Calgary. La levità  del New West

alberta.canada 2008Il grattacielo accanto alla pagoda sul fiume Bow frammenta i raggi caldi del tramonto e li riflette da centinaia di specchi-finestra. Cammino per le strade del City Center di Calgary immerso in questa luce tenue e moltiplicata. Sono contento come ogni volta che visito un posto nuovo, mi guardo intorno incuriosito, ma realizzo anche di non essere a casa. Sono in giro per l’Alberta da dieci giorni, ma solo adesso sento realmente la distanza dal mio mondo.

Oggi ho camminato ore col naso all’insù, quasi dimenticandomi della mappa che avevo in tasca. Nel mio programma c’era solo il Glenbow Museum, per il resto ho vagato attraverso la scacchiera di strade del centro e il labirinto di corridoi sospesi (in vetro e metallo) che collegano l’un l’altro i grattacieli delle compagnie petrolifere. Questo percorso si chiama “Plus 15 elevated walkaway” ed è una soluzione urbanistica molto interessante perché permette di frequentare il Downtown anche d’inverno (quando temperature di -20° sono normali). Si tratta di un’area riscaldata di svariati chilometri: un immenso shopping mall lucido e scintillante che apre alle 7 del mattino e chiude a mezzanotte [1].
È agosto, non c’è la folla che ci si immagina in un polo finanziario come Calgary, ma la città non è in ferie. Incrocio molte persone con un paio di carte magnetiche legate ai pantaloni o appese al collo, forse sono dei badge per uffici e parcheggi. A volte mi imbatto in personaggi tatuati con teschi e diavoli; altre in harleysti capelloni vestiti di nero. Certi lavori sembrano particolarmente etnicizzati: i pakistani sono benzinai, i sik fanno gli autisti d’autobus o gli spazzini, i cinesi commerciano di tutto, il barbiere dove ho sistemato il mio look è libanese…
Trovo spesso uno slogan turistico: «Calgary. Heart of New West». Dalle Olimpiadi invernali del 1988 la città è proiettata in una dimensione globale e il New cui allude il motto tiene in sé l’Old West dell’Heritage Park, il Wild West di rancher al volante di enormi Hummer, e il Real West di petrolieri dal cappello bianco e l’auto decappottabile.
David Harvey chiamerebbe tutto ciò “postmodernità”, una reazione alla monotonia della prospettiva positivistica, tecnocentrica e razionalista [2]. Qui l’eterogeneità e la differenza, contrassegni del pensiero postmodernista, sono forze liberatrici che, tuttavia, continuano a convivere – senza soppiantarla – con la spinta “totalizzante” dei vecchi stili omologanti [3]. In questo senso Calgary sembra davvero pluralista e giocosa: qui capita di bere un cappuccino in un tempio della standardizzazione globale come Starbucks Coffee e sul contenitore di cartone si può leggere una frase di Youssou N’Dour: «La gente deve capire che, lungi dall’essere un ostacolo, la diversità delle lingue, delle religioni e delle tradizioni nel mondo è una grande ricchezza che ci offre preziose occasioni per riconoscerci negli altri». Sembra un paradosso, ma è solo l’ironia un po’ schizoide del XXI secolo.
Sono piuttosto stanco, mi siedo spesso, appena trovo un muretto o una panchina. Prendo il mio quaderno dallo zaino, ma scrivo poche righe. Allora uso la macchina fotografica, ma mi ritrovo a scattare sempre lo stesso tipo di immagini: geometrie tra le linee verticali dei grattacieli, inquadrature strette sulle finestre che deformano le nuvole, dettagli colorati tra il chiaroscuro dei palazzi delle banche. Mi appoggio ad un lampione della 7th Avenue e ascolto “Wild world” cantata da un ragazzo con la chitarra. Sembra rivolgersi ai passeggeri della metropolitana leggera che ferma proprio lì davanti, ma forse il suo sorriso è solo un abito di scena.
All’improvviso capisco, capisco cosa sto provando in questa giornata in cui ho l’impressione di muovermi a singhiozzo. È jet-lag.
Mi sento un esploratore sincopato, mi accorgo che pensare di trovarsi a proprio agio dappertutto è una stupida illusione. Certo, quel disagio l’ho già sperimentato altre volte, ma in questo viaggio s’è presentato solo adesso, in città. Evidentemente c’è da considerare qualcosa in più, non sono solo le otto ore di fuso o il clima, «non c’entra il numero di giorni, non c’entra la quantità dei chilometri, non c’entra nemmeno la compagnia o la solitudine» [4]. Il mio disagio di oggi ha una ragione più profonda, più sottile. Questo luogo non mi è indifferente e la stanchezza che provo ne è un segno evidente, ma combinare il mio mondo (una Vecchia Europa al centro del Mediterraneo) con i grattacieli di Calgary e tutto quel che rappresentano, mi è più faticoso del solito. Magari si tratta semplicemente della difficoltà di conciliare i miei mondi interiori o di sincronizzare gli orologi. Non è un’illusione, dice La Cecla, ma addirittura «un eccesso di lucidità».
Prendo un biglietto per salire in cima ai 200 metri della Torre [foto 1+2]. In pochi secondi le porte dell’ascensore si aprono su una balconata col pavimento di vetro. L’impressione è notevole, le vertigini fanno perdere l’equilibrio. Mi avvicino lentamente, faccio piccoli passi per verificare che il rivestimento invisibile ci sia davvero. Le mie scarpe volano su auto piccole come giocattoli, guardo il tetto di palazzi alti decine di piani, distendo lo sguardo lungo la serie di villette che si dilata fino all’aeroporto, riconosco il profilo del trampolino del salto con gli sci e, ad ovest, seguo il lungo orizzonte frastagliato delle Montagne Rocciose.
Calgary, cuore di un nuovo west senza saloon e pistoleri, nell’architettura dei suoi edifici più importanti si propone come città leggera e sospesa. Le sue trasparenze urbanistiche alludono ad una vita lieve che tuttavia non riesce ancora ad essere “dolce”.
E, chissà, forse il mio jet-lag nasce proprio qui: dalla distanza tra un’appartenenza nostalgica ma antica e una proposta di futuro brillante cui però è ancora difficile credere del tutto.

