Se tutti potessero scoprire la luna

La “piaga”, quella che secondo il diplomatico Raniero Paulucci de Calboli [1902] faceva vergognare l’Italia rappresentando «una classe che ha le stesse tendenze degli zingari e dei popoli selvaggi», erano però i musicanti: «Da genitori deficienti di energia morale e fisica sono procreati degli infelici che succhiano col sangue la stessa ripugnanza alla fatica di un lavoro regolare». Il meccanismo era sempre lo stesso: i bambini venivano rastrellati in giro per i paesi, presi in affitto, forniti di un topo, una scimmia o una marmotta ammaestrati e portati via, a piedi, verso Parigi, Londra, New York. […] Il “Times” attaccava dicendo che «questi ragazzi miserabili (…) infestano le strade di Londra» [e i lettori scrivevano, come nel settembre 1855, che] «I musicisti italiani sono peggio di un fastidio, sono crudeli tiranni che colpiscono al cuore della libertà fondamentale degli inglesi, quella della privacy»

Viene l’angoscia a pensare a quanti bambini sia negata la possibilità di divertirsi, di andare a scuola, di vivere serenamente la propria infanzia.
Ha ragione Marco – in un commento al post precedente – che vorrebbe ridare il diritto di giocare e studiare ai bambini costretti a lavorare o a mendicare. La sua osservazione mi ha indotto a riflettere, soprattutto per la domanda che aggiunge subito dopo: «ma perché i “capi” rom non intervengono sulle parti malate dei loro gruppi dimostrando alla gente che non sono tutti uguali come si pensa?».
Su questo tema mi sono accorto che ogni mia osservazione deriva da un preciso presupposto: tutti i genitori del mondo amano allo stesso modo i propri figli.
Ciò da un lato mi tiene lontano dagli scivoloni di tipo “etnico” e dall’altro mi spinge a cercare argomentazioni più “nascoste”.
Dunque, se dovessi schematizzare, direi che lo sfruttamento e la violenza subiti da troppi bambini in ogni angolo del pianeta sono riconducibili a due tipi di mostri e ad una condizione: gli orchi (laidi, viscidi, depravati), gli schiavisti (cinici, arrivisti, squallidi) e la miseria (inflessibile, sciagurata, impietosa, ma non meno dipendente dal comportamento degli esseri umani).
Certo, queste tre eventualità possono coesistere e allora il baratro diventa inimmaginabile, ma per mantenere la chiarezza di uno schema, le esemplificherò brevissimamente in maniera separata: della prima (gli orchi) fanno parte i turisti sessuali nei Paesi poveri e i fruitori di materiale pedopornografico (dai primari d’ospedale ai cittadini qualunque); nella seconda (gli schiavisti) rientrano i cosiddetti signori della guerra e alcuni imprenditori del tessile (dai tappeti ai palloni da calcio); infine alla terza (la miseria) appartengono molte famiglie rom, ma è evidente che si tratta di una condizione comune a tante altre famiglie, che vivano nelle favelas sudamericane, negli slum africani o nei sobborghi occidentali.
Naturalmente nulla – nemmeno l’opzione “miseria” – giustifica la negazione dell’infanzia sofferta da milioni di bambini, ma porsi in maniera problematica dinnanzi a tale voragine umana aiuta a capirne le sorgenti e a valicarne l’abisso. L’intolleranza, invece, si alimenta soprattutto di ignoranza e spinge impetuosa verso il precipizio, ecco perché non riesco mai né a condividerla né a comprenderla.
Sono rimasto di sasso alcuni giorni fa leggendo il finale del reportage da Ponticelli di Marco Imarisio sul «Corriere della Sera»: «Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni». La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta. Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima». Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo» (15 maggio 2008, *).

Perché? Come si può arrivare a tanto? È, questa, un’esasperazione da comprendere? Come fanno i rom a non pensare che tutti i gagè sono uguali? Qualcuno sa rispondermi?

