Questioni (non solo) di donne

«Prostitutes and destitutes / And temptresses like me – / Fallen women – / Sentenced into dreamless drudgery… / Why do they call this heartless place / Our Lady of Charity? / Oh charity!» (Joni Mitchell)

Quando penso che la storia è scritta dai vincitori, penso anche che questi sono maschi. Ed è allora che avverto la parzialità di un discorso cui manca la declinazione femminile.
Nelle ultime settimane, parallelamente alla politicizzazione (a fini elettorali) di alcuni temi etici che ritenevamo ben regolamentati dalla legge (primo fra tutti il dramma dell’aborto), mi sono accorto di aver compiuto un piccolo viaggio attraverso la condizione delle donne in alcune culture. Come tessere d’un mosaico, i volti di Rivka e Malka, gli occhi di Collé e delle sue bambine e gli sguardi di Bernadette, Margaret, Rose e tante altre Magdalene son riemersi dalla mia memoria cinematografica per raccontare tre storie diverse che tuttavia, insieme, delineano un quadro unico di quell’assurdo dominio maschile sulla donna a cui nessuna società può dirsi realmente (ancora) immune.

    È mattina presto, fuori albeggia. Nel silenzio delle prime ore del giorno, marito e moglie dormono nella loro stanza. L’occhio della cinepresa si posa prima su Rivka, poi su Meir che, alzandosi, lentamente inizia la sua giornata con un vero e proprio rito di vestizione per andare in sinagoga. Lava le mani ad un catino d’acqua vicino alla finestra, bacia la kippah, gli tzitzit e la tefilláh, e sussurra orazioni di lode al Signore come: «Tu sia benedetto, nostro Dio eterno, per non avermi fatto donna».
Così Amos Gitai apre “Kadosh”, il suo film ambientato a Mea Shearim, il quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme. Sebbene il suo giudizio sia fortemente critico ed esplicito, ho trovato molto rispettosa la naturalezza con cui ha scelto di introdurre lo spettatore in quella realtà di ossessivo rigore religioso. Senza alcun facile sensazionalismo, la comunità di Mea Shearim viene “svelata” pian piano attraverso una quotidianità mostrata in maniera quasi documentaristica. Tutt’intorno, però, c’è una storia narrata come un melodramma: Rivka e Meir si amano e sarebbero anche felici se avessero un bambino, ma purtroppo lei è (ritenuta) sterile e lui – schiacciato dalle convenzioni del suo ambiente Il compito di una figlia di Israele è mettere al mondo dei figli… e permettere al marito di studiare la Torah», gli dice il rabbino) – la ripudia condannandola ad un tragico silenzio.
Parallelamente si snoda la storia di Malka, sorella ribelle della remissiva Rivka, che reagisce in maniera diversa all’oppressione della comunità che le ha imposto un marito che non ama e che probabilmente non la ama Soffoco, Rivka. Soffoco…», confida alla sorella tentando di smuoverla). Ma è solo dopo una atroce e goffa prima notte di nozze in cui è quasi violentata, che trova finalmente il coraggio per fuggire con Yaakov, il musicista di cui è innamorata (anche lui esule dal quartiere), e la forza per lasciarsi alle spalle il profilo ineguagliabile della sua città.

