Canadian Rockies #1:€“ Lo spirito dell’€™acqua

alberta.canada 2008

Rievocazioni

Spesso ai luoghi strepitosi sono legati uomini singolari e vi sono ambientate leggende affascinanti. Sulle Montagne Rocciose canadesi l’uomo bianco ha messo piede per la prima volta nel 1754, quando il commerciante di pellicce Anthony Henday scalò il versante orientale di quella che aveva chiamato “the Shining Mountain”, aprendo così la strada a scienziati, avventurieri, missionari ed esploratori che per tutto l’800 avrebbero compiuto una vera e propria conquista della natura selvaggia.
Il Canada esisteva da soli quattro anni [*] quando nel 1871 il Primo Ministro Sir John A. MacDonald promise una ferrovia che unisse la costa pacifica a quella atlantica. I lavori cominciarono subito e coinvolsero 30.000 operai sotto la direzione dell’ingegnere statunitense Major A. B. “Hell’s Bells” Rogers, il cui soprannome non necessita di particolari commenti.
Furono superate cime, valli, crepacci, fiumi e ghiacciai e l’ambiziosa “Canadian Pacific Railway” fu aperta già nel 1882.
Quelli, però, erano anche gli anni e i luoghi in cui nasceva il mito della wilderness, della natura incontaminata, nonché della categoria di “monumento naturale”. È così che nel 1872 negli USA veniva istituito Yellowstone (tra WyomingMontana e Idaho), primo “parco nazionale” del mondo, definito tale perché «[fa] parte del patrimonio di tutta la nazione, ne [costituisce] la base culturale, storica, di un eroico passato. In una parola: l’identità nazionale» (Tonino Perna, *).
In Canada i primi parchi nazionali venivano delineati proprio sulle Rockies, tra Alberta e British Columbia: a Banff (1885), a Yoho (1886), a Jasper (1907), a Kootenay (1920), oggi tutti nell’elenco del patrimonio dell’umanità [*].
Se sul fronte della conquista dell’ambiente attraverso la locomotiva spicca l’ing. “Campane dell’Inferno”, su quello della sua fruizione pedestre si distingue un personaggio eccentrico e avventuroso: “Wild” Bill Peyto, un inglese del Kent che a diciotto anni si innamora delle montagne canadesi diventandone una delle prime e più esperte guide alpine durante l’ultimo decennio dell’800. Attualmente la sua foto con cappello sbilenco, baffoni, pipa e fazzoletto al collo accoglie i visitatori di Banff, ma un secolo fa accompagnava le più importanti spedizioni montane, come quelle di un gruppo di svizzeri cui il governo canadese aveva commissionato la scalata (dunque l’esplorazione) di tutte le vette delle Rockies, al fine di tracciare il confine tra le due province canadesi più occidentali.
Oggi i principali sentieri di quella zona (per passeggiate e trekking) sono indicati sulle mappe in distribuzione presso l’efficientissimo ufficio turistico del parco di Banff, dov’è possibile ricevere anche alcune indicazioni basilari per tener lontani gli orsi durante le proprie escursioni [1].
Descrivere un paesaggio ricco come quello delle Canadian Rockies non è un’operazione semplice, anche perché per conoscerlo davvero «it must be felt» (Christopher Tilley, *), bisogna sentirlo nelle sue caratteristiche tattili e segniche, nei suoi odori e colori, nei suoi aspetti relazionali e narrativi. Percorrere a piedi quei luoghi significa ascoltare le voci trattenute dai rami degli alberi o dallo scroscio d’una cascata vertiginosa, quelle nascoste negli anfratti più isolati o negli occhi di un cervo, il sussulto dell’erosione di un ghiacciaio che si ritira, il riverbero d’una cima irraggiungibile da cui non si può distogliere lo sguardo. A volte basta il silenzio immobile di un lago di montagna che si apre nel bosco.

