Nitawahsin-nanni, “Our land”

Al Glenbow Museum di Calgary l’esposizione permanente “Nitsitapiisinni. Our way of life” riporta un principio fondamentale tra i pannelli introduttivi: «Per capire chi siamo è necessario prima sapere come vediamo il mondo intorno a noi» [1].
A parlare sono i Blackfeet(Piedi neri*), nome europeo di una confederazione di KainaiSiksikaAapátohsipikáni (Piegan) e Aamsskáápipikani (Peigan), il cui territorio (Nitawahsin-nanni, “Our land”, *) un tempo comprendeva le praterie dell’Alberta meridionale, parte dello Saskatchewan e il nord del Montana [2].
Un loro mito di fondazione [3] racconta che in principio Napi [*] prese del fango e gli diede le sembianze di un bisonte, dopodiché vi soffiò e l’animale cominciò a vivere. Successivamente raccolse dell’altro fango e lo modellò secondo delle forme umane, quelle di una donna e di un bambino. «Voi sarete il popolo», disse Napi ordinando loro di alzarsi e camminare, «ed io sono “the Old Man”» [4].
Napi, dunque, creò il bisonte per mangiare l’erba delle praterie, poi creò l’essere umano per cibarsi di quell’animale, dando così il là ad un ciclo equilibrato in cui la disparità di forza tra la bestia e l’uomo era compensata dall’astuzia e dall’esperienza di quest’ultimo. Ecco, allora, che – per quanto cruenta – la caccia al bisonte intrapresa per secoli dai nativi americani è una delle attività più interessanti e, in un certo senso, esaltanti tra quelle storicamente praticate nelle sterminate praterie nordamericane.
L’uniformità del paesaggio lascerebbe pensare ad uno spazio indistinto, magari anonimo, ma in realtà lo sguardo di chi lo conosce sa coglierne le differenze e percepirne le storie che vi sono legate. Il “Pis-skaan”, ad esempio, è una rupe che improvvisamente si apre sulla pianura e verso la quale venivano indirizzate intere mandrie di bisonti con una serie di stratagemmi e segnali. Sono numerosi i luoghi così definiti e tutti rimandano ad un’azione antica di migliaia di anni: il buffalo jump, il drammatico salto nel dirupo cui erano costretti in massa quei grossi animali cacciati dalle popolazioni dell’area. «Quando ero bambino avevo dei sogni – racconta Chief Walking Buffalo degli Assiniboine – a cui non ho dato mai molto peso finché non sono cresciuto. Ricordo che in quei sogni il bisonte mi parlava e così ho realizzato che il suo scopo sulla terra è di salvare vite. Ricordo che gli esseri umani dipendono dal bisonte per il cibo e per molte altre cose di cui hanno bisogno» [5].

Il più importante di tali siti è l’Head-Smashed-In Buffalo Jump (‘Itsipa’ksikkihkininihkootsiyao’pi’, “where-he-got-his-head-smashed-in”, patrimonio dell’Unesco dal 1981: *), in cui questo tipo di caccia era praticata già 6.000 anni fa. Prende il nome da un episodio della metà dell’800, quando un giovane si fermò nel posto sbagliato a vedere la caduta dei bisonti, restando imprigionato tra la falesia e le carcasse che, seppellendolo rapidamente, gli fracassarono la testa [*].
Senza trascurare la benevolenza del divino a cui venivano indirizzate le celebrazioni preliminari, solo una perfetta conoscenza del territorio e degli animali, nonché delle condizioni atmosferiche, potevano permettere il successo di un’operazione tanto complessa e vitale per la tribù.
I Blackfeet erano seminomadi e si spostavano seguendo le mandrie, per cui il pis-skaan poteva rimanere inutilizzato per lungo tempo, ma quando il pascolo era nei paraggi, tutta la comunità contribuiva alla preparazione di quella particolare caccia. Se il vento era favorevole (se, cioè, non portava l’odore umano alle bestie), alcuni giovani delineavano la via attraverso cui avrebbero spinto i bisonti: a destra e a sinistra ponevano cumuli di pietre, rami e cespugli a circa 5 metri l’uno dall’altro, facendoli convergere come in un imbuto verso il burrone. Così stabilito il percorso, un membro della tribù travestito da vitello richiamava l’attenzione di una femmina della mandria che, distanziatasi dagli altri, veniva poi spaventata da un altro uomo coperto col manto di un lupo. A quel punto, diffusosi il panico, gli animali cominciavano a correre lungo la pista, verso il salto fatale di 20 metri.
Com’è noto, l’arrivo degli Europei causò cambiamenti radicali. In particolare, l’introduzione del cavallo e del fucile negli usi dei Nativi comportò la sparizione sia della caccia tradizionale che del bisonte (tra il 1877 e il 1879), il quale infatti oggi è relegato nel simidisabitato nord-est dell’Alberta: nel Wood Buffalo National Park, talmente prezioso che anch’esso è patrimonio Unesco [*].

