Gomorra, la trincea a teatro

«Sentite?», dice una voce nel buio del teatro. Molti del pubblico rispondono di si, colti di sorpresa da quella domanda improvvisa mentre ancora qualcuno prende posto e sistema il cappotto sulle ginocchia.
L’occhio di bue illumina l’attore, in piedi al centro del palco, dietro un microfono. Sembra si rivolga alla platea, ma in realtà parla agli abitanti di Casal di Principe.
Lo spettacolo è cominciato, Ivan Castiglione interpreta Roberto Saviano nel suo (coraggioso e potente) discorso del 23 settembre 2006, quando accanto al Presidente della Camera Fausto Bertinotti pronunciò nel suo paese natale un’inimmaginabile invettiva contro i boss della camorra Iovine, Schiavone, Zagaria non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra» [*]).
L’incipit della trasposizione teatrale di “Gomorra è fulminante, in poche battute gli spettatori tolgono il sorriso da incontro mondano con cui sono entrati in sala e piombano nell’inferno di una città degenerata in cui ogni gesto, ogni pensiero, ogni personalità è esasperata ed estremizzata perché in quell
’abisso lunica possibilità di espressione è l’eccesso. A Gomorra la gioia è esaltazione, la regola è prevaricazione, il dolore è disperazione, l’economia è monopolio, il commercio è traffico, l’amore è stupro, la bellezza è pornografia, l’amicizia è interesse, la confidenza è delirio, l’ambiente è discarica.
C’è molta napoletanità in “Gomorra” e molta Gomorra è a Napoli.
Eppure non sono la stessa società, né la stessa città.
Gomorra è ovunque e tutti noi siamo suoi cittadini: è la nostra città nelle sue periferie abbandonate e drammatiche, come nei suoi quartieri opulenti e distratti; è il luogo di cui diventiamo abitanti usando il menefreghismo e la furbizia, l’arrivismo e il disinteresse.
Leggere il libro è come ricevere – metaforicamente – una raffica di pugni nello stomaco. Mentre assistere alla sua forma teatrale significa destarsi – fisicamente – su realtà apparentemente sotterranee. Ci si agita nella poltrona ascoltando la morbosa scurrilità di Kit Kat, osservando la gratuita aggressività di Pikachu, imbattendosi nella glaciale prepotenza dello Stakeholder, guardando la delirante ambizione di Mariano, sentendo la dignitosa arrendevolezza di Pasquale.
Quei cinque volti di dannati sono colpi di kalashnikov. Finché non li si vede, li si può avvertire come lontani, come in un servizio del telegiornale. Ma lì, accecanti come dei flash, sono molto più vicini di qualsiasi paura.

«Il paradosso che trova soluzione è che proprio il teatro che è in assoluto il luogo della menzogna, della rappresentazione della finzione, divenga il luogo della verità possibile. Delle verità quindi».

    PS:
1.
La citazione finale è di Roberto Saviano, tratta dal booklet dello spettacolo.
2.
La versione teatrale di “Gomorra” è di Roberto Saviano e Mario Gelardi (che ne cura anche la regia), con Ivan Castiglione (Roberto), Francesco Di Leva (Pikachu), Antonio Ianniello (Mariano), Giuseppe Miale di Mauro (Stakeholder), Adriano Pantaleo (Kit Kat) e il grandissimo Ernesto Mahieux (Pasquale).
3.
L’altra sera (mercoledì 30 gennaio 2008), “Gomorra” è andato in scena al Teatro delle Rose di Piano di Sorrento. Io vi ho assistito grazie all’iniziativa e all’impegno di una professoressa di una scuola superiore sorrentina che prima ha organizzato una giornata di studio sulla camorra (cui mi ha invitato ad intervenire insieme a Luigi D’Aponte) e poi ha portato decine di studenti al teatro.
4. La relazione che Luigi ed io abbiamo presentato ai ragazzi si intitola “Simboli e rappresentazioni della camorra” ed è costruita alternando parole e citazioni video (da cinema, sceneggiata, reportage, servizi del telegiornale, clip musicali) attraverso un percorso di circa un’ora che parte dall’etimologia del termine “camorra” e dalle sette camorristiche dei primi dell’Ottocento, per poi passare ad indagare alcuni simboli come l’asso di bastoni e il coltello, e quindi terminare con un’analisi degli attuali luoghi emblematici della criminalità napoletana. Con molta probabilità nelle prossime settimane presenteremo questo lavoro anche in altre zone della provincia (e naturalmente segnalerò le date per chi voglia partecipare).

