«Non so se i ricordi abbiano radici. Le ortiche sì»

L’ultimo libro di Marco Aime, “Il lato selvatico del tempo”, è a metà tra romanzo ed etnografia. Si chiude con malinconici flash dalla Chalancho, una «borgata di pietra appesa ai pendii ruvidi della val Grana», nel cuneese occitano: «Silenzio, solo silenzio. Ma non è un silenzio di pace, pausa che preluda a nuova vita, è silenzio di morte». Oggi la Chalancho è un villaggio montano pressoché abbandonato dove nel 1987 Aime ha vissuto un anno insieme ai pochi abitanti del posto alla ricerca delle masche, le streghe alpine. 

Le vicende locali, i racconti di masche, la ricerca etnografica e l’esperienza personale si rincorrono e si intrecciano tra le pagine come le stagioni dell’anno cadenzano il ritmo ciclico della comunità: «c’è un tempo ricco, quello delle stagioni produttive, e un tempo povero, quello invernale. […] È la terra, sono le stagioni a regolare il valore della vita», oltre che del lavoro (il cui tempo «era lungo come l’arco del sole»).
Per una serie di coincidenze, però, per me l’inizio e la fine del libro vanno al di là del cartaceo e si espandono alle immagini di due film straordinari che ho visto nelle ultime settimane. La storia recente della Chalancho, paradigmatica di tanti paesi montani delle Alpi e degli Appennini, è quella del suo spopolamento verso le fabbriche di pianura e i palazzoni di città. Un’erosione che oltre alle nuove generazioni s’è portata via un mondo secolare ricco di simboli, saperi, strategie, racconti.
Ma veniamo a quella che doveva essere la Chalancho a metà del Novecento.
Credo che se ne possa avere una suggestione vedendo “I dimenticati”, un documentario di Vittorio De Seta del 1959 girato ad Alessandria del Carretto, sui monti del Pollino calabrese. Sedici minuti di riprese senza commento per raccontare un modo di vita, quello d’un paese isolato da secoli tra le montagne, senza via d’accesso alle auto o ai carri. Ancora 50 anni fa i muli erano l’unico mezzo di trasporto – se non di comunicazione – tra quel villaggio e il mondo: «Esistono ancora in Calabria paesi senza strada come Alessandria del Carretto in provincia di Cosenza. Per raggiungerla bisogna percorrere quindici chilometri a piedi» attraversando il bosco, guadando il fiume, superando la pietraia. È questa l’unica voce del filmato, una breve didascalia scritta che introduce la sequenza visiva delle fasi del giorno di festa: l’attesa dei corrieri da parte degli abitanti, i preparativi in montagna, la processione in paese, l’entusiasmo corale in piazza con mortaretti e albero della cuccagna, il lento rientro alle proprie case e di nuovo il silenzio che avvolge ogni cosa.
Non conosco (ancora) quel borgo, ma evidentemente oggi la strada è arrivata anche lì, facilitando da un lato la vita della sua popolazione e dall’altro l’introduzione di nuovi modelli sociali e aspirazioni individuali. Chissà, però, se quella strada non riceva da qualcuno lo stesso giudizio che la Teresina di Aime riserva alla mulattiera lastricata dal comune: «era sbagliato fare una strada al posto del sentiero, si sarebbe scivolati di più e le mucche non sarebbero potute scendere e salire».
A quanto pare è difficile accontentare tutti, ma senza la strada i paesi del Pollino e quelli delle Alpi dovevano essere molto più vicini di quanto affermi qualsiasi mappa geografica odierna. Comunque sia, nella mia personale estensione cinematografica del libro di Aime, oltre l’ultima pagina c’è “Il vento fa il suo giro”, un lungometraggio di Giorgio Diritti del 2005 che ho scoperto grazie a questo post di Eccardo. Qui le similitudini col testo dell’antropologo piemontese sono ancora maggiori: stessa epoca, stessi luoghi, stesse origini occitane, stesse problematiche locali. Nell’ipotetico episodio raccontato dal film, però, interviene un elemento nuovo che smuove l’apparentemente lenta e irreversibile agonia di Chersogno, un immaginario villaggio della valle Maira.
Philippe, sua moglie Chris e i loro tre figli si trasferiscono in paese dai Pirenei francesi per lavorare come pastori e casari. Ed è così che tra le case abbandonate o chiuse undici mesi l’anno e i viottoli stretti e ripidi del borgo tornano a correre i bambini, a girovagare le capre, e i formaggi sono nuovamente buoni “come quelli di una volta”. Detta in questo modo sembra che per Chersogno non possa andar meglio, eppure il paese è diviso tra chi considera quell’arrivo come una preziosa occasione per la sopravvivenza della comunità Far rinascere il paese!», dice il sindaco durante un’accesa discussione, «L’abbiamo scritto nel programma elettorale. Che vogliamo fare, l’amministrazione dei villeggianti?») e chi si fa rodere dal sospetto nei confronti dell’estraneo Ma che cos’è, un fricchettone?») sostenendo che il bene del paese lo si fa presentandolo meglio agli occhi dei visitatori Restauriamo le statue dei nostri santi patroni. E poi la strada che va al lago, che ci possano andare le automobili. Poi facciamo venire quelli della televisione. Queste sono cose utili per incentivare il turismo estivo!», ribatte il vicesindaco).
Volendo astrarre, si tratta di due modelli opposti di sviluppo locale: uno progettuale (con risultati nel lungo periodo, sia sociali che economici), l’altro adattativo (con obiettivi più immediati, prevalentemente economici).
Il film, però, non si riduce a questo dualismo e propone molti altri piani di lettura d’interesse antropologico, come il rapporto tra autoctoni e alloctoni, la trasmissione del sapere da una generazione all’altra e la riflessione su alcuni concetti particolarmente attuali e delicati: autenticità, alterità, appartenenza, tradizione, cultura.
A questo proposito, lo scambio di battute tra Fausto (l’artista del posto) e Philippe (ex professore) apre un dibattito in cui tutti ci troviamo quotidianamente ad esprimerci con le nostre azioni e le nostre parole: «F: Il popolo per essere se stesso deve continuare a salvaguardare la propria cultura; parlare la propria lingua. È la lingua che dice che delle persone hanno vissuto assieme per migliaia di anni. P: No, la cultura nasce dalla convivenza. Vivere assieme, jour après jour».
Non svelo altro per non rovinare il piacere del film a chi dovesse ancora vederlo, ma chiudo tornando al libro di Aime e, da questo, a casa mia.
I racconti di masche raccolti dal suo studio si svolgevano sempre in un passato incerto, «nessuno aveva mai visto niente, tutti avevano sentito raccontare da altri», e qualcuno addirittura era sicuro che ormai le streghe «avevano abbandonato anche loro questa montagna». Dove fossero andate non si sa, ma senz’altro non erano più alla Chalancho. Tra le varie storie narrate c’è questa di Tistin: «Una di qua, ma non so bene, andava a lavorare a Torino, e lì c’erano due marchese che comandavano. C’era anche un garzone che guardava i cavalli e il carro. Tutte le sere questo qui puliva i cavalli e il carro e alla mattina li trovava sporchi. Allora una sera si è nascosto in una cassa che c’era sul carro per vedere chi fosse. A una certa ora sono arrivate le due marchese, saltano su e fanno ai cavalli: “Partiamo in due!” Niente. Allora una fa: “Partiamo in tre!” E via i cavalli sono partiti perché c’era anche lui sul carro. Lui ha detto che non sapeva dove l’avevano portato, sapeva solo che era tutto fiorito, ed era d’inverno. Cose di una volta, adesso non c’è più niente di ‘ste robe lì».
Circa dieci anni fa la signora Gemma Baldisseri di Nerano (una frazione di Massa Lubrense piuttosto isolata da ogni altro centro della Penisola Sorrentina) mi raccontò in dialetto esattamente lo stesso episodio, ma in contesto marinaro: «Le janare[sinonimo locale di masche, streghe] partivano con la barca dalla Marina del Cantone per raggiungere il noce di Benevento dove si radunavano per il sabba. Una volta erano in quattro: due uomini che remavano e due donne. Una di queste era incinta, ma ancora non lo sapeva. Pronunciando una formula avrebbero fatto volare la barca: “Maronna, Sant’Antonino! Jammo, che simmo quattro!”, ma quella volta non si mossero. Allora uno degli uomini disse “E Maronna, fa che simmo cinque?” Come pronunciò queste parole la barca cominciò a muoversi e volarono a Benevento dove, si dice, bevevano, mangiavano, s’ubriacavano, ballavano…».
Il 5 gennaio scorso Gemma se n’è andata. Aveva 98 anni portati benissimo. Era una biblioteca vivente di leggende, canti sul tamburo e storie di minatori. Se è vero quanto dicevano vent’anni fa i montanari alpini a Marco Aime, allora con Gemma, dalla Terra delle Sirene, è andata via anche l’ultima possibilità di evocare una janara.

