Eco-sviluppo

«Da sempre la nostra cultura è portata a pensare che lo sviluppo quantitativo (quale che sia) sia sempre un bene, e che ogni processo inteso (in qualsiasi modo) a trasformare l’ambiente sia l’equivalente di progresso. Ora, il progresso è di genere maschile, mentre tutela, salvaguardia, conservazione, natura ecc. sono di genere femminile. Lo stesso stucchevole, anacronistico ritornello dell’uomo-che-deve-lottare-contro-la-natura conferma il gioco delle parti: compito dell’uomo ossia del maschio è quello di sottomettere la natura-femmina. Chi difende quest’ultima è subito spiazzato, considerato un esteta, un’anima bella, un romantico, una cassandra, una zitella, un diverso, insomma un’entità femminea e femminile, con tutti gli inconvenienti del caso, isterismo, furori uterini, menopausa» (Antonio Cederna)

La concezione spregiudicata, libera e irresponsabile di dominio sfrenato dell’uomo sulla natura prende piede col trionfo dell’industrialismo, ovvero negli ultimi tre secoli della storia umana. Ciò significa che non sempre, e non per tutti, natura e cultura sono state separate. Al contrario, il rapporto dialettico ed equilibrato instaurato da tanti popoli col proprio ambiente è una virtù che oggi i più eminenti studiosi del pianeta considerano un principio fondamentale affinché l’uomo (ormai non più solo quello occidentale) assuma coscienza del fatto di essere parte – come qualunque specie vivente – di una realtà ecologica più grande.
L’alternativa, avverte autorevolmente Gregory Bateson, è quella della rana messa a bollire nella pentola con acqua fredda: «Se si aumenta lentamente e gradualmente la temperatura dell’acqua nella pentola la povera rana non riuscirà ad accorgersi quando è arrivato per lei il momento di saltar fuori e finirà lessata».
Certo, come tutte le svolte etico-culturali, anche questa appare utopica e difficile da realizzare, ma ormai – e credo che nessuno ne abbia più dubbi – sta imponendosi come nodo centrale di qualsiasi agenda politica seria e responsabile. È un impegno cui nessuno può sottrarsi, ma mi piace sottolinearne la positività con il tono fiducioso di una frase che Armando Massarenti ha scritto recensendo un libro di Amartya Sen: «ogni cultura ha la possibilità di partecipare alla formazione di conoscenze (nuove) e all’affermazione di valori (nuovi) che hanno una portata comune (a più culture e genti), pur mantenendo le proprie caratteristiche particolari».
Vent’anni fa Alexander Langer tentava di rendere «socialmente desiderabile» quella che lui chiamava «la conversione ecologica» stilando un elenco di «virtù verdi che possono avere un loro peso anche nell’etica politica»: la consapevolezza del limite e, soprattutto, l’auto-limitazione; l’equilibrio; il pentimento; il privilegiare il valore d’uso al valore di scambio; il privilegiare la sussistenza rispetto al profitto, al mercato; l’obiezione di coscienza non basta lottare perché cambi il sistema, ma occorre anche rifiutare di apportare il proprio contributo anche coattivo, anche estorto con la legge e a volte anche con la violenza un po’ oltre la legge, che ci farebbe essere dei pezzetti di un ingranaggio»).
Da un paio di anni in Val d’Agri la rivista «Akiris» periodicamente propone ai suoi lettori considerazioni sulle problematiche legate alle attività estrattive, sulla programmazione negoziata, sullo sviluppo locale legato agli ambiti storico-culturali, sulle politiche per il Mezzogiorno… * In quella piccola e sorprendente valle dell’appenino lucano, all’interno di una regione meridionale considerata economicamente marginale, la convivenza tra sviluppo economico e rispetto ambientale è un tema concreto e quotidiano: in un fazzoletto di terra si concentra in maniera lampante gran parte delle attuali questioni globali, il cui fulcro spesso poggia sulla confusione (anche solo terminologica) tra “sviluppo” e “crescita”.
Alcuni mesi fa il direttore editoriale Enzo Vinicio Alliegro mi ha offerto la possibilità di occuparmi di un numero monografico che riflettesse sulla possibile compatibilità tra l
industria petrolifera e l’istituendo Parco Nazionale della Val d’Agri e Lagonegrese *. È così, dunque, che insieme abbiamo curato “Eco-sviluppo. Identità, linguaggi, politiche” (in Akiris, anno III, n. 6-7, 2007), pubblicato la settimana scorsa.
Si tratta di un numero doppio che tenta una sintesi di diversi “pensare” e che propone binari pluritematici con cui trattare e teorizzare il medesimo oggetto. Insomma, una sorta di meticciato scientifico tra economia, ecologia, geografia, diritto, storia, sociologia, scienze politiche, architettura, museografia, antropologia…
La complessità è affascinante, ma va decostruita e interpretata. Ed è così che dalle pagine di “Eco-sviluppo” emerge con chiarezza che il primato della infrastrutturazione del territorio come volano dell’economia locale è ormai relativizzato dall’influenza di molte altre variabili (spesso immateriali) che vanno dal bagaglio di saperi popolari alla ricettività delle innovazioni, dalla promozione della legalità alla rete associativa e di volontariato. In questo senso, l’identità (culturale e dei luoghi) rappresenta un valore patrimoniale che è in grado di incidere sullo sviluppo locale come qualsiasi altra risorsa: è attraverso la preservazione e il rafforzamento del cosiddetto “potenziale endogeno”, infatti, che il territorio può essere realmente “messo in valore”.