    Suonano i tamburi nel villaggio burkinabé di Djerisso: «Cercano qualcosa. È una cosa seria. Cercano delle persone. Non una o due, ne cercano sei». Sono le bambine scappate dalle salindana, le “sacerdotesse della purificazione”, ovvero dell’escissione. Impaurite e seminude, Oumy, Diatou, Awa e Nafissatou (altre due risultano disperse) hanno chiesto protezione a Collé Gallo Ardo Sy, che sette anni prima ha impedito che sua figlia Amsatou subisse quella stessa mutilazione. Collé le accoglie e le difende contrapponendo al Salindé – il cruento rituale che le piccole stavano per patire – un’altra tradizione della sua comunità: il diritto di asilo, il Moolaadé. Il temuto spirito del moolaadé è incarnato in un imponente formicaio al centro del villaggio, accanto alla meravigliosa architettura della moschea, in un significativo accostamento che pone le due anime di quel microcosmo l’una di fronte all’altra.
La reazione maschile, tuttavia, è paurosamente ottusa: prima gli anziani coprono di terra il pozzo che disseta il villaggio in cui sono stati trovati i corpi delle due bambine scomparse; poi requisiscono le radio – strumento di apertura e modernità – e simbolicamente le ardono tra i due monumenti dell’identità locale (perché «Vogliono chiuderci il cervello», protesta una donna); quindi frustano pubblicamente la “ribelle” per farle sciogliere il rituale di cui è responsabile. Collé, però, resiste e il suo sacrificio innesca una presa di coscienza delle altre donne C’è chi dà la vita e chi uccide… Non mutileranno più nessuno… Oggi finirà il nostro tormento… La speranza fa nascere il coraggio…») e addirittura di qualche uomo Per fare un uomo non bastano i pantaloni… Padre, è facile picchiare un figlio, ma l’era dei tiranni è finita per sempre…»).
Attraverso un cinema concepito «non per vivere, ma per comunicare, per militare» [*], il grande regista Ousmane Sembène regala straordinarie pennellate di un’Africa che in se stessa può trovare valori nuovi e rinnovate energie. Come ha scritto Maurizio Porro, questo è un «bellissimo, polemico film corale di antropologia culturale» [
*].

    Bernadette, Rose e Margaret lavano panni tutto il giorno, tutto l’anno. Vivono rinchiuse in una delle Case della Maddalena irlandesi insieme ad altre decine di ragazze. Le Sorelle della Misericordia che gestiscono l’istituto religioso accolgono prostitute, mamme senza marito e giovani donne fuori dalla “luce di dio”, con lo scopo di far ritrovare loro la dignità attraverso l’espiazione di (presunti) peccati (ritenuti) gravi. In realtà, con metodi semplicemente totalitari, quei conventi sono luoghi di sottomissione e isolamento, di schiavitù e annientamento.
Margaret, stuprata da un cugino durante una festa di matrimonio, è stata allontanata dalla sua famiglia – ossessionata dalla reputazione –  in base ad un’assurda logica per cui la sua colpa (“oggettiva”, “dentro di lei”) sarebbe peggiore di quella del violentatore. Rose – il cui nome viene cambiato d’autorità in Patricia – ha un bambino senza essere sposata e la forza di resistere alle angherie le viene solo dal desiderio di riabbracciare suo figlio, a cui non può nemmeno spedire un biglietto d’auguri per il suo compleanno. Bernadette, infine, è un’orfana che pur non avendo commesso nulla, rappresenta un pericolo morale per se e per gli altri a causa della sua avvenenza: come le spiega la spaventosa Suor Bridget, direttrice dell’istituto, «Tutti gli uomini sono peccatori e, dunque, tutti gli uomini sono pro nelle tentazioni. E in ogni paese timorato di dio, se si vuole salvare gli uomini da se stessi, bisogna rimuovere le tentazioni».
È duro e crudele, spesso doloroso, “Magdalene” di Peter Mullan. È un film sull’abisso inflitto e subìto, il cui elemento più forte, tuttavia, «non è un’immagine, ma l’informazione fornita nei titoli di coda, secondo cui questi conventi furono chiusi nel 1996. È incredibile che simili cose siano accadute fino a pochi anni fa. Ed è sconvolgente pensare che siano venute meno non tanto per un cambiamento della mentalità quanto per la diffusione della lavatrice in tutte le famiglie» [*].

    PS:
1.
La citazione iniziale di Joni Mitchell è tratta dalla sua canzone “The Magdalene Laundries(nel disco “Turbulent Indigo”, 1994). Testo e accordi sono qui. Due performance live, invece, sono qui e qui.
2. In “Kadosh”, che in ebraico significa sacro, Rivka è interpretata da Yaël Abecassis e Malka da Meital Barda. Ulteriori info: Imdb e trailer (dal minuto 330).
3.
In “Moolaadé” il ruolo di Collé è affidato a Fatoumata Coulibaly. Ulteriori info: Imdb e trailer.
4.
In “Magdalene” recitano Anne-Marie Duff (Margaret), Nora-Jane Noone (Bernadette), Dorothy Duffy (Rose/Patricia) e Geraldine McEwan (Suor Bridget). Ulteriori info: Imdb e trailer.
5.
Il breve itinerario etno-cinematografico che ho proposto con questo post ha preso le mosse da alcune parole di Natalia Aspesi pubblicate il 14 febbraio scorso: «Ciò che è impressionante in questa offensiva lunatica è che tutti quei raduni di alte gerarchie in veste nera e zucchetto cremisi, tutte le perorazioni di agguerriti e spesso mendaci predicatori cosiddetti laici, avvengono tra maschi. A parte qualche sporadica donna (Binetti, Scaraffia, Tamaro, e altre) è soprattutto maschile la piccola folla che vuole decidere su qualcosa che riguarda solo il corpo della donna, il suo cuore, il suo futuro, il suo legame col figlio» (“Il ritorno del maschio”, qui).
6.
Comunque la si pensi, c’ha raggione mi fijo: se sta a parlà de tutto e de gnente! Ascoltate l’illuminante don Pizzarro di Corrado Guzzanti: qui (“Parla con me”, 2 marzo 2008).

