Noi siamo i più felici del mondo

Il giorno che conobbi Kim e Cho mancava poco che s’inchinassero al mio ingresso nel bungalow che avremmo diviso per l’intera estate del ’99. Entrambi sudcoreani, Cho era di Seoul, mentre Kim di una città della costa meridionale. Nel loro Paese studiavano ingegneria e giurisprudenza, ma si trovavano in Israele perché ritenevano che lì era più economico imparare l’inglese.
Arrivavo in autobus da Tel Aviv, avevo l’affanno per aver camminato sotto il sole con uno zaino troppo pesante, dalla fermata lungo la main-road al kibbutz in cima alla collina di Bet Keshet. Fatica e sudore accentuavano il mio spaesamento, ma i due ragazzi fecero di tutto per attenuarlo: insistettero per prepararmi il letto, cucinarono qualcosa di squisitamente coreano e invitarono gli altri 5 o 6 volunteer (parigina, sudafricana, svizzero e ancora sudcoreane) e qualche israeliano della comunità per brindare e chiacchierare sul prato davanti casa.
Cho lavorava nei campi e nelle stalle, ogni giorno cominciava alle 5. Spesso di pomeriggio andavamo in giro per la nostra collina e contavamo i passi da un luogo all’altro: volevamo disegnare una mappa del kibbutz da lasciare come ricordo dopo la nostra partenza. Avevamo un buon dialogo e quando seppi che durante la leva era stato barbiere, colsi l’occasione per chiedergli di tagliarmi i capelli. Lui non voleva, non gli erano mai capitati dei capelli ricci, ma io li bagnai e si convinse. Mi ritrovai con una capigliatura un po’ metafisica…
Kim, invece, collaborava nell’economato e questo lo faceva sentire importante. La sua parte del nostro frigorifero di casa era sempre piena di cibo e birre che racimolava nel magazzino. Mi parlava spesso del suo servizio militare, che aveva svolto lungo il 38° parallelo per tener d’occhio i nemici del Nord. Era piuttosto nazionalista e mi insegnò la melodia dell’inno sudcoreano, che suonavo su una pianola prestatami dalla responsabile della lavanderia dove lavoravo. Ad ogni mia “esibizione” mi abbracciava commosso chiedendomi di bissare con l’inno italiano. Io glissavo e suonavo “Generale” di De Gregori…

