Il treno dei sud

L’espresso notturno Milano-Napoli delle 23:20 [*] è un ottimo punto di osservazione di uno spaccato della società meridionale e delle comunità immigrate del nostro Paese.
È un treno di migranti pendolari, di gente che ha radici in un luogo, ma che per vivere deve estirparsi ogni settimana. Questi viaggiatori sono per una metà napoletani e per l’altra stranieri, specialmente africani. Ogni notte, con particolare affollamento in corrispondenza dei ponti e dei week-end, viaggiano stipati all’interno di vagoni vecchi e usurati dove il margine di movimento è ridottissimo. Chi ha una poltrona è un privilegiato che a volte sa di esserlo, ma generalmente non si accorge di quanto accade intorno. Chi conquista uno strapuntino nel corridoio è un fortunato e, avendone consapevolezza, lo difende con ostinazione rinunciando – se possibile – ai servizi igienici pur di non alzarsi. Poi c’è chi trova posto sul pavimento e qualche volta riesce anche a distendersi, pateticamente illudendosi di stare meglio degli altri. Infine c’è chi non ha nulla e resta in piedi tutta la notte contando le stazioni, aggrappandosi alle grate del portapacchi nel corridoio, appoggiandosi al finestrino prima con la spalla destra poi con quella sinistra e, in buona sostanza, tonificando la propria opposizione al mondo.
In questo duro microcosmo sociale di meridionali e immigrati che convivono in uno spazio pigro e arrancante dove i controlli sono labili o assenti e i servizi carenti o inavvicinabili, la condizione comune è l’attesa.
In un intruglio eduardiano di remissività e rassegnazione, quasi tutti aspettano che passi ‘a nuttata e che si raggiunga la propria destinazione, geografica o interiore che sia. I più coraggiosi – o i più disperati – attendono la prima fermata utile per saltare giù dal convoglio e cambiare binario, nella speranza di cambiare destino. Trepidante e impaziente, inoltre, qualcun altro, spintonando e calpestando, non smette il suo irritante andirivieni lungo lo stretto ed affollato corridoio (sarà impaurito o felice, arrabbiato o iperattivo?).
È opinione comune che una fetta dei viaggiatori non compri il biglietto o non paghi l’intera tratta. Parte della responsabilità è attribuita ai vertici dell’azienda cui si chiede di essere più presenti, sostanzialmente attraverso due strategie: effettuando maggiori controlli e adeguando le tariffe ad un reddito medio più basso rispetto a quello degli utenti di altre linee ferroviarie e di altre fasce orarie.
Le precarie condizioni di viaggio di quel treno sono antiche e proprio per questa ragione quasi sempre sono definite “strutturali”. La loro complessità è spesso risolta da qualche acuto osservatore con spiegazioni pseudo-antropologiche: «Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali, trova familiare l’illegalità degli immigrati, i loro commerci senza regole, l’uso predatorio del territorio, l’abusivismo, la vita di espedienti. Anche le baraccopoli sono in fondo una vecchia tradizione locale che adesso si rinnova. Il mondo degli immigrati, mondo di disintegrati, è brodo di coltura per gli apocalittici, per tutti quelli che non hanno legami, per i dominatori degli spazi vuoti che sono gli spazi della marginalità. È dunque vero che, in generale, nel Sud non c’è xenofobia da parte di chi accoglie e non c’è violenza etnica da parte di chi è accolto. Ma è integrazione questa? O invece è adiacenza tra disintegrati, una fusione naturale di disintegrati?» [*].
Non è facile essere viaggiatori di quell’espresso. C’è sempre un gioco di nervi, lassù. Non mancano gruppetti di razzisti squallidi e vigliacchi che perdono il controllo di fronte a pelli di colore diverso, per cui strappano la piccozza d
’emergenza dalla custodia sulla parete e la piantano nella mano di un africano che rifiuta di cedere il suo posto a loro che non ne hanno diritto, ma che dopo tale violenza, costretto a scappare insanguinato, a sua volta urla «ti ammazzo, ti ammazzo!». Su quelle carrozze non ci sono pizze e mandolini, né bonghetti e cous-cous. C’è solo un sacco di gente tranquilla che ha voglia di arrivare alla fine del proprio peregrinare, eppure dall’esterno ci si accorge soltanto di quella sparuta minoranza rumorosa dalla personalità labile o arrogante che si considera al di sopra del rispetto per gli altri, per cui – nel cuore della notte – non smette di parlare ad alta voce, tiene la radio a tutto volume, usa un linguaggio scurrile, incita a violare anche le regole più elementari («Fuma! Che te ne fotte? Fuma, che tieni ‘a vedè?»). Qualche passeggero dal rigido autocontrollo e dai forti princìpi si indigna, ma – isolato – non può parlare o agire oltremisura. Allora gli acuti osservatori di cui sopra raccontano di una massa assopita, apatica, indifferente, rassegnata, scoraggiata, indolente. O – addirittura – collusa, culturalmente illegale…
Forse sarebbe necessario cominciare a rinnovare il convoglio, migliorarne le condizioni di viaggio, assicurare i servizi, evitare agli evasori di salire a bordo, sostituire gli strapuntini rotti o sradicati, aumentare il numero di vagoni quando i viaggi sono particolarmente affollati, assumere più personale che controlli e curi i viaggiatori… Ma bisognerebbe anche tener presente che quel treno sgangherato e un po’ tragico non è l’inferno. È lì, e non nelle salette vip degli eurostar, che si realizza l’incontro. È lì, e non nei lussuosi Tav, che la gran parte dei viaggiatori riconosce il proprio volto di migrante in quello altrui, la propria condizione di precario nel sacrificio di chi gli è accanto. Possibile che i soliti acuti osservatori riescano a leggere negativamente anche questi elementi positivi?
Sono dell’opinione che quel treno racconti molto di questo Paese, più di tanti editoriali in prima pagina. Nessun buonismo, per carità: viaggiare su quell’espresso è una sventura, perché vi si osserva la desolazione, si avverte su se stessi lo sradicamento e tutto ciò fa montare una rabbia sdegnata difficile da contenere. Ma su quel pezzo di sud al plurale che sale e scende lungo lo Stivale si può cogliere anche la capacità di convivere e di resistere di quei tanti provvisori che – da secoli – lo sono prima, durante e dopo il viaggio.

