L’eterno 23 novembre

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Sordo e terrificante, il suono del terremoto del 23 novembre 1980 * che sconvolse l’Appennino campano e lucano fu fermato su nastro magnetico da un ragazzo di Lioni, in provincia di Avellino, che stava registrando una canzone dalla radio.
Oggi in molti dei paesi allora disastrati si sono commemorate le migliaia di vittime (2914 morti e 8850 feriti) con un minuto di silenzio: un silenzio che nelle orecchie fa rimbombare quell’infinito minuto di 27 anni fa.
A Laviano *, un paesino salernitano dell’Alto-Medio Sele *, quella sera morirono 299 persone, altre 700 rimasero ferite e, tra queste, circa 150 riportarono invalidità permanenti. Il 98% dell’abitato fu raso al suolo dal sisma, sconvolgendo per sempre ogni cosa: esseri umani, territorio, identità, oggetti. Crollarono la chiesa parrocchiale, la sede del municipio, la pretura, la caserma dei carabinieri, il carcere, le scuole, l’ufficio postale.
Il penoso recupero e riconoscimento delle salme durò cinque mesi, fino all’aprile 1981. I superstiti furono sistemati prima in una tendopoli allestita sul campo sportivo, poi in un insediamento di roulotte. In seguito vennero spostati nei container, quindi nei prefabbricati che oggi – riciclati in chiave turistica – formano il cosiddetto “villaggio antistress” *.
Due giorni dopo quella scossa devastante, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini * visitò le rovine di Laviano. Non era arrivato ancora alcun soccorso e lo sconcerto e la rabbia della gente identificò in lui il simbolo di uno Stato lontano e “colpevole”, al punto che (pare) venne addirittura colpito da una sassata. Appena tornato a Roma, durante una diretta televisiva, il Presidente si scagliò contro il malgoverno democristiano e gli ingiustificabili ritardi nell’organizzazione degli aiuti Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi»), concludendo con un’esortazione all’intera nazione: «qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi loro fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi».
Stamattina i vivi si sono ritrovati nella sala consiliare del nuovo municipio del paese. C’erano tutti i sindaci dell’area e addirittura il Prefetto di Salerno. Soprattutto, però, c’erano i bambini delle elementari che hanno recitato delle poesie.
Formale, naturalmente, come tutte le commemorazioni. Ma doverosa e necessaria perché ormai è sempre più rara e per il fatto che ognuna delle autorità intervenute ha ricordato
che – lo so, è difficile crederci –  «dobbiamo completare la ricostruzione». Eppure… Sì, a quasi trent’anni da quell’evento, per le (eternamente) dimenticate comunità dell’entroterra il terremoto non è finito, è un capitolo assolutamente aperto.

    PS:
1. Qui è possibile leggere l’intero intervento di Sandro Pertini del 26 novembre 1980 a reti Rai unificate. Ne segnalo solo un altro passaggio in cui il Presidente, citando il sisma del Belice *, si domandava: «dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere come dovrebbe essere? Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto» [ho leggermente modificato la punteggiatura].
2.
Il giorno successivo alla presa di posizione di Pertini, il Pci annunciò la definitiva chiusura del “compromesso storico” * con la Dc ritenendo indispensabile una “alternativa di sinistra”. Oggi sento l’annuncio di manovre di dialogo tra Veltroni e Berlusconi * e penso che il consociativismo mi fa sempre più schifo.
3. Stamattina ero a Laviano con un collega (vabbè, diciamo la verità, con un amico: Luigi) per uno studio che stiamo conducendo insieme. Mentre ascoltavamo i vari interventi, uno degli organizzatori del ricordo mi ha avvicinato chiedendomi di scattare delle fotografie per il Prefetto, che potete vedere su questa pagina del sito web della Prefettura di Salerno *.
4. Tantissime sono le fotografie on-line del terremoto. Alcune pagine particolarmente ricche sono qui, qui, qui, qui e qui.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a L’eterno 23 novembre

  1. ggugg ha detto:

    Sandro Pertini nell’indimenticabile tratto di Andrea Pazienza

    «Io volevo dire una cosa. Volevo dire una cosa al Presidente della Repubblica, Pertini. Presidè, voi mi avete fatto… mi so’ dispiaciuto molto… l’ultima volta che siete uscito in televisione p’‘o fatto d’‘o terremoto… Mi so’ dispiaciuto pecché stavo guardando la televisione co’ mio padre, co’ mio fratello… sapete quanto vi stimiamo… Stavamo là, ma ad un certo punto avete fatto “Chi ha preso i soldi del Belice?”. E guardavate da questa parte e noi siamo rimasti un po’… […] Se state cercando chi ha pigliato i soldi del Belice, avete sbagliato casa. Entrate in qualche altra casa. Tutti quanti dopo dicono “Ma no, ‘o Presidente forse intendeva ‘e ministri… voleva dire…”. No, vuje ce l’avevate co’ nuje, Presidè. […] Se lo volevate dire ai ministri, quelli del Palazzo, […] guardavate dietro»

    Massimo Troisi, su YouTube.