Dopo anni, i fraterni nemici nordisti del mio amico Kim li ho incontrati durante la scorsa estate, prima in un libro, poi in una esposizione d’arte a Londra.
La pubblicazione è “Pyongyang”, il reportage a fumetti di Guy Delisle, un’opera importante e per certi versi necessaria, concepita attraverso disegni grigi e fumosi, come se ogni copia fosse realizzata personalmente a matita. Già il semplice sfogliarne le pagine rimanda ad un’atmosfera uggiosa, a volte opprimente. Le tavole più grandi, quelle che generalmente ritraggono piazze deserte o monumenti imponenti, sono piene di un vuoto agorafobico che ricorda quello angosciante (e profetico) delle indimenticabili pagine dell’Eternauta che vaga per le strade di Buenos Aires dopo la devastante nevicata aliena [*, *].
Scritto dopo due mesi vissuti nella capitale nordcoreana, il racconto di Delisle, tuttavia, non mi ha convinto in pieno. Le generalizzazioni (ad esempio, gli svizzeri sono «paranoici», i nordcoreani «credono a stronzate»…) e un’ironia troppo spesso beffarda (talvolta gratuita, come quella verso una ragazza mongola definita «mongoloide») non mi hanno fatto identificare col protagonista e la mia lettura non è stata mai del tutto partecipe. Tuttavia l’opera resta di notevole interesse: perché contribuisce fortemente ad un nuovo genere di letteratura a fumetti, ma in particolare perché apre uno spiraglio sul Paese più chiuso e sconosciuto del globo.
Vivere due mesi in una galera – seppur grande quanto una nazione – non dev’essere facile. Ed è qui che le tavole di Delisle risultano preziose, perché raccontano un altrove che noi – fortunatamente – abbiamo sperimentato solo grazie alla fantasia di Orwell [*, *]. Nella “prigione” nordcoreana ogni straniero è “accompagnato” da un funzionario governativo per tutta la durata del suo soggiorno. Il senso di asfissia è notevole, la libertà di movimento ridottissima, quella di fotografare quasi nulla. Uscire da Pyongyang è pressoché impossibile e anche visitare la capitale stessa spesso richiede il rilascio di rarissimi permessi.
Guy provoca (offre un sorso di Coca Cola che è riuscito miracolosamente a trovare, cerca di far ascoltare del reggae…), tenta di scalfire il muro d’ideologia dei suoi angeli custodi, inventa mille scuse pur di ritagliarsi dei momenti privati, talvolta fugge in “esplorazione”, ma non riesce mai ad incontrare la gente comune. La condizione dei milioni di anonimi del Paese, dunque, è completamente oscura e Delisle può al massimo lasciarla intendere come sfondo di una megalomane e paradossale dittatura ereditaria di stampo comunista.
Come nella visione fondamentalista di una qualsiasi religione, il Verbo del regime è il juche: «la fonte di vita che rafforza e influenza l’animo di tutti i popoli, indipendentemente dalla latitudine e dalla longitudine in cui vivono…». È l’ideologia dell’autosufficienza rivelata dal
“Presidente Eterno” Kim Il-Sung, quella che colma le lacune del marxismo-leninismo e del maoismo, ma che non sa evitare carestie né gestire catastrofi.
A Londra il juche l’ho visto rappresentato nella mostra (evidentemente esclusiva) “Artists, Art & Culture of D.P.R. Korea”, con quadri di pittori del Mansudae Art Studio. Si tratta del centro d’arte più grande e prestigioso di Pyongyang ed è sotto la guida speciale di Kim Jong-il, ovvero un onore enorme in un Paese in cui il “Caro Leader” è una figura essenziale che crea un senso di fiducia e ispirazione.
Dipinti ad olio e su carta, acquarelli, pitture su vaso e la cosiddetta jewel painting (pittura con minerali polverizzati), ma anche ricami e poster propagandistici. Quadri piccoli e di grandi dimensioni, tutti figurativi (in Corea del Nord non esiste arte astratta o concettuale) (il depliant che ho consultato cita le seguenti parole di Kim Jong-il: «a picture must be painted in such a way that the viewer can understand its meaning. If the people who see a picture can’t grasp its meaning, they cannot say it is a good picture, no matter how talented is its creator»). Le immagini riguardano ritratti, scene di vita quotidiana o di guerra, ma soprattutto fiori, animali e paesaggi. Tuttavia, per le sue implicazioni simboliche la sezione dei poster (Social Realistic Art) mi ha particolarmente interessato: ogni opera riporta uno slogan rafforzato da un’immagine che rivela gli ideali culturali, politici e sociologici del Paese. Gli argomenti sono la difesa della patria o la riunificazione col Sud (ovviamente dopo aver sconfitto statunitensi e giapponesi), il partito e l’ideologia socialista, la produzione agricola e la pesca, nonché spettacoli culturali di vario genere (dal canto allo sport).
L’estetica di regime richiede colori netti in cui il rosso (il colore sacro della rivoluzione) si contrappone al nero; l
a potenza dell’acciaio si alterna alle affilate baionette; le figure hanno sempre il pugno serrato e il loro sguardo (a volte lontano, altre diretto all’osservatore) è un invito a partecipare ad un radioso futuro.
Affascinato e spaventato, sono andato a rileggermi qualche pagina di Hannah Arendt, così da tener sotto controllo il magnetismo di quei poster: «Quando il regime detiene il controllo assoluto, sostituisce la propaganda con l’indottrinamento e impiega la violenza non tanto per spaventare la gente, quanto per tradurre in realtà le sue dottrine ideologiche e le menzogne pratiche che ne derivano».

Chissà oggi Kim e Cho dove sono, che fanno, se hanno famiglia, se – nel clima fiducioso delle ultime settimane [*, *] – anche loro sono dell’opinione che presto potranno attraversare il 38° parallelo a piedi e (ri)conoscersi con l’altra metà del proprio popolo.
Chissà se ricordano il giorno della mia ripartenza, quando per salutarmi scrissero
“ciao” sul mio quaderno. Quella pagina l’ho rivista stasera: an-nyung.