    PS:
1. La citazione iniziale è tratta dal capitolo più doloroso de “L’orda” di Gian Antonio Stella [*]. Si intitola “Troppi orchi nel paese della mamma. Il traffico di bambini, un secolo di lacrime e di orrori”.
2. Ci sono bimbi allevati a vivere sul confine, ai margini, per cui capita d’incontrarli mentre strimpellano in metropolitana o quando vendono fazzoletti agli angoli delle strade o, ancora, sulle ginocchia di una donna che chiede l’elemosina sul marciapiede. Ma ci sono anche bimbi che vivono felici tra videogame e televisione che, tuttavia, nei temi di scuola scrivono: «Hanno fatto bene, visto che non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto usare le maniere forti», «Non siamo razzisti, ma loro si sono preso troppo la mano e quindi noi abbiamo dovuto incendiare i loro campi» [*]. Dicono che questi “temi choc” siano casi isolati. Voglio crederci, ecco perché chiudo citando quello di Noemi (11 anni, quinta elementare): «Quel giorno da casa mia si vedevano i roghi. Mi sono fatta accompagnare da mio fratello, sono arrivata sul posto ed era tutto a fuoco… Quando ho sentito “li bruciamo”, dentro di me ho provato tutta la solitudine che può avere una persona» [*].
3. Al commento #1 c’è un’appendice composta con un brano tratto da “Ciàula scopre la luna” (1907, *) di Luigi Pirandello e due foto del catalogo della mostra “Il rischio non è un mestiere” [*].

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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11 risposte a Se tutti potessero scoprire la luna

  1. ggugg ha detto:

    «…A mano a mano che zi’ Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe.
    Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente così forte che, temendo di non più reggere al peso, con quel tremitìo, Ciàula gridò:
    – Basta! Basta!
    – Che basta, carogna! – gli rispose zi’ Scarda.
    E seguitò a caricare.
    Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che, così caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe potuto arrampicarsi fin lassù. Aveva lavorato senza pietà tutto il giorno. Non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva più.
    Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d’equilibrio. Sì, ecco, sì, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar quel peso, quando sarebbe cominciata la salita?
    Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del buio della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato»

    (Luigi Pirandello, “Ciàula scopre la luna”, 1907, *)

    Eugenio Interguglielmi, «Sicilia. “Carusi” all’imbocco di un pozzo della zolfara», 1899
    (Touring Club Italiano – Gestione Archivi Alinari, Firenze)

    I “carusi” erano fanciulli alle dipendenze del “picconiere” che trasportavano il minerale di zolfo a spalla fino all’imbocco della miniera [*].

    DeA Picture Library, «Cosenza. Fanciulli trasportano salgemma nella miniera di Lungro in Calabria», 1902
    (DeA Picture Library – Gestione Archivi Alinari, Firenze)

  2. PasqualeP ha detto:

    Complimenti.
    Tanti spunti per riflettere e soprattutto quelle foto, che già mi avevi mostrato, ma che hanno sempre un effetto devastante.
    Ciao

  3. iNessuno ha detto:

    Le foto rendono l’idea di come i bambini siano stati sfruttati nei secoli. Ancora oggi sono le vittime preferite dagli schiavisti moderni i cui nomi campeggiano su T-shirt e scarpe da tennis ecc.

    Siamo sempre lì, il potere economico (sia esso mafia o multinazionale) che muove le fila dei burattini più deboli.

    Le risposte ai tuoi perchè le puoi trovare solo in un impegno civile di denuncia…per porre fine a una guerra tra poveri.

  4. Eccardo ha detto:

    io non so risponderti

  5. marcol62 ha detto:

    io purtroppo non sono sicuro che tutti i genitori amino i propri figli; essere madri ed essere padri è una vocazione che non tutti hanno, c’è tanta gente che fa figli nel solo senso animale del termine, forse c’è troppa ignoranza non so, ma quello che vedo ogni giorno mi fa pensare che troppi bambini nascono nelle famiglie sbagliate, ed è questa la loro condanna.

  6. TYTTY_ ha detto:

    sono d’accordo con marco…non è purtroppo scontato capire cosa fà un genitore.
    L’orda dovrebbe essere lettura obbligatoria nelle scuole…

  7. ggugg ha detto:

    Tytty, Marco,
    certo, è vero, non sempre i genitori amano i propri figli. Questa vostra osservazione mi ha fatto pensare che accanto alle tre categorie individuate nel post (orchi, schiavisti e povertà… che portano sofferenza ai bambini di tutto il mondo) ve ne sia una quarta: quella dei balordi (adulti in genere, genitori in particolare: distratti, incoscienti, disattenti, sconsiderati…).
    Resta, però, un problema: a differenza della miseria (che è sempre piuttosto visibile, se solo si facesse attenzione), gli orchi, gli schiavisti e i balordi sono mostri molto meno riconoscibili, spesso – purtroppo – solo “dopo”, al massimo “in procinto” di compiere i loro gesti degenerati.
    Ecco perché quel mio presupposto nel post… che ora tento di riformulare in maniera più esplicita: fino a prova contraria, ogni genitore ama i suoi figli.

