Una testimonianza sul Ciad (di Ivana Dama)

Il post che pubblico oggi non è mio, ma è il contributo che Ivana Dama – attivista di Amnesty International e cooperatrice internazionale – ha gentilmente scritto per questo Taccuino sulla sua recente esperienza in Ciad, dove si è occupata di un progetto idrico in un villaggio ai confini col deserto.

«In tanti Paesi africani dimenticati, a regnare è la paura, lo stesso sentimento che in queste ore si impadronisce prepotentemente del Ciad, in cui mi trovavo appena 20 giorni fa e nel quale pensavo di ritornare tra poche settimane per continuare un progetto con alcune donne.
Di Ciad, cosi come della maggior parte dei Paesi dell’Africa sub-sahariana, troppo poco – e male – si parla. Quasi mai, se non nei casi come quello di queste ore in cui l’emergenza fa notizia, si porta luce, per dare voce, ai popoli di queste già tanto martoriate regioni del sud del mondo.
Dal Ciad sono rientrata a metà gennaio dopo essermici recata per una missione di cooperazione decentrata che portasse acqua, vero e proprio oro blu da quelle parti, nella regione del Kanem (tra i due deserti del Sahel e del Sahara) a circa 300 km dalla capitale N’Djamena, di cui in queste ore tanto si legge sui giornali e si sente parlare attraverso i maggiori mezzi di comunicazione di massa. Il progetto al quale ho collaborato presso il villaggio di Mondo (circa 4000 abitanti di etnia Kanembou) si chiama “Sahara Verde” ed è realizzato da Pane&Rose, una piccola associazione di Roma che nel Paese centro-africano è presente dal 2006 per realizzare pozzi che consentano alle popolazioni stanziali di quell’area di dissetarsi.
Probabilmente, prima di adesso, quasi nessuno conosceva il nome della capitale del Ciad, probabilmente da ora in poi invece molti abitanti da questo nostro lato del globo si scomoderanno a consultare un atlante geografico o una pagina web per andare a vedere dove si trova questo Paese africano e per conoscerne la sua capitale.
Per chi invece, come chi scrive, in questo Paese c’è stato solo pochi giorni fa è davvero difficile realizzare ciò che sta accadendo, rivedersi in quelle stesse strade polverose, quasi mai visibili ma ora protagoniste delle pagine di apertura dei telegiornali nazionali e internazionali negli schermi delle televisioni e dei computer delle nostre case.
I pensieri ora vanno alla gente comune, ai bambini sorridenti sempre e comunque, ad alcune missionarie giapponesi e olandesi di un quartiere cattolico nel centro di N’Djamena, conosciute personalmente, che da circa dieci anni sono presenti in Ciad per sostenere donne e uomini poverissimi in condizioni fisiche e psicologiche eternamente precarie. Cosa staranno facendo ora? Dove saranno? Riusciranno a portare avanti anche in queste ore di disordini la loro necessaria e perciò meritoria opera di partecipazione quotidiana?
Questi sono solo alcuni tra i mille interrogativi che ci assalgono la mente mentre al pc cerchiamo, per non sentirci inutili, “notizie fresche” e quanto più attendibili per riuscire a razionalizzare un’idea che mai e per nessun motivo dovrebbe trovare attuazione nella realtà: la guerra.
In queste ore i telefoni del Paese risultano staccati, per cui non riusciamo a sentire i nostri contatti li giù per avere testimonianze dirette e tentare di capire cosa realmente stia accadendo nella capitale.
In questi momenti la denuncia resta l’unica cosa da fare, per noi che ora siamo fisicamente lontani da quella gente.
Come quasi tutte le realtà africane in conflitto, avere le idee chiare, pur approfondendo le ragioni della crisi, non è semplice! Bisogna analizzare ogni fase per tentare di capire, risalire all’origine almeno delle principali cause che hanno portato agli scontri di questi ultimi giorni fino a coinvolgere persone innocenti già normalmente in difficoltà.
Chi sono e dove sono coloro che dovrebbero fare chiarezza e dare risposte adeguate ai cittadini di quel paese? Come si intenderà procedere nei negoziati prima che sia troppo tardi e che il Ciad vedrà cadere altre vittime innocenti? A chi sta veramente a cuore comprendere perché i ribelli, protagonisti delle cronache dei tg delle ultime ore, stanno cercando di destabilizzare – dopo anni di annunciate minacce – l’attuale presidente Idriss Déby o anche quale siano le motivazioni alla base della resistenza dei gruppi filo-governativi? Quello che a noi preme far presente è l’auspicio che alla fine si vadano a considerare le sorti dei più deboli, i civili, che restano imprigionati nelle bagarre pur senza averlo scelto.
Allora per avere un’idea di cosa significhi nascere e vivere in Ciad (tristemente noto, nel 2005, come “il Paese più corrotto del mondo”), ecco alcuni dati.
L’economia di questo Stato è principalmente agricola, ma dal 2000 sono in rapida ascesa l’estrazione di petrolio e la costruzione di condutture. Nonostante la ghiotta scoperta però, ad oggi più dell’80% della sua popolazione continua a contare sull’agricoltura di sussistenza per il proprio sostentamento.
Il Ciad è una nazione complessa perché multiculturale: oltre all’arabo e al francese (le due lingue ufficiali) esistono più di cento idiomi tribali e oltre duecento diversi gruppi etnici.
Dalla fine del 1990, anno d’insediamento dell’attuale presidente (esponente del Movimento Patriottico della Salvezza, poi confermato nel 1996, nel 2001 e nel 2006), il sistema politico ciadiano è caratterizzato da un forte esecutivo da lui stesso capeggiato.
Numerose, inoltre, le tensioni e gli scontri durante gli ultimi dieci anni. Un primo tentativo di golpe si è avuto nel 1999, e nuovamente nel febbraio 2006 quando Déby si trovava all’estero. In questo caso le truppe dei rivoltosi (che, tra l’altro, avevano l’intenzione di abbattere l’aereo del presidente) sono state respinte dai soldati francesi in servizio nel Paese. Tra il 2005 e il 2007, altri scontri scoppiati nella parte orientale del Ciad al confine con il Darfur hanno portato ad una grave crisi diplomatica col Sudan per le reciproche accuse di fornire aiuti ai rispettivi rivoltosi. Ulteriore momento di tensione, poi, si è avuto alla fine dell’agosto 2006 quando il presidente ciadiano ha accusato le compagnie petrolifere Chevron e Petronas di non pagare centinaia di milioni di dollari di imposte».