    PS:
1. La citazione iniziale di A. Cederna * è tratta dall’articolo “La natura è femmina, quindi va sottomessa”, apparso sul Corriere della Sera nel 1977. Il suo pensiero continuava con le seguenti parole: «Di qui l’esaltazione orgogliosa della violenza che l’opera dell’uomo esercita (anzi, “deve” esercitare) su ambiente, paesaggio, natura. Lo “sventramento” è stato per decenni in onore dell’urbanistica italiana, i monumenti sono stati “denudati” da quanto li ricopriva, via dell’Impero a Roma è stata esaltata perché “dritta come la spada di un legionario” (metafora trasparente), la terra vale solo se riscattata dall’onta di essere acquitrinosa e resa “feconda”, e via dicendo. Le stesse montagne sembrano esistere solo per essere “perforate” dai tunnel autostradali, nel migliore dei casi si cerca di assicurare che “l’ardito” viadotto non ha fatto “violenza” alla zona attraversata, e che la nuova strada “si insinua”, “si infila dolcemente” nel paesaggio».
2.
Le parole di G. Bateson * sono tratte da “Verso un’ecologia della mente”, 1972, *. Quelle di A. Massarenti sono apparse sul Sole 24 Ore del 3 settembre 2000 (il libro di A. K. Sen * cui si riferiscono è “La ricchezza della ragione. Denaro, valori, identità”, *). Per approfondire il “Catalogo di virtù verdi” proposto da A. Langer [*, *]: “Il viaggiatore leggero”, 1996, *.
3.
Credo che la prospettiva giusta sia quella
del “doppio sguardo”: una sorta di zoom sul locale e conseguente allargamento al globale. In questo senso, segnalo che qualche mese fa 2500 scienziati dell’Ipcc * (un organismo intergovernativo dellOnu) hanno pubblicato un rapporto di 1400 pagine intitolato “Cambiamento climatico 2007: impatti, adattamento e vulnerabilità”, secondo il quale nei prossimi anni rischieremo stravolgimenti ambientali sempre più difficili da controllare se non si limiteranno realmente gli effetti del surriscaldamento del pianeta a causa delle emissioni di gas serra. Per saperne di più si può consultare il sunto del rapporto (qui) o vedere “Una scomoda verità” di Al Gore e Davis Guggenheim (qui e qui).
4.
Del petrolio lucano accennai in un post qui sul Taccuino lo scorso gennaio: qui.
5. Se volete ricevere una copia di
Eco-sviluppo”, scrivete a questo indirizzo. Oppure consultatela direttamente on-line cliccando qui. In un caso o nellaltro, buona lettura. G.

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in ambiente, antidoti, letto-visto-ascoltato. Contrassegna il permalink.

