Sorretno” ne è certamente ispirata, ma questa rubrica ha l’ambizione di accostarsi al fenomeno dell’immigrazione in modo diverso: non intende raccontare (necessariamente) “casi”, bensì quotidianità. La cronaca, le storie di vita, le esperienze qui non vengono trattate, ma solo evocate. Piuttosto, l’attenzione è posta su questioni più ampie, oserei dire universali. La ragione è semplice: un media, per quanto attenta e approfondita sia la sua comunicazione, non può sostituire l’incontro, il dialogo, lo scambio, la reciprocità. Questa si realizza esclusivamente grazie ad una convivenza costruita giorno dopo giorno e vissuta con curiosità e predisposizione all’ascolto.
    Nel 1965 il romanziere Max Frisch scriveva la celebre frase che riassume il problema dell’immigrazione in modo pregnante: «Volevamo braccia, sono arrivati uomini». Tale osservazione, un tempo riferita agli emigranti italiani in Svizzera, oggi può essere rivolta alla nostra stessa società: le fabbriche del Nord-Est sono avide di braccia come lo sono anche i campi del foggiano e le bufaline del casertano, per non parlare delle strutture ricettive delle principali località turistiche, compresa Sorrento, o le nostre stesse abitazioni.
    Per varie dinamiche socio-economiche, quelle attività tendono ad “etnicizzarsi” e i relativi lavoratori stranieri spesso vivono esperienze molto diverse tra loro. Questo rende il fenomeno migratorio come un poliedro difficile da definire, ma che in quanto “altro”, per parafrasare Italo Calvino, è uno specchio del noi.
    Come scrive l’antropologo Marco Aime, «A incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone. Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato, va cercata nel suo costante divenire».
    Chi sono, dunque, questi uomini e queste donne? Come rispondono i “nuovi sorrentini” alle domande che ognuno di noi, in privato, si pone per tutta la vita?
    Prendendo spunto dalla mostra “6 milliards d’Autres” attualmente in esposizione a Parigi, intendiamo porre e porci gli stessi interrogativi, in modo che, numero dopo numero, emerga il volto meno noto di una Terra delle Sirene che da sempre è crocevia di popoli e luogo di dialogo.

  9. ggugg ha detto:

    LA VITA VISTA DA…
    COLORI E MONDI LONTANI IN PENISOLA SORRENTINA
    di Loretta Carlucci

    Domande universali. Sensazioni e sentimenti. Un modo per conoscere gli altri. Gli invisibili che ci accompagnano durante la nostra giornata, che entrano nelle nostre vite, costruiscono insieme a noi la nostra storia, quella della società in cui viviamo. Altri silenziosi. Muti, a volte. Diversi e lontani. Eppure simili e vicini.
    Dalle loro voci abbiamo rubato il senso, non la triste esperienza… Abbiamo alzato il volume, ascoltato. E questa volta a rimanere in silenzio siamo stati noi…
    Donne e uomini che si raccontano: un viaggio nella memoria per rivivere e condividere emozioni, ricordi, difficoltà, gioie… Racconti tra razionalità e istinto che accorciano distanze e ci avvicinano nella fragile condizione dell’essere.
    In questo numero vi presentiamo l’intervista sottoposta ad Alessia, di origine russa ma da 9 anni in Penisola Sorrentina.