(Ivana Dama)

PS: la testimonianza di Ivana Dama continua al commento #2 con un brano del suo diario «Figlia di Mondo» sulla condizione delle donne incontrate in Ciad tra dicembre 2007 e gennaio 2008.

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16 risposte a Una testimonianza sul Ciad (di Ivana Dama)

  1. ggugg ha detto:

    Ivana mi ha scritto anche una frase di Riccardo Petrella:
    «Il sogno è il rifiuto di subire il presente».
    Allora aggiungo qualche nota proprio sul presente, così da sperare nella costruzione di un sogno. Mi affido alle pagine della BBC.

    Un ottimo contributo è quello di Stephanie Hancock, che attraverso domande e risposte spiega con chiarezza la situazione attuale del Ciad. Ne estrapolo giusto due passaggi, ma QUI (en) è possibile leggere molti più dettagli.

    Chi sono i ribelli?
    Una nuova alleanza dei tre gruppi principali: UFDD (United Force for Democracy and Development, il gruppo più numeroso, il cui leader è Mahamat Nouri), RFC (Rally of Forces for Change, con a capo Timane Erdimi), UFDD-Fondamentale (una scheggia dell’UFDD, capeggiato da Abdelwahid Aboud).

    Perché combattono?
    Sono oppositori del presidente Déby, accusato di violenza e corruzione, oltre che di favorire i membri del suo clan Zaghawa (meno del 3% della popolazione del Paese).

    ————————

    Come ha specificato Ivana Dama, oltre al rischio di guerra civile, in Ciad un ulteriore motivo di tensione è al confine col Darfur, cioè col Sudan.
    Il pericolo è estremamente concreto perché pare che le milizie arabe Janjawid (fr) – che hanno rastrellato e ucciso i non musulmani del Darfur – stiano inseguendo in Ciad i profughi per terminare l’opera. Secondo il rappresentante dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), Matthew Conway, «stiamo notando elementi molto simili al genocidio del Rwanda nel 1994, e penso abbiamo l’occasione di evitare che un’analoga tragedia accada di nuovo».
    Ecco, con una mappa disegnata dalla BBC, la complessità della situazione ai confini tra Ciad, Sudan e Repubblica Centrafricana:

    1. Il Ciad sostiene che il governo sudanese abbia appoggiato le milizie che attaccano i propri villaggi sul confine (in Ciad si trovano 200.000 rifugiati del Darfur).
    2. Il Sudan accusa il Ciad di appoggiare i ribelli del Darfur.
    3. Il Ciad annuncia che spedirà truppe per aiutare la Repubblica Centrafricana nella lotta contro i ribelli.
    4. La Repubblica Centrafricana dice che il Sudan fomenta truppe ribelli che assediato alcune proprie città.

    (fonte: BBC, marzo 2007)

    ————————

    Ultima nota.
    Il Ciad ci interessa molto più di quel che possiamo immaginare. L’omonimo lago (fr) sul confine con Niger, Nigeria e Camerun è uno degli indicatori dello stato di salute del pianeta. È sempre stato un lago di ampiezza molto variabile, ma nella seconda metà del Novecento si è quasi prosciugato (da più di 26.000 km² del 1960 a meno di 1.500km² nel 2000) a causa della scarsa piovosità e di una crescente utilizzazione delle sue acque per l’irrigazione.

  2. ggugg ha detto:

    La testimonianza di Ivana Dama continua con un brano del suo diario“Figlia di Mondo”, realizzato durante la missione tra dicembre 2007 e gennaio 2008

    REPORT DAL CIAD: SPLENDIDE DONNE DEL VILLAGGIO MONDO

    VOCI SOFFUSE: testimonianze raccolte durante il soggiorno (a cura di Ivana Dama)