    PPS:
Non so come accada, ma a volte certi ricordi mi tornano alla memoria senza che sappia capire il percorso che hanno fatto per riaffiorare. È successo anche poco fa, quando all’improvviso ho ripensato alle vedove di Vrindavan (Uttar Pradesh, India), che ho incontrato lo scorso agosto in una mostra fotografica di Fazal Sheikh alla Fondazione Henri Cartier-Bresson di Parigi.
S’intitolava “Moksha”, che vuol dire «attraversare il fiume della disperazione verso la luce della riva», cioè “paradiso”.
Si tratta di immagini strepitose che è possibile vedere anche on-line: qui.
Altri dettagli sono al commento #2.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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10 risposte a Questioni (non solo) di donne

  1. ggugg ha detto:

    Nella collana “Real Cinema” di Feltrinelli, allegato al dvd “Moolaadé” c’è il libro “Moolaadé. La forza delle donne”, a cura di Daniela Colombo e Cristina Scoppa.
    Tra i saggi, ho trovato molto interessante questo passaggio:

    «Mgf [Mutilazioni Genitali Femminili] è in effetti un’espressione etnocentrica fondata su canoni occidentali, seppure adottata dalle stesse africane del Comitato inter-africano sulle pratiche tradizionali rilevanti per la salute di donne e bambine/i fin dall’Assemblea generale del 1990 in Etiopia, e gravata da un pesante giudizio negativo che comporta l’inferiorizzazione dell’Altro. questo aspetto è stato colto immediatamente da parte delle donne intervistate che il silenzio, ostacolando o rendendo certamente più difficile in entrambi i casi il nostro tentativo di farne oggetto di discorso e di sollecitare una presa di coscienza della loro situazione, che veniva in tal modo spostata o rimossa. Finché una di loro ci ha detto: “Non mi piace come la chiamate voi, sembra che nella nostra cultura ci sia qualcosa che non va e invece non è vero. Sembra che i nostri genitori abbiano fatto una cosa cattiva, che ci abbiano fatto male. Quando sento ‘mutilazione sessuale’ mi arrabbio, c’è un giudizio, io non mi sento mutilata”.
    Non a caso questa espressione non viene mai usata nemmeno da quelle donne che hanno cominciato a prendere le distanze da tale pratica. Anche loro come le altre quando ne parlano preferiscono i nomi tradizionali; le somale per esempio la chiamano “cucitura”. Dove l’enfasi è sul cucire, sul chiudere, mentre per noi è sul tagliare, asportare, deformare. Questa disparità di significati non ci pone però solo di fronte a un problema etico, è prima ancora una questione epistemologica: nel senso che l’uso di termini così diversi rende assi improbabile che stiamo parlando della stessa cosa».

    (Carla Pasquinelli, “L’esperienza della migrazione e le mutilazioni genitali femminili. Una ricerca sul campo”, pp.64-65)

    E ora, per concludere, una vignetta di Mauro Biani, quella di ieri per la Festa della Donna:

  2. ggugg ha detto:

    “MOKSHA”, il bellissimo reportage fotografico di Fazal Sheikh sulle donne di Vrindavan, è consultabile on-line in varie lingue: francese, inglese, hindi, bengalese.