    PPS aggiunto il 2 marzo 2008:
Ieri questo post è stato pubblicato sul giornalino on-line dell’Istituto Polispecialistico “San Paolo” di Sorrento. Sullo stesso numero ci sono altri contributi relativi allo spettacolo teatrale “Gomorra”, nonché alla preparatoria giornata di studio cui ho partecipato con Luigi D’Aponte. Infine, c’è anche una sezione fotografica curata dal terzo socio: Daniele Pollice.
Autori, titoli e link ai singoli articoli li trovate al commento #5.

    PPPS aggiunto il 18 maggio 2008:
Venerdì scorso (16 maggio) nelle sale italiane è uscito “Gomorra” di Matteo Garrone, il film tratto dal libro di Saviano. Io l’ho visto subito e ne parlo brevemente al commento #6.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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11 risposte a Gomorra, la trincea a teatro

  1. iNessuno ha detto:

    Hai ragione Gomorra è ovunque e noi siamo i suoi cittadini!!

    Finchè non ci renderemo conto che il domani ci appartiene e finchè non troveremo la forza di “denunciare” il marcio.

    Buon fine settimana,
    angela

  2. anonimo ha detto:

    “Non datevi pace”: il monito finale dello spettacolo mi ritorna di continuo in mente. Ne ho parlato ancora coi ragazzi, fuori e dentro l’aula: fini apprezzatori od osservatori superficiali, nessuno immune o distante da questo imperativo. C’è da sperare; io ci credo.
    Maristella

  3. Eccardo ha detto:

    interessante, spt. la citazione finale

  4. ggugg ha detto:

    «Forget about it!», «E che te lo dico a fare».
    È la mitica frase del film “Donnie Brasco” (1997) di Mike Newell con Johnny Deep e Al Pacino. È la stessa che Joe Pistone (il vero agente dell’FBI infiltrato per 6 anni nella mafia newyorkese con lo pseudonimo di Donnie Brasco, da cui il film) usa per rispondere con ironia ad alcune domande di Roberto Saviano nel loro dialogo apparso sull’ultimo numero de “L’espresso” (7 febbraio 2008).
    Ne segnalo qualche passaggio:

    – Joe Pistone: «Sai, a New York la mafia aveva grande potere nel settore delle costruzioni. E nel settore dei rifiuti, monopolizzava praticamente questi due mercati. Ci riusciva attraverso il controllo dei trasporti, dei sindacati e attraverso il rapporto con la politica. Ora questo, anche attraverso duri colpi della polizia, non c’è più o non è così forte la loro presenza».
    – Roberto Saviano: «Nel mio Paese far parte della mafia significa avere sex appeal, e avere un seguito di groupie».
    – Joe Pistone: «in America è uguale. Poi, quando sei nella mafia ed entri in un ristorante ti danno i posti migliori. Lo stesso anche quando entri in un negozio di abbigliamento. Le donne, quando sei un boss, te la danno sul braccio… (Usa sempre un’espressione che non conoscevo, “on the arm”, qualcosa di simile a “te la danno sull’unghia”)».
    – Roberto Saviano: «Quando mi fu assegnata la scorta, il colonnello dei carabinieri Gaetano Maruccia mi dissei citando Roosvelt: “L’unica cosa di cui avere paura è la paura stessa”. Un modo per consigliarmi di continuare il mio lavoro, di farlo serenamente e non cadere nella trappola dei clan di farti mettere addosso un’ansia continua e così allontanarti da te stesso».
    – Poi Joe «dice che fatica a immaginarsi una lotta antimafia con speranze di vincere in Italia. si rende conto che oggi da noi la mafia è ancora più potente di quella che lui ha conosciuto ai tempi in cui era Donnie Brasco […]. I boss italiani sono titolari di imprese, molti capizona hanno la laurea, i loro profili sono molto alti. […] “Sai, i mafiosi americani sono gangster, sono considerati gangster e loro stessi si vedono come tali: partono dalla strada, come criminali comuni, e poi salgono i gradini dell’organizzazione. […] Qui invece so che ci sono dottori e avvocati che ne fanno parte”».
    (Tutto l’articolo è qui).