Evocazioni

Secondo l’immaginario degli Stoney il Lago Minnewanka [*] – il più ampio e profondo dei parchi montani – è “Acqua degli Spiriti” [2], ecco perché la loro tribù non sostava mai nelle sue vicinanze. «Una volta – ricorda Enoch Baptiste – mio padre sentì come dei colpi di tamburo provenire dal lago, poi delle voci, quindi vide una grande onda da cui emerse una strana creatura metà pesce e metà uomo, che però subito sparì nell’acqua quando si accorse della presenza di mio padre. Anche altri popoli videro quella creatura, ecco perché nessun Indiano ha mai pescato nel Lago Minnewanka prima della venuta dell’Uomo Bianco» [3].
Nel 1881 vi fu costruito l’hotel in legno “Beach House” e nel 1912 il villaggio estivo “Minnewanka Landing”, che aveva strade, alberghi, ristoranti e offriva delle escursioni a bordo di due battelli, il Lady of the Lake e il Daughter of the Peaks. Una serie di dighe sempre più ampie, però, alzarono progressivamente il livello dell’acqua fino alla quota del 1940, quando per potenziare delle centrali idroelettriche fu fatto ricorso ad una legge speciale di guerra che sospendeva temporaneamente le norme dei parchi nazionali con cui si vietava lo sviluppo industriale delle aree protette. Pertanto, quel villaggio oggi è visitabile solo dagli appassionati d’immersione, probabilmente attirati da una magnetica eco degli abissi.
La conseguenza di questo forte impatto dell’uomo sulla natura, sostiene ancora Enoch Baptiste, è la causa di alcune morti violente dovute all’ira degli spiriti del lago che «non vogliono che gli alberi circostanti vengano abbattuti».

Uno dei primi cartelli esplicativi che si incontrano lungo il frequentatissimo Canyon Johnston [*] invita a guardare in basso: «8.000 anni di erosione si offrono ai vostri occhi». Quando furono costruite le piramidi d’Egitto quella forra era profonda la metà di oggi, eppure il modellamento delle rocce calcaree non si è fermato e tuttora il torrente Johnston [4] continua la sua scultura.
Ogni anno circa un milione di persone percorre il sentiero che, tramite ponti e passerelle, risale il corso d’acqua che fugace ed eterno, tumultuoso e sincopato scorre tra rapide e cascate. La fortuna turistica del canyon comincia nel 1927, quando i coniugi Walter e Marguerite Camp acquistano la Sala da Tè a valle del fiume e costruiscono le prime passatoie in legno per arrampicarsi lungo le gole. Completano l’opera due anni dopo, quando scoprono altre sei cascate (le cosiddette “Upper Falls”) e allungano il sentiero fino agli attuali 3 km.
Dal 1974 le passerelle sono in metallo e pietra e per quanto non rappresentino il percorso preferito dai trekker, nella sentieristica generale del parco di Banff vanno considerate come la sua “vetrina”, come l’occasione accessibile a tutti per entrare in contatto con le sue strepitose bellezze naturali, come l’unica possibilità per affascinarsi all’idea che «questo fiume che scorre con tanta forza è sempre stato là, così ruggente da far tremare la terra e da far tremare anche me» [5].

Un tempo gli Stoney sentivano una specie di canto provenire dalle acque calde dell’Upper Hot Springs [*], qualcosa come il suono dei fischietti d’ossa usati durante la “Sun Dance” [6], ma ora dicono di non avvertire più nulla perché «da quando sono arrivati i Bianchi quella forza misteriosa è andata via dall’acqua» [7]. In passato vi risiedeva uno spirito che rendeva medicamentosa la sorgente, e molte persone della tribù vi si bagnavano per curare i propri malanni o vi prendevano il giallo ocra [*] necessario alla decorazione del corpo e degli ornamenti cerimoniali. Qualsiasi fosse la loro motivazione, dopo averne usufruito tutti sapevano di dover ringraziare lo spirito delle terme versando qualcosa nell’acqua.
Se quell’entità è davvero andata via, non sappiamo dove, ma probabilmente conosciamo la data della sua partenza: gennaio 1884, quando i fratelli William e Thomas McCardell e il loro collega Frank McCabe, tre operai della ferrovia “Canadian Pacific” [*], scoprono ai piedi della “Sulphur Mountain” [*] le hot springs di Banff. Si tratta di un rinvenimento che in quegli anni di galoppante progresso diffonde molto entusiasmo, infatti in poco tempo il governo centrale canadese vi istituisce una riserva specifica, quasi una cellula primigenia del nascente Parco Nazionale, e dopo poco più di un anno vi sorge l’hotel “Grand View Villa” [*], una struttura elegante e confortevole che, però, non sembra avere fortuna: ben due incendi, infatti, lo distruggono nel 1901 e nel 1931.
Con ogni evidenza, ci sarebbero ottime ragioni per credere all’interpretazione dei Nativi, secondo i quali «probabilmente i Bianchi non pregano abbastanza gli spiriti». Chissà? In ogni caso, lo stabilimento termale di Banff viene ricostruito ogni volta e nel corso del ’900 la sua fama cresce in maniera esponenziale, fino a diventare uno dei più frequentati a livello mondiale.