    Chiudendo il post mi domandavo come facciano i rom a non considerare uguali tutti i gagi. L’altro giorno (6 giugno 2008) sul (nuovo) “manifesto” (restylizzato e colorato) c’era questa lettera di Vito Totire, docente di psicologia sociale e del lavoro all’Università di Venezia:

    “NON TUTTI I GAGI SONO LEGHISTI”
    Sento il dovere di esprimere la mia solidarietà ai sinti, al comune e alla Caritas [*]. Frequento accampamenti e nuclei sinti e rom da circa 30 anni e vedo l’iniziativa di Mestre come un contributo necessario e dovuto all’aumento della speranza di vita e di salute psicofisica di un popolo storicamente oggetto non solo di discriminazioni ma anche di un tentativo di sterminio. A chi indulge in stereotipi lombrosiani (il «delinquente nato») o per dare sfogo a propri problemi irrisolti o alla penosa ricerca di qualche forma di consenso e di visibilità, devo ricordare che, secoli or sono, è persino successo che gli «zingari» venissero allontanati dalle città non perché mendicavano o perché svolgessero attività illegali ma perché erano impegnati in «attività insalubri» quali la fabbricazione di botti per alimenti. I sinti attraversano oggi una fase molto delicata in cui con sensibilità e umanità, occorre rapportarsi all’inquietudine che deriva loro (molto più che nei rom) dall’idea e dalla pratica della sedentarizzazione; in questo delicato percorso storico e psicosociale arrivano a rendere le cose più difficili i «fustigatori di nomadi» con la loro assurda pretesa di escomio (non si sa verso dove) e senza la minima preoccupazione del vissuto che, con la loro ostilità, inducono, soprattutto nei giovani e nei bambini. Vorrei dire a questi bambini: non abbiate paura, non tutti i gagi sono leghisti; non tutti i gagi sono indifferenti al fatto che viviate nel fango e che qualcuno di voi possa ardere vivo come è successo a Alex e Amanda a Bologna qualche anno fa. Vi vogliamo con noi a scuola, sull’autobus e nei quartieri. Ma vorrei andare oltre le parole per fare una proposta pratica che, forse, Caritas e comune potrebbero veicolare. Ogni medico italiano (pare anche veterinari e farmacisti) vede prelevare circa 120 euro l’anno a favore di un ente (Onaosi) che si occupa di orfani di medici, i quali, al momento, hanno peraltro un’età media molto avanzata. Molti di noi medici vedrebbero volentieri che questi euro fossero destinati a «veri poveri»; perché non «concedere» questa opzione per un fondo da gestire da parte dei comuni a favore delle popolazioni rom e sinti? Ferma restando la piena legittimità dell’impegno finanziario già in atto del comune di Venezia, si potrebbe contribuire a togliere l’acqua all’ostracismo di certi leghisti e di certi benpensanti allarmati e ossessionati dalla convinzione (sbagliata) che la solidarietà sociale venga fatta prelevando proprio dai loro portafogli personali. Questa ipotesi potrebbe diventare proposta di legge o emendamento alla prossima finanziaria?

  8. kuppotto ha detto:

    se i poeti fossero meno stupidi,
    se in ogni momento non perdessimo tutte queste cose,
    se le bestemmie avessero un oggetto a cui rivolegersi,
    se la giustizia non fosse solo una parola,
    se il congiuntivo fosse in grado di congiungere,
    se adesso vado di là e bevo del latte.

