Del razzismo e di altri pensieri

È nel rapporto con l’alterità che esprimiamo il nostro vero essere e scopriamo chi siamo. Come scrive Calvino, «L’altrove è uno specchio in negativo» in cui ognuno vede ciò che non è e, per contro, in cui ciascuno può riconoscere i tratti della propria visione del mondo.
Per dirla con Rimbaud, «Io è un altro».
Così come ogni estetica esprime un’etica, alla stessa maniera le parole e gli atteggiamenti tenuti nei confronti dell’alterità testimoniano il sé che li pronuncia e manifesta. Sembra un po’ complicato, ma in realtà è un meccanismo che tutti conoscono, sebbene non sempre con lucida consapevolezza. Per fare un esempio, quando si parla di immigrazione, per tentare di arginare i fraintendimenti di parole che si sa essere avventate, si specifica «io non sono razzista, ma…».
Questa forma di cautela non è assolutamente una virtù, tuttavia c’è di peggio ed è la sempre più diffusa sfacciataggine spacciata per sincera onestà di presunti opinionisti che senza inibizioni si autodefiniscono «intolleranti» verso gli immigrati, perché – dicono – esasperati dai loro continui e impuniti reati. Un tempo persino gli operai del triangolo industriale pensavano male dei “terroni”, ma – come m’ha scritto Cri – «si vergognavano a dirlo. Ora, non più. Lo pensano e lo dicono». Allo stesso modo mi capita con una certa frequenza di imbattermi in individui che hanno perso ogni pudore terminologico e baldanzosamente usano parole che fino a poco tempo fa sarebbero risultate vergognose: «non li sopporto più, se ne devono andare».
Quando diventa “normale” esprimersi in questo modo, vuol dire che si è pronti a superare il – labilissimo – crinale tra dichiarazione e azione. Ha ragione la mia amica Cri: «solo la prevenzione vale; il razzismo è una malattia incurabile», soprattutto perché nessuno ammette di esserne portatore sano («il razzista migliore è quello che è convinto di non esserlo», dice con paradossale efficacia Ascanio Celestini, *). È facile vederlo in chi fa saluti romani e veste come un pagliaccio borchiato; molto più complicato, invece, è scorgerlo nei discorsi perbenisti di quelli che esasperano il (sacrosanto) rispetto delle regole e si trasformano in “razzisti legalitari”. Costoro arrivano ad accusare i rom di abusivismo edilizio [*] o gli immigrati (si badi bene, categoria mai definita con esattezza) di non pagare le tasse. È vano dire loro che i rom delle baracche sono i più disperati e che da qualche parte devono pur organizzarsi una parvenza di esistenza, visto che nessuno gli affitterebbe neanche un garage. Sono un po’ sfiduciato e ho la sensazione che sia sempre più inutile spiegare che le tasse pagate dai cittadini stranieri contribuiscono considerevolmente alla ricchezza economica dell’Italia sebbene spesso non beneficino di alcun servizio («Gli immigrati producono il 6,1% del Pil del nostro Paese, pari a oltre 90 miliardi di euro di ricchezza. E pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse», *).
Francamente, io non ho la forza per interloquire con chi dice «padrone in casa mia» (confondendo la nostra Repubblica, laica e fondata sulla Resistenza antifascista, con una proprietà privata) o con chi sostiene che «gli immigrati sono incattiviti dalla vita» (dimostrando di non aver mai letto Carlo Levi e di non aver mai capito che coloro che partono sono i migliori, i più forti e speranzosi della propria comunità). Davvero, io non ce la faccio a chiedere delucidazioni a chi dice «violentano le nostre donne»: nostre di chi? ha mai chiesto direttamente a coloro che subiscono maltrattamenti? cosa dicono, chi indicano? A me risulta che la prima causa di morte delle donne europee sia la violenza domestica, quindi quella patita da mariti, fidanzati, padri… [*, *, *]
Purtroppo nel nostro Paese le risposte stanno diventando cattive: tutt’intorno «c’è un vuoto culturale travestito da un troppo pieno di superflue idiozie» (ancora Cri). Mi domando perché accanto alle impronte digitali e alla fermezza non si avvii un grande, serio e duraturo programma di conoscenza interculturale.
Chi, oggi, può dire di avere un amico zingaro? Chi sa dire “ciao” in romanès? [*] E chi sa che “rom” significa “uomo”? «Noi viviamo in una società che non sa accogliere l’altro e non sa vedere il punto di vista dell’altro. Non si conoscono, nessuno conosce gli zingari. Chi di quelli che calunniano gli zingari può dire di essere vissuto con loro? Chi di loro può dire di avere degli amici zingari? Nessuno!».
Chi, oggi, in epoca di “tolleranza zero”, ricorda il Decalogo per la convivenza interetnica di Alexander Langer?
Viene dichiarato lo “stato di emergenza” [*] (e questo mi fa pensare ad un fumetto che m’ha raccontato ViDa: commento #2), viene impiegato l’esercito nelle grandi città [*] (e questo, insieme ai soldati posti a presidio delle discariche campane, mi fa tornare in mente la battuta di un film: commento #3), ma nessuno cita quello splendido tentativo di dialogo che Langer lanciò poco prima di morire.
«La comprensione pluri-etnica – diceva nel 1994 – sarà la norma più che l’eccezione: l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza». Non negava il valore dell’etnia e dell’identità, ma per superare le rispettive chiusure sottolineava «l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera […]; “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”».

Alex/Chris: Magari quando torno scrivo un libro sui miei viaggi… Come uscire da questa società malata.
Wayne: La società!
Alex/Chris: La società! La società!
Wayne: La società!
Alex/Chris: La società, certo, la società! Sai cosa non capisco? Io non capisco perché ogni cazzo di persona è così cattiva col suo prossimo! Non ha senso per me: i giudizi, il controllo… tutto quanto! È una cosa che…

    PS:
1. La citazione di Italo Calvino è da “Le città invisibili” [*]; quella di Arthur Rimbaud dalla “Lettera a Paul Demeny” del 1912 [*]; le parole di Moni Ovadia sono tratte dall’introduzione del dvd “A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli Zingari” [*]; la raccolta degli scritti di Alex Langer è “Il viaggiatore leggero” [*].
2. Non avrei mai scritto questo post se Cri, Gina, ViDa e Valfi non m’avessero dedicato del tempo e dei pensieri. Conservo gelosamente le vostre parole.
3. La citazione finale, tratta dal film “Into the wild” (di Sean Penn, 2007, *), a mio avviso va letta ascoltando “Society” di Eddie Vedder. La scelta di questa chiusura non è casuale, ma è il pretesto per augurare a tutt* voi buon agosto. Sono in partenza per le Montagne Rocciose dell’Alberta, in Canada. Spero di riuscire ad aggiornare il Taccuino anche da lì, altrimenti… a tra qualche settimana! G.

    PPS:
Questo post è dedicato alla memoria di Camill Gugg (1908-1991), ornitologo, pittore, insegnante di tedesco, fuggiasco.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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34 risposte a Del razzismo e di altri pensieri

  1. ggugg ha detto:

    Alexander Langer, “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica”, novembre 1994

    1) La comprensione pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione: l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza: La convivenza pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento e opportunità in più piuttosto che come condanna.
    2) Identità e convivenza: mai l’una senza l’altra: né inclusione né esclusione forzata.
    3) Conoscersi, parlarsi, informarsi, interagire: “più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci intenderemo. Il rovesciamento della celebre frase di Zelger: bisogna imparare a conoscere la lingua, la storia, le tradizioni, gli stereotipi e le paure delle comunità conviventi.
    4) Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni.
    5) Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l’appartenenza, non escludere appartenenze e interferenze plurime. L’identità è un fatto di storia, di tradizioni, di sensibilità individuale; non ha bisogno di essere delimitata.
    6) Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi a casa.
    7) Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano: norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici.
    8) Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. Appoggiare ed incentivare la formazione di gruppi che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità.
    9) Una condizione vitale: bandire ogni violenza. La conflittualità di origine etnica, religiosa o razziale ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione emotiva.
    10) Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici.

  2. ggugg ha detto:

    “Stato di emergenza per l’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari”
    Ed io penso a Spider-Man…

    Manhattan è diventata una città-stato paranoica e politicamente corrotta in cui i supereroi sono fuorilegge e gli onnipresenti soldati del “regno” mantengono l’ordine pubblico facendo uso gratuito di violenza.
    Peter Parker è diventato vecchio e la morte della sua MJ l’ha indotto a rinunciare alla sua identità segreta. Un gruppo di ragazzini idealisti, capeggiati da J. Jonah Jameson (un tempo direttore del “Daily Bugle”), organizzano una resistenza segreta e invocano l’aiuto dell’Uomo Ragno.
    Non vi racconto il finale, ma vi trascrivo una battuta del santone-Jameson:

    You want safety? You want security? You don’t look for someone else. You look inside. Because when you give away personal responsibility you give away personal power.

    (da “Spider-Man: Reign”, di Kaare Andrews, Marvel comics, 2007)

  3. ggugg ha detto:

    L’esercito per presidiare le cave campane destinate a discarica.
    L’esercito per garantire la sicurezza dei cittadini.
    Mmm, tutto questo mi ricorda qualcosa…

    A: Signore e Signori, il governo mi ha nominato luogotenente generale del Regno. Parto per Napoli immediatamente.
    B: Sostituite il generale Farina nella repressione del brigantaggio?
    A: Ah, no no no! Vado a rendere meno selvaggi quegli italiani. È tempo che quei cafoni capiscano che la nostra pazienza è finita.
    B: Attento a non usare la mano pesante! L’Europa è scandalizzata dai nostri metodi.
    A: La guerra è un atto politico, un atto di forza che non può preoccuparsi di scandalizzare chicchessia.
    B: Ma noi non siamo in guerra, poiché sarebbe una guerra civile. E poi ricordate: ha vinto più battaglie Fouchet con i suoi servizi di informazione e le sue spie che Napoleone con la sua armata.
    A: Ogni volta che l’esercito interviene è guerra. Tutto il resto è ipocrisia e propaganda disfattista.