    Note:
[1] «Sebbene gli attacchi da parte degli orsi siano rari, è meglio evitare di incontrarli, per cui: fate rumore; tenete d’occhio le orme fresche; tenete sempre al guinzaglio il vostro cane; muovetevi in gruppo. Nel caso incontraste un orso: state calmi; tenete a portata di mano uno spray urticante; parlate all’orso; indietreggiate lentamente senza correre mai. Se un orso vi attacca per difesa: usate lo spray urticante; fate il morto. Se un orso vi attacca per ragioni predatorie: provate a rifugiarvi su un albero; non fate il morto; usate lo spray urticante e reagite!» (da un depliant informativo).
[2] Per i primi europei era il Devil’s Lake, che si estende nei Ghost Lakes fino ai limiti del parco con il Devil’s Gap.
[3] La testimonianza dello stoney Enoch Baptiste (raccolta nel 1954) è nel volume “Indian legends of Canada” di E. E. Clark, *.
[4] Il Canyon Johnston prende il nome da un cercatore d’oro che nell’800 ne trovò qualche pietra sul fondale.
[5] Wallace Stegner, “The Sound of Mountain Water”, *. È una citazione che ho letto su un cartello lungo il sentiero del Canyon Johnston.
[6] Al Glenbow Museum ho scoperto che le comunità in cui si è persa la “Danza del Sole”, rievocano le proprie tradizioni con il “Powwow”: «important events where we can celebrate being Native without the prejudices of non-Native society» [*]. Per un illustre approfondimento sulla cultura degli Indiani delle praterie: Ruth Benedict, “The vision in Plains culture”, 1922.
[7] Testimonianza raccolta da E. E. Clark in “Indian legends of Canada”, *.

 

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in alberta canada, alberta canada 2008, alterità, ambiente, viaggi e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

7 risposte a Canadian Rockies #1:€“ Lo spirito dell’€™acqua

  1. HansUomoTalpa ha detto:

    con tutto il rispetto e l’eco antropologia, l’esser prolisso è un ostacolo alla leggibilità…

    😐

    Problemi di “prolisso e prolasso”, scoprite come evitarlo, su Rieduchescionalciannel

  2. Eccardo ha detto:

    non direi prolisso, ma analitico

    ma tu gli spiriti li hai pregati?

  3. dritanIII ha detto:

    Bellissima la citazione dal depliant informativo: come si fa a distinguere se un orso ti attacca per difesa o perché ti vuole mangiare lo dice o è lasciato allo studioso lettore?

    Ciao Giogg
    A.

  4. ggugg ha detto:

    @ Eccardo: quando c’è da pregare, prego qualsiasi cosa!

    @ DritanIII: bisogna seguire il manuale con attenzione; in questo modo sarà l’™orso stesso a comunicarti le sue intenzioni. Al punto precedente, infatti, è specificato «parlate all’orso».