PS:
1. Il documentario “I dimenticati” si trova in un dvd edito recentemente da Feltrinelli: “Il mondo perduto. I cortometraggi di Vittorio De Seta. 1954-1959”: qui.
2. Il dvd del film “Il vento fa il suo giro” l’ho comprato col numero di dicembre 2008 della rivista «Ciak» (collana “Belli e invisibili”), ma forse è in vendita anche autonomamente: qui.
3.
Il sottotitolo de “Il lato selvatico del tempo” di M. Aime è “Un anno tra i montanari delle valli cuneesi sulle tracce delle streghe”. Il libro, da cui ho tratto il titolo di questo post, è stato pubblicato da Ponte alle Grazie nel 2008: qui.
4.
Ho ripreso la terminologia dei modelli di sviluppo locale adattativo e progettuale da “Gli ecomusei. Cosa sono, cosa possono diventare” di Maurizio Maggi e Vittorio Falletti, *. A questo proposito è interessante che tra i vari promotori della pellicola di Giorgio Diritti ci sia anche l’Ecomuseo dellAlta Valle Maira [*].

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a «Non so se i ricordi abbiano radici. Le ortiche sì»

  1. Eccardo ha detto:

    è un onore essere citati da te:-)

    (però adesso mi tocca leggere il libro:-)))

  2. iNessuno ha detto:

    Post interessante, come sempre!!

  3. 22passi ha detto:

    Molto molto molto interessante!

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