10 risposte a Eco-sviluppo

  1. ggugg ha detto:

    Oltre all’elenco di chi ha lavorato alla realizzazione del film, i titoli di coda di “Una scomoda verità” presentano anche una serie di azioni con cui ognuno di noi può contribuire alla soluzione del riscaldamento globale. Le ricopio qui sotto, ma leggetele con questa colonna sonora, è I need to wake up di Melissa Ethridge:

    «Sei pronto a cambiare modo di vivere? La crisi climatica può essere risolta. Ecco come iniziare. Vai su http://www.climatecrisis.net.
    Puoi ridurre le tue emissioni di carbonio. Anzi, puoi eliminare del tutto le tue emissioni di carbonio.
    Compra elettrodomestici a basso consumo e fai altrettanto con le lampadine.
    Modifica il termostato (e il timer) per ridurre l’energia per scaldare e raffreddare.
    Adatta la casa al clima, migliora l’isolamento, verifica i consumi.
    Ricicla.
    Se puoi, compra un’auto ibrida.
    Quando puoi, vai a piedi o in bicicletta.
    Quando puoi, usa i mezzi pubblici.
    Di’ ai tuoi genitori di non rovinare il mondo in cui vivrai.
    Se sei un genitore, unisciti ai tuoi figli per salvare il mondo in cui vivranno.
    Passa a fonti di energia rinnovabile.
    Chiama la tua compagnia elettrica per sapere se offrono energia verde. Se non lo fanno, chiedigli perché.
    Vota per chi s’impegna a risolvere la crisi. Scrivi al Congresso. Se non ti ascoltano, candidati al Congresso.
    Pianta alberi, molti alberi.
    Fai sentire la tua voce nella tua comunità.
    Chiama le trasmissioni radio e scrivi ai giornali.
    Insisti affinché l’America congeli le emissioni di biossido di carbonio e si unisca agli sforzi internazionali per fermare il riscaldamento globale.
    Riduci la nostra dipendenza dal petrolio importato.
    Aiuta i coltivatori a produrre combustibili alcolici.
    Innalza gli standard di risparmio energetico.
    Richiedi meno emissioni dalle automobili.
    Se credi nella preghiera, prega che la gente trovi la forza di cambiare.
    Come dice un vecchio proverbio africano, quando preghi, muovi i piedi.
    Incoraggia chi conosci a vedere questo film.
    Impara quanto più puoi sulla crisi del clima.
    Poi metti in opera le tue conoscenze»

  2. targataNA ha detto:

    ciao giovanni, ti ringrazio moltissimo per l’utilissimo intervento ke hai lasciato sul blog. nel mio prossimo post sarò più che contenta di aggiungere un promemoria che riporti al tuo commento così che riceva l’attenzione che merita.
    viviana

  3. mpenzi ha detto:

    Io credo che la strada della valorizzazione o rivalorizzazione, inteso come recupero, delle identità (siano esse culturali o dei luoghi, materiali o immateriali)rappresenti l’unica percorribile per porre freno,riconvertire e prevenire i danni ambientali, sociali ed “umani”.Si tratta di ripartire “dal basso”, riscoprire un patrimonio che rappresenta un volano per una ripresa ecosostinibile, dove con eco intendo l’unione di ambiente ed uomo.
    Complimenti,come sempre.

  4. ggugg ha detto:

    Per questioni di studio, ieri ho ritrovato alcune testimonianze su Antonio Cederna che la rivista “Parchi” aveva pubblicato nel 1996 e nel 2006.
    In occasione della sua scomparsa, Tiziano Raffaelli descrisse Cederna come «il principale e più severo critico degli scempi tentati e sovente perpetrati ai danni del patrimonio storico, artistico e naturale di quello che amava definire il Belpaese» [QUI].
    Dopo dieci anni il suo ricordo era (è) ancora vivo e il figlio Giuseppe insieme a Vezio De Lucia ne hanno omaggiato la memoria con un lungo articolo [QUI], di cui evidenzio alcuni passaggi: «Ad un conoscente superficiale Cederna poteva dare l’impressione di un uomo scontroso, sempre scontento e pronto a protestare; in realtà la sua forza e importanza stava proprio nell’avere scelto di vivere secondo l’invito di Martin Luther King: “Fratelli, vi prego, siate sempre indignati”. […] La sua non fu mai una indignazione rassegnata, ma invece un continuo richiamo alla ribellione, alla protesta civile, alla speranza che le lotte ambientaliste avrebbero cambiato il comune senso del territorio e dell’ambiente […]. Una voce necessaria anche oggi, per non rassegnarci alla trasformazione di ogni cosa a merce e a valore monetario. […] Scrisse centinaia di articoli senza mai perdersi d’animo nonostante i processi, le accuse, le sconfitte ma anche le molte vittorie, perché, come scriveva, “compito del giornalista dovrebbe essere quello di aiutare la gente a rivendicare i propri diritti elementari… dare voce a chi si batte contro malgoverno, soprusi e speculazioni”. Devo a mio padre il malessere da scempio e la predilezione per il termine “pubblico”».