    Tra le didascalie, questa illustra bene di cosa si tratta:
    «Da 500 anni la città santa di Vrindavan, nel nord dell’India, accoglie le vedove non possedute. Rifiutate dalle loro famiglie e condannate dai loro più stretti congiunti che le spogliano dei loro diritti giuridici, economici e nei casi più gravi (esterni) dei loro diritti di semplice essere umano, raggiungono questa città per pregare nei suoi templi e vivere negli ashram, sopravvivendo grazie a doni caritatevoli o al mendicare.
    A Vrindavan venerano il loro dio Krishna che permea i loro sogni, le aiuta a rifiutare qualunque ricordo della loro vita passata e a prepararsi ad una vita nuova e migliore. Il loro ultimo desiderio è di raggiungere il Moksha – il paradiso – dove si affrancheranno dal ciclo della vita e della morte per vivere per sempre tra i loro dei».

  3. iNessuno ha detto:

    Con il tuo scritto mi hai trasmesso l’essenza della vita e della lotta per vivere libere.

    E’ proprio vero che:” per fare un uomo non bastano i pantaloni”.

    un caro saluto,
    angela

  4. Eccardo ha detto:

    intrigante, come sempre (soprattutto il secondo film)

    P.S. ci siamo dati alle vignette, eh..:-)

  5. giuba47 ha detto:

    Film tutti molto interessanti… Bel post, Ciao. Giulia

  6. ggugg ha detto:

    L’editoriale di Natalia Aspesi che ho indicato alla nota 5 di questo post si chiudeva con la citazione di alcune parole scritte decenni fa da Guido Ceronetti in un articolo a favore di una legge che liberasse le donne dal marchio di criminali:
    «Un’assassina ogni mattina mi rifà il letto, un’assassina mi prepara la colazione, un’assassina…».

    In quella parola (assassina) e in quel concetto (omicidio) mi ci sono imbattuto più volte negli ultimi tempi, e soprattutto nella brutale espressione «puttana assassina». Per la verità, non so se qualcuno di coloro che oggi intendono revisionare la 194 l’abbia realmente pronunciata o scritta, personalmente l’ho letta solo in contesti in cui era utilizzata per esplicitare senza maschere il senso di un attacco a quella legge che, agli occhi di chi invece la difende, assume sempre più i tratti di un’offensiva alle donne.
    Ecco, allora, che penso alla lettera di Ada D’Adamo pubblicata nella rubrica di Corrado Augias su «Repubblica»:
    «Un “bravissimo” medico non è stato in grado di leggere da una ecografia che mia figlia sarebbe nata con una grave malformazione cerebrale. Oggi la mia bimba, poco più di due anni, è persona pluridisabile, invalida al 100%. Frequentando i reparti di neuropsichiatria infantile incontro decine di bambini nati prematuri. Sono per lo più ciechi o ipovedenti, come la maggior parte dei nati pretermine. Quasi sempre il deficit visivo si accompagna ad altri danni, cerebrali o motori irreversibili. Ho conosciuto famiglie sbriciolate, unioni distrutte, donne sprofondate nella depressione. Non tutti hanno la forza fisica, gli strumenti psicologici, i mezzi economici, la cultura che ci vuole per combattere contro la burocrazia, la crudeltà di certi medici e l’inciviltà imperante, la solitudine e la stanchezza, infine, contro se stessi e la propria inadeguatezza. È per queste persone, soprattutto, che le scrivo. La chiesa, la politica, la medicina smettano di guardare alle donne come a puttane che uccidono i propri figli. L’aborto è una scelta dolorosa per chi la compie, ma è una scelta e va garantita. Anche se mi ha stravolto la vita, io adoro la mia meravigliosa figlia imperfetta. Ma se avessi potuto scegliere, quel giorno avrei scelto l’aborto terapeutico. Ai medici che vogliono rianimare i feti anche senza il consenso delle madri dico di uscire dai reparti di terapia intensiva, andare a vedere cosa sono diventati quei bambini, a quale eterno presente hanno condannato quelle madri».
    (“Meditiamo gente, meditiamo…”, mercoledì 13 febbraio 2008)