    PS:
1. Tutto prende le mosse da “La via meridionale all’integrazione” di Francesco Merlo su «la Repubblica» (versione nazionale) dell
8 novembre 2007, da cui è tratta la lunga citazione all’interno del post. Dopo qualche giorno sono apparse – solo tra le pagine napoletane, peccato – le risposte di Guido Trombetti (rettore dell’Università “Federico II”: “La tolleranza non è illegale”, 10 novembre) e di Enrica Amaturo ed Enrico Pugliese (rispettivamente preside e professore della Facoltà di Sociologia: “Immigrati e Mezzogiorno”, 15 novembre). Potete leggerli tra i commenti qui sotto. Ulteriori interventi, però, li trovate sul blog Decidiamoinsieme.
2. Il viaggio che ho descritto è un’esperienza personale, nella notte tra il 30 e il 31 ottobre scorso. Solo ora, dopo aver terminato di raccontarlo, mi sono accorto che la metafora di un treno stanco ed affannato è rara. Generalmente, infatti, sta ad indicare sviluppo, crescita, progresso, prospettive migliori… insomma, una forza lanciata a bomba contro l’ingiustizia… Allora recupero un po’ di questa dimensione positiva con alcune canzoni: “La locomotiva” (Guccini, e come poteva mancare?),
I treni a vapore” (di Ivano Fossati, qui nella versione live di Mannoia, De Gregori, Daniele e Ron), Stop that train” (99 Posse), “Azzurro” (di Paolo Conte, nella celebre interpretazione di Celentano). Naturalmente potete aggiungerne altre.
3.
Mi rendo conto da solo che negli ultimi tempi la mia scrittura e gli argomenti dei miei post sono piuttosto foschi. Ci sono due possibili spiegazioni: che dipenda dal mio umore o dai tempi che ci troviamo a vivere. Scegliete pure in libertà.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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9 risposte a Il treno dei sud

  1. ggugg ha detto:

    la Repubblica, 8 novembre 2007

    LA VIA MERIDIONALE ALL’INTEGRAZIONE
    di Francesco Merlo

    È difficile trovare le parole giuste, ma bisogna pur raccontare che al sud, a Napoli, a Bari, in Sicilia, nella terra delle mafie e dei quartieri criminali, non ci sono significativi, ripetuti e violenti delitti commessi da stranieri – stupri e ferocia omicida – come avviene nel Nord e nel Centro d´Italia.
    Al punto che il prefetto di Catania, la signora Annamaria Cancellieri, mi dice: «Paradossalmente quando rientro a Catania io mi sento più sicura e percepisco subito che la gente ha meno paura qui che a Bologna o a Milano o a Verona». Tra le tante nefandezze locali, infatti, nel Sud non ci sono, per strada, le aggressioni sessuali di disperati e rabbiosi immigrati che sfogano contro le nostre donne gli eccessi che covano dentro. E la cronaca nera non racconta l´arancia meccanica di extracomunitari africani, slavi o rumeni.
    Il solo assalto in villa che si conosca è avvenuto a Taormina nel settembre del 2005: nove banditi extracomunitari spararono e uccisero il proprietario.
    Ma da allora nessuno ci ha mai più riprovato.
    Nel centro di Palermo, anche i mendicanti e i lavavetri non sono così aggressivi come qualche volta a Firenze e a Milano, certamente non come sul Périphérique, al semaforo della Porte de Saint-Cloud, a Parigi, dove ho visto dei lavavetri incarogniti aggrapparsi alle vetture in movimento per estorcere qualche euro.
    A Lampedusa e a Caltanissetta, dove ci sono due enormi centri di accoglienza, e dove si capisce come la disperazione degli immigrati possa diventare una piaga purulenta, un´infezione che ci tocca e ci contagia tutti, si percepisce disagio ma non paura, certamente non ci sono state violenze contro la popolazione locale né ronde razziste contro gli stranieri. A Palermo, al Circolo del golf, molto frequentato dai professionisti, al giovane cameriere romeno che teme, probabilmente senza motivo, gli effetti del pacchetto-sicurezza, tutti offrono conforto e promettono “protezione legale”.
    Poi si alza un signore, l´avvocato Zappulli, «apolitico», e dice che «qui la gente ha paura dei picciotti dello Zen e non di romeni e rumene che fanno i lavapiatti, le badanti, i muratori, i braccianti, le cameriere e, mi creda, tra loro e Palermo c´è più tolleranza e civiltà di quanta ce n´è tra i palermitani».
    Eppure, ormai anche il commercio ambulante nella celebre Fiera di Catania ha assunto l´aspetto di un suk multirazziale e la grande piazza del Carmine ogni mattina diventa un´ecclesia di naufraghi, la mecca dei dannati della terra. E´ dunque difficile credere che proprio qui, che solo qui, nel Sud indiavolato, l´abbattimento dei confini geografici abbia abbattuto anche i confini etnici di cui si compone l´identità degli uomini. Si sa che la dignità umana si difende anche con i confini, che ogni uomo è un´isola di identità e che un uomo senza confini non ha profilo, è un concetto filosofico, un´esercitazione teologica. Deve dunque esserci un segreto che regola la convivenza interetnica alla fiera di Catania, dove, a pochi passi gli uni dagli altri, cinesi, senegalesi, mauriziani. e siciliani trafficano tutti in cd pataccati, cinture in similpelle, camicie e cappotti, ciascuno con l´identica merce del vicino, sempre e comunque «made in China» anche quando è stata fatta a Prato, in competizione certo, ma senza aggressività reciproca.
    Chiedo dunque ad un malandrino di un quartiere caldo, dentro una macelleria dove si vende carne di cavallo, come mai a Roma e a Bologna ci sono violenze e stupri commessi da stranieri e qui no. Ecco la risposta: «Siamo lupi. E in un posto di lupi nessuno può imporci logiche di lupi». E vuole dire che c´è un codice di violenza locale che è vincente. Dunque, se un lavavetri si permette di insistere sino a infastidire, la reazione non è razzista, ma è senza mezzi termini: «A calci in culo e non col codice».
    E aggiunge: «Se io vado in trasferta a seguire la squadra del Catania, da Firenze a Milano non ho inibizioni, non nascondo la mia sciarpa rosso azzurra e il mio entusiasmo, ma da Roma in giù, anche quando il Catania segna, io per prudenza non mi scompongo, perché so che quelli lì sono come me e li rispetto».
    Ecco: i rumeni, i polacchi, i cingalesi che vengono nel Sud fanno lo stesso ragionamento e così i meridionali d´Italia diventano africani, cinesi e rumeni come loro.
