Eccessi di etnie

«Quando vien giù il male come pioggia, nessuno che dica “basta!” / Quando a catasta i crimini fan mucchio, diventano invisibili. / Quando la pena è insostenibile, non si senton più grida. Anche le grida cadono come d’estate pioggia» (Bertold Brecht)

Generalmente ci si accorge dell’Africa solo per le tragedie: vi si inviano le troupe televisive e si comincia la conta, nonché l’esibizione dei cadaveri. Quelle immagini ci fanno momentaneamente inorridire, ma – come ha scritto Fergal Keane – «non aggiungono niente alla nostra conoscenza e inducono in noi un sentimento che è stato memorabilmente definito “di compassione senza comprensione”». Poi il fiume di sangue rallenta e il flusso di profughi comincia a diminuire, per cui il circo smonta le tende e si trasferisce altrove.
È ciò che sta accadendo per il Kenya in questi primi giorni del 2008. In maniera del tutto immotivata sono già stati spesi termini come “genocidio” *, “pulizia etnica” * e “scontro tribale” *. Ma per fortuna i nostri connazionali presenti nel Paese hanno potuto festeggiare il capodanno senza pericolo *.
Ora sappiamo che in Kenya non ci sono solo i maasai, ma anche i kikuyu, i luo e numerose altre etnie. Ma a che serve questa puntualizzazione? Forse ad insinuare equivoche ipotesi evoluzioniste, per cui l’etnia manifesterebbe un apparato istituzionale “primitivo” incompatibile con la democrazia? O, invece, per assolverla da ogni responsabilità perché “invenzione” coloniale?
Per noi europei (tranne per alcune minoranze) il concetto di etnia è molto complicato, non riusciamo a comprenderne pienamente il senso perché non ne abbiamo più riferimenti nel quotidiano: le nostre appartenenze particolari, almeno dal XIX secolo, sono andate dissolvendosi nel più ampio principio di nazione. Non parlo, dunque, di identificabilità razziale secondo un profilo morfologico (che è scientificamente fuorviante, anche perché in epoca postcoloniale tali caratteristiche sono fortemente attenuate dal diffondersi del meticciato), mi riferisco viceversa a quella che Carlo Carbone definisce “lealtà etnica”: «il punto di riferimento centrale per l’autoidentificazione esistenziale e sociale dell’individuo africano, paradossalmente ancor più se urbanizzato, almeno in quanto membro di una comunità la cui tradizione non è vivificata dal mutamento ma, al contrario, va progressivamente disgregandosi». E ciò significa che se in età coloniale l’indicazione della propria etnia sui documenti di riconoscimento era un obbligo, oggi è una scelta, anzi probabilmente è una necessità e a volte una convenienza.
Allora è il caso di sottolineare che dietro l’etnicizzazione degli scontri che ciclicamente insanguinano vaste zone dell’Africa non c’è puro odio tribale, irriducibilità della razza o altre non meglio specificate ragioni del sangue. Quasi sempre, invece, ci sono eventi – scarsamente indagati – legati a fattori politici, sociali, economici e psicologici.
Sembra evidente e banale, eppure proprio ciò che sta accadendo in Kenya dimostra la facilità con cui (noi italiani, europei, occidentali) cadiamo nella trappola dello stereotipo quando si parla di Africa: pur di conquistare il potere assoluto, due politici navigati come Mwai Kibaki e Raila Odingache sono la causa diretta di questa catastrofe», scrive oggi il quotidiano keniota “Daily Nation”) non hanno disdegnato il ricorso all’etnicizzazione pur di recuperare la sconfitta elettorale o difenderne la vittoria. Immediatamente dopo le contestate consultazioni del 27 dicembre scorso *, il primo – di fatto – non è più leader del Pnu (Partito di unità nazionale: *, *), bensì dei kikuyu, mentre il secondo non è più alla testa dell’Odm (Movimento democratico dell’Orange: *, *), ma dei luo. L’uno accusa l’altro di brogli elettorali ed entrambi, mentre cercano consenso strumentalizzando le appartenenze culturali, «emettono tiepidi appelli per la pace dalla comodità dei loro alberghi e delle loro dimore protette da mura da cui entrano ed escono a bordo di limousines corazzate» (ancora il “Daily Nation”). Nel tranello vi cadono gli intransigenti (che si lasciano andare a violenze indicibili) ed anche i nostri mezzi di informazione (che spesso non approfondiscono adeguatamente).
In larga parte del continente gli indicatori economici e sociali concedono poco margine alla speranza di regolare lo scontro attraverso un power sharing di tipo sudafricano, e il fatto che una crisi di tale entità sia scoppiata in Kenya – uno degli Stati africani più stabili e floridi – lascia ben intuire la fragilità che regna negli altri Paesi dell’area.
Se, dunque, il terreno della mediazione – ovvero, ciò che permette la condivisione delle risorse interne – è drasticamente ridimensionato, allora «un controllo politico esclusivo appare oggi alle etnie condizione indispensabile per il controllo e la gestione di risorse la cui crescente carenza pone ormai severissimi limiti alla sopravvivenza» (C. Carbone).
Ciò che da decenni insanguina la Regione dei Grandi Laghi * non è una serie di lotte tribali più o meno cruente, quanto piuttosto un vero e proprio conflitto di natura transnazionale dove si incrociano e sovrappongono gli appetiti delle locali cricche di potere e gli interessi di ben più grandi potenze dello scacchiere globale.