    (da “Li chiamarono… briganti”, film di Pasquale Squitieri del 1999)

  4. ggugg ha detto:

    È impressionante o no quel che ieri ha reso noto il Censis?

    Incidenti sul lavoro, allarme Censis. “Più morti bianche che omicidi”

    ROMA – L’Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro, quasi il doppio della Francia, il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Si muore di più sul lavoro o sulle strade che non ammazzati da un colpo di pistola o da una coltellata. Le vittime sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi in incidenti stradali otto volte più degli omicidi. A lanciare l’allarme è il Censis, Centro studi investimenti sociali. “Tuttavia, gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sui fenomeni di criminalità“.
    Se negli ultimi 11 anni gli omicidi sono diminuiti di un terzo (da 1.042 casi nel 1995 a 663 nel 2006), nei cantieri e sui posti di lavoro l’anno scorso sono morti 1.170 operai di cui quasi la metà in infortuni “stradali”, nel tragitto casa-lavoro o travolti mentre lavoravano in strada. Se si escludono i cosiddetti infortuni “in itinere” o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
    Confrontando gli omicidi con i morti per incidenti stradali, il Censis ha calcolato che i decessi in incidenti automobilistici sono otto volte gli omicidi. Nel 2006, in Italia sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091).
    Tuttavia, “gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini”, ha detto Giuseppe Roma, direttore generale del Censis.
    “Risalta in maniera evidente – ha proseguito Roma – la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così”.

    (“la Repubblica”, 5 agosto 2008)

  5. anonimo ha detto:

    Il mio amico si chiama Florin,
    è piccolo il mio amico, ed hai capelli neri, neri come l’ebano, e due grandi occhi languidi e bagnati. Viene da lontano, sicuro, viene da lontano, perchè quando l’ho incontrato aveva un grande sacco annodato sulla schiena che lasciava a malapena intravedere i suoi polpacci. Mi camminava davanti fischiettando, e il suo piccolo amico peloso inciampava tra le mie gambe. Sono riuscita a superarlo soltanto quando, voltandosi a gettare un’occhiata al suo amichetto peloso che inciampava tra le mie gambe, si è fermato, e gli ho sorriso dicendogli: “ton petit ami, il doit être un peu fatigué”. Ha risposto con un cenno, e ha proseguito per la sua strada. Che buffo, mi sembrava di conoscerlo, aveva qualcosa… qualcosa di me. I miei zaini.. i miei passi…i miei occhi bagnati…la speranza, e non sembrava smarrito. Avrei voluto chiedergli da quale pianeta venisse, quante rose avesse lasciato, ma camminava veloce… dicono siano tutti nomadi quelli con uno zaino annodato in spalla, dicono, forse per questo camminava cosi veloce, …quanti chilometri. Un piccolo principe è atterrato da un pianeta sconosciuto lasciando la sua rosa, la sua casa, la sua famiglia, avrei voluto presentargli degli amici, chissà, forse anche lui, come il piccolo principe, era alla ricerca di qualcuno che potesse portare al mondo la testimonianza della sua esistenza.
    E cosi, ho cominciato a camminare, zaino in spalla, seguendo le sue orme. Io l’ho cercato e lui mi ha trovato. Era seduto a terra con un buffo cappello in testa, un piattino per le sue monete, e una ciotola ghiotta per il suo amichetto peloso: “mi chiamo Florin, non parlo bene francese, vengo dalla Romania e abito alla Galleria La Fayette”.
    Cavolo! La Fayette.. senza quella massa di esseri strani che pullulano di giorno… di notte deve essere magnifica – ho pensato. Lui passava a trovare me, ed io passavo a trovare lui. Mi bastavano il suo sorriso ed i suoi occhi bagnati, gli bastava un testimone, qualcuno a cui potesse rispondere “sto bene, grazie”. Non c’era una forte comunicazione verbale, e forse non avrei dovuto farlo, non potevo chiedergli il permesso, e invece l’ho fatto. Ma il mio amico argentino che dirige un centro sociale mi ha risposto: “ci avevo pensato, sai di portarlo al centro, ma coi rom… è difficile. Loro sono nomadi.. e poi sai questi genitori… l’elemosina… la cultura.. è diverso, loro non cambiano”. Poi ancora con H., insegnante di francese in pensione: “No, i rom no. Ho già dato, mi hanno rubato un casa… loro sai… e i loro genitori…”.
    Non potevo portarlo da me.. cavolo lui è un piccolo principe, viene dal pianeta della rosa.. abita alla galleria La Fayette, ed io in un stanzetta dove a stento ci sarebbe stato spazio per la sua rosa.. avevo vergogna! Allora, racimolo i miei vecchi libri di francese, le copie di esercizi, qualche penna, una busta, e glieli regalo. L’ho rincontrato ancora e ancora, ho corretto i suoi esercizi di francese, conservo gelosamente i suoi occhi bagnati e lucidi, conservo gelosamente il suo cappello… lo mostro avidamente, è il segno della sua esistenza, del suo passaggio nel mio universo, dei nostri piccoli e silenziosi dialoghi, dei candidi tesori custoditi in un incrocio di sguardi.
    Il suo pianeta non deve essere poi cosi lontano, mi sembra quasi di immaginarlo, e la sua rosa… ora.. deve essere felice!!
    Valfi

  6. Eccardo ha detto:

    a quando un post su Camill Gugg?

  7. anonimo ha detto:

    entrando in questo blog,di questo post avrei commentato la frase”violentano le nostre donne..”ma alla fine leggendo che questo post è dedicato a Camill Gugg,non voglio commentare,ma fare qualche riflessione su Camill Gugg,pittore/artista.Un’artista romantico,che ha fatto del paesaggio un’unità al cui interno i vari aspetti si armonizzano perfettamente attraverso la tecnica del”saper guardare”che non consiste per gugg nella meticolosa restituzione di una realtà visiva(essendo sganciato dall’impressionismo)più o meno presunta,ma nel filtrare la scena selezionando gli elementi con attenzione alle luci,affinchè niente nella resa pittorica vada oltre l’armonia recepita dall’artista..così nulla in natura possiede un contorno duro,ogni oggetto è visto contro un’altro oggetto,tutti i contorni si fondono dolcemente,talvolta in modo così sottile da non poter distinguere esattamente dove l’uno finisce e l’altro continua..i colori variano con la luce e nel rapporto forma/colore è quest’ultimo l’elemento costitutivo della raffigurazione:una raffigurazione della realtà contemplata,stando dentro la natura stessa,quasi a voler confondersi con essa e a introdursi in un’altra dimensione per spaziare dentro di sè..è così i soggetti diventano simboli e occasioni per esprimere la sua essenza che in definitiva è quella dell’uomo..ciò è possibile perchè la pittura di Camill Gugg sembra nascere da una lenta assunzione del soggetto,partendo dentro di sè fino al momento dell’ispirazione che si materializa con pennellate decise,spontanee e leggere,ricche cromaticamente.

  8. anonimo ha detto:

    Ciao Gianni!!
    come stai?? In questi giorni to ho pensato..spero che stai passando una buona estate 🙂
    bacioni
    Lisa

  9. anonimo ha detto:

    A distanza di pochi giorni,rientro in questo blog e mi soffermo nuovamente su questo post,il pensiero è ancora rivolto alla memoria di Camill Gugg,questa volta Camill Gugg l’uomo,il fuggiasco…..lascio qui dei versi che racchiudono gli stati d’animo di coloro che sono stati e sono in fuga…
    l’anima è un fiume
    scorre in alto tra le montagne
    tra le montagne verso la piana senza poterla raggiungere
    senza raggiungere il sonno dei salici piangenti
    la quiete dei larghi archi di ponte
    dell’erbe acquatiche dell’anatre dalla testa verde
    senza raggiungere la dolcezza triste delle superfici piane
    senza raggiungere i campi di grano al chiaro di luna
    scorre verso la piana
    scorre in alto tra le montagne tirandosi dietro le nubi che si fondono e si separano
    portandosi di notte le grosse stelle
    le stelle delle cime delle montagne
    il sole azzurro delle nevi delle montagne
    scorre schiumeggiando mescolando nel fondo le pietre nere con quelle bianche
    scorre coi suoi pesci che nuotano contro corrente
    vigili nelle curve
    s’inabissa e s’inalbera
    pazza del proprio fragore
    scorre in alto tra le montagne
    tra le montagne verso la piana
    verso la piana inseguendola
    senza poterla raggiungere.

  10. ggugg ha detto:

    Riapro solo oggi il Taccuino dopo alcune settimane e vi trovo dei commenti che mi hanno toccato non poco.

    Anonim* dei commenti #7 e #9, le tue parole mi emozionano. La tua analisi mi ha restituito la luce dei quadri di Camill; la poesia di Hikmet il suo sguardo curioso.
    Per favore, puoi contattarmi?
    Se preferisci, anche scrivendomi all’indirizzo ggugg@splinder.com

    @ Valfi: grazie per la storia di Florin e della sua rosa.
    @ Eccardo: quest’anno ricorre il centenario della nascita di Camill Gugg e ho in programma di organizzare addirittura una piccola mostra. Ho poco tempo, ma spero di riuscirci. Sul Taccuino, comunque, un ricordo non mancherà.
    @ Lisa: sono ancora all’estero, ma a breve torno a casa carico di foto e racconti!