    Analogamente a Marsiglia, per esempio, un anno e mezzo fa non c´è stata, se non marginalmente, la famosa rivolta delle banlieues che ha coinvolto tutte le altre città francesi che ospitano la globalizzazione. Come tutti sanno, l´epopea di Marsiglia, quella raccontata per esempio dallo scrittore Jean-Claude Izzo, ha per protagonisti gli immigrati che, arrivati adesso alla terza generazione e diventati francesi, sanno come tenere a bada i nuovi immigrati. Allo stesso modo nel Sud d´Italia niuru ccu niuru non tingi, il nero non colora il nero: i simili solidarizzano. Per tradizione molti meridionali si sentono estranei all´unificazione nazionale che già sulla linea battesimale venne rifiutata con il brigantaggio e il banditismo.
    L´unità d´Italia è un fenomeno relativamente recente e dunque al contrario del mormorio del Piave – «non passa lo straniero» – qui c´è un silenzio ammiccante e passa lo straniero.
    Il paradosso meridionale è che il pacchetto-sicurezza viene vissuto con angoscia proprio dalla parte più ricca della popolazione che rischia di perdere servizi a buon mercato, spesso in nero: dai lavoratori domestici a quelli rurali. Nella Piana di Catania la produzione agrumicola e ortiva è affidata agli stranieri, soprattutto rumeni, e così la serricoltura ragusana, e le imprese vitivinicole del Siracusano. Anche la potente flotta peschereccia del Trapanese ha ciurme di stranieri. Come si può far mormorare il Piave? E la sera a Catania, in quel corridoio schiacciato tra la ferrovia e il mare che si chiama «Passiaturi», proprio ai margini del centro storico, battono le giovani prostitute polacche, colombiane, slave, nigeriane, pronte a catturare la preda e a trascinarla nei bassi del vecchio san Berillo, un immondezzaio di case nelle antiche viuzze con il pavimento rifatto. Anche l´immaginario sessuale del brancatismo ha cambiato forme e colori, e pure i magnaccia che tranquillamente controllano, accanto al chiosco delle bibite, sono di tutte le razze ma non più italiani, e non solo perché la mafia e la magnacceria non vanno troppo d´accordo, ma anche perché, come tutti i lavori pesanti, questo è stato appaltato ai parvenu, ai nuovi arrivati. Purché rispettino il codice. Perché qui basta uno schiaffo per ricomporre gerarchie e ridestare le strategie di controllo del territorio.
    Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali, trova familiare l´illegalità degli immigrati, i loro commerci senza regole, l´uso predatorio del territorio, l´abusivismo, la vita di espedienti. Anche le baraccopoli sono in fondo una vecchia tradizione locale che adesso si rinnova.
    Il mondo degli immigrati, mondo di disintegrati, è brodo di coltura per gli apocalittici, per tutti quelli che non hanno legami, per i dominatori degli spazi vuoti che sono gli spazi della marginalità. È dunque vero che, in generale, nel Sud non c´è xenofobia da parte di chi accoglie e non c´è violenza etnica da parte chi è accolto. Ma è integrazione questa? O invece è adiacenza tra disintegrati, una fusione naturale di disintegrati, come un´acqua che si insinua nella sabbia, un liquido che non trova paratie, resistenza, muri, ma carta assorbente? È vero che a ribadire l´identità c´è la religione, le feste di san Gennaro, o di sant´Agata, o di santa Rosalia. Ma si sa che non c´è nulla di più pagano di una festa religiosa nel Sud. E dunque durante queste esplosioni collettive dell´anima antica e oscura della città, gli extracomunitari vendono caramelle e sanguinacci, palloncini e santini, magliette della squadra di calcio e petardi. Un tabaccaio mi racconta che molti immigrati del suo quartiere vengono dallo Sri Lanka e sono tutti grandi consumatori di sigari: «Li lasciano bruciare mentre officiano riti incomprensibili». Non so se è vero. Ma è vero che i tremila Tamil che vivono a Palermo si sono convertiti in massa a santa Rosalia quando – raccontano – la santa ha fatto il miracolo di guarire la bimba della cameriera srilankese di una signora palermitana devotissima. Con il risultato che, da qualche anno ormai, la notte del 4 settembre gli srilankesi vanno in processione lungo la salita del Monte Pellegrino, tre chilometri a piedi come vuole l´antico precetto. Anche i palermitani ci vanno. Ma hanno modernizzato la devozione e dunque prendono la macchina. Eccoci arrivati al nocciolo del paradosso: se è vero che nel resto d´Italia, la speranza è che gli immigrati diventino come noi, forse nel Sud la speranza è che noi diventiamo come loro.