«Quando il cuore è colmo di collera, questa fuoriesce dalla bocca» (proverbio kikuyu)


    PS:
1.
Nel 1994 Fergal Keane * è stato nominato da Amnesty International * “reporter dell’anno per i diritti umani”, per il suo reportage sul Rwanda “Stagione di sangue* (da cui è tratta la citazione).
2.
Le parole di Carlo Carbone sono in “Burundi Congo Rwanda. Storia contemporanea di nazioni etnie stati” (2000, *).
3. L’editoriale del quotidiano keniota “Daily Nation” di oggi (3 gennaio 2008) si intitola “Save our beloved country”, qui. Con lo stesso titolo hanno aperto tutti i principali giornali del Paese:
“The Standard” *, “Business Daily” *, “Daily Metro”, “Kenya Times”, “The People” e “Nairobi Star” (una bella iniziativa che una volta tanto viene dalla stampa, perché «No grievance and no cause is worth the innocent blood of Kenyan children»).
4. Notizie dirette dal Kenya sono su Misna, PeaceReporter, allAfrica e IrinNews.
5. Sul power sharing segnalo un documento dell’Unesco: International Journal on Multicultural Societies (IJMS), Vol. 8, No. 2, 2006, “Democracy and Power-Sharing in Multi-National States”: qui (pdf).
6. Un buon libro per riflettere sulle identità culturali è “Eccessi di culture” di Marco Aime (2004, *), da cui traggo il brano seguente: «I mezzi di comunicazione tendono spesso a descrivere come culturali, etnici o tribali conflitti che sono, invece, esclusivamente politici. Pensiamo alla guerra del Kosovo, dove si sono scontrate due tradizioni politiche diverse, con un’inversione di ruolo da parte dei rispettivi detentori di tali tradizioni».

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in guerra e pace. Contrassegna il permalink.

15 risposte a Eccessi di etnie

  1. iNessuno ha detto:

    Spiegazione di grande interesse. C’è molto da imparare venendo su questo blog…e mi piace il tuo stile.

    ciao,
    angela

  2. marcol62 ha detto:

    sono d’accordo e non solo…

  3. Eccardo ha detto:

    sulle cose africane credo di essere ancora più ignorante della media degli europei..

    però è davvero paradossale il fenomeno (che mi pare globale)
    dell’accentuazione, spesso violenta, delle “identità” tradizionali nel momento in cui queste si disgregano

  4. ggugg ha detto:

    È vero, sembra paradossale, ma non lo è.
    Più il mondo si allarga (che in certe realtà, come giustamente dici tu Eccardo, vuol dire che si disgrega), più abbiamo necessità di punti di riferimento chiari e riconoscibili: “orientarsi” (“appartenere”) è un bisogno essenziale.
    Il citatissimo Zygmunt Baumann spiega bene che «Nel nostro mondo sempre più globalizzato viviamo tutti in una condizione di interdipendenza e, di conseguenza, nessuno di noi può essere padrone del proprio destino», per cui il sentirsi parte di una “tradizione” (etnica, culturale, comunitaria…) ha una funzione di rassicurazione e di attenuazione dell’incertezza.
    Naturalmente, quando ciò si traduce nel semplice proliferare di feste paesane e di rievocazioni storiche (con tanta soddisfazione di ristoratori e operatori turistici) siamo tutti contenti. Ma a volte la strumentalizzazione si fa politica e allora emergono movimenti regionalistici (penso, ad esempio, alla Lega Nord che, pur di giustificare le proprie rivendicazioni, ha letteralmente inventato un’ipotetica origine celtica) o, purtroppo, si scatenano tragedie come la guerra nei Balcani (tanto per restare in Europa).
    Io penso che globalizzazione e localismo si determinino (si alimentino e si limitino) a vicenda. L’immagine può essere più chiara sostituendo al primo termine “libertà” e al secondo “sicurezza”: sono due valori preziosi e agognati da tutti (individui e società), ma che – sebbene possano essere più o meno bilanciati – quasi mai li si riesce a conciliare senza attriti.

