I Giudei di San Fratello

L’incredulità e il disagio che spesso colgo in chi osserva le mie foto o ascolta i miei racconti sulle feste popolari che vado rincorrendo nel Sud Italia, mi ricordano il mio shock la prima volta che vidi il pellegrinaggio dei fujenti al Santuario della Madonna dell’Arco di Sant’Anastasia (NA) il Lunedì in Albis. La sorpresa che provai allora nasceva dal non saper porre un’adeguata distanza (almeno emotiva) tra me e ciò che mi circondava. Mi trovavo di fronte ad una manifestazione della mia stessa cultura che però, non riuscendo a riconoscere e a sentire come “mia”, mi disorientava portandomi ad esprimere giudizi piuttosto critici e lapidari.
Da allora la mia esperienza è aumentata e oggi sono dell’idea che la chiave per comprendere questo tipo di espressioni culturali (gli “istituti festivi religiosi popolari meridionali”) sia proprio in quel disagio provato dall’osservatore esterno. Difatti, è quel sentimento a indurre uno sguardo antropologico, che appunto nasce sempre da un «perché?». Il domandarsi «perché fanno così?» altro non è che un modo per rispondere al più intimo «perché ho provato quel che ho provato?». È risaputo, i sentimenti parlano di noi, ci raccontano dove ci troviamo (culturalmente), per cui quel disagio svela una non appartenenza che è il segno più evidente dell’esistenza e dell’attualità di alterità interne alla nostra stessa cultura.
Personalmente sono affascinato da quante modalità diverse possa assumere la festa popolare nel Mezzogiorno d’Italia: dai pellegrinaggi di montagna alle sacre rappresentazioni, dalle processioni rigorose come parate a quelle caotiche come una sarabanda, dai riti del sangue a quelli complessi con macchine gigantesche. Qualsiasi significato si dia alla festa e comunque si interpretino le sue modalità espressive, trovo ancora molto pertinente un passo di Antonio Gramsci sul folklore, inteso «come “concezione del mondo e della vita”, […] in contrapposizione con le concezioni del mondo “ufficiali”».
Questa opposizione – se non addirittura contestazione – l’ho incontrata in maniera molto evidente ed esplicita nel rito del Venerdì Santo che ho osservato recentemente in Sicilia.
A San Fratello, un paese dei Nebrodi, la Settimana Santa è a dir poco irriverente: nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì, centinaia di Giudei invadono le strade del centro e mettono in scena una ridda sfacciata e dissacrante che un secolo fa Giuseppe Pitrè definì «vera e propria profanazione» del Venerdì Santo. Evidentemente, anche il più celebre folklorista siciliano rimase sconcertato dinnanzi a questo rito, eppure la sua descrizione fu puntuale e ancor’oggi valida, a testimonianza della forza di una tradizione che senza particolari stravolgimenti riesce a superare i secoli e i cambiamenti sociali: «I Giudei agitano e scuotono (i mazzi di catene) per accrescere il rumore, lo strepito e il baccano, onde assordano quanti incontrano e quanti essi si precipitano ad incontrare. Qualcuno di loro porta una tromba che suona ad ogni crocevia, ad ogni vicolo o chiassuolo nel quale imbocca, accrescendone gli effetti con lo scroscio della catena».
I sanfratellani sono orgogliosamente “diversi” e, in un momento topico dell’anno, amano esplicitarlo attraverso una rappresentazione che ha in se elementi carnevaleschi, magico-religiosi, penitenziali e di teatro popolare che Leonardo Sciascia interpretò come «una esplosione esistenziale… esplosione dell’es collettivo di un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es».
L’alterità del paese nebroideo mostrata dal suo prorompente folklore affonda le radici in ragioni storiche e culturali ben precise: San Fratello è una colonia di immigrati provenienti dall’Alto Novarese e da Casale Monferrato al seguito della regina Adelaide degli Aleramici nel XII secolo, e in cui ancora si parla un dialetto gallo-siculo.
Prendendo le mosse da una dottrina teologica che per secoli è stata antisemita (fino al Concilio Vaticano II il popolo ebraico era accusato di deicidio), ma che oggi non è minimamente presente nei simboli e nelle dinamiche della Settimana Santa sanfratellana, la festa dei Giudei è una di quelle performance culturali così dense che nell’osservarla vi si possono cogliere alcune peculiarità del folklore meridionale.
Tra queste, trovo particolarmente pertinente quella della sua molteplicità e ambiguità, così ben evidenziato dal costume da Giudeo indossato esclusivamente dagli uomini, ma realizzato dalle donne di famiglia. Si tratta di un abito ricco e stratificato che da solo sembra poter confutare la supposta semplicità del popolare rispetto alla complessità che generalmente viene attribuita al colto. Col suo rosso dominante che si presta a tante possibili letture cromatiche, quel vestito è una straordinaria sintesi di significati: la giubba, impreziosita da perline luccicanti ricamate su motivi floreali, ha spalline di tipo militare che sembrano ricondurla ad una divisa piemontese; la maschera, con la lingua nera penzoloni, copre integralmente la testa e il volto, rimandando ai cappucci penitenziali medievali; il copricapo, infine, ricorda l’elmo delle milizie romane, sebbene venga personalizzato con pennacchi grotteschi e vistosi. Immancabili, poi, sono alcuni accessori come una semplice tromba, una piccola disciplina e una coda fluente, mentre l’unico elemento distintivo – che rende unico ogni capo – è nel ricamo sul retro della giacca, dove possono essere rappresentate scene di caccia o di corteggiamento, ma anche immagini sacre e di cavalli.
L’azione dei Giudei, poi, è ciò che richiama l’altra forte caratteristica cui facevo riferimento: la cultura di contestazione. Disturbare in maniera ossessiva e fastidiosa il corteo funebre di Cristo, rompere ogni convenzione attraverso musichette scanzonate e rumori molesti, scorazzare con sacrilega libertà compiendo gesti provocatori e tenendo atteggiamenti quasi di sfida, è da un lato il modo con cui i sanfratellani rinnovano la propria appartenenza alla comunità, mentre dall’altro è una maniera con cui lo spirito popolare sottolinea la propria differenza e la propria distanza dai gruppi dominanti.
In un’intervista di una ventina d’anni fa Antonino Buttitta disse che «La fine dell’indipendenza politica, con la fine del regno normanno-svevo, ha lasciato ai siciliani una sola arma per difendersi dalla cancellazione come popolo: l’attaccamento profondo alla loro identità etnica». È probabilmente per questa ragione che nessuno, nemmeno il fascismo, è mai riuscito a cancellare o anche solo a normalizzare la festa dei Giudei.
Il caleidoscopio folklorico sconcerta e stupisce, è impetuoso ed esorcizzante, contraddice e contrasta, scandalizza e rompe certezze, ma sempre amplia ed arricchisce perché – come sostiene Alberto Cirese – indica «i modi e le forme con cui certe classi sociali hanno vissuto la vita culturale in rapporto alle loro reali condizioni di esistenza come classi subalterne».

