Canadian Rockies #2:€“ Lo spirito del ghiaccio

alberta.canada 2008Segni

Nelle società tradizionali il paesaggio naturale è un vasto sistema di segni – fauna, flora, elementi topografici, profili orografici… – il cui significato deve essere letto e interpretato al fine di dare senso al proprio territorio. [1]
Spesso quelle caratteristiche vengono fatte risalire ad eventi mitologici avvenuti in un tempo ancestrale, proprio come nella leggenda che gli Stoney si tramandano da secoli per motivare le straordinarie tonalità del Lago Louise [*], uno dei più emozionanti delle Montagne Rocciose canadesi. [2]
«Tanto tempo fa, quando il mondo era giovane, in questa zona abitavano dei giganti. Il loro capo era un famoso cacciatore che sebbene avesse catturato moltissimi animali col suo arco e le sue frecce, non era mai soddisfatto delle sue prede e ne voleva sempre di più. Un giorno, guardando un arcobaleno, ebbe l’idea di farne la sua enorme arma di caccia. Più lo guardava e più ne aveva voglia, e ben presto si decise ad arrampicarsi sull’albero più grande della montagna più alta, dove gli bastò allungare le sue lunghe braccia nel cielo per strappare l’arcobaleno dal posto in cui si trovava. Appena lo ebbe tra le mani, però, i colori sparirono e, furioso, lo scagliò contro la montagna più vicina, una cima di fronte al lago. A quel punto, frantumatosi in mille pezzi, l’arco rotolò nell’acqua, dove tornò ad essere variopinto. In seguito a questo episodio, lo Spirito del Cielo fece un arco più piccolo, che è quello che tuttora appare dopo ogni pioggia. A volte i colori dell’arcobaleno distrutto dal capo dei giganti possono essere visti al tramonto nelle acque del lago che oggi chiamiamo Louise» [3].

Il gigante, in realtà, è il Ghiacciaio Victoria, vero incisore di un paesaggio che negli ultimi 10.000 anni ha visto con lenta e costante regolarità erodere il fondo della valle per lasciar spazio ad un bacino in cui i sedimenti rocciosi rendono l’acqua turchese.
Per secoli la sua autorevolezza si è manifestata solo agli autoctoni che vi si recavano per la caccia o per alcune cerimonie, ma nell’agosto del 1882 il tonfo lontano di una frana che aveva attirato l’attenzione di Tom Wilson, uno dei realizzatori della ferrovia Canadian Pacific, ha cambiato la storia del luogo. Edwin Hunter, lo stoney che gli faceva da guida, gli aveva spiegato che si trattava della «montagna innevata al di sopra del Lago dei Piccoli Pesci» [4]: una notizia che non poteva che alimentare ulteriormente la curiosità dell’esploratore. Infatti fu subito organizzata una spedizione per il giorno successivo e Wilson divenne il primo straniero a vedere la «scena impareggiabile» di quel lago, da lui immediatamente battezzato “Emerald”, smeraldo. Il nome definitivo, tuttavia, fu dato due anni dopo: “Louise”, in omaggio alla principessa Louise Caroline Alberta, quarta figlia della regina Victoria e moglie di lord Lorne, l’allora governatore generale del Canada.
Il potenziale turistico del luogo fu subito chiaro ai dirigenti della società ferroviaria, che infatti finanziò la costruzione dello “Chalet Lake Louise”, un piccolo campo per appena una dozzina di villeggianti aperto nel 1890. Dopo una serie di incendi, però, fu ingrandito in “Château Lake Louise”, passando dai 200 ospiti d’inizio secolo ai 1.100 odierni [*]. La strategia era la stessa del “Banff Springs Hotel”: il grande albergo fungeva da attrattore per nuovi e sempre più numerosi viaggiatori della neonata ferrovia, turisti alla ricerca di esperienze a metà tra la novità esclusiva di uno spostamento in treno, l’avventura in una natura prorompente e la comodità di un soggiorno raffinato ed elegante.
Ancora oggi il rimbombo dei crolli dovuti all’abrasione del ghiacciaio catturano l’attenzione di chi cammina sulla riva del lago, ma ci vogliono almeno venti secondi perché quel rumore arrivi dal fondo della valle, per cui ogni volta si è presi di sorpresa e quel movimento millenario, impercettibile e fragoroso, lo si può solo immaginare. La passeggiata, dunque, si allunga sempre un po’ di più, fino all’imbocco del torrente dove il sentiero s’inerpica ed entra nel bosco: i cartelli indicano qualche chilometro per la storica “Plain of Six Glaciers Tea House” [*], ci si guarda intorno ammirati, ma gli occhi tornano ancora lassù, al bianco magnetico tra le gole delle montagne. Allora non ci si può che sistemare lo zaino in spalla e proseguire verso la casetta di legno segnata sulla mappa, ma quando finalmente vi si arriva e ci si immagina già comodamente seduti a sorseggiare una bevanda, un ultimo avviso propone di percorrere ancora un chilometro e mezzo per raggiungere il Piano dei Sei Ghiacciai [**], una ripida terrazza di sedimenti morenici del Monte Lefroy: il punto più vicino al gigante. Da là lo Château sembra piccolissimo (si sono percorsi 7 km) e il lago riassume tutti i colori circostanti, come se davvero fosse un arcobaleno d’acqua. Il ghiacciaio Victoria si distende alcune decine di metri sotto il belvedere e solo accovacciandosi si riesce a controllare qualche sbandamento da vertigine. Sembra un po’ acciaccato e le sue rughe sono crepacci profondi che danno l’illusione del movimento: pare che si allunghi verso il lago, ma in realtà retrocede. È taciturno, forse un po’ severo nella sua solitudine, ma gli fa compagnia una piccola cascata piuttosto vivace che si ostina a scavare una nuova gola. È, inoltre, alquanto beffardo perché appena gli si volgono le spalle per rientrare, lui si fa risentire: una frana attira tutti gli sguardi, ma ancora una volta è tardi, il rumore si è mosso troppo lentamente e il gigante millenario è già tornato silenzioso.