    1. Qual è il suo mestiere? Le piace?
    «Lavoro da qualche anno in una agenzia di viaggi e il mio lavoro mi piace molto»

    2. Qual è il suo primo ricordo?
    «La parola ricordo per me significa Arrivo in Italia, è il ricordo più frequente, l’ansia, la paura di essere arrivata in un paese sconosciuto e allo stesso tempo la gioia per esserci riuscita»

    3. Da bambina qual era il suo sogno?
    «Ho sempre amato lo sport, ho fatto sport sin da piccola e sognavo di diventare una insegnante di nuoto per bambini, altra mia grande passione»

    4. Cosa le hanno insegnato i suoi genitori?
    «Ho solo la mamma io. Mia mamma e mia nonna mi hanno insegnato l’amore per la letteratura russa tanto che anch’io come loro sono diventata una insegnante»

    5. Cosa rappresenta per lei la famiglia?
    «La famiglia è unione: è l’unione di un uomo e una donna e dei loro figli. Per me, adesso, famiglia è il calore e l’affetto per mio figlio, che purtroppo vive ancora in Russia»

    6. Cosa intende trasmettere ai suoi figli?
    «Il valore del sacrificio, il rispetto per gli altri, l’amore per lo studio. E il nuoto, ovviamente»

    7. Qual è (stata) la sua gioia più grande?
    «La mia gioia più grande è il pensiero di potermi ricongiungere a mia madre e a mio figlio. Desidero che mi raggiungano qui in Italia e spero che questo mio desiderio si avveri presto»

    8. Oggi qual è il suo più grande sogno?
    «Ricreare il mio nucleo familiare qui in Italia e vedere realizzarsi mio figlio»

    9. E la sua più grande paura?
    «C’è una sola cosa che mi spaventa. Mi ritengo una donna forte ma mi fa paura la falsità della gente»

    10. Cosa la fa arrabbiare? E perché?
    «Quello che ho appena detto, la falsità, la cattiveria, il non rispetto di alcune persone»

    11. Si sente libera?
    «Sono fuggita dalla guerra. Oggi, mi sento libera»

    12. Ama il suo Paese?
    «Amo molto il mio Paese anche se conservo ricordi tristi a causa della guerra. Lo amo perché ci sono nata, ci ho trascorso una parte importante della mia vita. E soprattutto perché i miei cari sono ancora là»

    13. Per lei cosa significa “essere a casa”? E cosa vuol dire “partire”?
    «Essere a casa, oggi vuol dire essere qui in Italia. Voglio rimanere in Italia, ci vivo bene. Partire significa dolore, il ricordo triste della mia “fuga”»

    14. Lei vive meglio dei suoi genitori? Perché?
    «Vivo meglio perché lavoro e riesco a guadagnare i soldi per garantire una vita dignitosa a mio figlio»

    15. Crede in Dio? Cosa rappresenta per lei?
    «Si, credo in Dio. Per me Dio è quello che è racchiuso dentro di noi, quello che c’è in ognuno»

    16. Conosce una preghiera? Me la può recitare?
    «Le mie non sono preghiere canoniche. Parlo spesso con Dio e gli chiedo di farmi stare in buona salute»

    17. Qual è il senso della vita?
    «Per una madre, il senso della vita è il proprio figlio, specie quando è lontano. Mio figlio è la mia vita. Vivo per lui»

    18. Cosa vorrebbe dire ai lettori di questa intervista?
    «Di non soffermarsi alle apparenze, di non essere superficiali nei giudizi, di imparare a conoscere gli altri. Voglio però ringraziare tutte le persone che mi hanno accolta, aiutata e sostenuta in questi anni vissuti lontano dal mio Paese»

    19. Qual è la sua canzone preferita? La canti…
    «Amo Celentano. La mia canzone preferita è Confessa. Non so cantare…»

    20. Infine, vuole aggiungere qualcosa in particolare?
    «Vorrei augurare a tutti buona fortuna»

    Nessun mostro. Nessuna creatura strana. Una donna semplice, solare. Un fiore sradicato e ripiantato. Che da solo si è procurato il nutrimento per crescere forte. In una foresta selvaggia, impervia ma non inespugnabile.
    Una donna come tante altre, con gli stessi problemi e affanni quotidiani che la vita riserva ad ognuna di noi. Col pensiero di un figlio lontano, di una terra lontana che l’ha vista felice e addolorata ma con la voglia di farcela. Di vivere. Proprio come tutte noi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...