    Non so voi, ma io ho una nostalgia enorme di questi uomini.

  2. Eccardo ha detto:

    grande Pertini..

    e terrificante la registrazione..

  3. anonimo ha detto:

    Il terremoto del 1980 è riassumibile in una semplice proporzione matematica:
    90 secondi di terremoto:27 anni di ricostruzione = morte:profitto
    Quella maledetta sera del 23 novembre del 1980 io l’ho guardata dritto in faccia: la paura e la morte che viaggiavano tremendamente insieme all’onda tellurica, accecarono violentemente i miei occhi di bambino di 8 anni.
    Forse in quella sera, nelle drammatiche notti in auto che seguirono, nelle intere giornate passate in aperta campagna, lontani da casa, forse in quelle ore ho scoperto la paura, ho compreso il dolore, ho perso l’innocenza.
    Nella mia mente di bambino s’imposero inevitabili riflessioni sulla morte, sulla fine di tutto: d’improvviso, pensavo, tutto può scomparire? La mia casa, i miei giocattoli… poi la riflessione si faceva pesante, opprimente, insopportabile anche solo da pensare per un bambino: e se scomparissero anche i miei genitori? I miei fratelli? I miei amici? E cosa farei io, da solo, in mezzo a questa campagna, chiuso in un piccola Cinquecento Fiat trasformata in un letto fatto di plaids e cuscini? E se scomparissi anch’io? Ma che cos’è la morte?
    Per anni ho convissuto con il terrore che potesse accadere di nuovo, che d’improvviso la terra tremasse di nuovo, e che ad uccidermi non sarebbe stato il crollo del mio palazzo, ma la paura stessa del terremoto: sono cresciuto con la paura di morire di paura. Di notte mi addormentavo facendo tremare le gambe, e a mio fratello che mi chiedeva «Ma ch’cazz fai?», rispondevo «Accussì si vene o’terremoto, io nun me ne accorg», ed il silenzio che mio fratello faceva seguire alla mia risposta, mi faceva intendere che anche a lui sembrava un buon antidoto alla paura quello che avevo trovato.
    Poi ci fu la tv, ma solo alcuni giorni dopo, quando piano piano e timidamente si provava a riversarsi in qualche casa per qualche ora: macerie, lenzuola sui morti, vigili del fuoco, tende, esercito, croce rossa, donne vestite di nero con fazzoletti in testa, elenchi e numeri di morti, il presidente Pertini, bambini come me che non c’erano più e padri baffuti coi vestiti sporchi di polvere che disperatamente e scavando con le mani, li cercano fra le macerie delle loro case; e ancora lacrime e dolore, veri però, come non li ho più visti in tv negli anni successivi.
    Nel dicembre di quello stesso maledetto anno (il 1980 fu quello delle stragi di Ustica e Bologna, degli omicidi Mattarella, Bachelet, Tobagi, dell’inizio della guerra Iran-Iraq, della nascita della rete televisiva “Canale 5”), scoprii anche il significato della parola solidarietà: a scuola, dove noi napoletani eravamo tornati dopo qualche mese dalla tragedia, si avviò una raccolta di generi di prima necessità per le popolazioni più colpite. Quando la mattina dopo mia madre mi accompagnò a scuola con una borsa stracarica di calzettoni, slip e maglie di lane, tutti acquistati nuovi, le chiesi per chi fossero, e lei rispose che servivano per i bambini dell’Irpinia sfortunati, per fargli trascorrere un po’ meglio anche il Natale; gli risposi: «ma nun er megl ca ce accattave qualche giocattol?», mia madre logicamente rispose di no, ma a distanza di 27 anni nessuno mi ha ancora tolto dalla testa che quel giorno avevo ragione io: inviare anche qualche sogno in mezzo a tutte quelle macerie avrebbe aiutato molto di più qualcuno dei miei coetanei. O almeno io, nelle stesse condizioni, avrei preferito avere anche qualche giocattolo per continuare a restare bambino anche di fronte alla morte e al dolore.
    Il 23 novembre 2007, per un lavoro di ricerca nell’area dell’Alto Sele, mi sono ritrovato alla cerimonia commemorativa per le vittime del terremoto tenuta nel comune di Laviano, in provincia di Salerno. Tanti ricordi, ancora commozione nelle parole e negli occhi della gente, e amministratori locali ancora alle prese con una ricostruzione che quando è stata portata a termine, ha troppo spesso generato ancor più danni del terremoto: provate ad andare a Valva, sempre in provincia di Salerno,e guardate lo scempio architettonico che svetta sopra la cittadina:un mostro di cemento, travi in ferro, pilastri, scale senza piani, piani senza scale, ruggine, polvere, pozze d’acqua ristagnata, lo scheletro di un ipotetico, futuristico, irrealizzato, nuovo palazzo comunale… Un sito da segnalare nelle guide turistiche dell’area, perchè anche la violenza al territorio è un prodotto dell’uomo e va trasmessa a futura memoria.