    Le donne del villaggio di Mondo in Ciad vivono spesso sole e isolate, quasi sempre con bambini a carico. I loro mariti partono alla ricerca di un lavoro anche temporaneo per il nord del Paese o, ancora più frequentemente, verso la capitale Ndjamena, a volte anche per la Libia, meno spesso per l’estero. I loro mariti possono mancare anche per settimane intere essendo le mete difficilmente raggiungibili e i trasporti davvero rari e costosi per le loro possibilità. Da Mondo c’è una sola corriera a settimana per la capitale ma molti restano fuori, non trovando posto pur avviandosi alla fermata al centro del villaggio molto tempo prima della partenza del veicolo. I posti disponibili non sono molti; il costo di sola andata del viaggio è di circa 10000 CFA (circa 15 euro).
    Le donne del villaggio restano a casa, “non c’è lavoro” neanche per loro; la vita per chi nasce in questa parte di mondo è dura, passata alla ricerca e alla raccolta dell’acqua e di arbusti da ardere per accendere i “primitivi” fornelli o ancora, per tentare – quasi mai riuscendoci – di avviare una qualche piccola e per nulla redditizia attività di mutua assistenza con le altre donne del villaggio. Si fa non poca fatica a racimolare qualche soldo – mi dicono le donne del villaggio una volta instaurato un rapporto di fiducia reciproco – per la loro sopravvivenza ogni giorno.
    Restano a casa le donne di Mondo anche quando non c’è molto da fare, quando non c’è poi tanto cibo da preparare. Pensano tanto e intensamente loro, hanno voglia e forse anche bisogno di farlo. Queste donne hanno voglia di esprimersi anche solo con gli occhi, vogliono farlo per se ma soprattutto per le loro giovani figlie, le tante madri-bambine incontrate a cui è negato “il diritto alla giovinezza” e allo studio, proprio come è stato per le anziane prima di loro. Le abbiamo incontrate ed ascoltate durante la permanenza al villaggio, non è stato facile né immediato l’incontro con loro ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Ora sappiamo che hanno voglia davvero di cambiare il loro destino e vogliono farlo da protagoniste! C’è ancora tempo per riuscirci basta solo trovare il modo per cominciare a cambiare – insieme – mi suggeriscono i loro sguardi intensi che non possono non incoraggiarci e i loro primi, seppur timidi, applausi quando, finalmente, riusciamo ad incontrarci, a ritrovarci tranquille in una riunione strappata insieme alla comunità, a chi solitamente decide – ogni cosa per ognuno li giù – alla luce delle deboli torce in quella capanna lontana dal centro del villaggio. Chiedono solo di avere una possibilità le splendide donne di Mondo, una chance che permetta loro di poter far sentire la propria voce per il bene comune del loro villaggio. La nostra presenza in quei giorni con loro ha rappresentato proprio quella auspicata, seppur fin ad allora inattesa, possibilità.
    Al villaggio non ci sono spazi aggregativi per le donne come invece è per gli uomini che per strada, in ogni momento, sono liberi di fermarsi a parlare (la stessa Moschea di Mondo è per gli uomini luogo di incontro prima che di culto); nonostante ciò, le donne, soprattutto le anziane, trovano il modo per incontrarsi, lo fanno appena possono, magari nelle “cucine” dell’una o dell’altra vicina di casa, più spesso di sera, al buio, alla luce della luna e delle incredibili stelle che – da sole – riescono ad illuminare le deserte vie del villaggio facendo, cosi, la loro parte quasi a voler partecipare ai nostri incontri.