    Sullo stesso numero de “L’espresso”, inoltre, c’è un’intervista ad un altro artista napoletano impegnato, Francesco Rosi (“Vedi Napoli e poi la camorra”, di Rita Cirio). Il regista di “Salvatore Giuliano” (1962), “Le mani sulla città” (1963), “Uomini contro” (1970), “Il caso Mattei” (1972), “Lucky Luciano” (1973), “Cristo si è fermato a Eboli” (1979), ecc… riceverà l’Orso d’oro alla carriera al prossimo Festival di Berlino.
    Anche in questo caso credo sia il caso di citare qualche stralcio dall’articolo:

    «Oggi Napoli ha una criminalità organizzata, la camorra, che è molto diversa da quella che ho denunciato quando ho girato il mio primo film “La sfida” nel ’58. Era una camorra di tipo agricolo quella, non ancora diventata un’organizzazione criminale di una tale potenza economica da potersi infilare in tutte le pieghe del potere: oggi è diventata una classe imprenditrice. […] Nel ’92 ho fatto un documentario, “Diario napoletano”, una raccolta di interventi di politici, urbanisti, architetti, e anche con pezzi di miei film: finivo il documentario dicendo che se lo Stato si arrende a Napoli, si arrende dappertutto. Napoli ha accumulato mancanze, di lavoro, di educazione civica, di scuola per i ragazzi. Già anni fa scrissi un articolo per dire che a Napoli i ragazzi dovrebbero stare a scuola anche il pomeriggio, tempo pieno per fare sport, per essere avviati al lavoro, per conoscer il valore del lavoro. […] Intanto ne viene fuori un’immagine per tutta l’Italia che all’estero ha un impatto negativo: si avverte una sorta di disprezzo. Ci dovremo aspettare un’altra copertina come quella con la pistola sugli spaghetti? È facile, data la storia di Napoli, ancora più facile quando i responsabili non hanno fatto nulla».

    PS: la copertina citata è

  5. ggugg ha detto:

    Ecco l’indice del numero di gennaio-febbraio 2008 del giornalino scolastico dell’Istituto “San Paolo” in cui si parla dello spettacolo teatrale “Gomorra” e della giornata di studio cui ho partecipato con Luigi e Daniele:

    * Rosaria Castellano (II A – IPC), L’Istituto si è riunito per un seminario anti-camorra

    * Ass. Studenti Napoletani contro la Camorra, Questionario anti-camorra

    * Stefania Meo (V A – IPC), La camorra: fonte di corruzione ed illegalità

    * Lucia Reale (V A – IPC), Gli atteggiamenti camorristici

    * Carmela Fusco (V A – IPC), Roberto Saviano… C’est qui?

    * Giovanni Gugg (Esperto esterno), Gomorra, la trincea a teatro

    * Gli alunni della V B (sez. turistica) IPC, Le nostre riflessioni sullo spettacolo

    * Daniele Pollice, Galleria fotografica del seminario del 22 gennaio 2008

  6. ggugg ha detto:

    Ho visto il film “Gomorra” venerdì sera, nel giorno del debutto nelle sale italiane. E l’ho trovato potentissimo.
    Guardando il film ho capito una cosa che non avevo colto con lo spettacolo teatrale: a differenza del libro di Roberto Saviano, la sua riduzione teatrale (di Mario Gelardi) o cinematografica (di Matteo Garrone) non sono delle opere sulla camorra in senso stretto, non ne raccontano le “vette”, l’ampiezza o le dinamiche segrete che attualmente ne fanno un fenomeno criminale globale, ma ne indagano le origini, l’humus, le radici, l’àncora cui quei vertici in doppiopetto sono legati con un filo spesso invisibile, ma solido e resistente. In questo senso “Gomorra” è un film di antropologia camorristica. L’alternativa sarebbe stato un film tipo gangster americano su personaggi potenti e a loro modo brillanti. Invece “Gomorra” mostra la base su cui poggia tutto quel potere economico, politico e militare raccontato dal libro. Il Sistema si alimenta dello squallore di Gomorra, lo preserva e lo moltiplica perché è la linfa che sostiene tutta la sua potenza.
    Il film racconta cinque storie separate e indipendenti che, pur non sfiorandosi mai, sono cinematograficamente intrecciate dal montaggio e narrativamente interconnesse le une alle altre da un unico fattore: la barbarie di un’umanità brutale e brutalizzata.
    L’episodio ambientato nelle Vele di Scampia, ad esempio, è forse il più shockante, soprattutto per le immagini. Mai mi era capitato di vedere quei luoghi così dall’interno. L’orrore, lì, non è solo nel racconto, nel linguaggio, nelle azioni, quanto soprattutto nella location, nei suoi pianerottoli di cemento marcio, nelle sue ringhiere arrugginite attraverso cui si tendono mani di tossici, nei suoi cortili di zolle d’erba putrida senza sogni, nei tetti delle vedette arruolate da bambini…
    In questa terra l’arte è l’unica possibilità di salvezza. Lo dice anche Roberto Saviano in un’intervista ad Antonio D’Orrico sull’ultimo numero del “Corriere della sera – Magazine” (15 maggio 2008): «Fare arte in certi territori non è una scelta di gusto, un modo per distrarsi o campare, ma è l’unico modo per vivere. Non rinnegare, non andarsene, non sottrarsi, non accecarsi. […] Solo tenendo le mani in tasca non ci si sporca. Uno dei miei maestri, Fofi, me lo diceva sin da ragazzino, senza condividere non ha senso leggere e scrivere».

    “Gomorra” è un film di Matteo Garrone, con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster.
    Il trailer è su YouTube.

    (Proprio oggi “Gomorra” è in gara al Festival di Cannes: qui)

  7. ggugg ha detto:

    Il mese scorso a Parigi il manifesto dei due ragazzini in slip e kalashnikov del film “Gomorra” era a tutti gli angoli di boulevard. Ogni volta che lo vedevo ripensavo ad un commento ascoltato al cinema il giorno della prima [#6]: «Eh, la cosa che mi fa incazzare è che con questo film al nord penseranno che Napoli è davvero così».
    Sono convinto che le persone intelligenti di ogni latitudine non possano pensare che Napoli e il suo territorio (dunque la sua gente) sia “così”. Ma bisogna essere altrettanto onesti nell’ammettere che è “anche” così.
    Lo squallore di Gomorra è ampiamente diffuso in Campania, con particolare pressione tra Napoli e Caserta. Ma non bisogna illudersi che Gomorra sia solo lì, perché altrimenti si rischia un’ingannevole tranquillità: se infatti pensiamo “è lì, non qui dove sono io”, rischiamo di non vederci come suoi abitanti quali in effetti siamo e, dunque, di diventarne una sorta di complici passivi. Gomorra è il risultato di una condotta, è un modo di pensare. Ecco perché è ovunque. Il Sistema si alimenta dello squallore di Gomorra, lo preserva e lo moltiplica perché è la linfa che sostiene l’intera sua potenza, è la base su cui poggia tutta la sua arroganza economica, politica e militare. Roberto Saviano ha saputo raccontarla come nessun altro ed ora la cronaca ce la mostra nella sua sconcertante crudeltà.
    In certe zone d’Italia c’è la schiavitù e il mercato dei corpi. In certe zone non c’è altra autorità che l’AK47 in mano a deliranti cocainomani. In certe zone di questo nostro Paese possono accadere fatti intollerabili per una nazione che si dice avanzata. In quelle zone la criminalità (quella “vera”, quella difficile da riconoscere perché generalmente indossa giacche e cravatte di prim’ordine) si alimenta di umanità brutalizzate e schiacciate a cui è stato estirpato prima di tutto il senso di sé.
    Sei corpi falcidiati a colpi di mitraglia è roba difficile da immaginare. Invece è successo. Succede.
    Samuel, Christofer, Julius, Erik, Alex e gli altri avevano superato continenti, deserti e mari per arrivare in Terra di Lavoro a fare gli schiavi. Sono finiti in un lago di sangue perché i Casalesi dovevano punire qualcuno. I killer hanno sparato nel mucchio perché la vita di uno schiavo (e lì gli schiavi sono neri) non vale nulla [*].
    Tutto questo è semplicemente inammissibile. Forse questa Repubblica dovrebbe fermarsi e chiedere una missione di Caschi Blu. Forse dovremmo finalmente dirci con onestà che “sì, abitiamo a Gomorra”. E che lo sappiano i francesi, i tedeschi, gli inglesi, gli americani, i senegalesi, i cinesi, gli australiani… gli italiani.