«Ricordate che la vita è come un cerchio, ogni cosa ritorna» [6]

    Note:
[1] «We always ask permission of plants, animals and rocks before we use them; before we interrupt their cycle of existence», *.
[2] «This is the place where we have always lived / The foothills, the plains, the rivers, the lakes / These are places where our ceremonies and sacred things were given to us / The plants and the animals provided our people with food and with the raw materials for clothing shelter and tools / This is our home / This is the land / This is Nitawahsin-nanni», *.
[3] «These stories are our history / These stories show us how to live / These stories explain our connections with all of Creation / They are the record of our history since the beginning of time», *.
[4] Ho letto del mito della creazione del bisonte e del popolo su alcune didascalie del Centro d’Interpretazione dell’Head-Smashed-In Buffalo Jump*. Si tratta di una struttura imponente (5 piani, caffetteria, teatro, shop…), ma che ho apprezzato molto per la sua discrezione paesaggistica. Costruito a metà degli anni ’80, l’edificio è appoggiato alla collina e per la particolare conformazione del luogo, è pressoché invisibile pure da lontano. Evidentemente è una qualità gradita anche dal Governatore dell’Alberta che nel 1990 ha assegnato un premio a Robert LeBond, il suo architetto.
[5] Le parole di Chief Walking Buffalo sono tratte dalla raccolta di Ella Elizabeth Clark, “Indian legends of Canada”, 1960, *.
[6] La citazione finale è il saluto di congedo di un Nativo dopo essersi esibito in alcune danze tradizionali all’Università di Calgary lo scorso 23 agosto.

    PS:
Comincio qui una serie di interventi dedicati ai vari paesaggi con cui l’Alberta mi ha stupito nelle settimane scorse. La segreta speranza di ogni viaggio è che i luoghi ci “facciano”, che ci “contagino”. Con questo e con i prossimi post (“Canadian Rockies #1 – Lo spirito dell’acqua”, “Canadian Rockies #2 – Lo spirito del ghiaccio”, “Il canyon del Red Deer River”, “Calgary. La levità del New West”) spero di riuscire a raccontare quanto certe località che non avrei mai pensato di visitare in questa fase della mia vita abbiano arricchito la mia identità.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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4 risposte a Nitawahsin-nanni, “Our land”

  1. Eccardo ha detto:

    però, che fine triste per quello spettatore incauto… 🙂

  2. anonimo ha detto:

    Ehi, grande viso pallido…quando andiamo a fare questo splendido trek canadese?

  3. anonimo ha detto:

    [Ricordate che la vita è come un cerchio, ogni cosa ritorna]

    “La miglior sorte dell’uomo pensante è di avere indagato l’indagabile e di venerare serenamente l’insondabile”,così scriveva Goethe in “Sulla natura e le scienze naturali” ed è facile capire come Berlioz sia rimasto affascinato. Di più, alla prima lettura di Faust Berlioz ne fu impressionato al punto da musicarne le scene e da inviare la partitura allo scrittore per un giudizio.Che però non fu quello che egli sperava,infatti il consulente musicale di Goethe lo stroncò, trovandolo orribile. Ciò non diminuì l’emozione di Berlioz alla lettura,rilettura,alla meditazione sulle parole,sui personaggi,sugli infiniti agganci,sui rimandi inesauribili ed inesausti.Un lavoro incessante che lo portò ad una revisione dell’iniziale partitura,o meglio alla sua riscrittura,tanto le pagine iniziali sono state stravolte,ricavandone una “légende dramatique” che altro non è che un susseguirsi di scene slegate da ogni nesso drammaturgico,un affastellamento di emozioni,di sensazioni,di ricordi e di musica.Un affresco emotivo che non poggia su nessun dato concreto,se non su un’emozione.Hugo De Ana,al secondo capitolo di un percorso di ricerca su Faust,dopo Gounod,procede anche lui per”accumulo”,”un accumulo” di immagini, sentimenti, suggestioni, visioni di spiriti della felicità, invocazioni alla natura selvaggia,in bilico tra realtà e sogni,cielo e terra,onirico e tangibile,ma comunque in una dimensione visionariamente dannata,invasa da lampi iconici.De Ana in Gounod aveva centrato tutto sul quadrato,un universo trasparente la cui forma era comprensibile e primaria(era però difficile,se non impossibile,capirne il contenuto ed i piani interni,come non agevole è leggersi dentro l’anima, mutatis mutandis). In Berlioz De Ana parte dal cerchio,una dimensione da cui tutto si origina e a cui tutto ritorna,un moto che ha in sé il senso della perpetuità, non contenitore né contenuto ma contenitore e contenuto,preistorico catino meteorico e/o modernissima parabola che capta ogni segnale,lo traduce in segno iconico immediatamente percepibile ed intellegibile e lo amplifica, riproducendolo.De Ana è riuscito ad indagare l’indagabile ed a venerare serenamente l’insondabile,come scriveva Goethe.In questo caso,la salvezza è per tutti,qui la ciclicità porta alla luce,solo alla luce,una luce sul petto di ogni persona su un palcoscenico,che contagia e si fa contagiare.Nel buio:la luce…Nella ciclicità del cerchio:la vita!

    [Ricordate che la vita è come un cerchio, ogni cosa ritorna]

    AnnaNappi.

  4. anonimo ha detto:

    rileggendo questo post è interessante il principio fondamentale tra i pannelli introduttivi
    mi fa pensare ai propri limiti ma anche alle possibilità e mi viene in mente il fisico Brian Greene,che riferendosi all’incapacità di vedere le dimensioni più elevate,inerenti alla teoria delle stringhe,scrive:”non le vediamo a causa del modo in cui guardiamo..come una formica che continua a camminare lungo il gambo di un giglio..potremmo librarci in un imponente,vasto spazio a più alte dimensioni”e io aggiungo: soprattutto altre dimensioni!
    annanappi

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