  11. anonimo ha detto:

    Non posso che essere contenta di aver suscitato delle emozioni,in questi giorni non posso contattarti,a causa di intoppi pratici,ma ti assicuro che a breve lo farò.La pittura è la mia oasi felice che mi fa interpretare questo mondo dal quale spesso fuggo e nel quale,a volte,stranamente mi rifugio.
    Se vuoi organizzare una mostra in memoria di Camill Gugg,vorrei lasciarti alcuni consigli:chissà potrebbero ritornarti utili.
    La mostra la intitolerei”I LUOGHI DELL’ANIMA”
    *scegli degli sfondi ai quadri,preferendo sfondi a tinta unica,colori matti,eviterei cromatismi che riflettono troppa luce sugli sfondi,i protagonisti della luce saranno i quadri di Camill Gugg.
    *Una mostra non è tale se non ci sono gli attrezzi utilizzati dall’artista:pennelli,cavalletti,qualche tavolozza incompleta,se non sei in possesso di questi tesori,rifornisciti di strumenti in uso nel 900.
    *La mostra potrebbe quindi inquadrare il tema del paesaggio come evoluzione di un concetto legato alla”visione spirituale”di un luogo della memoria.
    *Prendi spunto da uno spazio vissuto e rendilo visibile agli altri attraverso il linguaggio interpretato dalla pittura,aiutati anche con materiale fotografico.
    *Ricorda che il naturalismo,nei paesaggi prende vita più che da uno spunto sociale,da una vera e propria visione letteraria,storica se vuoi del suo procedere pittorico.La pittura spesso è la rappresentazione di un concetto scritto(i taccuini di Camill potrebbero esserti utili)che viene finemente descritto nell’immagine dipinta,perchè il quadro è lo strumento di un’energia suprema,il paesaggio è lo spazio,la figura testimone mediatico di un accadimento o dell’assoluta mancanza di accadimenti per il procedere di una giornata perduta nell’attesa..a volte il paesaggio è onirico,più immaginato che”visto”ma per questo forse,più”vero”del reale.
    Se questa mostra ci sarà,mi farebbe tanto piacere esserci..a presto.

  12. iNessuno ha detto:

    Lo sai vero, che imparo sempre molto passando da te.
    Passando da Gugg al tema del post, mi ha molto colpito il dialogo tratto da”li chiamarono..briganti”
    Un caro saluto
    angela

  13. ggugg ha detto:

    Sul numero della settimana scorsa di “D – La Repubblica delle donne” (n. 612, *) c’è una lettera di Francesco Natarelli cui risponde Umberto Galimberti.
    L’argomento, disquisito in chiave psicologica, è il silenzio del Vaticano sul pogrom anti-rom di Ponticelli del maggio scorso.

    LA VOCE INASCOLTATA

    Scrive Erich Fromm in Psicoanalisi della società contemporanea (Ed. Comunità): “La salute mentale non può essere definita in termini di adattamento dell’individuo alla sua società, ma, al contrario, in termini di adattamento della società ai bisogni dell’uomo”.

    Il quasi silenzio del Vaticano di fronte ai campi Rom dati alle fiamme vicino Napoli ha turbato cattolici e non, per cui ci si è chiesti: “Perché tanta prudenza? Cristo si è fermato in Piazza San Pietro?” (Maurizio Chierici, l’Unità, 19/5/08, *). La risposta forse può essere trovata se si tiene conto del tipo di assetto mentale delle gerarchie vaticane e non solo. Già la psicoanalista cattolica Françoise Dolto (Psicanalisi del Vangelo, Rizzoli) aveva affermato che l’educazione “cosiddetta cristiana” può far ammalare le persone, mentre Gesù le guarisce. Ma è stato lo psicoanalista cattolico Pierre Solignac (La nevrosi cristiana, Borla) a formulare una precisa diagnosi: “L’autorità romana si comporta come una personalità paranoica” in perenne contraddizione con Gesù, il cui messaggio “è stato quello dell’antinevrosi”. Così può accadere che il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, veda “estremismi” là dove a Ponticelli divampa un pogrom. Non vede donne e bambini in fuga verso l’ignoto. Lo sguardo di Gesù era diverso. Dove l’occhio del fariseo “vede” un “peccatore e pubblicano”, Gesù “vede un uomo” (Matteo 9, 9-11). Al fariseo Simone che “vede una peccatrice” che gli insudicia la casa (Luca 7, 36-50), Gesù corregge lo sguardo: “Vedi questa donna?”. E una donna vede Gesù quando incontra la samaritana, appartenente a un’altra etnia (Giovanni 4, 1-29), a lei regala “l’acqua viva” ovvero l’amore di Dio, sicché anche lei alla fine non vede più in lui un “giudeo”, ma un “uomo”; lo sguardo di Gesù aveva abbattuto le barriere etniche e religiose. Il fatto è che tra il Tempio cattolico e il Cesare berlusconiano, sussiste un connubio mentale, che “il guardo esclude”. Ascoltiamo Eugenio Scalfari (la Repubblica, 17/5/08, *): “Dopo la vittoria di Berlusconi è scoppiata la sindrome delle ronde di strada, della repressione fai-da-te… C’è una logica nella follia di aver cavalcato la paura: poiché di miracoli in economia non se ne potranno fare, bisognava suscitare un nemico sul quale scaricare le tensioni”. Suscitare un nemico: un meccanismo che la psicoanalisi chiama “identificazione proiettiva”. Per essa – che è in relazione con la posizione paranoide/schizoide (Melanie Klein) – il soggetto nega il proprio “cattivo”, lo espelle e lo incarna in un Altro, il quale, trasformato in discarica di rifiuti psichici altrui, viene suscitato come nemico, che fa paura e da cui occorre difendersi, magari con le ronde, ma che va anche attaccato, magari con i raid, perché incarnazione del Male. Di fronte a un inconscio collettivo malato che sta tracimando, non è urgente che maturi la consapevolezza dei rapporti tra politica e psicoanalisi, tra religione e psicoanalisi, visto che le sole categorie della politica sembrano insufficienti?

    (Francesco Natarelli, Pescara – m.natarelli1@virgilio.it)

    Il suo invito è nobile, ma penso che nessuno lo raccolga. La psicoanalisi, infatti, non può aiutare né la religione né la politica perché, a differenza degli anni ’60 e ’70 in cui la psicoanalisi svolgeva un ruolo anche di “analisi del sociale” (come già per altro era negli intenti di Freud, autore de Il disagio della civiltà), oggi è stata relegata o si è relegata nell’ambito della cura individuale. Per effetto di questa riduzione la psicoanalisi è diventata funzionale al potere sia politico sia religioso, ai quali non dispiace la medicalizzazione della condizione umana, perché questa comporta un’autolimitazione degli individui i quali, una volta persuasi di avere un sé fragile e debole, saranno loro stessi a chiedere non solo un ricorso alle pratiche terapeutiche, ma addirittura la gestione della loro esistenza, che è quanto di più desiderabile possa esistere per i poteri costituiti. E qui non si fatica a intravedere le potenziali implicazioni autoritarie a cui inevitabilmente porta la diffusione generalizzata dell’etica terapeutica, che è la versione secolarizzata dell’etica della salvezza, con cui le religioni hanno sempre tenuto gli uomini sotto tutela. Anzi, per Frank Furedi, sociologo ungherese che insegna all’università di Kent a Canterbury, autore de Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (Feltrinelli), la patologizzazione di esperienze umane, fino a ieri ritenute normali, risponde all’esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di “pensare” (a questo ha già provveduto il “pensiero unico” per cui, come già ammoniva Nietzsche: “Chi pensa diversamente, va spontaneamente in manicomio”), ma soprattutto nel loro modo di “sentire”. Questo nuovo “conformismo emotivo”, come lo chiama Furedi, è un governo degli uomini più sottile e pervasivo di quanto le religioni e le ideologie del passato siano mai riuscite a fare, perché attutisce le tensioni sociali, spegne i possibili conflitti, riduce al silenzio le voci che rifiutano di uniformarsi al sistema, risolve quelle che, in tutta evidenza, sono questioni pubbliche in problemi privati degli individui, i quali, se dissentono con le loro idee o con i loro comportamenti, possono sempre trovare un cognitivista o un comportamentista che li persuade che, non potendo cambiare il mondo, per vivere con meno problemi è meglio che cambino se stessi. E, in nome di questo “sano realismo”, il mondo resta tale qual è.

    (Umberto Galimberti)

  14. anonimo ha detto:

    pensieri bellissimi e troppo veri perché in fondo poetici

  15. ggugg ha detto:

    Grazie mille a Étranger per la citazione di questo post su “SegnaVia”, il suo « blog per un altro Sudtirolo».
    E grazie di cuore a MID’A che gliel’ha segnalato.
    QUI

  16. anonimo ha detto:


    Ascanio Celestini:il razzismo

  17. giuba47 ha detto:

    Molto bello…Giulia

  18. anonimo ha detto:

    La ricerca, promossa dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con l’alto Patronato del Presidente della Repubblica, è stata curata da Enzo, direttore del Dipartimento di ricerca sociale e metodologia sociologica “Gianni Statera” dell’Università di Roma “La Sapienza”

    Cos’è il razzismo?

    Il punto di partenza della presentazione è stato il tentativo di Campelli di definire “razzismo”. «Non c’è infatti un solo razzismo – sostiene Campelli – ma si dovrebbe parlare di razzismi, di forme diverse di discriminazione. Il razzismo oggi è un camaleonte che muta velocemente, in forme e stati differenti». Ad esempio oggi è la teoria della differenza, più di quella della razza, a risultare particolarmente insidiosa e pericolosa nel giustificare atteggiamenti razzisti. «La nostra cultura democratica – ha aggiunto il sociologo – ci ha abituato a pensare con la categoria dell’uguaglianza dell’unità. Oggi è fondamentale riflettere sulla categoria della differenza perché è anche nella accettazione delle differenze che possiamo sviluppare una cultura democratica. Ma la cultura della differenza è più complessa di quella dell’uguaglianza e bisogna prestare attenzione ad un nuovo razzismo differenzialista.»
    Esiste poi un rischio razzismo legato all’“allarme identitario”, che svela l’incubo di un futuro meticcio, che svilisce e dissipa tradizioni , storie e culture.

    Alcuni dati (preoccupanti)

    La ricerca, effettuata su una popolazione giovanile tra i 14 e i 18 anni (2200 intervistati) è stata condotta su tutto il territorio nazionale. I risultati non possono essere letti secondo la facile dicotomia “buoni/cattivi” nel senso che i comportamenti tra i giovani non sono facilmente divisibili, ma spesso come risulta dalle loro risposte agli “item” proposti, si intersecano e si contaminano.