    Quando ci siamo riunite la prima volta, alla domanda di dove fossero le più giovani tra loro le donne presenti hanno risposto che non è facile per queste allontanarsi, lasciare l’ambiente domestico,non lo è perché troppo spesso sole e con molti bambini che non saprebbero a chi lasciare. Le donne incontrate durante il nostro viaggio in Ciad non hanno alcun potere! In Ciad le donne possono parlare liberamente in pubblico tra loro solo in alcuni posti come ad esempio al mercato (che a Mondo si tiene una volta a settimana). Vengono isolate e velate e non solo esternamente. Sono tenute sempre sotto controllo. Ci hanno presto accettato a Mondo e pensiamo l’abbiano fatto quando hanno capito che per loro noi potevamo essere una risorsa, un elemento di modernità. Presto si sono rese conto che “insieme si può fare la differenza”; questo sarebbe poi diventato presto il nostro motto comune in quei giorni, questo il loro slogan segreto da custodire gelosamente fino al nostro ritorno. Molta è la solidarietà fattiva tra queste donne che sanno trovare sempre il modo per ridere e divertirsi insieme nonostante le grandi difficoltà a cui sono abituate.
    Spesso cantano per le strade del tranquillo villaggio le donne, lo fanno per tenersi compagnia nel silenzio devastante del deserto circostante. Si incontrano di sera queste donne, magari di nascosto,con abile discrezione e con quella complicità che solo le donne conoscono, per ascoltarsi e supportarsi a vicenda. Un sorriso, una risata liberatoria celata dietro veli coloratissimi che spesso, tra le donne più avanti con gli anni, possono nascondere tenerissimi sorrisi sdentati…
    Le principali attività di queste donne si concentrano nella cura del focolare ma ci dicono essere – a questo punto – davvero stanche, quindi vorrebbero le aiutassimo a trovare al più presto delle attività generatrici di reddito da avviare per loro. Questa, dopo quella dell’acqua, è davvero la priorità assoluta per le donne del villaggio. Durante la permanenza li, ci siamo accorti di quanto in realtà, seppur con la massima discrezione, esse fossero attratte e quasi felici della nostra presenza, curiose e fortemente desiderose di avere qualcuno che facesse da ponte tra loro e la comunità maschile del villaggio. Noi bianchi, pur parlando una lingua diversa da quella che invece accomuna queste ai loro uomini, ci abbiamo provato e ci piace pensare di esserci riusciti quando, con immensa gioia, abbiamo realizzato che una delegazione di donne era stata invitata a parlare alla fine della celebrazione del venerdì in Moschea per dire la propria opinione circa la nostra presenza e il nostro progetto in corso al villaggio. Così come ci piace ricordare il momento dei saluti all’alba della nostra partenza per il rientro in Italia quando commossa una folta delegazione di Mondo composta da donne, anziani e bambini ci ha salutati dicendo: “…infondo i bianchi non sono poi cosi diversi dai neri”. Se questi sono i presupposti non vedo l’ora di essere di nuovo li con loro!
    Certo, c’è ancora molto da fare prima che queste donne possano camminare da sole. Ma ora sappiamo da dove cominciare, dopo questa esperienza sul campo sappiamo che ora è tempo di stare loro accanto, infondere loro fiducia affinché trovino – presto – la forza per credere in se stesse e nelle loro capacità per poter continuare da sole.