    Foto: il massacro (18/09/2008), la rivolta (19/09/2008).

    Opinione: “Il valore di quelle vite”, di Giuseppe D’Avanzo (20/09/2008).

    Reportage: “ Tra i fantasmi di Castelvolturno dove i neri chiedono più Stato”, di Giuseppe D’Avanzo (21/09/2008).

    Analisi: “Una strage di lavoratori”, di Enrico Pugliese (“il manifesto”, 21 settembre 2008):

    L’assassinio per mano della camorra di sei immigrati a Castelvolturno e le successive manifestazioni hanno dato la stura a tutti i luoghi comuni sulla situazione degli immigrati, sul loro ruolo e la loro condizione in quell’area ricca devastata del litorale di Napoli e Caserta, teatro della strage.
    Comincerei da qualche punto fermo. Non si è trattato – sembra ormai assodato – di un regolamento di conti. Questo è invece quel che si è detto subito, quello che in tutti gli ambienti di destra (e in larghi ambienti di sinistra) si è pensato e si continua a irresponsabilmente a scrivere.
    Come ha ben mostrato ieri su “La Repubblica” Giuseppe D’Avanzo – che pure non esclude che per uno o due ci possa essere stato un qualche coinvolgimento in minori attività di spaccio – l’indifferenza per le orribili condizioni di sfruttamento, la mancanza di rispetto della vita umana, condita dal disprezzo di stampo razzista per questa gente, hanno reso possibile quella situazione talché non dovrebbe destare meraviglia il fatto che una banda di camorristi possa «pensare di fare una strage di neri solo per ammazzarne uno». Alla domanda retorica su quanto valga un nero la risposta di D’Avanzo è «niente». E perciò davvero non c’è da scandalizzarsi «se duecento di questi niente hanno gridato per il pomeriggio la loro rabbia».
    Basterebbe la lettura dell’editoriale di D’Avanzo, oltre che la buona inchiesta a caldo del “manifesto”, e chiudere il discorso qui, se non ci fosse una invasione di luoghi comuni anti-immigrati negli organi di informazione anche quelli più seri. E allora è necessario ancora qualche ulteriore chiarimento. Così, ad esempio, la tesi del regolamento dei conti è fatta propria dal vescovo di Capua in una ineffabile intervista su “La Stampa”. Il prelato ci informa del fatto che trattasi di regolamento di conti anche se «è difficile dire di che natura esso sia».
    Ma su altre cose il prelato non ha dubbi. Si tratta di nigeriani che rappresentano il nucleo più consistente, a suo avviso, «del litorale dominio da Ischitella a Pescopagano». E in molti hanno parlato di nigeriani, per poi scoprire che tra le vittime della strage non ce ne erano. Ma qualche responsabilità – ci informa il prelato (e non è il solo) -, i nigeriani ce l’hanno, eccome: «I nigeriani sono gente intelligente ma dedita piuttosto alla droga e alla prostituzione».
    L’affermazione è grossa e l’intervistatore cerca di dare una possibilità di chiarimento al vescovo. Ma non c’è nulla da fare: «Sono solo loro a darsi alla droga e alla prostituzione». Amen. Dopo queste gravi affermazioni e tanto allarmismo il vescovo ci spiega che gli immigrati – esclusi i cattivi di cui sopra – «partono alle cinque del mattino dai casolari dell’entroterra dove abitano in quattro in una stanza e vanno a cercare lavoro nelle piazze dei paesi». E Guido Ruotolo nella pagina accanto ci illustra il come si tratta di lavoratori e fornisce informazioni sulle loro condizioni di vita e di lavoro. Insomma i messaggi – su “La Stampa” come su altri giornali – appaiono largamente contraddittori.
    Comunque, l’impressione che resta al lettore o al telespettatore alla fine di tutto è quella di una situazione orribile, dove però orribili sono anche gli immigrati, come dimostrano le violenze alle quali essi si sono dati. E le violenze sarebbero state appunto un indicatore del fatto che – innocenti o no – si trattava di gentaglia. I nemici degli immigrati – quelli che predicano contro l’immigrazione clandestina (come se in Italia ce ne fosse mai stata altra) – comunicano che, se non c’è controllo, questi poveri disperati finiscono per ingrossare le fila della criminalità organizzata. In questo caso si e visto però che le vittime ingrossavano solo le fila del lavoro nero. E il lavoro nero c’è nelle aziende dei padroni, dei camorristi orrendamente sfruttatori e dei padroni non camorristi parimenti sfruttatori.
    Ma perché quegli immigrati stanno lì per quei lavori e in quelle condizioni? Ce lo spiega un po’ proprio il prelato di cui sopra. «Il territorio è stato devastato, le paludi bonificate durante il fascismo sono di ventate discariche abusive» e così via di seguito. lo ci andrei un po’ più piano. La bonifica (comprensoriale e aziendale) – prima, durante e dopo il fascismo – ha cambiato il volto agricolo di quelle che una volta erano le terre dei Mazzoni. La nuova agricoltura intensiva ortofrutticola in terre una volta poco abitate richiede mano d’opera che deve venire per forza dall’esterno (prima i caporali la portavano da altre zone della Campania). La mano d’opera straniera migrante (con i suoi disperati bisogni) è quella più adeguata perché più flessibile e meno costosa. Proprio come nella ricca agricoltura della California che ha braccianti più poveri dei nostri. Perciò a Castelvolturno o a Villa Literno o a Casal di Principe troviamo i ganesi, gli ivoriani, oltre a qualche nord africano, i nigeriani e tutti gli altri lavoratori a giornata.
    Poi c’è anche la camorra, le discariche abusive e quant’altro. Ma quella è un’altra ‘storia. La povera gente che è stata uccisa – gli immigrati del Ghana, del Togo etc. – era da noi per lavorare punto e basta. E se – fatto grave e disperante – se la prende generalmente con i bianchi, la cosa deve fare ulteriormente pensare: si sta creando un solco gravissimo che si può colmare solo con la solidarietà e che invece si allarga con i pregiudizi.