  2. ggugg ha detto:

    la Repubblica – Napoli, 10 novembre 2007

    LA TOLLERANZA NON È ILLEGALE
    di Guido Trombetti

    Francesco Merlo esamina su “La Repubblica” il rapporto tra il Sud e l´immigrazione. Partendo da un´osservazione. Nel Mezzogiorno il fenomeno della xenofobia è quasi assente. Né ci sono «significativi, ripetuti e violenti delitti commessi da stranieri come avviene nel Centro-Nord». Questa l´amabile spiegazione. «Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali, trova familiare l´illegalità degli immigrati, i loro commerci senza regole, l´uso predatorio del territorio…».
    «Anche le baraccopoli sono in fondo una vecchia tradizione locale che adesso si rinnova. Il mondo degli immigrati, mondo di disintegrati, è brodo di coltura per tutti quelli che non hanno legami… Ma è integrazione questa? O invece è una fusione naturale di disintegrati…».
    Questa la conclusione: «Eccoci arrivati al nocciolo del paradosso: se è vero che nel resto d´Italia la speranza è che gli immigrati diventino come noi, forse nel Sud la speranza è che noi diventiamo come loro».
    Beh! Un mondo illegale, come quello astuto «dei meridionali»… Non facile da deglutire!
    Intanto non è chiaro se siamo di fronte ad una classifica (italiani del Centro-Nord – immigrati – italiani del Sud). Oppure a due poli di attrazione (nord e sud del mondo, con i meridionali attratti dal Sud). Francamente non condivido l´analisi. Men che mai le conclusioni. Certamente nelle aree più povere del Mezzogiorno resistono talvolta le baraccopoli. Vecchia piaga locale. Che è irridente definire «tradizione» (c´erano anche al Nord e al Centro). Non è questo che genera tolleranza verso le baraccopoli degli immigrati. Il fenomeno è più complesso. Non vi è dubbio, ad esempio, che anche per effetto di successive dominazioni straniere, nei napoletani sia presente una forte capacità di integrarsi con il diverso. Perché trascurare questo aspetto? La tolleranza verso il lavavetri non è assimilabile ad una forma di solidarietà tra umili. Ma piuttosto ad una forma di ammiccamento tra propensioni criminali. Come si fa a trasformare in negatività anche elementi positivi? Enunciando sentenze apodittiche. La verità è che si tende ormai a sopprimere in modo artificiale la questione meridionale. Cercando, altrettanto artificialmente, di dar corpo alla questione settentrionale. Magari accreditando l´idea che il Mezzogiorno sia lo “scarto” dell´Europa. Una palla al piede per il decollo di una Italia operosa. Un mondo di disintegrati del tutto affine ai disintegrati del sud del mondo. Da abbandonare al proprio destino criminale. Eppure, non vi è niente di più falso dell´estraneità del Mezzogiorno ai destini dell´Italia. Nel bene e nel male. Quando si cita Gomorra è facile enfatizzare le efferatezze della bande criminali che appestano il territorio campano. E fare silenzio su altri quesiti angoscianti. Da dove provengono i rifiuti tossici che la camorra sversa a caro prezzo nelle discariche illegali? Chi acquista la merce di contrabbando prodotta nelle fabbriche clandestine? Quale sistema finanziario ricicla i miliardi della camorra, della mafia, della ndrangheta? Perciò, non forziamo i ragionamenti oltre misura. Fondando su una raffica di affermazioni superficiali. È un´anima tollerante verso l´illegalità a generare tolleranza verso gli immigrati. È la paura di ritorsioni a generare comportamenti meno aggressivi che al Nord da parte degli immigrati. Ma come si fa a tagliare la realtà con l´accetta in tal modo? È vero in fondo che la delinquenza organizzata di importazione si radica più facilmente su territori dove non ha la concorrenza delle organizzazioni locali. Questo, però, non ha nulla a che vedere con la solidarietà tra gli umili. O la tolleranza verso i lavavetri. Per caso su questi versanti non conta anche la maggiore solidità delle reti relazionali? Un tessuto sociale umanamente più denso rispetto ad altre aree?
    Il vivere in ville isolate – dove più spesso avvengono rapine ed aggressioni – non indica per caso un modello di vita che tende a ridurre al minimo i rapporti? Per semplificare, più ti tratto con umanità più è probabile che tu faccia altrettanto. E forse possiamo anche convivere. Ed integrarci. Se questa è la via meridionale all´integrazione, come titolava l´articolo di Merlo, sia la benvenuta. Sulle radici del fenomeno si può anche riflettere. Con pacatezza. Senza trascurare, con acre disinvoltura, le riflessioni scientifiche disponibili in tema di immigrazione, sia in campo antropologico che sociologico, che certamente non mancano.

  3. ggugg ha detto:

    la Repubblica – Napoli, 15 novembre 2007

    IMMIGRATI E MEZZOGIORNO
    di Enrica Amaturo, Enrico Pugliese

    Ci sono due tematiche in Italia sulle quali tende solitamente a scatenarsi l´immaginario del pubblico in generale e degli opinionisti in particolare. Esse sono la realtà culturale e sociale di Napoli e la realtà dell´immigrazione. Il recente articolo di Francesco Merlo su “Repubblica” è riuscito a saldarle riproponendo con grande accuratezza alcuni degli stereotipi correnti riguardanti l´una e l´altra realtà. Ciò che scrive Merlo ce lo sentiamo dire continuamente, a volte anche con una punta di cattiveria, il che non è il caso dell´articolo di Merlo, i cui giudizi e le cui insultanti considerazioni sembrano essere semmai accompagnate da una certa simpatia verso il contesto oggetto della sua analisi. Secondo Merlo, nel Mezzogiorno e a Napoli si verificherebbe tra immigrati e locali una sorta di integrazione sullo fondo della cultura della illegalità, una naturale alleanza tra marginali devianti che non può che perpetuare il malessere esistente.
    Il termine insultante riferito alle considerazioni di Merlo può sembrare strano a chi non ha letto l´articolo, al quale per altro ha risposto con la chiarezza di un matematico il rettore della Università Federico II, Guido Trombetti. Raccomandiamo la lettura di entrambi gli articoli. Quello di Trombetti parte proprio da una delle affermazioni più sorprendenti di Merlo, che merita di essere qui riportata: «Un mondo illegale, come quello astuto dei meridionali trova familiare l´illegalità degli immigrati, il loro commercio senza regole, l´uso predatorio del territorio». La presunta illegalità astuta dei meridionali e la presunta illegalità predatoria degli immigrati meriterebbero qualche elemento di chiarimento sulla situazione effettiva degli immigrati a Napoli e sulla città in generale.
    Ma forse sull´astuzia illegale meridionale – di lombrosiana ascendenza (anche se per Lombroso la razza dei meridionali, la razza maledetta, non era costituita da astuti, ma solo propensa all´illegalità) si può lasciar correre.
    Passiamo perciò ai predatori, ai poveri immigrati. Sono passati più di venti anni da quando cominciammo a condurre i primi studi sull´immigrazione. E ci sfuggì l´illegalità delle domestiche eritree tanto amate dalle bambine e dai bambini della borghesia napoletana (che sono oggi già mamme e padri). E lo stesso si può dire delle filippine che per lungo tempo hanno rappresentato la comunità più numerosa. Sempre all´inizio c´erano i commercianti ambulanti maghrebini che giravano per tutti i paesi dell´entroterra campano. Certo non rilasciavano la ricevuta fiscale, in generale, e non avevano neanche la licenza. Infatti non potevano averla. Effettivamente non ci parve così grave: forse perché partecipi anche noi di quella pericolosa tolleranza che come un virus infetta i meridionali e produce sottosviluppo. Oppure perché all´epoca si discusse tra gli studiosi di immigrazione di queste tematiche e la rivista “Studi Emigrazione” (la più autorevole in materia) propose di parlare di alegalità in riferimento alla situazione di questi lavoratori, irregolari per definizione giacché mancava ancora in Italia una legislazione che ne regolasse la presenza e perciò non potevano avere né licenza né rilasciare ricevuta. Cosa grave? Forse. Certo è però che c´erano anche a Ravenna a Pisa e a Trento. Astuzia illegale anche dei trentini?
    Soprattutto – negli anni successivi, quando l´immigrazione divenne un fenomeno ancor più di massa – non ci accorgemmo della propensione all´illegalità di coloro i quali cominciarono a lavorare nell´edilizia e soprattutto in agricoltura, lavorando di nuovo senza permesso di soggiorno e per salari di fame. Anzi di un´illegalità frequente ci rendemmo conto – una illegalità poco sanzionata dalle leggi e dalle prassi dello stato italiano – che è quella del lavoro nero subito soprattutto nel Mezzogiorno dai lavoratori – immigrati e non – a tutto vantaggio dei datori di lavoro. E qui la camorra non c´entra nulla. Il lavoro nero, il super sfruttamento, le condizioni di lavoro inaccettabili esistono del tutto a prescindere dalla presenza della camorra sul territorio, che ovviamente c´è ed è pesante, ma che con questo c´entra poco. Si tratta di un grosso capitolo, ma di un altro capitolo. E naturalmente c´entra poco anche la “cultura meridionale”. Se gli immigrati hanno trovato da subito un´occupazione nel lavoro nero è perché si sono trovati in strutture produttive per molti versi arretrate in situazioni dove i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori sono assolutamente impari. Non erano predatori, erano semmai prede di datori di lavoro nero come ce ne sono al Nord e al Sud.
    Il “buttarla sull´antropologico” facilita il compito dell´osservatore. Tutto si spiega con la cultura dei napoletani, tra i cui difetti ormai primeggia – nelle gratuite e disinformate geremiadi su Napoli – la tolleranza (intendiamoci: tolleranza verso la illegalità), quale espressione di un più generale spirito accomodante che impedisce di uscire dal degrado: in questo degrado si collocherebbero splendidamente gli immigrati. Non si può chiedere a un giornalista di condurre una analisi sociologica o antropologica accurata. Ciascuno fa il suo mestiere. Ma di non partire da pregiudizi lo si può pretendere. I commenti insultanti sugli immigrati sono spesso espressione di un processo psicologico e culturale complesso, che è al contempo frutto di scarsa conoscenza ma anche di atteggiamento particolare. Il processo mentale che spesso capita di osservare quando si leggono cose strambe sugli immigrati è quello della “reductio ad unum”, operazione ipersemplificativa tipica della personalità autoritaria, come la descrive Adorno. Si generalizza così a tutti gli immigrati delle province napoletane ciò che si vede a Piazza Ferrovia. Non si pensa che gli immigrati hanno modelli migratori diversi, diversa composizione per genere e per età a seconda delle diverse nazionalità, diversi mestieri, con un forte etnicizzazione dei mestieri stessi, come dappertutto nel paese: gli immigrati perdono nazione, sesso, mestiere, cultura nazionale ed etnica, morale, abitudini e quant´altro. C´è una cultura unica degli immigrati, nella quale primeggia lo spirito predatorio, così come c´è una lingua unica: evidentemente lo “stranierese”.
    Il gusto morboso – per altro espresso anche da autori partenopei – per l´eclatante porta a riferire tutto quel che succede a fattori culturali. E così mentre la realtà sociale e culturali dei cinesi a Prato o a Campi Bisenzio entra nel campo degli studi migratori, a Napoli, dove i cinesi fanno gli stessi mestieri, diventano oggetto mirabolante di perversi intrecci tra culture dando luogo a leggende metropolitane che si autoalimentano.
    Non che manchino i problemi o che manchi l´effetto di un impatto, magari irritante, per chi gira per qualche zona di Napoli. Le frange più marginali della immigrazione – predatorie no – vivono, agiscono e si mostrano in condizioni di maggior degrado. Ed è noto che la visibilità tra gli immigrati è massima proprio tra coloro i quali vivono in condizione di maggiore marginalità: insomma, proprio chi sta peggio dà di più nell´occhio (anche se non preda un bel nulla). E neanche gli altri se la passano gran che bene in generale, come per altro una buona parte della gente dei quartieri popolari di Napoli, come ormai di dati Istat sulla concentrazione meridionale e napoletana della povertà mostra in maniera chiara. In questo contesto si determina quella solidarietà tra poveri (che non è affatto collusione tra rappresentanti di culture illegali) notate da Guido Trombetti. E a noi, come a lui, sembra una fatto positivo. E siamo d´accordo sul fatto che se questa integrazione, basata sulla tolleranza e sull´accettazione reciproca, è l´integrazione meridionale, che ben venga. Possibile – sembra suggerire Trombetti – che neanche quando si osservano fatti positivi – l´assenza di violenza a sfondo razziale, la solidarietà tra immigrati e locali – bisogna ricercarne una spiegazione in fenomeni negativi?
    Con questo né lui né noi riteniamo che a Napoli si viva nel migliore dei mondi possibili. E per quel che riguarda le condizioni degli immigrati, c´è indubbiamente una carenza delle politiche sociali a tutti i livelli e in tutti gli ambiti territoriali, con responsabilità a tutti i livelli. Per di più in una situazione aggravata dalle più svantaggiate condizioni del mercato del lavoro e quindi dell´occupazione e del reddito. Ma questa è un´altra storia.