  3. anonimo ha detto:

    situazione drastica, che per il bene delle popolazioni indigene sarebbe meglio chiudere e cercare di instaurare un pace interna, si sa che la guerra è stata e sarà sempre la soluzione meno indicata per la soluzione di simili problemi. un augurio… speriamo che nascano e crescano sempre più persone con il cuore puro e con la voglia di fare che ha avuto e avrà la Sig.na Ivana Dama. in bocca al lupo per tutti i futuri progetti che porteranno benefici alle popolazioni africane. H

  4. anonimo ha detto:

    Grazie per la pubblicazione di questo reposrtage. Seguirò le tracce dei link che sono stati inseriti nel testo.
    Un abbraccio Mapi

    (voglio ricordarti anche che da quanche giorno ho cambiato casa 😉

  5. ggugg ha detto:

    Mentre Jean-Philippe Rémy riferisce su “Le Monde” che «nelle strade del centro di N’Djamena la calma è caduta come un immenso sforzo dopo tre giorni di combattimenti» [QUI], il presidente Idriss Déby dichiara soddisfatto che «la Francia ha tenuto i suoi impegni» nella collaborazione tra i due Stati durante l’assedio alla capitale dello scorso fine settimana e che «non c’è stato l’utilizzo diretto dell’esercito francese [perché] dobbiamo l’eclatante vittoria alle valorose forze nazionali ciadiane» [QUI].
    Su “Misna”, inoltre, leggo addirittura che «si restituisce il frutto dei saccheggi» e che «gli sfollati fuggiti nei giorni scorsi in Camerun stanno cominciando a far ritorno a N’Djamena» [notizia di oggi, ore 17:12].
    Sfogliando le notizie dell’agenzia, poi, son venuto a sapere che domenica scorsa (3 febbraio) nel Kivu (Repubblica Democratica del Congo) c’è stato un terremoto di «almeno 4.5 gradi sulla scala Richter» [*] che ha provocato molte vittime, sebbene il loro numero non sia chiaro: “L’Observateur” dice 5 morti e 36 feriti [*], “allAfrica” conta 6 morti e 200 feriti [*], “La Repubblica” indica 39 morti e almeno 250 feriti (tra Congo e Rwanda) [*].
    Insomma, ecco un esempio di non-notizia africana.