Sintomi

Il «National Geographic» definisce la Icefield Parkway [*] «una delle strade più belle del mondo» [*], e in effetti i suoi 230 km tra Lake Louise e Jasper sono difficili da dimenticare.
In un anno la percorrono mezzo milione di turisti con qualsiasi veicolo: auto, jeep, camper, bus, biciclette… addirittura rollerblade e monocicli. I più belli, però, sono gli autostoppisti col cartoncino su cui indicano col pennarello la loro destinazione: pazienti e sereni, solitari o in coppia, sperimentano un movimento sincopato di passaggi in auto e di attese ai bordi della strada che sembra riprodurre un’asimmetrica alternanza tra domande personali e risposte paesaggistiche.
Coloro che invece non si incrociano mai sono gli autisti sfrenati (ci sono severi limiti di velocità) e i grandi camion (ne è interdetto il transito) perché «fin dall’inizio la parkway è stata concepita per celebrare il superbo paesaggio naturale canadese. Si tratta di una strada panoramica, non di un corridoio di trasporto» [5]. I lavori per la sua realizzazione cominciarono nel 1931 e terminarono nel 1940 grazie a centinaia di operai ingaggiati dal governo tra i disoccupati della grande depressione ed equipaggiati con picconi, vanghe, cavalli e qualche piccolo trattore.
Lungo la strada si succedono 7 icefield (campi di neve) e almeno 25 ghiacciai, il cui prìncipe indiscusso è il Columbia Icefield [**], il più grande delle Montagne Rocciose con i suoi 325 km² e 300 metri di spessore medio: vero e proprio vestigio dell’ultima era glaciale. I primi europei a vedere quell’immensità bianca furono gli scalatori Hermann Woolley e Norman Collie, il quale nel 1898 scrisse: «Un nuovo mondo emergeva ai nostri piedi: guardando ad occidente si allungava un enorme campo di neve […] che risaliva lungo quelle valli ignote che ardono con la luce della sera» [5].
Il ghiacciaio Athabasca (che in lingua stoney significa «il luogo dove crescono i giunchi») è il più conosciuto tra i suoi sei emissari, quello per cui basta accostare l’auto e lo si percorre a piedi o con dei potenti veicoli che portano comodamente al centro dei suoi 6 km² gelati. In poco più di un secolo si è ritirato di quasi un chilometro e mezzo e ha perso due terzi del suo volume, una sorte simile a quella di molti altri ghiacciai del globo, eppure le sue dimensioni sono ancora monumentali. Standovi su si prova una vaga sensazione di mare, qualcosa che fa pensare di dover elevare altari a quella candida distesa perché smisuratamente più grande, antica, forte, resistente di te. È affascinante, abbagliante, gloriosa, terrificante. È una potenza muta e misteriosa attraversata da freddissime correnti che sono rivoli e poi torrenti e poi fiumi su un letto trasparente.
Torna in mente l’«ipotesi Gaia» di Lovelock e sembra davvero che la Terra sia un mastodontico essere vivente che coincide col pianeta stesso. Là sul ghiacciaio si ha l’impressione di trovarsi in cima alla cellula da cui muove tutto l’organismo, il nucleo vitale di un essere complesso per il quale l’uomo non è che una sorta di batterio.
Sì, forse sto vaneggiando, le tante leggende legate alle Rockies devono avermi suggestionato troppo. Allora prendo un po’ d’acqua gelida tra le mani e mi bagno la faccia: «fermati all’evocativo – mi dico – non scivolare in alcun pensiero eco-religioso». Torno lucido, razionalizzo: è vero, il Columbia Icefield è unico, è una sorta di termometro planetario, alimenta fiumi che attraversano un intero continente e portano la sua acqua a tre oceani diversi (Pacifico, Artico e Atlantico), ma non sarà alcuna trama mitologizzante a salvarlo dal riscaldamento globale, né un rispetto della natura fatto di sottomissione e subalternità. Piuttosto, forse ci potrà riuscire una consapevolezza del limite, un senso dell’equilibrio, una conversione ecologica dell’economia in cui sia chiaro che «curare l’ambiente è curare noi stessi, donde provvedere a se stessi comporta dover curare l’ambiente» (Gregory Bateson, *).