    Un dato inquietante svela gli stereotipi ben radicati tra i giovani relativi a tre gruppi sociali e culturali presenti in Italia: ebrei, musulmani e extracomunitari.

    Il 64% degli intervistati sostiene che «i musulmani rimangono fedeli al mondo islamico», mentre il 52% li definisce «nemici del progresso».
    Per quanto riguarda gli “extracomunitari” per il 24% degli intervistati essi «inquinano la nostra cultura», mentre per il 32% «sottraggono agli italiani casa e lavoro», «portano malattie» il 24% e infine «alimentano la prostituzione» il 52%.

    Un motivo di preoccupazione per quanto riguarda la memoria storia e la tenuta democratica delle giovani generazioni emerge infine dagli stereotipi che riguardano la comunità ebraica. Per il 17,5 degli intervistati «gli ebrei devono ritornare in Israele». Campelli precisa che “ritornare” « è molto diverso da andare, come se gli ebrei non appartenessero all’Italia.» Per tacere poi di un altro dato estremamente preoccupante: il 18% degli intervistati definisce infatti l’olocausto «una esagerazione rispetto a quello che davvero è successo.»

    Risposte per certi versi sconcertanti. Considerando anche che i giovani intervistati sono quasi tutti ampiamente scolarizzati (se non ancora a scuola). Come a dire che dal pregiudizio e dal razzismo non ci si libera una volta per tutti e che ogni giorno occorre vigilare sul rinascere degli stereotipi e degli atteggiamenti razzisti.
    Ho notato”se e per quanto si vigili”gli episodi di razzismo non mancano mai,sfociando a volte in una fine crudele….pensando alla sorte del ragazzo di appena 19 anni,brutalmente ucciso per un pacco di biscotti????perchè si pensava avesse rubato anche soldi??Mo’sui sospetti e sulle ipotesi si decide di privare della vita ad altre persone,che alibi del cacchio!!!Diciamo le cose come stanno e come dice Ascanio Celestini:”il razzismo è come il culo è più facile vedere quello degli altri,il proprio non lo si riesce mai a vedere”
    il razzismo esiste e come!!!!!balza agli occhi dinanzi a tragedie come questa di domenica scorsa,nell’opinione pubblica c’è indignazione,ognuno s’indigna a modo suo!si scrivono post,commenti,lettere e poi???non ho parole!!!mi vengono in mente solo dei versi di una canzone:è
    venuto ormai il
    momento di negare
    tutto cio’ che e’
    falsita’
    le fedi fatte
    di abitudini e
    paura
    una politica
    che e’ solo far
    carriera
    il perbenismo
    interessato
    la dignita’ fatta
    di vuoto
    l’ipocrisia di chi
    sta’ sempre
    con la ragione ma
    mai col torto e’ un
    Dio che e’ morto
    nei campi di
    sterminio
    Dio e’ morto
    coi miti della razza
    Dio e’ morto
    con gli odi di
    partito
    Dio e’ morto.

    Anna Nappi

  19. anonimo ha detto:

    Quando scriviamo post,quando leggiamo i post dei nostri amici e vi lasciamo commenti allarmanti e siamo allarmati da questa nostra società che scivola sempre più verso il basso..infondo urliamo e speriamo che qualcosa possa cambiare,che qualcuno ascolti queste voci indignate sparse..dopo una manciata di ore, ti trovi dinanzi altri fatti e dati allarmanti e allora diventa davvero dura…e allora affido al parola e la speranza alla poesia.!

    Quando saremo fratelli

    Le stelle a profusione
    come gli occhi dei saggi
    sul destino degli uomini.

    Quando saremo uniti
    non ci sarà la paura negli occhi,
    quando saremo fratelli
    le torve occhiate d’odio spariranno.

    di Bernard Dadiè

    Amico negro

    di guardarti negli occhi
    profondi e sconfinati
    come profondo e sconfinato
    è il tuo continente.
    Il tuo sguardo
    tradisce ancora
    il terrore dello scudiscio
    che ha segnato a sangue
    la tua pelle negra,
    le piaghe delle catene
    che hanno imprigionato
    la tua libertà,
    hanno marcato la tua anima
    imprimendovi il marchio
    di una schiavitù perenne.
    Non ho il coraggio
    di guardarti negli occhi
    amico negro,
    perchè bianca è la mia pelle
    e temo di recarti nuova offesa.
    che una lacrima
    che per secoli e generazioni
    hanno subìto milioni
    di altri tuoi fratelli negri.
    Ma ho solo il coraggio
    di supplicare, a capo chino,
    il tuo perdono.

    di C.Rovini

    annaNappi

  20. ggugg ha detto:

    Immagino che tempo fa tutti avranno letto della positiva valutazione della Commissione europea riguardo le misure adottate dal Governo italiano sui campi nomadi [*]. Molti saranno rimasti sorpresi e qualcuno si sarà domandato perché, dunque, tanto allarme e sdegno da parte di chi aveva protestato in primavera contro quel provvedimento. Il sottosegretario Mantovano aveva chiesto anche le scuse da costoro (e mi ci metto anche io: «quegli italiani che, all’opposizione dentro e fuori il Parlamento, non hanno esitato a buttare fango sull’Italia pur di contrastare l’azione dell’Esecutivo») [*].
    Ma come si è espressa esattamente la Commissione? Come sono andate davvero le cose?
    Insomma, una buona abitudine è quella di coltivare il dubbio e alimentare lo sguardo critico, giusto? E su questo episodio credo che sia particolarmente utile leggere un editoriale di Nando Sigona su OsservAzione: “Scusate, ci eravamo sbagliati… oppure no?”.

    Evidentemente la situazione non è lineare come la si vuol far apparire.
    Lo sguardo del mondo, tuttavia, continua a posarsi sulla nostra società e sul modo con cui viene governata dall’attuale classe dirigente. Dan McDougall ha pubblicato il 17 agosto 2008 un lungo reportage su “The Observer” intitolato “Why do the Italians hate us?”. L’incipit dimostra che certe immagini le hanno viste tutti e nessuno le dimentica:
    «It is an image that shocked the world: two young Gypsy children lie dead for three hours on an Italian beach while, feet away, a carefree couple enjoy a leisurely picnic»
    [*]

    Intanto a Milano un ragazzo è stato massacrato da un padre e un figlio perché, pare, aveva rubato dei biscotti [*]. Hanno usato una spranga e degli insulti, Abdul è morto dopo poche ore. Nel pomeriggio (era domenica scorsa, 14 settembre 2008) i due assassini sono stati fermati e si sono dichiarati “non razzisti” [*]. Questa tesi è stata accolta sia dal capo della Mobile Francesco Messina («il delitto è maturato a causa della presunta idea che i ragazzi avessero rubato qualcosa che alla fine si è appurato essere dei biscotti»), sia dal prefetto Gian Valerio Lombardi («Nel provvedimento del magistrato non c’è alcun riferimento a matrici razziste o xenofobe. L’episodio è grave, ma ultimamente non ve ne sono stati altri») [*].
    Ricordo che nel 2005 la Magistratura sentenziò che «l’espressione “sporco negro” – pronunciata da un italiano mentre aggredisce persone di colore alle quali provoca serie lesioni – non denota, di per sé, l’intento discriminatorio e razzista di chi la pronuncia perché potrebbe anche essere una meno grave manifestazione di “generica antipatia, insofferenza o rifiuto” per chi appartiene a una razza diversa» [*].

    In questo lungo commento ho citato episodi diversi, e lo concluderò facendo riferimento ad altri due ancora. Si tratta di fatti avvenuti per ragioni indipendenti, gravi o futili che siano. Ognuno di questi avvenimenti, tuttavia, ai miei occhi contribuisce a delineare uno sfondo della società italiana odierna che mi fa pensare a quale sia la causa che ha portato a situazioni di tale sconcerto, a quale sarà il livello che raggiungeremo con l’attuale condotta.
    Certo, se delle forze dell’ordine minacciano e picchiano un’intera famiglia rom nel veronese (“Una Bolzaneto rom a Bussolengo”, di Gianluca Carmosino) e la notizia non viene data al telegiornale della sera o in prima pagina sui quotidiani del mattino, quel che si raccoglierà sarà solo odio.
    E a quel punto, per riprendere le parole di Giuseppe D’Avanzo sulla carneficina di Castelvolturno e la conseguente rivolta, «Davvero qualcuno si scandalizzerà oggi se duecento di quei niente hanno gridato per un pomeriggio la loro rabbia?» [*].

  21. ggugg ha detto:

    Nadia Urbinati su “la Repubblica” di ieri (25 settembre 2008) ha scritto un articolo dal titolo “Se cade il tabù del razzismo”. Ne estrapolo un ampio brano, ma ne consiglio la lettura integrale.