  6. anonimo ha detto:

    In queste ore non riesco a non controllare in modo frenetico ogni tipo di fonte di informazione per cercare di seguire l’andamento dei (reali) avvenimenti in Ciad.Le notizie appaiono però discordanti ,ovunque.. si fa molta confusione,le linee telefoniche continuano a tacere rendendo impossibile la comunicazione tra noi e loro..L’ultimo comunicato disponibile (fonte Misna) delle 20.53 si sofferma sul dramma dei rifugiati dal Ciad, “circa 70.000”.A preoccupare ora sono le voci di chi la capitale N’Djamena la vive da tanto conoscendola ormai molto bene visto che della sua popolazione si preoccupa ogni giorno, non soltanto durante l’ultima l’emergenza.. Si parla di numerose vittime:bambini annegati durante la fuga per raggiungere a nuoto il vicino Camerun che è proprio dall’altro lato del fiume-confine…
    il pensiero che un mese fa ho passeggiato anch’io lungo quelle stesse meravigliose sponde mi accappona la pelle…quanto crudele è la guerra!
    I.

  7. Eccardo ha detto:

    ah, l’africa..

  8. anonimo ha detto:

    …Mi chiedo quando finiranno in Africa le corse ai rifornimenti per i tanti, troppi, campi profughi..finira’ mai?I titoli dei giornali o dei siti web che guardano alla situazione del Ciad ad una settimana dalla fine dei combattimenti in città, parlano di un “lento risveglio”, di scuole che riaprono, di mercati che si ripopolano di gente, di saracinesche che si rialzano…le comunicazioni per la telefonia fissa sono state risistemate, con i telefoni cellulari invece è ancora difficile parlare…
    Speriamo il ritorno alla normalità annunciato sia reale e soprattutto duraturo!
    I.

  9. ggugg ha detto:

    Ivana, grazie per tenere desta l’attenzione sul Ciad.
    I riflettori televisivi si spengono, ma evidentemente non è così per la crisi. La sua (presunta) rapida soluzione è da monitorare. Sappiamo bene quanto possa essere effimera una tregua o addirittura una pace in certi contesti.
    Continua così, Ivana. Il Taccuino è sempre aperto.

  10. anonimo ha detto:

    ..Forse nn importerà a nessuno.. ma io avrei voglia di gridare al mondo intero che oggi-finalmente- siamo riusciti a parlare con il villaggio di Mondo! Anche le comunicazioni con i telefoni mobili sono state riparate, loro-i miei amici kanembou- stanno tutti bene!!! :-)))
    Stanotte dormirò più serena.

    Buona notte Mondo!
    I.

  11. anonimo ha detto:

    Iva ho letto che hai avuto notizie dei tuoi amici del villaggio .mi fa piacere perchè so che questo ti ha rassenerato un pò. Vai avanti con fede e coraggio tuo p.

  12. anonimo ha detto:

    Ieri abbiamo sentito al telefono da N’Djamena, di nuovo, la Console italiana in Ciad per avere notizie fresche visto che anche i siti più attenti, tengono bassa oramai l’attenzione sulla crisi nel paese. La Signora Favaretto ci ha detto che a livello locale la situazione resta tesa ma che per le strade della città tutto appare come sempre tranquillo. Le radio locali ed i giornali però-sottolinea- sono tenuti sotto controllo dalle forze governative mettendo a repentaglio l’esercizio della democrazia ….

    Noi -da qui- continueremo a farci sentire!

    I.