    In quel 23 novembre 2007 per la prima volta mi sono ritrovato “faccia a faccia” con quelle donne, quegli uomini, anziani, giovani, bambini, che con me condivisero a qualche centinaio di kilometri di distanza, quel drammatico storico avvenimento, ma che, a differenza mia, non avevano potuto viverne il “dopo”. Il 23 novembre 2007, dopo 27 anni, ho conosciuto i morti del terremoto.
    300 croci, i morti di Laviano, disposti uno al fianco dell’altro, i familiari vicini, padri e figli, mogli e mariti.
    300 croci, praticamente un cimitero di guerra. Ed è quello l’unico evento equiparabile: 2.914 morti, 8.850 feriti, 300.000 sfollati, oltre 100 comuni danneggiati, tre regioni coinvolte, 17.000 kmq di superficie colpita, oltre 5.000.000 di persone coinvolte; sono queste le cifre di quella “guerra-lampo” della durata di soli 90 secondi.
    Guardando quelle croci, scoprendo quei volti, leggendo quei nomi, ho compreso quale fosse in quell’istante e da 27 anni, il mio status: sopravvissuto.
    Io guardavo le loro croci, io avevo letto le loro storie, io forse avevo visto le macerie sotto cui erano stati sepolti, io sopravvissuto, posso oggi scrivere di quanto ci è accaduto.
    Io sopravvissuto posso chiedere rispetto e ricordo per quei morti.
    Un rispetto ed un ricordo calpestato e dimenticato da troppi, dai più.
    Per i media, tv e giornali, nazionali e locali, il 23 novembre 1980 sembra non esserci mai stato: il 23 novembre 2007 quasi nessuno di loro ha ricordato l’evento. E quando si dimentica, si uccide la memoria, e con lei si torna ad uccidere anche chi è già morto lì 27 anni fa.
    Rispetto e ricordo non appartengono di certo alla stragrande maggioranza della classe politica di questa regione, che per 27 anni ha vergognosamente lucrato su quei morti: con in testa gli esempi di irraggiungibile lerciume politico rappresentato dai vertici della Democrazia Cristiana campana degli anni ’80, hanno pilotato, con avidità e spregiudicatezza da far impallidire le peggiori organizzazioni criminali mondiali, a proprio tornaconto personale, l’enorme flusso di contributi statali erogati per la ricostruzione: aggiornati all’anno 2000, il totale dei miliardi di vecchie lire investite dallo Stato Italiano e dai suoi contribuenti è stato di 58.640 miliardi, a cui si aggiungono qualche altro centinaio di miliardi di dollari giunti come aiuti da paesi esteri. La finanziaria 2006 ha stanziato altri 100 milioni di euro per la ricostruzione, e quasi altrettanto farà quella 2007.
    Il terremoto dell’Irpinia è stata la nostra guerra. La guerra di un’intera regione già drammaticamente colpita e affondata da altre drammatiche vicende. Il terremoto dell’Irpinia è la nostra guerra, ma è una guerra “fuori” dalla storia: non si insegna nelle scuole se non come trafiletto sui libri, non la si commemora civilmente, non la si ricorda sui media. E’ una guerra dimenticata, e come tutte le guerre dimenticate del mondo, porta con sé anche l’oblio dei morti, che, come in tutte le altre guerre dimenticate del mondo, anche in questa sono “poveri” morti, gente comune, popolo, subalterni, dunque “dimenticabili”.
    Io, da sopravvissuto, NON VOGLIO DIMENTICARLI! E invito tutti i sopravvissuti di quella guerra a fare lo stesso.
    Ricordiamoli e onoriamoli, per evitare che siano morti unicamente per ingrassare quella feccia umana che sulla loro morte ha speculato e si è arricchita rubando a loro, da morti, e a noi sopravvissuti, da vivi.
    Ricordiamocelo il 23 novembre 1980 e ricordiamolo ai chi non c’era: ricordiamolo ai bambini, insegniamo loro quanto sia effimera la presunta onnipotenza umana quando è piegata dalla inarrestabile forza di Nostra Signora e Madre Natura; insegniamo ai bambini quanto possa essere profondo lo squallore umano che spinge alcuni uomini ad approfittare della morte di loro simili, unico abominevole caso nel mondo animale.
    Il 23 novembre 1980 è stata la più sanguinosa delle sconfitte di una guerra iniziata per questa regione già molto tempo prima, e purtroppo, non ancora conclusa.

    luigi.daponte@yahoo.it

  4. ggugg ha detto:

    Grazie, Luigi.
    Cos’altro potrei aggiungere?
    Mah, forse che non c’è dubbio che da queste parti l’orologio segnerà sempre le 19:34.

    Ah, che terribili cinque della sera!
    Eran le cinque a tutti gli orologi.
    Eran le cinque, nell’ombra della sera!
    [*]

    (Federico Garcia Lorca)

  5. ggugg ha detto:

    Da stamattina le foto che ho scattato a Laviano in occasione dell’anniversario del terremoto sono on-line.
    QUI.

  6. Eccardo ha detto:

    ma fai anche il fotoreporter? 🙂

  7. anonimo ha detto:

    grazie per aver raccolto queste testimonianze.
    volevo segnalarvi questo sito
    http://laviano.altervista.org

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