  8. ggugg ha detto:

    Io urlo con lui.

    Il grido d’accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno
    “Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?”
    SAVIANO, LETTERA A GOMORRA TRA KILLER E OMERTÀ

    di ROBERTO SAVIANO

    I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.
    Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.
    E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così”?
    Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?
    Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.
    Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e’ mezzanotte.
    Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l’aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l’autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.
    Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l’unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l’unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.
    Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al “Roxy bar”, uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l’anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.
    L’11 luglio uccidono al Lido “La Fiorente” di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all’aperto del “Bar Kubana” e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al “Bar Freedom” di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.
    Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.
    Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.
    Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d’ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.
    Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n’è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.
    Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l’opinione pubblica che girava questa “paranza di fuoco”. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.
    Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d’alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.
    Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell’Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.
    Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l’ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell’abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.
    I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa.

    [CONTINUA]

  9. ggugg ha detto:

    [CONTINUAZIONE]

    Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.
    E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani – e fra questi nessuno viene dalla Nigeria – colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev’esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.
    I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti “trafficanti” come furono “camorristi” Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.
    Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco “Sandokan” Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.
    Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.
    Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c’è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d’Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?
    È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.
    Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?
    Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l’Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.
    Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l’ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po’ nervoso, un po’ triste e soprattutto solo.
    Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.
    Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c’era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.
    Cos’ha fatto Carmelina, cos’hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l’autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?
    Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c’è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.
    E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente.
    Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c’è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.
    La Calabria ha il Pil più basso d’Italia ma “Cosa Nuova”, ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.

    [CONTINUA]

  10. ggugg ha detto:

    [CONTINUAZIONE]

    Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.
    Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.
    “Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?”, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljosha. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?
    Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un’altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.
    Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l’abitudine. Abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.
    Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.
    Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.

    Copyright 2008 by Roberto Saviano
    Published by arrangement of Roberto Santachiara Literary Agency

    (la Repubblica, 22 settembre 2008, QUI)

  11. ggugg ha detto:

    «Diecimila, forse più» hanno sfilato stamattina a Caserta contro il razzismo.
    Servirà a qualcosa? Chissà. Senza, però, sarebbe sicuramente peggio.

    Le altre foto: qui.

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