     Note:
[1] Simile, ma diametralmente opposto, è il sistema usato ad Hong Kong, cui Franco La Cecla dedica un capitolo del suo “Jet-lag. Antropologia e altri disturbi da viaggio”, *: «Si può passare un’intera giornata tra un mall e l’altro, utilizzando come raccordo enormi corridoi sospesi. […] Tutta la città soffre di “condizionosi”, cioè di un incubo ad aria condizionata per cui fuori è stracaldo […] e dentro ai malls è strafreddo».
[2] D. Harvey, “La crisi della modernità”, *.
[3] «New York è vecchissima come può esserlo solo la modernità. […] La modernità è finita, da lungo tempo si è ritirata nella sua vecchiaia» (F. La Cecla, “Contro l’architettura”, *).
[4] F. La Cecla, “Jet-lag”.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Calgary. La levità  del New West

  1. ggugg ha detto:

    Calgary Tower, 25 agosto 2008

  2. TYTTY_ ha detto:

    viaggiare..partire..freddo e pioggia in occidente..l’anno scorso organizzavo e stavo per partire per il togo..che voglia sconsiderata che ho..
    c’è il congo che chiama..

  3. stratosfera ha detto:

    ho riletto più volte questo post,ritornandoci in tempi diversi,oltre a vedere sento,avverto in modo particolare:”mi accorgo che pensare di trovarsi a proprio agio dappertutto è una stupida illusione.Certo quel disagio l’ho già sperimentato altre volte,ma in questo viaggio s’è presentato solo adesso”eh si perchè il disagio ti piglia quando meno te lo aspetti,è un moto interiore,intensissimo:”magari si tratta semplicemente di conciliare i miei mondi interiori”ma la mente corre subito ai ripari:” o di sincronizzare gli orologi”magari anche il ragazzo che suonava alla metropolitana..cercava di sincronizzare i suoi mondi interiori,temendo che una volta caduto l’abito di scena sarebbe rimasto nudo a sè stesso e agli altri…”le sue trasparenze urbanistiche alludono ad una vita lieve che tuttavia non riesce ancora ad essere dolce”

  4. iNessuno ha detto:

    Caspita, la foto rende benissimo il concetto!!

    Ma anche come metafora per la vita umana rende l’idea…

  5. Eccardo ha detto:

    “l’ironia un po’ schizoide del XXI secolo” 🙂

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