    PS: A proposito di global… Angela, Marco…

  5. Eccardo ha detto:

    glocal?

    (ma il libro…? il comune non mi ha ancora risposto..)

  6. ggugg ha detto:

    Hanno finito le copie… è già in ristampa…
    Pensa, io ne ho una sola!
    Appena me ne arriva qualcuna magari te la spedisco io.

  7. Eccardo ha detto:

    insomma, sei andato in ristampa nel giro di 5 giorni?
    non ho parole..
    (cmq non ho fretta, aspettiamo il comune)

  8. mpenzi ha detto:

    CIAO GUGG INVECE CHE LASCIARTI UN COMMENTO …TI COMMENTO (mmm…) IN UN POST SUL MIO BLOG! CIAO CIAO

  9. ggugg ha detto:

    Grazie, Mpenzi.
    Credo di non aver mai ricevuto come commento addirittura un intero post.
    Ne segnalo il link esatto: Le parole che hanno un peso… e che pesano!.
    Ma prendo in “prestito” la bella poesia di Pessoa:

    Vidi che non c’è Natura,
    che la Natura non esiste,
    che ci sono monti, valli, pianure,
    che ci sono piante, fiori, erbe,
    che ci sono fiumi e pietre,
    ma che non c’è un tutto a cui questo appartenga,
    che un insieme reale e vero è una malattia delle nostre idee.
    la Natura è parti senza un tutto.
    Questo è forse quel tale mistero di cui parlano.

  10. ggugg ha detto:

    Sul numero di «Viaggi» (la Repubblica) del 6 febbraio scorso, Ascanio Celestini (in “Il Cavaliere, Prodi e le lingue morte”) ha scritto, tra l’altro, che:

    «[…] Quando muore qualcuno che conosco penso “capiterà anche a me”. La morte diventa un fatto concreto. Man mano che la questione si allontana perdo la concentrazione e l’interesse. Coi morti annunciati in televisione all’inizio cerco di immedesimarmi. Se si tratta di un bambino penso a mio figlio, sto male e devo cambiare canale. Se si tratta di qualcun’altro seguo con l’attenzione della ragione, ma distaccato nei sentimenti. Se la questione si svolge altrove, tra altra gente di altre culture e continenti spesso mi distraggo. Penso che potrei approfondire sul giornale o su internet. Ma quasi mai me la vado a ripescare, perché il telegiornale corre e io non faccio in tempo a capire di cosa si tratta che siamo già arrivati alla ricetta del giorno. Dal Parlamento al baccalà coi ceci passando per le stragi africane. Vedo tre telegiornali di seguito e aumenta solo la mia confusione. Chi ha ragione tra Prodi e Berlusconi? Perché sono stati bruciati vivi in Africa? Quanto deve stare a bagno nell’acqua il baccalà prima di essere cucinato? E i ceci? […] In sintesi: in Africa c’è una guerra che nessuno racconta per coprire le responsabilità dell’occidente ricco che per ogni euro che gli regala con la beneficenza, se ne riprende dieci con lo sfruttamento delle risorse e il pagamento del debito. Il baccalà salato deve stare a mollo almeno due giorni, per i ceci può bastare una notte. Per trovare un senso ai discorsi tra Prodi e Berlusconi non basta una vita intera» (6 febbraio 2008).