  5. giuba47 ha detto:

    Io l’ho letto con molto interesse, grazie. Giulia

  6. ggugg ha detto:

    A proposito di orsi… ecco un articolo interessante sul Corriere della Sera di oggi:

    La denuncia in Canada, davanti a capitribù ed esperti
    GLI ESQUIMESI CONTRO GLI AMBIENTALISTI
    «Peggio dei cacciatori. Inseguono gli orsi in elicottero, sparando il sonnifero con cariche di esplosivo»

    dal nostro corrispondente Luigi Offeddu

    BRUXELLES – Salvate l’orso polare da chi vuole salvarlo, invocano gli esquimesi Inuit del Canada: cioè da ricercatori e naturalisti. «Non dai cacciatori, che fanno meno danno». Ed essendo proprio loro, gli Inuit, i cacciatori in questione, è certo una testimonianza di parte: gente che vive delle bistecche di plantigrado, difficilmente sarà obiettiva. Però al congresso appena svoltosi nel Grande Nord canadese, davanti ai responsabili di tre dipartimenti federali, ai capi di cinque tribù, e ai docenti di varie università, gli Inuit hanno portato qualche cifra: negli ultimi tre anni, la metà dei 2.100 orsi «censiti» sullo stretto di Davis sono stati inseguiti una o più volte da elicotteri, e addormentati con aghi sparati dall’alto, completi di una piccola carica esplosiva per far penetrare il narcotico sotto la pelliccia. E a parte lo choc, questi inseguimenti avrebbero cambiato le abitudini degli animali.
    L’obiettivo degli scienziati era ed è quello di studiare da vicino i plantigradi minacciati dallo scioglimento dei ghiacci, senza fornir loro il pranzo; perciò la pozione sedativa è stata usata in tutto 2.371 volte. Ma, dice la Compagnia Nunavut Tunngavit che raccoglie appunto i cacciatori Inuit, due orsi rincitrulliti dal tranquillante sono annegati nella zona di Pangirtung, a riprova del fatto che «certi metodi intrusivi di ricerca non rispettano gli animali, né noi». Poi, è stata trovata qualche balena beluga denutrita e disorientata, con un rilevatore satellitare inserito sotto la pelle; e sei balene sono morte durante l’operazione di inserimento dell’apparecchio. Così come otto delle ventifemmine di caribù (il «cugino» nordamericano della renna) cui nel 2007 è stato applicato un collare elettronico. Non solo: poiché il dipartimento canadese dell’Agricoltura sconsiglia di mangiare per un anno la carne di un animale che sia stato narcotizzato, gli esquimesi temono qualche effetto chimico, e sostengono — testimonianza riportata al congresso — che «mangiare la carne di un caribù che è stato narcotizzato è come mangiare una zuppa con dentro dei capelli».
    Ma un’altra questione divide questi re della tundra dagli ambientalisti: non credono che il cambiamento climatico minacci l’orso polare, anzi. Dicono che i 16 mila orsi presenti nella loro terra del Nunavut sono il doppio dei 6-8 mila stimati negli anni Settanta. In certi villaggi gli orsi «fanno una baraonda», e si teme «che la sovrapopolazione porti al cannibalismo fra gli animali». Così il Canada — a differenza dagli Usa — ha cancellato l’orso polare dall’elenco delle specie a rischio d’estinzione. «Siamo da millenni i suoi custodi— è stato ancora detto al congresso — e sappiamo che la sua carne può essere toccata solo per nutrire l’uomo. Certi scienziati ignorano la conoscenza che gli Inuit hanno accumulato per generazioni: perché non ci ascoltano?».
    Anche a Tromsø, in Norvegia, cinque Paesi — Canada, Usa, Russia, Norvegia e Danimarca — si sono riuniti per ridiscutere il trattato sulla salvaguardia dell’orso polare. E anche lì, l’arringa del capo Inuit: «Siamo stati i primi ad avvertire il mondo del cambiamento del clima. Ora, per qualcuno, gli orsi polari saranno messi malissimo da qui a 50 anni. Ma oggi, stanno bene. E creano un po’ di problemi alla nostra gente». Mai quanto il governo americano, però, con il suo divieto di importare le prede-trofeo: i cacciatori provenienti dagli Usa garantivano agli Inuit 2,3 milioni di dollari all’anno.

    (Corriere della Sera, 20 marzo 2009, QUI)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...