    PS:
1. Per il loro contenuto, segnalo solo le tavole 46 e 47 di “Pyongyang”: La presenza di un centinaio di stranieri che lavorano per le ong è vista come un segno di apertura del Paese. / In realtà il regime, di fronte all’ampiezza di una carestia che non riusciva più a nascondere, nel 1995 non ha avuto altra scelta che socchiudere le porte facendo appello agli aiuti umanitari. / Le cause ufficiali della tragedia sarebbero state una serie di malaugurate catastrofi naturali: inondazioni, siccità… / Da allora arriva una grande quantità di aiuti alimentari che servono a sfamare un terzo della popolazione del Paese. / In questa società estremamente gerarchizzata, il regime usa il razionamento per consolidare il suo potere. / Attraverso il sistema pubblico di distribuzione, ogni cittadino riceve la sua razione (precisa al chicco di riso) a seconda della sua fedeltà al regime. / Per questo alcune ong come Oxfam, Médicins du monde e Medici senza frontiere hanno lasciato il Paese dopo diversi anni di sforzi, affermando che il regime usava gli aiuti umanitari per il suo tornaconto… / …lasciando sul campo un aiuto umanitario che spesso somiglia più che altro a un sostegno al regime. / Del resto la dichiarazione del 1996 del nostro Caro Leader parla chiaro: «Per ricostruire una società vittoriosa dovrebbe sopravvivere solo il 30 per cento della popolazione». (Alcune recensioni del fumetto sono su PeaceReporter, Carta e Komix).
2.
Il titolo del post è tratto da un poema, citato nel fumetto, ascoltato dallautore presso il Palazzo dei Bambini della capitale nordcoreana. La prima strofa è «Nostro padre è il maresciallo Kim Il-Sung, La nostra casa si trova nel partito, Siamo tutti fratelli e sorelle, Non invidiamo nessuno al mondo».
3. La citazione di H. Arendt è tratta da “Le origini del totalitarismo”, 1951 [*, *], di cui ricordo anche il passo seguente: «Quel che urta il buon senso non è il principio nichilista del “tutto è permesso” […]. Quel che il buon senso e la “gente normale” si rifiutano di credere è che tutto sia possibile».
4. La mostra londinese, curata da David Heather, era esposta negli spazi de La Galleria. Una buona collezione on-line di poster propagandistici nordcoreani è qui.
5. In quella sede sono venuto a conoscenza anche di tre film-documentari sulla Corea del Nord: “The game of their lives” (2001), “A State of Mind” (2004, *), “Crossing the line” (2006, *). Naturalmente introvabili.
6.
Era solo una partita di calcio [*], ma per loro rappresenta ancora un momento storico. Era il 1966: qui. (A me, però, piace anche una versione fiction: qui).
7.
Che io sappia, esiste una sola agenzia di viaggi per la Corea del Nord: la Koryo Tours, a Londra. Non tentatemi, sono pronto a partire.
8. Forse ha ragione Guy Delisle, un po’ di reggae fa sempre bene: «Get up, stand up! / Stand up for your rights! / Get up, stand up! / Don’t give up the fight!», qui.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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10 risposte a Noi siamo i più felici del mondo

  1. marcol62 ha detto:

    penso che se tu scrivessi dei tuoi viaggi avresti un sacco di lettori, io mi perdo nel leggerti e penso che c’è gente che in 10 vite non avrebbe vissuto quello che hai vissuto tu finora…fanne buon uso saggio gugg! 😉

  2. ggugg ha detto:

    Brrrrrrr…
    Bedankt, Marco! Sei molto gentile.
    Forse il punto è che adoro i racconti. Ascoltarli e narrarli. Evidentemente, quel che c’è su questo Taccuino nasce da un’esigenza personale, ma è sempre molto (ma molto) emozionante sapere che questi appunti piacciono a qualcuno.

    Ok, chiudo la parentesi emotiva.
    Riprendo la controtendenza: “Co-re-a, Co-re-a, Co-re-a!”.

  3. Eccardo ha detto:

    sottoscrivo quel che sovrascrive marcol62

    (l’inno sudcoreano? non me lo immagino..)

  4. ggugg ha detto:

    Li ho trovati su YouTube, sono l’inno della Corea del Sud e quello della Corea del Nord.

  5. marcaspio ha detto:

    interessante qui.
    un saluto.

  6. Eccardo ha detto:

    fantastico! 🙂

  7. ggugg ha detto:

    Da oggi, 11 dicembre 2007, tra Corea del Nord e Corea del Sud ci sono collegamenti ferroviari regolari, per ora solo per trasporto merci (QUI).
    Un primo assaggio c’era stato lo scorso maggio, quando per la prima volta dal 1951 due treni attraversarono il confine tra i due Paesi (QUI).