  4. Eccardo ha detto:

    “tonificare la propria opposizione al mondo”…

    ah, l’occhio dell’antropologo…

    il tuo post mi ricorda un vecchio documentario (ma non ne ricordo bene gli estremi)

    P.S. volontariamente glisso sulla (presunta) “foschitudine”

  5. ggugg ha detto:

    Ah, se non ci fosse Eccardo…

    Di che documentario si tratta? Non puoi lasciarmi così. Ricordati, dai!

    PS: La playlist di canzoni che trattano di treni continua.
    Su YouTube c’è il video di “Treno” dei 24 Grana («…Vurria, fermà ‘stu treno nu momento / Lassandolo partì quando so sciso / Guardasse quanta gente sta aspettando / Guardasse quanno tempo c’aggia miso…»), mentre qui di seguito c’è una vera e propria chicca:

    IL TRENO CHE VIENE DAL SUD
    di Sergio Endrigo, 1966

    Il treno che viene dal sud non porta soltanto Marie
    con le labbra di corallo e gli occhi grandi così.
    Porta gente, gente nata fra gli ulivi, porta gente che va a scordare il sole,
    ma è caldo il pane lassù nel nord.
    Nel treno che viene dal sud sudori e mille valigie,
    occhi neri di gelosia: arrivederci Maria!
    Senza amore è più dura la fatica, ma la notte è un sogno sempre uguale:
    avrò una casa per te e per me.
    Dal treno che viene dal sud discendono uomini cupi
    che hanno in tasca la speranza ma in cuore sentono
    che questa nuova, questa grande società,
    questa nuova, bella società non si farà, non si farà.

  6. Eccardo ha detto:

    boh, un vecchio documentario RAI, suppongo… non ne so di più 😦

  7. anonimo ha detto:

    “Terra di Lavoro”, di Pier Paolo Pasolini, da “Le Ceneri di Gramsci”, 1956

    Ormai è vicina la Terra di Lavoro, qualche branco di bufale, qualche mucchio di case tra piante di pomidoro, èdere e povere palanche. Ogni tanto un fiumicello, a pelo del terreno, appare tra le branche degli olmi carichi di viti, nero come uno scolo.

    Dentro, nel treno che corre mezzo vuoto, il gelo autunnale vela il triste legno, gli stracci bagnati: se fuori è il paradiso, qui dentro è il regno dei morti, passati da dolore a dolore – senza averne sospetto. Nelle panche, nei corridoi, eccoli con il mento sul petto, con le spalle contro lo schienale, con la bocca sopra un pezzetto di pane unto, masticando male, miseri e scuri come cani su un boccone rubato: e gli sale se ne guardi gli occhi, le mani, sugli zigomi un pietoso rossore, in cui nemica gli si scopre l’anima. Ma anche chi non mangia o le sue storie non dice al vicino attento, se lo guardi, ti guarda con il cuore negli occhi, quasi, con spavento, a dirti che non ha fatto nulla di male, che è un innocente.

    Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla una creatura che dorme nel fondo d’una vita d’agnellino, e la trastulla – se si risveglia dal suo sonno dicendo parole come il mondo nuove – con parole stanche come il mondo. Questa, se la osservi, non si muove, come una bestia che finge d’esser morta; si stringe dentro le sue povere vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta la voce che a ogni istante le ricorda la sua povertà come una colpa. Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda, senza neanche accorgersi, sospira. Col piccolo viso scuro come torba, in un muto odore di ovile, un giovane è accanto al finestrino, nemico, quasi non osando aprire la porta, dare noia al vicino. Guarda fisso la montagna, il cielo, le mani in tasca, il basco di malandrino sull’occhio: non vede il forestiero, non vede niente, il colletto rialzato per freddo, o per infido mistero di delinquente, di cane abbandonato.

    L’umidità ravviva i vecchi odori del legno, unto e affumicato, mescolandoli ai nuovi, di chiassetti freschi di strame umano. E dai campi, ormai violetti, viene una luce che scopre anime, non corpi, all’occhio che più crudo della luce, ne scopre la fame, la servitù, la solitudine. Anime che riempiono il mondo, come immagini fedeli e nude della sua storia, benché affondino in una storia che non è più nostra. Con una vita di altri secoli, sono vivi in questo: e nel mondo si mostrano a chi del mondo ha conoscenza, gregge di chi nient’altro che la miseria conosca. Sono sempre stati per loro unica legge odio servile e servile allegria: eppure nei loro occhi si poteva leggere ormai un segno di diversa fame – scura come quella del pane, e, come quella, necessaria. Una pura ombra che già prendeva nome di speranza: e quasi riacquistato all’uomo, vedeva il meridione, timida, sulle sue greggi rassegnate di viventi, la luce del riscatto.

    Ma ora per queste anime segnate dal crepuscolo, per questo bivacco di intimiditi passeggeri, d’improvviso ogni interna luce, ogni atto di coscienza, sembra cosa di ieri. Nemico è oggi a questa donna che culla la sua creatura, a questi neri contadini che non ne sanno nulla, chi muore perché sia salva in altre madri, in altre creature, la loro libertà. Chi muore perché arda in altri servi, in altri contadini, la loro sete anche se bastarda di giustizia, gli è nemico. Gli è nemico chi straccia la bandiera ormai rossa di assassinî, e gli è nemico chi, fedele, dai bianchi assassini la difende. Gli è nemico il padrone che spera la loro resa, e il compagno che pretende che lottino in una fede che ormai è negazione della fede. Gli è nemico chi rende grazie a Dio per la reazione del vecchio popolo, e gli è nemico chi perdona il sangue in nome del nuovo popolo. Restituito è cosi, in un giorno di sangue, il mondo a un tempo che pareva finito: la luce che piove su queste anime è quella, ancora, del vecchio meridione, l’anima di questa terra è il vecchio fango.

    Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione senti ormai che essa non conduce a nuova aridità, ma a vecchia passione. E ti perdi allora in questa luce che rade, con la pioggia, d’improvviso zolle di salvia rossa, case sudice. Ti perdi nel vecchio paradiso che qui fuori sui crinali di lava dà un celeste, benché umano, viso all’orizzonte dove nella bava grigia si perde Napoli, ai meridiani temporali, che il sereno invadono, uno sui monti del Lazio, già lontani, l’altro su questa terra abbandonata agli sporchi orti, ai pantani, ai villaggi grandi come città. Si confondono la pioggia e il sole in una gioia ch’è forse conservata – come una scheggia dell’altra storia, non più nostra – in fondo al cuore di questi poveri viaggiatori: vivi, soltanto vivi, nel calore che fa più grande della storia la vita. Tu ti perdi nel paradiso interiore, e anche la tua pietà gli è nemica.

    … proposito di treni del sud…
    Gina.

  8. ggugg ha detto:

    Metafora parallela a questo post quella de “La Stampa” di ieri, lunedì 17 dicembre 2007.
    Il titolo di apertura del giornale, infatti, era “Due Italie, due treni”. Venivano accostate due notizie ferroviarie che però rimandano a due Paesi diversi. Il sottotitolo spiega il perché: da una parte (Nord) “Tra un anno, con l’alta velocità, si andrà da Milano a Bologna in un’ora”, mentre dall’altra (Sud) ancora disservizi come quello del giorno prima in cui “un guasto ha costretto il Lecce-Roma a un’odissea di 20 ore”. Qui.

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