    Sulla stessa linea, nell’ultimo numero di «MicroMega» (lo speciale intitolato “Il Papa oscurantista”, *) Valeria Parrella scrive:
    «Sento che è con termini positivi che deve essere osservata, combattuta e stemperata la tracotanza di persone come Giuliano Ferrara, o i cardinali di turno, o le persone travolte dalla bestia trionfante del machismo. Benché i loro toni siano roboanti e violenti, […] sento di dover ricordare in ogni momento che la loro è solo tracotanza, come nel peggiore dei generali greci, superamento del limite biologico e sociale loro capitato in sorte, per sfociare in quello della libera scelta di ciascuno. Con una figura letteraria potrei dire che «giocano a dadi sulla mia pancia». Ecco che proprio, dunque, dove mi sembra il rischio farsi più grande, dove mi sento “attentata”, come se avessi una pistola puntata contro, sento di dover tenere a bada la rabbia, trovarle altri canali di veicolo, per non entrare in una dinamica di aggressione che non è mia: è solo loro. Mi sforzo di credere che quello che urla di più in una stanza è il più debole della stanza. Ovviamente, e qui termino questa considerazione più generale, io mi occupo di Giuliano Ferrara e della Chiesa solo perché sono loro che sono venuti a sfondare la mia porta di donna-cittadina-essere umano. Il primo parla al suo pubblico, la seconda al suo gregge, e io non appartenendo a nessuno dei due insiemi mi lusingavo di tenerli in conto nessuno».
    (“Chi gioca a dadi sui corpi delle donne”, pp. 43-49)

    La mentalità del considerare aprioristicamente nel peccato – per cui si sarebbe da redimere –, che talvolta si trasforma in una vera e propria strategia del far sentire sbagliate – dunque da condannare e, al limite, da correggere – è ciò che mi sembra sia alla base delle organizzazioni sociali sessiste e disparitarie.
    Come ha scritto anni fa Adriano Sofri, in certi contesti il controllo sulla donna può rappresentare l’unica (e fondamentale) forma di potere:
    «A parte tutto il resto, i poveri hanno da perdere le loro donne. Cioè la più decisiva delle proprietà materiali, e insieme la più simbolica e “idealista”. Fra religione e petrolio, preferisco pensare che [quella in atto, visibile dal settembre 2001] sia una guerra per le donne. Il modo di vita occidentale – chiamiamolo così, piuttosto che civiltà, o cultura – ha un suo cuore segreto, reso via via manifesto, nella libertà delle donne. Essa trascina il resto, democrazia elettiva compresa, libertà di culto compresa. E compresa la vita dei bambini. È la libertà delle donne a misurare il destino dei bambini. Dei bambini maschi, altrimenti spinti a diventare apprendisti fanatici, preti guerrieri e picchiatori. Delle bambine, altrimenti addestrate a esser cancellate dall’esistenza civile. La storia della nostra parte di mondo – che si intreccia peraltro da sempre alla storia delle altre parti – non riesce più a meritarsi il nome di progresso se non per questo lentissimo e tormentato sprigionarsi della libertà delle donne».
    (“Lettera alle donne invisibili”, «Repubblica», 9 novembre 2001; ora in “Altri Hotel”, Mondadori, 2002, pp. 229-237; oppure QUI)

    Questa ferocia sessista che facilmente vediamo altrove, purtroppo appartiene anche alla nostra storia, come lascia intendere il termine “Inquisizione”.

    [continua al commento successivo]

  7. ggugg ha detto:

    [continuazione dal commento precedente]

    Un amico teologo mi ha fotocopiato alcune pagine dell’Appendice del libro di Giovanni Romeo “Esorcisti, confessori e sessualità femminile nell’Italia della Controriforma. A proposito di due casi modenesi del primo Seicento” (ed. Le Lettere, Firenze, 1998), ed è per questa ragione che ho pensato di aggiungere a questa carrellata etno-cine-fotografica sulla condizione delle donne, anche una testimonianza storica. Non solo luoghi lontani e culture diverse, dunque, ma anche tempi, epoche, percorsi, prospettive…
    Dei processi per stregoneria, Carlo Ginzburg ha evidenziato come l’inquisitore – incalzando, insistendo, esibendo il proprio sapere – riuscisse a poco a poco a convincere un’imputata che la Madonna che le era apparsa era in realtà il diavolo, e che gli “spassi” notturni a cui un imputato dichiarava di recarsi in spirito erano il sabba diabolico… Nelle testimonianze studiate da Romeo, invece, le parole delle imputate sono così “pure” e ingenue che la manipolazione delle loro coscienze e dei loro corpi forse fa ancora più rabbia.
    Nel 1625 il Sant’Ufficio pose fine ai “combattimenti” di alcuni esorcisti emiliani (in particolare, don Geminiano Mazzoni e don Girolamo Bricci) che per una quindicina d’anni “guarirono” parecchie donne dal diavolo che si era insediato nei loro genitali, toccando, soffiando, palpando… con ottimi risultati.
    Di seguito riporto la testimonianza di Isabella Dosi (nubile, di circa 30 anni), rilasciata il 4 marzo 1625:

    «[…] A dire la verità, io sono statta indemoniata. Sono da dieci anni incirca che mi scuopersi in spiritata; et se bene non sono guarita, hora ad ogni modo sto tanto bene, come se fossi guarita.
    Io sono stata esorcizzata dal P. D. Geminiano sudetto; e sempre dall’età mia di sei anni incirca sono allevata sotto di lui, mentre è statto in Modena. Io non saprei quasi che cosa egl’havesse fatto, perché ero quasi sempre fuori di me. Mi ha scongiurato quasi sempre in casa nostra et alle volte anco in cofessionario in chiesa di S. Vincenzo; et m’ha scongiurato molto ben delle volte, ma non saprei dire quante.
    Alle volte stavo ingenocchioni et alle volte in letto. Non mi raccordo d’altro, se non ch’io so ch’ogni volta che mi veneva attorno e mi scongiurava, sentivo gran refrigerio et stavo meglio; et alle volte stavo molti giorni senza travaglio. Mi raccordo in particulare ch’alle volte, sentendomi gran tentatione di carne, mi toccava il Padre D. Geminiano le parti vergognose; et sentivo gran giovamento, perché partiva quella tentatione. Ma ero in quell’occasione tanto fuori di me, che non sapevo ove mi fossi. Io non sentivo altro che giovamento grande et, se avevo la tentatione, si partiva. Mi raccordo che una volta, stando io in genocchio in casa mia e scongiurandomi il detto padre Geminiano, mi messe le sue cose vergognose su la testa e sul volto. Io non so d’haverglielo mai bacciato. Può essere che habbi bacciato et avuto in bocca il membro del detto Padre, perché il Padre suddetto mi diceva che stassi constante e piacente et che quello che faceva lo faceva per gloria del Signore et che non mi dubitassi. Et io credevo a quello che mi diceva.
    Diceva che lo faceva per sprezzare il demonio et per agiutarmi; et sentivo propriamente grandissimo giovamento et sollevamento.
    Mi pare che una volta nel principio del mio male mi toccasse et che gli restassi morta in brazzo. Non credevo che fosse peccato, anzi credevo che fosse per sprezzo del demonio, per gloria di Dio et per salute dell’anima mia, tanto più ch’ho avuto sempre il detto Padre Geminiano per buon servo di Dio e per tanto buono; e così tengo tutti i religiosi.
    Io credevo che per essere sacerdote lui, che potesse fare quello che faceva, né mai ho temuto che fosse peccato. […]»
    (pp. 206-209)

  8. iNessuno ha detto:

    Dietro un grande uomo c’è sempre una piccola donna.

    Ed è vero le donne, anche in silenzio, hanno sempre inciso sulla vita sociale.
    Non solo educando e crescendo la prole ma anche nelle buie stanze!!

    Per questo rappresentano il demonio per la Chiesa e per molte altre religioni.

    La lista pro-life di Ferrara è il prezzo che egli deve ai suoi nuovi amici!!

  9. Eccardo ha detto:

    tanta carne al fuoco, come sempre..

    però io a volte penso che alcuni toni che solo qualche decina di anni fa erano dovuti, oggi possano suonare eccessivi – magari non agli orecchi di chi ha vissuto quel passato e ha lottato per cambiare, ma quanto meno agli orecchi di chi vive l’oggi, che non è l’ieri, Ferrara o non Ferrara

    sfumature a parte, confermo che su questo blog c’è sempre molto da imparare

  10. anonimo ha detto:

    Consiglio anche di visitare la mostra “Donne di Vrindavan” della fotografa Tamara Farnetani con liriche di Daniele Passerini.
    Dal 28 al 2 maggio 2008 sarà esposta a Trento, alla Sala Wolkestein di Palazzo Festi in occasione del Festival dell’Economia.

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