Note:
[1] «The landscape is the foundamental reference system in which individual consciousness of the world and social identities are anchored» (Christopher Tilley, *).
[2] Forse il più fiabesco tra quelli delle Rockies è il Lago Peyto. A fine agosto il Corriere.it ha pubblicato una galleria fotografica dei laghi più belli del mondo: la prima immagine era dedicata a questo canadese, qui.
[3] Testimonianza raccolta da Ella Elizabeth Clark in “Indian legends of Canada”, *.
[4] Citato in un cartello del sentiero intorno al Lago Louise. In lingua stoney è “Ho-run-num-nay”.
[5] Da un pieghevole di “Parks Canada”.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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13 risposte a Canadian Rockies #2:€“ Lo spirito del ghiaccio

  1. anonimo ha detto:

    “SEGNI DI MEMORIA”

    [Nelle società tradizionali il paesaggio naturale è un vasto sistema di segni – fauna, flora, elementi topografici, profili orografici… – il cui significato deve essere letto e interpretato al fine di dare senso al proprio territorio]

    Un pò come accade per i pittori,molti si sono accostati al tema del paesaggio,in ogni epoca storica,anche se con moti e in modi diversi..avendo visto e vissuto diversi modi d’interpretare il paesaggio,vorrei farti conoscere,attraverso la descrizione di sensazioni,impressioni e dai pochi appunti presi su un diario,i quadri del 28 luglio e quel quadro in particolare…
    Trascrivo qui perchè non voglio che quella visione rimanga a me sola,riscrivere è come rivivere e rivivere consente di non dimenticare.

    >>Io e un mio amico siamo a casa di un famoso pittore,contattato per una mostra,abbiamo dinanzi i suoi quadri,sono per lo più paesaggi,territori con rovine causate dall’uomo,devastazioni,calamità naturali.Altri sono ninfe di bosco,mare,cmq la visione di quei paesaggi m’inquieta,a inquietarmi non sono la realtà delle tematiche trattate,bensì il modo di come sono state trattate,le trovo rappresentazioni molto schematiche,rigide,i passaggi da un colore all’altro sono troppo netti,gli elementi troppo affastellati e caotici,vengo colta da un disordine mentale e visivo…a quel punto faccio cenno al mio amico,per fargli capire che non è cosa,ci stiamo alzando per andare via,ma nell’angolo a destra,prima della porta,mi balza agli occhi un quadro:un fiume,una palizzata oltre la quale c’è un campo e al centro di esso un grande albero,una quercia molto robusta da chiome folte,ma da radici altrettanto forti conficcate a terra,dietro l’albero erge un piccolo colle ove si adagiano i colori del crepuscolo…è tutto un divenere armonico,un allungarsi verso l’alto e un altro.
    Allora indico al pittore col dito:e quello?Lui mi fa no,quello è di un pittore tedesco che lei signorina di certo non può conoscere,io dico sì ma mi dica il nome,dalla bocca del pittore esce un suono freddo:Gugg!
    io:cosa???Scusi può ripetere?
    il pittore mi ribadisce il nome e io,ancora incredula dico:ma Gugg,cioè un g,una u con due g finali??il pittore:sisi,
    a quel punto mi viene un nodo alla gola,mi son detta sarà una coincidenza o è il nonno di quel gugg che conosco io!?
    Il mio sguardo si posa nuovamente sul quadro,il fiume mi fa pensare alla vita che Camill stava vivendo quando ha dipinto quel quadro,la palizzata era ciò che lo divideva da un’altra vita possibile che lo attendeva o che lui sperava,può essere un paesaggio onirico o reale?Non lo so,non ci sono mai stata in Germania,suppongo fosse germania est,perchè lui insegnava a Weimar,poi è nato nel 1908,aveva visto e vissuto la guerra,in quel quadro non ci sono tratti di disperazione(almeno apparentemente)o di confusione il tutto è immerso in un flusso armonico..mah sono uscita da quella stanza portando con me le mie domande senza risposta,chiusa quella porta sembra che quel quadro mi segue come un’ombra per tutto il tragitto,in macchina la canzone di Bersani:replay,vorrei tornare indietro!Ero andata via senza concludere nulla sulla mostra e in più in quella stanza avevo lasciato una vita,una storia sulla quale avvertivo col passare dei minuti,di qualche ora sempre la necessità maggiore d’indagare,di sapere,non so il perchè.
    Torno a casa e inizio a digitare su google:Camill gugg pittore tedesco..a un certo punto trovo una foto con poche righe,in quella foto Camill è con gli occhi bassi,non glieli riesco a vedere bene,leggo che il padre era docente alla cattedra di paesaggio,sorrido pensando al nipote,cavolo il paesaggio è na’cosa di famiglia,a quanto pare anche l’ordine perciò il nipote ha la fissa per gli archivi!
    Anche Hugo gugg non trascura il paesaggio come tema della pittura,però mi sembra che il paesaggio in lui sia rappresentato in modo meno dinamico,anche se più dettagliato e dai contorni più marcati..però trovo meraviglioso un suo quadro che ritrae l’immagine della donna-bozzolo ricurva su se stessa sulla sedia.>>