  13. anonimo ha detto:

    Ieri altra telefonata dal Ciad.Fortunatamente “stanno tutti bene”-mi hanno detto gli amici del villaggio di Mondo.
    La cosa che però ci lascia un senso di amarezza è che molti, troppi ciadiani è come se non si rendessero conto di ciò che è accaduto e di ciò che in queste ore continua ad accadere nel loro paese. Oggi l’Assemblea Nazionale del Ciad ha prolungato di 15 giorni lo stato di Emergenza nel paese..ma questo cosa significa esattamente?Cosa comporta con esattezza?E.. chi se lo domanda?
    Lo stato d’emergenza PREVEDE LA SOSPENZIONE TEMPORANEA DEI DIRITTI CIVILI, l’imposizione del coprifuoco dalla mezzanotte allesei del mattino,IL CONTROLLO DELLA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE e dei veicoli.
    Pensiamoci prima di affermare che in Ciad la situazione è rientrata..
    I.

  14. anonimo ha detto:

    Credo che la maggior parte de paesi africani che hanno vissuto guerre e ribellioni sviluppino tra la popolazione una percezione della pace e del pericolo naturalmente diversa dalla nostra. Si, ok sparacchiano qui e là, ma almeno non siamo costretti a lasciare le nostre case; si ok bloccano le strade a mezzanotte, ma almeno durante la giornata possiamo comprare alimenti al mercato.
    E’ una triste realtà.
    In Burundi, in seguito agli accordi di pace e alle elezioni, il copri-fuoco è stato tolto, ma molte strade vengono sbarrate a partire delle 18h. Questo significa che al calare della notte non è possibile lasciare, nè entrare nella capitale. La gente non si preoccupa, e sinceramente neanch’io. Il livello di paura cambia, e questa differenza è indispensabile per continuare a vivere… per non essere preda di continue paranoie, e, soprattutto, perchè chi vive Qui non ha scelta.
    E’ grave, certo, lo è!!
    Manca una cosa fondamentale per risolvere molti problemi in Africa.: la volontà. Disarmo, o meglio non-armo, riduzione o cancellazione del debito, sostegno e formazione delle istituzioni. Lacomunità internazionale c’è, quando c’è, e spende miliardi, nei momenti di crisi, ma scompare al momento del consolidamento della pace o della ‘democrazia’. Perchè? Il pericolo si riduce, non c’è più la guerra, il popolo è ritornato a casa, c’è un governo legittimo. ecco che quella percezione diversa, quella diferenza colpisce anche noi, il ‘almeno adesso possono…’.
    E non è vero, porca miseria. Il ‘passaggio’ è un momento fondamentale, ma il ‘consolidamento’ è la vera arma di risoluzione, ed anche il terreno meno esplorato e analizzato.
    Il Ciad sopravviverà, e i tuoi amici anche, …fino al prossimo giro di giostra!!
    Ma in fondo,
    ….bisogna essere ottimisti!!
    Un abbraccio,
    Valeria

  15. anonimo ha detto:

    Nella tarda serata di ieri giovedi 13 marzo il Ciad e il Sudan hanno firmato un Accordo di Pace; questi due paesi hanno deciso di riconciliarsi e di “normalizzare”le loro relazioni.
    Questa notizia non puo’ non riempirci il cuore di gioia e di speranza per quelle popolazioni lontane ma anche per noi che non vogliamo ne possiamo smettere di sognare un mondo migliore.

    I.

  16. berlinguer ha detto:

    Ci sono molti “Ciad” su questo pianeta e, se pur lontane e diverse, sono le realtà complementari a quella occidentale , alla nostra.
    Come due facce della stessa medaglia sono due volti inscindibili, due volti che guardano in direzioni opposte ma sono spalla a spalla.
    La nostra condizione di “benessere” si basa sull’esistenza di zone del mondo in cui si muore per fame, si sfruttano le risorse del territorio senza alcun controllo ne coscienza.

    De Andrè cantava “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.” Siamo coinvolti, responsabili, colpevoli .
    Tacitamente.

    Dovremmo ringraziare le persone che vivono con l’impegno di sbatterci questa verità sul muso, per cercare di cambiarla, sperando che non siano mai sole, che siano sempre più.

    Grazie Ivana.
    Michele

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