  9. ggugg ha detto:

    Isola di Kos (Grecia)

    11 settembre 2008:
    “‘Forse è Denise’. Esame del Dna in Grecia. Dubbi per una bimba che parla italiano”

    «un segno sotto l’occhio sinistro, presente forse dalla nascita»
    «il perfetto italiano della piccola»
    «la donna che era con lei, una trentenne che ha dichiarato di essere sua madre, non sapeva una parola d’italiano. Per questo la donna, albanese, è stata arrestata»

    12 settembre 2008:
    “La bimba di Kos non è Denise. Lo conferma il test del Dna”

    «Resta un briciolo di speranza per quella macchiolina sotto l’occhio sinistro. Bisognerà attendere l’esito dell’esame del Dna»
    «Non parla italiano […] conosce solo poche parole della nostra lingua, legate soprattutto alla vendita della merce»
    «Il test sul codice genetico dimostra che la donna di origini albanesi é la madre naturale della bambina»

    Com’è possibile, mi domando. Com’è possibile che con sistematicità si cada sempre nel sensazionalismo dell’avvistamento di Denise? Com’è possibile che ogni volta si dedichino pagine e pagine di giornali e ore ed ore di tv a semplici voci?
    Ventiquattr’ore di ansia strombazzata, di speranza clamorosa, di sospetti confermati… e poi, altrettanto puntuali, arrivano le smentite: la piccola non parla italiano e non ha lo stesso dna di quella scomparsa.
    Il risultato è uno solo: un ulteriore mattoncino alla demonizzazione dei rom è stato aggiunto al nostro pregiudizio.
    Quelle che non arrivano mai sono le scuse: nessuno che le abbia porte a quella bimba sballottata, alla sua mamma incarcerata e alla loro gente disprezzata.

    PS: Aggiungo il testo dell’e-mail che ho ricevuto ieri sera dall’associazione EveryOne Group.

    DENISE E BOBY: SIMBOLI INVOLONTARI DEL RAZZISMO CHE COLPISCE I ROM IN ITALIA

    Milano, 12 settembre 2008. Denise Pipitone e Boby: una bambina rapita quattro anni fa in Sicilia; un ragazzino Rom che appare a scadenza fissa sui quotidiani, a dimostrazione di come i Rom siano ladri, immorali e sfruttatori di minori.
    Denise viene avvistata diverse volte ogni anno, sempre in compagnia di fantomatiche Romnì. Probabilmente non è mai uscita dalla Sicilia, eppure è diventata il paradigma del più antico pregiudizio con cui sono demonizzati i Rom: il rapimento di bambini. Ogni volta, stampa e TV vanno a nozze con gli “avvistamenti”: quali migliori occasioni per gettare fango razzista sul popolo più discriminato del mondo? Le smentite e gli esami del DNA non servono, perché il “gioco” fa audience.
    Boby, secondo la stampa, sarebbe un bambino ‘zingaro’ maltrattato dai genitori-aguzzini e costretto a scippare – dal 2006 – i passanti in zona Stazione Centrale, a Milano. Di volta in volta, nei racconti delle autorità e della stampa, verrebbe legato, frustato, segregato, torturato con sigarette accese, preso a pugni e “calci in pancia”. Nessuno, però, sa spiegare come mai il ragazzino, sistemato in accoglienti comunità alloggio e affidato ad amorevoli educatori per ben 46 volte (sic!), a Milano e fuori, sia sempre fuggito e tornato dai suoi “persecutori”.

    Roberto Malini – EveryOne Group – info@everyonegroup.com

  10. ggugg ha detto:

    Mtv ha realizzato uno spot “comparativo” su due diversi modi di vivere l’infanzia.
    Il video, col sonoro di “All I need” dei Radiohead, è da mostrare in giro: nelle piazze, nelle pizzerie, negli hotel, nelle stazioni, nelle scuole, nelle università, nelle aule di tribunale, nelle redazioni dei giornali… nelle sedi di partito, nelle aule consiliari, nei parlamenti… QUI.

    L’ho visto su SegnaVia, dove Etranger lo ha accostato ad un altro filmato: quello dell’aspirante PresDelCons (mi sembra del 2006, quando perse sul filo di lana) che accusa «questi signori» (oggi estinti) di «essere convinti che il fine della politica, quindi il fine dell’azione di un governo, sia quello di ridistribuire il reddito […] e ciò che propongono è di rendere uguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio»: QUI.

  11. ggugg ha detto:

    «Corriere della Sera», 2 dicembre 2008, QUI

    «NON RIDERE, NON PIANGERE, NON GIOCARE»
    I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera
    Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti.
    E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare

    di Gian Antonio Stella

    Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l’ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell’ 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del ‘900.
    Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l’immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l’altro l’autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell’eversione».
    E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un’altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L’uno e l’altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell’Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d’Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini. Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari.
    Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un’altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l’ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l’età di Grimoldi e della Bertolini.
    Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c’è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l’avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell’ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un’Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.

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