    PS:
1. La citazione di A. Gramsci è in “Quaderni del carcere”, *.
2. Le parole di G. Pitrè sono tratte dal 24° volume della sua monumentale “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” (1871-1914, *): “Cartelli, pasquinate, canti, leggende, usi del popolo siciliano”. Quelle di L. Sciascia da “La corda pazza” (1970, *). Entrambi i riferimenti li ho tratti dal libro “La Festa dei Giudei” (2005) di Salvatore Mangione (ex sindaco del paese nebroideo, storico del posto, curatore del locale museo di cultura popolare e animatore di questo sito).
3.
L’intervista a Buttitta è in “Demologia e scienze umane” di Valerio Petracca (1985, *).
4.
La citazione di Cirese è in “Cultura egemonica e culture subalterne” (1971, *).
5. A conferma dell’interpretazione della festa come espressione d’identità culturale, cito un testimone diretto: Salvatore Mangione scrive che «essere Giudei a San Fratello durante la Settimana Santa significa essere più autenticamente cristiani e mi sia consentito più autenticamente Sanfratellani». Sul tema della sfida e della contestazione, invece, altri personaggi che apertamente giocano questo ruolo durante i riti della Settimana Santa sono la Zingara e il Moro delle sacre rappresentazioni del Vulture, che ho raccontato un anno fa.
6.
Il riferimento finale al fascismo è dovuto al fatto che nella Settimana Santa del 1939
ai sanfratellani fu vietato di indossare i panni dei Giudei a causa delle leggi razziali dell’ottobre 1938. Se non fosse una notizia spaventosa verrebbe da sorridere dell’imbecillità che può dominare in certe epoche storiche.
7. Al commento #1 ci sono due immagini speciali: un quadro del 1601 con i Giudei di San Fratello e una foto del Venerdì Santo “senza Giudei” del 1939.
8. Infine, per completare il reportage, vi invito a guardare i 30 scatti dello scorso 21 marzo che ho selezionato nel mio album on-line.

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in viaggi. Contrassegna il permalink.

7 risposte a I Giudei di San Fratello

  1. ggugg ha detto:

    I Giudei di San Fratello in un’opera di Scuola Spagnola del 1601 esposta nel locale museo “Ermenegildo Latteri”:

    Le abominevoli leggi razziali del 1938 comportarono addirittura il divieto ai sanfratellani di partecipare ai riti della Settimana Santa del 1939 vestiti da Giudei:

    PS: ce l’ho fatta prima della prossima Pasqua! E addirittura prima del prossimo Natale!

  2. Eccardo ha detto:

    l’attesa valeva la pena…

    interessante la riflessione sul “complesso” popolare (e non solo colto)

    (a proposito di Gramsci, qualche mese fa ero tentato di assistere alla presentazione di un saggio che raccoglie i suoi scritti “folk”; tu ne sai qualcosa?)

    una domanda: hai parlato del disagio che deriva dal senso di “alterità” dell’osservatore… ma il fatto che quel senso te lo ispiri, non una cultura qualsiasi, ma una cultura che non ti dovrebbe essere del tutto estranea non dà forse qualche connotazione ulteriore al disagio?

  3. tatamadrina ha detto:

    Grazie delle tue ricerche, leggendo stamattina di disagi e presagi ho cominciato a eleborare il lutto di quello che le elezioni ci hanno portato. Antonietta

  4. tatamadrina ha detto:

    “elaborare”

  5. tatamadrina ha detto:

    Ho visto adesso le foto e sono costumi stupendi! Sono siciliana di Palermo e non conoscevo la tradizione di Sanfratello. Penso che dovesse essere ancora più “sacrilega” decenni fa quando, lo ricordo bene, il Venerdì Santo anche la Rai trasmetteva musica sinfonica e classica (niente canzonette) e tutto invitava alla contrizione. Grazie ancora!
    Antonietta

  6. anonimo ha detto:

    Ciao a tutti

  7. iNessuno ha detto:

    Tu scrivi:”Se non fosse una notizia spaventosa verrebbe da sorridere dell’imbecillità che può dominare in certe epoche storiche”

    La trovo molto attinente alla realtà…la storia si ripete!!!

    un caro saluto,
    angela

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...