    Sull’ultimo numero di «Viaggi» (quello del 14 febbraio) Celestini torna sull’argomento con “L’Africa geometrica”:

    Compro il giornale. A Fiumicino mi porta Sara con lo scooter. Salta il primo volo. Il secondo parte quaranta minuti in ritardo. A Milano il tassista è arrabbiato con noi perché non stiamo in fila ben ordinati. Bestemmia contro il traffico. Maledice il sistema solare. Alle 17.10 parte il treno per Torino. Alle 23.05 sono nel vagone che mi riporta a Roma. In un giorno ho fatto il giro d’Italia con varietà di mezzi di spostamento. Una specie di decathlon.
    Da Porta Nuova il treno riparte lentissimo. Dopo una giornata di corsa questa partenza è una frenata. Mi siedo e finalmente apro il quotidiano. Mi piace quando lo compro di mattina presto, mi fa sentire informato, ma poi resta a invecchiare dentro lo zaino. Quello che è invecchiato oggi parla della crisi di governo e racconta il processo di moda, quello che vedremo scarnificato in tv come è successo negli anni scorsi coi fatti di Cogne. E poi c’è il Kenya coi suoi governanti che faticano a mettersi d’accordo sulla sedia da occupare attorno al tavolo delle trattative. Lo scrivono sotto a una foto di presidenti e diplomatici, sorrisi in stile internazionale e strette di mano. Succede anche in famiglia. Ognuno ha il suo posto per il pranzo e per la cena e quando arriva un ospite c’è un piccolo imbarazzo.
    Dalla morte dell’ultimo faraone quel pezzo di mondo è sempre stato una tavola imbandita da spartirsi in porzioni. Basta aprire una cartina e vedere certe nazioni grandi come imperi che sono state tagliate col coltello. Più di un secolo fa a Berlino hanno messo un po’ di punti e ci hanno tirato qualche linea dritta. Mo’ l’Africa geometrica si riaffaccia sui giornali, fa capolino col suo ordine incomprensibile dalle finestre dell’informazione. Compaiono i protagonisti delle trattative e anche la moltitudine di abitanti di cui conosciamo solo qualche lombrosiana deduzione etnica e il nome delle malattie da cui vengono sterminati. Tutti neri e tutti magri, vestiti con gli avanzi dei nostri vestiti, nutriti con le briciole del nostro cibo. Se non fossero ricchi di risorse forse li avremmo lasciati in pace. E invece da un po’ di tempo ci siamo inventati un gioco per derubarli vestendoci da benefattori. Per ogni euro che il buonismo pietoso versa nelle loro mani, i governi occidentali e le multinazionali se ne riprendono a manciate saccheggiando e facendogli pagare debiti che gli hanno imposto come un pizzo. Per questo dobbiamo tenerli a mollo nella guerra. Dobbiamo sfruttare ogni possibilità di distrazione come fanno i borseggiatori sul tram che approfittano di una frenata del conducente per infilarti le mani in tasca.
    E poi ci stanno gli africani che vengono via dal piccolo Rwanda delle mille colline o d d1’immenso Congo. Quelli che non ce la fanno più a morire dì aids, di fame e di sterminio. Anche con loro possiamo giocare. I più sfortunati finiscono in galera o nei cpt, ma gli altri hanno l’opportunità di starsene per strada, le donne a battere sulla Salaria, gli uomini in giro a vendere rose e cd. E noi ci lamentiamo che non vivono secondo i nostri costumi? Facciamo bene a detestarli perché sono diventati come noi.
    All’una il treno è perso nella notte d’Italia.
    Di notte siamo tutti neri.

  11. ggugg ha detto:

    IN KENYA TROVATO UN ACCORDO TRA GOVERNO E OPPOSIZIONE
    Governo e opposizione hanno trovato un accordo di coalizione. Lo ha annunciato il mediatore dell’Unione africana, Kofi Annan. I due rivali politici, il presidente Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga, hanno “raggiunto un accordo” [RaiNews24, 28 febbraio 2008].

    Per approfondimenti, “Joy as Kibaki, Raila sign power sharing deal” di Patrick Wachira, sul quotidiano keniota “The East African Standard” di oggi: QUI.

  12. ggugg ha detto:

    La cruda forza di una foto.

    Era il febbraio 2008, in Kenya, quando il fotogiornalista argentino Walter Astrada ha fermato un istante di terrore negli occhi del piccolo Monday Lawiland, 7 anni.
    Erano i giorni degli scontri postelettorali del Paese africano.
    Qualche giorno fa quella immagine ha vinto a Stoccolma il PGB Photo Award 2009.
    Su Repubblica buona parte del suo duro reportage.

  13. Pingback: La compassione senza comprensione di Mission | il Taccuino dell'Altrove

  14. Pingback: US elections 2016: un contributo antropologico | il Taccuino dell'Altrove

  15. Pingback: US elections 2016: un contributo | il Taccuino dell'Altrove

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...