    Un mio amico molto impegnato tempo fa mi segnalò (e lo ringrazio ancora) uno spezzone del film “Team America” (del 2004, di Trey Parker e scritto da Parker e Matt Stone, i creatori di “South Park”), che non ho (ancora) visto.
    Approfitto di questo aggiornamento per segnalare anche a voi la spassosa sequenza su (YouTube) in cui Kim Jong-il (capo dei terroristi internazionali) riceve l’ispettore dell’Onu Hans Blix…

  8. ggugg ha detto:

    Rusko, 13 dicembre 2007

  9. ApeDiAladino ha detto:

    presto che è tardi! ecco, io ti consiglio una mia nuova scoperta nel campo dei fumetti e tu ne hai già parlato mooolto tempo prima! Anche il mio amico rusko sta qui sopra a divertirsi della mia gaffe 🙂 Nella rilettura di questo tuo bellissimo racconto-esperienza-recensione mi soffermo su ciò che ora conosco: il libro di Delisle. E non per dirti se sono o meno d’accordo su ciò che scrivi perchè non si può, la mia esperienza di lettura è stata molto diversa. Prima di tutto perchè io non ho viaggiato, io non conosco che il mio piccolo mondo mentre i tuoi orizzonti sono davvero invidiabilmente vasti. Inoltre non mi ero mai soffermata a pensare a una dittatura oggi, proprio oggi, adesso, a qualche migliaio di chilometro da qui. Il mondo in cui l’ha raccontata Delisle è un po’ il modo leggero ed incredulo che incarna… anzi, incarta 🙂 la prima reazione di quelli come me che vivono in una piccola fetta di mondo tutto sommato libero, del tipo che “figurati se qualcuno può voler sottostare ad una vita del genere, vedrai che io gli faccio capire che … ” e fai così, la prendi un po’ in ridere… con quel senso di superiorità che comunque non ammetterai mai di avere… e ci vuole un po’ per renderti conto che la questione non è poi così facilona… e poi ho anche letto con stupore tutta la questione del business dei film d’animazione e il trasloco della sede operativa là, dove il lavoro è praticamente opera volontaria… e tutto quello che ne consegue, certo lui non approfondisce, ti accompagna in ciò che ha vissuto (tra l’altro in modo per me irresistibile) e alla fine le conclusioni o meglio le riflessioni te le fai autonomamente. Insomma leggere Pyongyang è stato certo divertente ma non meno impressionante che vedere i bambini camionisti e le sartorie cinesi in Gomorra… ovviamente con tutte le differenze del caso… cose che si sanno insomma, noi in teoria sappiamo tutto, ma quando te le raccontano così da vicino.. è solo allora che cominci a pensare. Ovviamente parlo della gente “piccola” come me. E se vuoi sapere di Shenzen beh già ti avevo scritto che è più triste e più poetico, non c’è più il senso di superiorità ma c’è quello di solitudine mentre invece Cronache birmane è decisamente più scanzonato, tutto lo sfiora appena nella strana dimensione in cui lui si ritrova a fare la parte che di solito fanno le mogli al seguito del marito che lavora. Se non si capisce cosa ho scritto pazienza… è un bel po’ che non scrivo… di solito mi limito a disegnare ^_^

    Ad ogni modo ora mi vado a rileggere peeters, per l’esattezza pillole blu… vabbè facciamo domani, ora vado a dormire che è meglio. Niente vignetta stasera, Aladino è malato 😦

    ‘notte

  10. ggugg ha detto:

    Grazie per il tuo lungo commento notturno, Ape!
    So di grandi scrittori che hanno meravigliosamente raccontato luoghi che non avevano mai visitato, pur rimanendo nel loro “piccolo mondo”. Credo che possa valere ancor di più per degli artisti e dei disegnatori!
    Sai, sono molto curioso e piuttosto fortunato, per cui mi è capitato di compiere alcuni viaggi davvero intensi che a volte mi sembra di continuare a ripercorrere nella mia vita di tutti i giorni. Ecco, la storia di questo post è un po’ così…
    Mi capita spesso di mischiare ricordi personali, mostre d’arte, letture, visioni… Qui ho fatto un po’ le pulci a Delisle, ma è chiaro che “Pyongyang” mi sia piaciuto. Pensa che tramite Amazon sono riuscito a trovare il dvd di “A state of mind”, il film-documentario sui “Mass games” di cui parlavo alla quinta nota del post… Un giorno ne scriverò un appunto qui sul Taccuino: sbalorditivo.
    Torniamo ai fumetti…
    Ora sul comodino ho “Siberia” di Nikolai Maslov (su cui già so che a breve scriverò un post), poi ho già pronto “Palestina” di Joe Sacco (la cui lettura rimando da un po’), quindi passerò ai tuoi consigli: “Shenzen” (che infatti mi stuzzicava) e “Cronache birmane” (che non conoscevo), oltre che “Pillole blu” di Peeters (che pure ignoravo).

    Miiii, quante cose ci sarebbero da leggere, quanti luoghi da visitare, quante persone da incontrare…!

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