    «[…] Non è necessario che al linguaggio segua la violenza perché ci sia razzismo e perché ci sia comportamento violento. Il linguaggio può fare violenza oltre che istigare alla violenza. E il razzismo è un linguaggio violento. È una forma di violenza che è prima di tutto un modo di pensare che riceve energia dalla pigrizia mentale. Il pregiudizio (del quale il razzismo si alimenta), vive della nostra inettitudine mentale e della nostra faciloneria, perché è poco faticoso associare molte persone sotto un’unica idea: tutte insieme senza distinzioni individuali, solo perché nere o asiatiche o mussulmane. Al razzista questi aggettivi dicono da soli tutto quello che egli vuole sapere senza fare alcuno sforzo ulteriore di conoscenza, osservazione, distinzione, analisi. «Sei nero, allora sei anche A, B, C». Questa faciloneria rende il razzismo un codice di riconoscimento: i razzisti vanno d’accordo, si riconoscono e si attraggono; rinforzano le loro credenze a vicenda e accorgendosi che non sono soli a pensare in quel modo concludono che hanno ragione, perché la maggioranza ha ragione. Proprio perché genera emulazione il razzismo è facilmente portato a espandersi; l’atteggiamento razzista non è mai “un fenomeno isolato” perché se una persona ha il coraggio di rivelarsi razzista in pubblico è perché sa di poter contare sull’appoggio dell’opinione pubblica. Ecco perché quando si legge a commento di un fatto di razzismo che si tratta di “un fenomeno isolato” si resta allibiti (io resto allibita): perché il commento è sbagliato e figlio della stessa faciloneria di chi ha commesso il fatto. […] Prima che alla violenza, e proprio affinché questa venga scongiurata, è quindi al linguaggio che occorre prestare attenzione, perché esso è il veicolo primo e più potente del razzismo, proprio a causa della natura del linguaggio, un mezzo con il quale costruiamo l’oggetto di riferimento e il suo significato, una costruzione che è condivisa da altri e imitativa, non privata e personale. […]»

  22. anonimo ha detto:

    Comunicato di Assopace Napoli
    September 25th, 2008

    Vorrei dare spazio a questo comunicato che manda Assopace di Napoli, siamo solidari con Emiliano Di Marco, e con tutte quelle persone e individui che agiscono contro la violenza e il razzismo. Non resta che partecipare agli eventi del 2 Ottobre della giornata della nonviolenza, e il 4 Ottobre alla manifestazione nazionale contro il razzismo a Roma. E poi continuare a lottare a favore della pace e della nonviolenza.

    Emiliano Di Marco, dirigente dell’Associazione per la Pace, e’ stato
    aggredito ieri sera a Pianura da una squadraccia fascista. Era giunto li’
    insieme ad altri attivisti antirazzisti a seguito dell’ennesimo
    tentativo di cacciare i cittadini immigrati che abitano nel quartiere.
    L’azione pacifica e il dialogo con le istituzioni portato avanti in
    quelle ore concitate, ha evitato lo sgombero, ma ha irritato quel
    manipolo di delinquenti che da tempo tenta aizzare gli abitanti contro
    la presenza degli stranieri. Le forze dell’ordine, pur presenti, non
    hanno evitato l’aggressione e le minacce. Dopo Ponticelli e
    Castelvolturno, dobbiamo forse temere che un analogo episodio possa
    avvenire a Pianura ? Cosa deve succedere ancora per far si’ che questi
    provocatori e teppisti vengano fermati? E fino a quando sara’ tollerata
    la connivenza fra esponenti politici della destra e questi delinquenti?
    Anche per queste ragioni la manifestazione indetta per sabato 27
    dalla CGIL dovra’ vedere una prima risposta della societa’ contro questo
    clima di razzismo ,di odio e di violenza che sta prendendo piede in citta’.

    Comunicato di Assopace Napoli.
    Annanappi

  23. ggugg ha detto:

    Anche Clara Sereni sottolinea come il razzismo si sviluppi su un deficit di linguaggio e di sguardo. Cito alcuni stralci del suo articolo “Il Paese dell’odio”, pubblicato ieri su «l’Unità» (1° ottobre 2008, qui):

    «Ieri è successo a Parma [*], a Emmanuel Bonsu, picchiato da sette vigili urbani per un sospetto, e nel verbale invece del suo nome hanno scritto «negro». È successo nei giorni scorsi a Milano, a Castelvolturno, a Monza, a Cosenza, ancora a Parma, e in tanti luoghi di cui non abbiamo notizia. È successo che gli invisibili – disabili, negri, prostitute, lavoratori in nero di ogni etnia – li vediamo in cronaca, picchiati espulsi uccisi. Ma questo non è un Paese razzista, ci dicono e ci diciamo. […]
    Ma il Paese, l’Italia nel suo complesso, ciascuno di noi “normali”, cosa ricorda? E, soprattutto, cosa “vede”? Da ogni parte arrivano richieste perché chi è scomodo diventi anche invisibile: le prostitute non devono più farsi vedere per strada, i disabili se non vanno a scuola è meglio, i matti risultano pericolosi come i magistrati e viceversa, i migranti hanno il dovere di farci vivere meglio e non il diritto di affacciarsi ai diritti, le preghiere dei musulmani vanno bene purché non ingombrino, e via cancellando.
    Tutto questo, tutto insieme, è razzismo. E alberga in ciascuno di noi, anche se ci piacerebbe credere che non è così. Ogni volta in cui ci sembra che il singolo problema – disabilità o Islam, colore della pelle o follia – non ci riguardi, e che dunque possiamo tacere, non opporci, non scendere in strada, rinunciare, quella che avanza è l’idea che si possano tagliar via singoli pezzi di società senza che questo sia una perdita per tutti. Il silenzio uccide l’integrazione, uccide gli invisibili, e ci uccide anche dentro.
    Così come, quando c’è un vuoto, qualcosa interviene sempre a riempirlo, così nel vuoto di gesti e di parole maturano altri gesti, altre parole. […]
    Per ricominciare a vedere gli invisibili con occhio partecipe, fuori dal silenzio, per non essere razzisti nel nostro fondo, c’è bisogno di un grande salto culturale, di quelli difficili. C’è bisogno che ciascuno riparta da sé, dalle proprie personali scimmiette. Perché, come diceva don Milani, “mi riguarda” è il contrario di “me ne frego”: concetto da tenere a mente, in questi tempi di fascismo rinascente. Quando si tende a dimenticare che i problemi li abbiamo tutti, ma uscirne ciascuno per proprio conto è egoismo sterile, mentre uscirne tutte e tutti insieme è Politica. Quella con la P maiuscola».

  24. ggugg ha detto:

    Un antropologo che entra nel dibattito pubblico attuale. Va segnalato!
    Naturale, è Luigi Maria Lombardi Satriani…

    LA VERITÀ È MULTIETNICA
    Migrazioni, paura dell’altro
    Antropologi a convegno per disegnare nuove strategie della convivenza globale

    di Salvo Vitrano

    Tra le insicurezze del mondo attuale ogni tanto rimontano le illusioni di organizzare società tutte omologate secondo questo o quel modello, orientate al conformismo e all’intolleranza più o meno confessata. A una simile tendenza gli antropologi italiani dell’Aisea (Associazione Italiana per le Scienze Etnoantropologiche) rispondono a Roma con un convegno intitolato «RelativaMente – Nuovi territori scientifici e prospettive antropologiche». Il convegno è in corso fino a domani alla Facoltà di Lettere dell’università La Sapienza. L’etnoantropologia si mette a confronto con altri saperi scientifici che riguardano la realtà umana e le sue trasformazioni: dalla mappatura dei patrimoni genetici alle biotecnologie e alle pratiche di gestione del vivente. Temi che sollevano nuovi interrogativi nel dibattito pubblico attuale a cui il convegno intende dare un contributo. Alcune delle relazioni rivelano già l’intenzione: Ulderico Daniele ha parlato di censimenti e razzializzazione della «differenza zingara» nell’era della sicurezza, Francesco Remotti di «simbiosi, l’antropologia e i modelli di convivenza». Presidente dell’Aisea è Luigi Maria Lombardi Satriani, etnoantropologo docente alla Sapienza di Roma e al Suor Orsola Benincasa di Napoli, ex senatore dell’Ulivo. Al convegno spiega «Le ragioni di un dialogo» e spera che il dibattito serva a impostare in modi più aperti e critici anche nella sfera politica alcune questioni di grande attualità.

    Alcuni recentissimi episodi di cronaca lasciano sconcertati. Siamo diventati un popolo di razzisti?
    «Io sono preoccupato, perché in questo momento sta tornando il desiderio di ratificare le differenze tra gli esseri umani e la superiorità di un tipo sull’altro. Pensiamo in Italia alla schedatura dei bambini rom che si vorrebbe far passare come una maniera per proteggerli. Invece si tratta del tentativo di creare nuovi strumenti di controllo sociale, peraltro privi di fondamento scientifico, e inutili. Viviamo in una società sempre più complessa e l’idea semplificatrice che si possa risolvere qualcosa ponendo steccati tra noi e gli altri non risolve niente e può favorire conflitti».

    Però l’allarme sicurezza esiste.
    «Certo, il bisogno di sicurezza va rispettato. Ma tentare di appagarlo attribuendo colpe a chi è diverso da noi, non serve. In realtà gli altri sono noi e noi siamo gli altri. Voglio dire che quando consideriamo in maniera rigida, ponendo barriere, le differenze culturali tra appartenenti al genere umano, significa che sugli altri stiamo proiettando le nostre paure, le nostre angosce. Ciò che non vogliamo riconoscere come un male che affligge la nostra società lo attribuiamo a un mostro che si contrappone a noi come altro. Così si esorcizzano ideologicamente i problemi senza risolverli».

    La prospettiva dell’antropologia quali rimedi offre?
    «Offre innanzitutto vie per la riflessione critica. Non si tratta di affermare che dobbiamo essere più buoni e tolleranti con chi appare diverso, ma di capire come di fronte a problemi seri c’è chi cerca di cambiare le carte in tavola, come possiamo diventare vittime di meccanismi ideologici truffaldini che non ci permettono di capire quel che davvero sta succedendo».

    Che cosa sta succedendo?
    «Siamo alla fine di un’illusione nutrita da chi aveva una percezione limitata del genere umano. Ci si poteva illudere che la vita non fosse multietnica, che il mondo fosse solo quello intorno a casa con persone che si comportavano più o meno come noi. Ma non è mai stato così. Oggi le migrazioni, la vicinanza fisica rendono evidente a tutti la multietnicità della vita, che per gli antropologi è qualcosa di scontato. Perciò credo che l’antropologia possa aiutare a trovare strategie per la convivenza. Per permettere alle diverse culture di esprimersi in un comune ambito di socialità e in modi che non comportino il suicidio della nostra cultura ma neanche di quelle altrui».

    Come si fa?
    «Ci vogliono nuovi modelli di conoscenza e di comunicazione. Capire, per esempio, che non abbiamo bisogno di isole come in qualche città diventano il quartiere cinese o il quartiere indiano. La città deve restare un luogo di incrocio, di libere relazioni tra le persone, di comprensione. L’antropologia può spiegarlo, può far crescere la cognizione dei problemi reali».