    Spero di essere risultata comprensibile nel racconto,come al solito d’altro ordine e d’altra cosa rispetto al tema dell’intero post..però diciamo che pur sempre di paesaggio si è parlato.
    Dopo ieri sera,ho avvertito il peso e il piacere di quelle sensazioni e te ne ho lasciate un pò…ciao caro.

    Anna Nappi

  2. anonimo ha detto:


    incantevole lo scroscìo dell’acqua…

    http://it.youtube.com/watch?v=kLys9k5wk64&NR=1
    i colori della natura si riflettono nell’acqua…e gli accordi musicali fanno da fondale a cotanta meraviglia

    AnnaNappi

  3. Eccardo ha detto:

    Gugg “on ice”… fa uno strano effetto:-)

  4. anonimo ha detto:

    eh si Eccardo,ogni luogo è buono… per non dimenticare….
    anche sul ghiaccio ci sta bene.
    AnnaNappi

  5. ggugg ha detto:

    Ok, m’avete scoperto…

  6. anonimo ha detto:

    wow..!lo sai che in quanto spirito del ghiaccio sei proprio figo,beati voi che non siete afflitti dal problema della ceretta depilatoria..!
    anna nappi

  7. occhiorsettina ha detto:

    molto bravo!!mi sono lasciata trasportare, emozionandomi.Hai raffigurato, dalle leggende, aii paesaggi,dando un’aspetto a questo luogo,che si abbraccia con il tuo sguardo e che lo rappresenti, con un determinato aspetto. con una particolare fisionomia di questo STATO, determinata dalle sue caratteristiche , antropiche, biologiche, fisicheed etniche. Stasera ho viaggiato anch’io con l’immaginazione, ascoltando jack, mentre mi leggeva, lo spirito del ghiaccio, tuo.Grazie ciao ada

  8. marcol62 ha detto:

    fai venire voglia di partire persino a me che non parto mai…

  9. giuba47 ha detto:

    Viene una gran voglia di viaggiare… molto bello. Giulia

  10. anonimo ha detto:

    Ciao, volevo farti i complimenti, per i tuoi viaggi, ed i racconti.per l’emozione che sai comunicare attraverso le tue parole,non sei molto lontano dai paesaggi del tuo nonno e del tuo bisnonno, loro continuano a vivere attraverso di te. Angelof.

  11. ggugg ha detto:

    Il sogno d’ogni stagione invernale è una nuova “valanga azzurra”.
    E se Lake Louise quest’anno portasse bene?
    Nadia Fanchini ieri (5 dic. 08) è arrivata seconda nella discesa libera inaugurale di Coppa del Mondo di sci (Tutto Sport, Corriere dello Sport). Oggi (6 dic. 08), invece, la gara è stata annullata per un’abbondante nevicata (FIS Alpine, Euro Sport).
    Mmm, speriamo nello spirito dei ghiacci!

  12. ggugg ha detto:

    Sì!
    Lake Louise porta bene!

    “Il primo sigillo di Nadia Fanchini. Suo il super-G a Lake Louise”: Repubblica, FIS Alpine.

  13. anonimo ha detto:

    Fantastico, sto già cercando il primo volo per andarci….

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