    La politica vorrà ascoltare?
    «La nostra associazione è in contatto con l’Unesco, che seguirà il convegno. Per l’Italia non mi illudo che la temperie politica sia la più favorevole a discorsi critici. Stiamo subendo svolte autoritarie per le quali nessuno protesta e si indigna a sufficienza. Ma il presidente Napolitano ha inviato un augurio al nostro convegno e ha chiesto di ricevere una relazione di sintesi dei lavori».

    “Il Mattino”, 2 ottobre 2008, qui

  25. LAfricanA ha detto:

    Camorra, rifiuti, criminalità…
    ed ora anche razzismo.
    Ecco come si deteriora il sogno della “dolce vita” nell’immaginario francese:

    Recrudescence du racisme en Italie
    “La presse parle du virus du racisme, en particulier La Republica, journal de centre-gauche, qui est en première ligne sur les évènements qui ont marqué ces dernières semaines.
    En Italie on assiste depuis ces dernières semaines à une recrudescence des violences à caractère raciste avec plusieurs agressions d’étrangers. Un climat délétère qui apparait étroitement lié à l’augmentation de la précarité mais aussi aux campagnes sécuritaires et «anticlandestins» menées par certains hommes politiques de droite. 204 agressions à caractère raciste ont recensées au cours des dix derniers mois”.

    par Anne Le Nir
    (Radio France International)

  26. ggugg ha detto:

    Come ogni sabato, anche ieri Pask m’ha segnalato il dialogo che Umberto Galimberti tiene coi suoi lettori su “D – La Repubblica delle Donne” (n.618, 11 ottobre 2008).
    Stavolta la questione sollevata dal lettore Pierluigi Larotonda gira intorno al concetto di etnia. Esiste davvero? Cosa significa? Ha senso parlare di sicurezza dell’identità nazionale? L’Italia ha un’identità di questo tipo?

    I MITI DELLA CULTURA
    Scrive Gérard Lenclud che: “Non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri. Non è il passato a produrre il presente, ma il presente che modella il suo passato”.

    Da molti mesi è in atto una discussione sulla questione della sicurezza. I partiti, in modo diverso, hanno sottolineato l’urgenza di fornire risposte congrue ai cittadini. L’accento è spesso caduto sulla difesa dell’identità nazionale. Secondo la mia opinione, l’analisi dovrebbe affrontare alcuni punti fondamentali.
    1) La nostra Costituzione è laica e vieta qualunque discriminazione inerente l’etnia e la religione. Ne consegue che l’atto del delinquere debba essere perseguito in quanto fatto giuridico e non in base a classificazioni etniche.
    2) Occorre separare in modo netto l’argomento della legalità (che riguarda tutti i residenti in Italia: extracomunitari, comunitari, cittadini italiani) da quello dell’identità dei nostri territori. Infatti, poiché viene citata in tante occasioni, è necessario sottolineare che l’identità di un territorio affonda le radici in valori culturali, religiosi e in tradizioni. Allora, non è propriamente razionale parlare della difesa dell’identità cristiana (la cui presenza non può essere negata) poiché le nostre tradizioni sovente sono frutto di culture pagane. Ad esempio, il rito dei leghisti di riempire l’ampolla con l’acqua del Po ricorda un mito di origine celtica-nordica. È importante mantenere vivi certi usi e costumi, altrimenti si rischierebbe il vuoto. Ma l’identità si arricchisce con il confronto e non con lo scontro. Del resto il Cristianesimo si è diffuso nella Roma Imperiale proprio grazie a uomini provenienti dall’oriente. Basta citare Pietro e Paolo.
    3) Sembra che la “questione sicurezza” sia approdata in un porto che ha per nome “campi nomadi”.
    Sono secoli che Rom, Sinti, Gitani vivono in Europa. E, alla luce della Storia, è documentato che non abbiano prodotto o non siano stati responsabili di così grandi sciagure umane. Nomadi o meno, le leggi a tutela dell’ordine pubblico ci sono. Basta rispettarle e sanzionare il mancato rispetto di queste.
    Pierluigi Larotonda, Prato
    larotondap@yahoo.it

    A Londra, hanno riferito di recente i giornali, si registrano 60 accoltellate al giorno che, aggiunte ad altri tipi di aggressioni, fanno un totale di 60.000 reati a persone e cose ogni anno senza che per questo il governo londinese abbia fatto l’equazione insicurezza sociale-immigrazione, come invece è accaduto in Italia per una sorta, direbbero gli psicoanalisti, di “identificazione proiettiva”, che significa negare la propria parte violenta, espellerla da sé per attribuirla all’altro.
    Questa equazione è stata ornata da orgoglio nazionale che rifiuta l’altro in nome della propria “identità culturale”. Ma esistono davvero le etnie, le identità culturali con le loro inconfondibili radici, lo scontro tra culture dai valori inconciliabili che con tanta frequenza ricorrono nei discorsi della gente, nella propaganda dei politici, sulle colonne dei giornali, nei dibattiti televisivi? C’è qualcosa di vero in queste espressioni, o si tratta invece di vere e proprie invenzioni senza alcun fondamento, enfatizzate per coprire, sotto la maschera della cultura, ben altre spinte e inconfessabili interessi?
    A sollecitare il dubbio è stato qualche anno fa l’antropologo Marco Aime che, in “Eccessi di culture” (Einaudi), dice che a incontrarsi e a scontrarsi non sono mai le culture, ma le persone, e che insistere sull’identità locale, nazionale o addirittura sovranazionale significa creare recinti invalicabili che alimentano nuove forme di razzismo. Si prenda l’esempio della Lega Nord che inventa le origini celtiche degli abitanti della pianura padana definita: “una nazione con una propria identità”.
    Di fatto, documenta Aime, la popolazione denominata “celtica”, che non aveva alcuna organizzazione politica che la riunisse, alcun regno, alcuno Stato, alcun culto comune, fu inventata di sana pianta nel 1700 da intellettuali scozzesi, irlandesi, gallesi e bretoni, per tentare di costruire le rispettive identità nazionali in contrapposizione alla popolazione dominante in Inghilterra e in Francia.
    Se dal locale passiamo al nazionale, qual è l’identità dell’Italia, che ha raggiunto la sua unificazione solo da un secolo e mezzo, dopo 1400 anni di divisioni e di dominazioni tra le più disparate, con conseguente contaminazione genetica delle popolazioni? Dove è rintracciabile quella “razza italiana” così mitizzata dal fascismo, che si rifaceva ai fasti dell’Impero romano, dimenticando, per inciso, che non c’è mai stato un impero così composito come quello romano, dove circolavano persone che provenivano da ogni parte del mondo allora conosciuto?
    Il problema è allora quello di capire se esistono davvero queste identità culturali o invece sono state costruite più da una ricerca spasmodica di identità, che non si sa dove altro reperire se non in fantomatiche radici storiche?
    Viviamo in mezzo a flussi di persone, idee, merci che si muovono in contesti sempre più svincolati dal territorio, e noi continuiamo a pensare ai territori come agli unici contenitori delle culture, quando non solo il presente, ma anche il passato, è stato attraversato da una miriade di persone in movimento. Queste hanno a tal punto mescolato usi, costumi e credenze, che parlare ancora di “etnie” o “identità culturali” dà tanto l’impressione di qualcosa di artificialmente ideato per giustificare i conflitti scatenati da ragioni difficilmente confessabili come gli interessi economici, o da cose che non vogliamo vedere come la disperazione degli uomini.
    Umberto Galimberti

    PS: intanto un po’ di feccia tipicamente italiana cominciamo anche ad esportarla. Qui.

  27. LAfricanA ha detto:

    Italia paese razzista?
    Qualcuno ha il coraggio di chiamarle “ragazzate”!!

    Una mano di bianco dove prima c’era il nero: così ignoti “hanno reso più padane”, come scrive oggi il portale ‘Stranieri in Italia’ (ormai punto di riferimento on-line dei ‘nuovi cittadini’) alcune sagome realizzate dai bambini delle scuole di Brinzio (piccolo comune in provincia di Varese) nell’ambito di un progetto di sicurezza stradale. Quattro delle 12 sagome piazzate ai bordi delle strade – per invitare gli automobilisti a rallentare in presenza di una scuola e il conseguente attraversamento di bimbi – ritraevano bambini con la pelle scura, che qualcuno nella notte ha ricolorato con uno spray bianco. L’episodio, l’ultimo di una serie di una lunga serie di fatti a sfondo razzista che si registra in Italia, è al momento oggetto di indagine, ha fatto sapere il sindaco del paese, e vi sarebbero anche alcuni testimoni oculari. Il gesto, che qualcuno si è affrettato a definire una ragazzata, è stato fortemente criticato dai bambini che avevano realizzato le sagome e che in una lettera aperta dedicata agli “imbrattatori” scrivono: “avremmo a disposizione molte parole, tutte poco belle, per definirvi, ma riteniamo che non valga neanche la pena di elencarle. (…) Siamo indignati per quello che avete fatto, perché avete rovinato qualcosa di utile, di bello e di significativo: utile per la sicurezza di bambini e adulti del nostro paese, bello per l’impegno e l’ abilità che avevamo messo, significativo perché sottolinea il desiderio e la volontà di integrazione per tutti, nella nostra piccola scuola, come in tutto il modo civile (…) Riflettete, che cosa avete ottenuto? Ci piacerebbe che voi imbrattatori, comprendendo quanto è stato inutile e brutto il vostro gesto, sapeste prendere diluente e vernice per farci ritrovare una mattina le nostre sagome come erano”.

    Fonte: misna.it

  28. GinoCerutti ha detto:

    Ho scritto alcune cose su Langer e il Sudtirolo: http://occhiodirovereto.splinder.com/tag/politica+sudtirolese
    Forse possono interessare.
    Mi prometto di stampare e leggere con calma questo tuo intervento.
    Un saluto cordiale

  29. ggugg ha detto:

    Grazie per il tuo passaggio e, soprattutto, per le cose che scrivi.
    Le verrò a consultare con regolarità.
    Indimenticabile Alex.
    E indimenticabile Cerutti Gino (ma lo chiamavan drago…)!

  30. ggugg ha detto:

    RAZZISMO E COMUNICAZIONE QUOTIDIANA

    Lunedì 12 gennaio 2009 a Siena, presso il circolo Arci Fontebecchi (SS 222 Chiantigiana) alle ore 17.00 ci sarà un convegno dal titolo “Razzismo e comunicazione quotidiana: per un uso responsabile del linguaggio”.
    Tra gli ospiti: Moni Ovadia, Roberto Natale, Dario Vergassola. Coordina: Stefano Bisi.

    Ulteriori info: qui, oppure 0577271540 (arci Siena) e siena@arci.it

  31. ggugg ha detto:

    Come un fiume carsico, periodicamente riemerge in superficie. È la spiegazione “scientifica” del rapporto tra autoctoni e alloctoni.
    Lo scorso 21 febbraio 2009 è stato il turno del sociologo Luca Ricolfi su “La Stampa”:

    «[…] Il tasso di criminalità degli stranieri regolari è 3-4 volte quello degli italiani, il tasso di criminalità degli stranieri irregolari è circa 28 volte quello degli italiani (dati 2005-6).
    […] Basandosi esclusivamente sulle denunce, quel che si può dire è che la propensione allo stupro degli stranieri è 13-14 volte più alta di quella degli italiani (dato 2007), e che – anche qui – il divario si sta allargando: l`ultimo dato disponibile (2007) indicava un rischio relativo (stranieri rispetto a italiani) cresciuto di circa il 20% rispetto a tre anni prima (2004).
    Infine, i romeni. In base ai pochi dati fin qui resi pubblici, la loro propensione allo stupro risulta circa 17 volte più alta di quella degli italiani, e una volta e mezza quella degli altri stranieri presenti in Italia. Lo stupro non è però il reato in cui i romeni primeggiano rispetto agli altri stranieri. Nella rapina sono 2 volte più pericolosi degli altri stranieri (e 15 volte rispetto agli italiani), nel furto sono 3-4 volte più pericolosi degli altri stranieri (e 42 volte rispetto agli italiani). Nel tentato omicidio e nelle lesioni dolose, invece, sono leggermente meno pericolosi degli altri stranieri, ma comunque molto più pericolosi degli italiani (7 e 5 volte di più rispettivamente).
    Si può discettare all`infinito sul perché il tasso di criminalità degli stranieri, anche regolari, sia cosi più alto di quello degli italiani. Razzisti e xenofobi diranno che l`alta propensione al crimine di determinate etnie dipende dai loro usi e costumi, se non dal loro Dna. Ma la spiegazione più solida, a mio parere, è tutta un`altra: se gli stranieri delinquono tanto più degli italiani non è perché noi siamo buoni e loro cattivi, ma perché i cittadini stranieri che arrivano in Italia non sono campioni rappresentativi dei popoli di provenienza.
    Con la sua giustizia lentissima, con le sue leggi farraginose, con le sue carceri al collasso, l`Italia è diventata la Mecca del crimine. Un luogo che, oltre a una maggioranza di stranieri per bene, attira ingenti minoranze criminali provenienti da un po` tutti i Paesi, e cosi facendo crea l`illusione prospettica dello straniero delinquente. […]» [QUI]

    Com’è facile immaginare, numerose sono state le reazioni. Qui ne segnalo due.

    La prima è di Giuseppe Faso che lo scorso 3 marzo 2009 ha analizzato l’intervento di Ricolfi su Giornalismi.it:

    «[…] Come faccia lo statistico torinese a misurare la pericolosità di un insieme contraddistinto solo dalla mancanza della cittadinanza italiana è difficile comprendere. Sembra di capire che il brav’uomo si basi sulle statistiche dei denunciati, e perciò degli “assicurati alla giustizia”. Che sia alto tra costoro il numero di persone che non hanno la cittadinanza italiana, potrà voler dire molte cose: per esempio, che è più facile essere denunciati per mancanza di documenti, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione (e perciò vendita di accendini e CD senza il bollo o borse Vuitton contraffatte a Napoli o a Prato) che non per altri tipi di reati, meno osteggiati (scippi, furti e una marea di reati da “colletti bianchi”) e meno ancora perseguiti oppure ormai depenalizzati (falso in bilancio, etc.). Che però un maggior numero di denunciati significhi maggiore “pericolosità sociale” lo può credere solo chi pensi ancora che le classi laboriose sono anche le più pericolose. Se uno studente al primo anno di criminologia chiamasse “tasso di criminalità” (come fa Ricolfi) le percentuali dei denunciati rischierebbe di non passare l’esame. Ma il prof. corsivista del giornale serio se lo può permettere.
    […] Peccato che gli innocenti della comunità scientifica se ne stiano silenziosi, non leggano la “Stampa” e siano dediti alle loro ricerche rigorose e dalla terminologia inappuntabile.
    […] “Con la sua giustizia lentissima, con le sue leggi farraginose, con le sue carceri al collasso, l’Italia è diventata la Mecca del crimine”. Codesto pure abbiamo sentito dire, per il vero, in mille bar e taverne del Bel paese, compreso l’uso popolano della “Mecca” come antonomasia del luogo di richiamo a perverse azioni, che per secoli ha convissuto, nel linguaggio razzista calato giù dalle cattedre vescovili e dalle gazzette dei letterati, con la “Sinagoga di Satana” e simili fandonie. […]» [QUI]

    Il secondo commento è di Gad Lerner, oggi 7 marzo 2009 su “la Repubblica”:

    «[…] l’inchiesta sul cosiddetto “stupro di San Valentino” nel parco romano della Caffarella ha scatenato un uso capzioso, falsamente oggettivato, della scienza statistica. Lo scopo? Catalogare la criminalità in base alla sua matrice etnica, nazionale o religiosa nell’Italia descritta grossolanamente come la Mecca del crimine.
    […] In questa elaborazione di dati “politicamente scorretti” -e dunque di gran moda- consegue un notevole successo il professor Luca Ricolfi, che su “La Stampa” non si stanca mai di ribadire la propria assoluta neutralità di studioso.
    […] Non ho motivo di dubitare dell’esattezza di tali calcoli aritmetici. Semmai fa sorridere che in altri interventi lo stesso (neutrale) Ricolfi raccomandi di evitare l’allarmismo e l’invenzione di emergenze. Ma se questa ha da essere l’ispirazione, mi chiedo se l’autore non dovrebbe in futuro dedicarsi a portare fino in fondo le conseguenze di tale metodologia applicata nella comunicazione pubblica.
    Non siamo forse interessati ad altre scoperte? Per esempio: pubblicare tutte le liste di propensione reato per reato, magari distinguendo il grado di pericolosità su basi di reddito e mestiere, oltre che di nazionalità? Altri magari gradirebbero che s’introduca pure un censimento degli italiani pericolosi regione per regione: perché no? S’annidano più stupratori potenziali in Calabria o in Trentino Alto Adige? In città o in campagna?
    Onde evitare poi spiacevoli discriminazioni, sarà il caso di mettere in guardia l’opinione pubblica riguardo alle illegalità cui sono più dediti gli stessi professori universitari e i giornalisti: suppongo non ne manchino.
    […] Legittimando l’emotività della folla, o peggio mettendosi al servizio della politica, già in passato la scienza si ritrovò a giustificare pregiudizi e a certificare la necessità di discriminazioni. Magari senza accorgersene. Vi furono sociologi che, esibendo cifre all’apparenza inoppugnabili, additarono la “sproporzione” con cui talune categorie occupavano posti di potere e altri delinquevano in eccesso. Siamo sicuri che tale pericolo non si ripresenti?
    Nessuno chiede di sottacere i problemi, né di censurare la ricerca sulla devianza. Ma la propaganda degli indici di pericolosità etnici, nazionali o religiosi è robaccia contro cui le società più evolute della nostra hanno già da tempo preso delle contromisure. Le persone responsabili hanno il dovere di non rifugiarsi dietro alla falsa neutralità delle cifre, oltretutto elaborate con criteri parziali e soggette a deformazione» [QUI]

    Infine, non potevo non segnalare una vignetta di Mauro Biani del 3 marzo 2009:

  32. ggugg ha detto:

    Per concludere gli appunti al Taccuino per questo w-e (che sarà di totale stacco della spina), una buona iniziativa. Che sottoscrivo.
    Su “Liberazione” di sabato scorso (28 febbraio 2009, QUI) gli antropologi dell’ANUAC hanno pubblicato una lettera dal titolo “Noi, antropologi culturali, diciamo no alla deriva razzista, liberticida e autoritaria”:

    «Gli eventi accumulatisi in quest’ultimo periodo sono di una tale gravità da indurci a rendere pubblica la nostra indignazione. Assistiamo a un imbarbarimento crescente della produzione legislativa, orientata sempre più ad una prassi di violenza fisica, quindi anche simbolica, contro gli stranieri, i “diversi”, i socialmente deboli, le libertà individuali. Il ddl 733, se approvato in via definitiva, abolendo il divieto di segnalare gli stranieri “irregolari” che ricorrono alle cure sanitarie, priverà di fatto del diritto alla salute – diritto universale ed inalienabile – centinaia di migliaia di cittadini che vivono con noi, lavorano con noi e spesso per noi. Non solo: esso introduce anche il reato di clandestinità, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e i matrimoni misti, il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettino l’ordine di espulsione. Nega, inoltre, l’iscrizione anagrafica a chi non abiti in appartamenti “idonei” e istituisce la schedatura presso il ministero dell’Interno dei senza casa e di tutti coloro che hanno dimora in luoghi diversi dagli appartamenti. Gli irregolari saranno privati altresì di diritti umani elementari come quelli di riconoscere un figlio o di mandare del denaro a casa. Tutte queste misure varranno a rafforzare discriminazione e razzismo ed a rendere più sfruttabile, docile, ricattabile la forza-lavoro immigrata. Infine, l’improvvisa scoperta dell’“emergenza” degli stupri – in realtà un fenomeno endemico, trasversale alle nazionalità e agli ambienti sociali – messa al servizio di una campagna dai toni forcaioli contro gli stranieri e i minoritari, è servita a giustificare un decreto d’urgenza che strumentalizza i corpi violati delle donne per compiere un ulteriore passo verso la barbarie istituzionale e legislativa, fra l’altro legalizzando le ronde private e prolungando fino a sei mesi la detenzione nei lager per migranti. L’involuzione della vita politica del nostro paese ci impone un sussulto di civismo, ci chiede una testimonianza sì politica ma espressa anche in termini di pratiche scientifiche e didattiche. Occorre che dalle sedi della formazione antropologica emerga un chiaro pronunciamento pubblico contro la crescente occupazione armata del corpo: nei corpi offesi dal ricatto tra cura e libertà, nei corpi schedati per non essere chiusi nel guscio sociale che si chiama casa, nei corpi femminili violati e ignobilmente sfruttati per disegni forcaioli, fino a quel corpo di chiunque di noi che lo stato si accinge ad espugnare, con una legge sul trattamento di fine vita che fa strame del diritto individuale sul proprio sé e sulla propria morte. Sappiamo quale logica sostenga la politica che sposta sul corpo dei cittadini più deboli, effettivamente o in potenza, il confronto dialettico con le libertà ed i diritti individuali. Riconosciamo in essa le stesse sillabe con cui il secolo scorso produsse il discorso più disumano che la ragione umana avesse conosciuto. La barbarie, come ci ricordò Ernesto de Martino, abita presso di noi e dobbiamo additarla alla coscienza pubblica quando si presenta, come ora, allo stadio germinale. Quell’antropologia impegnata dalla promessa di ampliare gli orizzonti di ciò che dobbiamo considerare umano deve denunciare il ripiegamento autoritario, razzista, irrazionale e liberticida che sta minando le basi della coesistenza civile nel nostro paese, e che rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette sessant’anni fa, contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali. Forse anche allora, in molti, pensarono che non si sarebbe osato tanto: oggi abbiamo il dovere di non ripetere quell’errore.

    Il Presidente e il Consiglio Direttivo dell’Anuac (Associazione Nazionale Universitaria degli Antropologi Culturali)

    Marco Aime, Roberta Altin, Pietro Angelini,Bruno Barba, Ivan Bargna, Alice Bellagamba, Anna Casella, Pietro Clemente, Dino Cutolo, Gabriella Da Re, Luisa Faldini, Adriano Favole, Clara Gallini, Maria Elena Giusti, Alberto Guaraldo, Eugenio Imbriani, Franco Lai. Chiara Letizia, Alessandro Lupo, Roberto Malighetti, Francesco Marano, Carlo Maxia, Maria Luisa Meoni, Maria Minicuci, Ferdinando Mirizzi, Gabriella Mondardini, Fabio Mugnaini, Cristina Papa, Berardino Palumbo, Carla Pasquinelli, Cecilia Pennacini, Leonardo Piasere, Sandra Puccini, Francesco Remotti, Annamaria Rivera, Alessandro Simonicca, Barbara Sorgoni, Massimo Squillacciotti, Giuliano Tescari, Stefania Tiberini, Filippo Zerilli»

  33. ggugg ha detto:

    Alle pagine 644 e 645 del capitolo “Migrant Workers” (pp. 608-650) del Rapporto 2009 dell’Agenzia ONU “ILO” (“Report of the Committee of Experts on the Application of Conventions and Recommendations – International Labour Conference, 98th Session, 2009”, International Labour Office Geneva, ISBN 978-92-2-120634-7, ISSN 0074-6681) c’è il paragrafo dedicato all’Italia. Lo riporto integralmente:

    Italy
    Migrant Workers (Supplementary Provisions) Convention, 1975 (No. 143)
    (ratification: 1981)
    Non-discrimination and protection of basic human rights of all migrant workers. The Committee notes the Government’s report in which it reaffirms its commitment to fully protect and respect the rights and dignity of migrants on Italian soil. It notes in particular Legislative Decree No. 215, 2003, concerning equal treatment regardless of race and ethnicity intended to transpose European Community Directive No. 2000/43, in accordance with the 2001 European Community Act (Act. No. 39 of 1 March 2002), and the creation of the Office for the Promotion of Equality of Treatment and the Elimination of Discrimination based on Race and Ethnic Origin (UNAR) in November 2004. The UNAR is charged with promoting equality of treatment to eliminate all forms of discrimination on the basis of race or ethnic origin, to provide legal assistance to persons considering themselves to be victims of such discrimination, and to raise public awareness in relation to racial integration. In addition, the Government has established the Department of Rights and Equal Opportunities within the Office of the President of the Council of Minsters which has far-reaching competence in the area of the promotion of human rights and the prevention and removal of any form of discrimination.
    Despite the existence of human rights and anti-discrimination legislation and the creation of administrative and advisory bodies, the Committee notes the apparent high incidence of discrimination and violations of basic human rights of the immigrant population in the country. It notes from the findings of the Advisory Committee on the Framework Convention for the Protection of National Minorities (ACFC) that racism and xenophobia affecting immigrants, asylum seekers and refugees – including Roma – persists in the country creating a negative climate concerning these persons. The ACFC also refers to the sometimes harsh conditions of detention of irregular immigrants, pending their expulsion to their country of origin (ACFC/INF/OP/II2005003, 25 October 2005). The Committee further notes the concluding observations of the UN Committee on the Elimination of Racial Discrimination (CERD/C/ITA/CO/15, March 2008) expressing concern at reports of serious violations of the human rights of undocumented migrant workers, in particular those from Africa, Eastern Europe and Asia, including ill treatment, low wages received with considerable delay, long working hours and situations of bonded labour in which part of the wages are being withheld by employers as payment for accommodation in overcrowded lodgings without electricity or running water. The CERD also refers to the ongoing racist and xenophobic discourse targeting essentially non-EU immigrants, instances of hate speech targeting foreign nationals and Roma, as well as reports of ill-treatment of the Roma, especially those of Romanian origin, by the policy force in the course of raids in Roma camps, notably following the enactment of the presidential decree in November 2007, Law Decree No. 181/07 regarding the expulsion of foreigners.
    In the same context, the Committee notes that the UN Special Rapporteur on racism, the UN Independent Expert on minority issues, and the UN Special Rapporteur on the human rights of migrants, issued a statement on 15 July 2008 in which they expressed their serious concern about recent actions, declarations and proposed measures targeting the Roma community and migrants in Italy, in particular the proposal to fingerprint all Roma individuals in order to identify those undocumented persons living in Italy. They also condemned the aggressive and discriminatory rhetoric used by political leaders explicitly associating the Roma to criminality, thus creating an overall environment of hostility, antagonism and stigmatization among the general public.
    The Committee is deeply concerned by these reports on violations of basic human rights, especially of undocumented migrants coming from Africa, Asia and Eastern Europe, and of an apparently increasing climate of intolerance, violence and discrimination against the immigrant population, especially the Roma of Romanian origin. As these matters have an impact on the basic level of protection of the human and labour rights and the living and working conditions of the immigrant population in Italy, the Committee considers that they raise serious issues of non-application of the Convention. The Committee recalls the Government’s obligation under Article 1 of the Convention to respect the basic human rights of all migrant workers, irrespective of their migrant status. Moreover, under Article 9(1), the Government has the obligation to ensure that migrant workers, even those illegally employed, are not deprived of their rights in respect of the work actually performed as regards remuneration, social security and other benefits. The Committee also recalls the Government’s obligation under Articles 10 and 12 of the Convention to take measures that guarantee equality of treatment, with regard to working conditions, for all migrant workers lawfully in the country, as well as measures to inform and educate the general public aimed at improving awareness of discrimination in order to change attitudes and behaviour. These should not only cover non-discrimination policies in general but should ensure that the national population accepts migrant workers and their families as fully fledged members of society (General Survey of 1999 on migrant workers, paragraph 426).
    The Committee hopes that the Government will be able to act effectively to address the apparent climate of intolerance, violence and discrimination of the immigrant population in Italy, including the Roma, and to ensure the effective protection in law and in practice of the basic human rights of all migrant workers, independent of their status.
    It hopes that the necessary measures will be taken to help the victims to assert their rights and to ensure that the provisions of the legislation concerning discrimination are better understood and observed, and breach of them more effectively penalized. The Committee hopes that the next report will contain full information on activities undertaken in this area, including activities by the Office for the Promotion of Equality of Treatment and the Elimination of Discrimination based on Race and Ethnic Origin and the Department of Rights and Equal Opportunities. The Committee also refers the Government to its comments under the Discrimination (Employment and Occupation) Convention, 1958 (No. 111).
    The Committee is raising other points in a request addressed directly to the Government.
    [The Government is asked to reply in detail to the present comments in 2009.]

    Come molti avranno già sentito, il ministro Frattini ha già provveduto a replicare nel dettaglio: “Il Rapporto è falso e contiene cose da respingere al mittente [Per questo l’Italia “ha già espresso” la propria “indignazione”]. Ci auguriamo che si tratti di una sfortunata pagina dell’attività di un’istituzione, l’Ilo, che l’Italia rispetta e con la quale intende continuare a collaborare” (Repubblica)
    Tante altre sono le reazioni, naturalmente. E sostanzialmente tutte seguono il copione già scritto delle fazioni cui faceva riferimento ieri il Presidente Napolitano [*]
    Penso sia da segnalare solo il commento di Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas: «Da anni esprimiamo preoccupazione per forme di intolleranza e discriminazione verso gli immigrati, e in modo particolare nel mondo del lavoro» (CorSera).

    PS: Il Rapporto dell’ILO è stato pubblicato il 6 marzo 2009 ed è consultabile in pdf (pesa quasi 6 mega).

  34. Pingback: Refugees Welcome: Torna a Surriento! | il Taccuino dell'Altrove

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