    Segnalo, infine, che l’altro giorno (27 settembre 2007), “la Repubblica” aveva nella sezione “Idee” un intervento di Al Gore intitolato “Il mio piano Marshall per salvare la Terra”. Ne estrapolo un brano, ma vi invito a leggere tutto l’articolo: QUI:
    «Se mi chiedete perché, vorrei spiegarvi per quale motivo penso che impegnarci a risolvere la crisi del cambiamento del clima possa di fatto essere la chiave che ci darà la capacità di affrontare con successo altre crisi di vario tipo, che si tratti di battaglie religiose o di lotta contro la povertà globale o di lotta all’Hiv/Aids o di altre ancora. Quando persone che hanno opinioni e punti di vista diversi, con alle spalle esperienze diverse, scoprono di avere un comune obiettivo incalzante, strettamente collegato alla loro sopravvivenza, trovano sempre la capacità di accantonare le loro differenze e di lavorare gli uni insieme agli altri. Lo abbiamo visto accadere più volte nel corso della Storia. Qualche volta in guerra, altre volte in tempi di pace.
    Ebbene: noi oggi siamo di fronte a un’emergenza. Il reverendo Martin Luther King Jr una volta disse: “Un’ingiustizia in un punto qualsiasi del mondo è una minaccia alla giustizia in ogni parte del mondo”. Oggi il riscaldamento globale e l’inquinamento che si aggravano e inaspriscono ovunque sono una minaccia per l’integrità del clima a ogni latitudine. Nessuno di questi casi difficili avrà mai una sola chance di essere risolto se non sapremo affrontare con successo questo problema» (Al Gore)

    PS: Viviana, Mpenzi, grazie.

  5. Eccardo ha detto:

    caspita… 🙂

    ma quanto scrivi, e quanto leggi!

    avere tempo di leggerti, con tutti i link.. :-((

  6. ggugg ha detto:

    Una mia amica mi ha regalato molto tempo. Ha letto il mio saggio sugli ecomusei all’interno di “Eco-sviluppo” e mi ha scritto una lunga, attenta e argomentata e-mail di commento. Abbiamo scambiato qualche opinione e poi le ho chiesto il permesso di pubblicare il suo pensiero, perché osserva con critica saggezza sia lo strumento ecomuseale (spesso un po’ retorico e ideale) che l’agonizzante sistema scolastico.
    Ok, meglio che lasci la parola a lei. È un ottimo spunto di riflessione e discussione.

    «Ma veniamo agli ecomusei e alla tutela ambientale in senso lato. Giustamente tu parli del ruolo della scuola; e, su di un altro versante, citi la trasformazione dei musei – diciamo così, tradizionali. Io però sono molto pessimista: nella scuola ho insegnato e in un museo ho fatto per diversi anni volontariato come sorvegliante alle sale; e la convinzione che ne ho tratto è che la scuola ha ormai rinunciato ad insegnare alcunché a chicchessia (e i colleghi che in essa sono rimasti mi confermano un ulteriore deterioramento delle sue funzioni), e che al museo la gente va – non sempre, certo; ma sempre più spesso – perché va di moda, perché è incluso nel pacchetto turistico, perché piove.
    Il problema di fondo, temo, è il degrado culturale generale di questo Paese: trovo che avesse ragione Nanni Moretti quando affermava che il B. ha vinto una volta per tutte vent’anni fa, quando con le sue televisioni ha cambiato l’Italia. Italia che è stata ben felice di farsi cambiare, visto che il messaggio era: ho tutto il diritto di fare i miei interessi, divertendomi e, possibilmente, a danno degli altri. Una studentessa la cui scuola aveva vietato i telefonini in classe, ha detto che lei il suo se lo porta lo stesso tra i banchi, perché cosa gliene importa del divieto: il telefonino è “il suo diritto”. Io credo che, per insegnare, si debba essere disposti a sforzare un po’ i ‘discepoli’: certo commisurando lo sforzo all’età e alle possibilità di ciascuno; tuttavia, abbassare il livello di insegnamento alla soglia inferiore, significa l’ignoranza generale. Ma il cliente ha sempre ragione; e poiché la scuola è ormai un’azienda, deve tener conto delle richieste della clientela. Così il museo: basti vedere le innumerevoli mostre pretestuose messe insieme senza alcun fine scientifico, solo per presentare qualche nome famoso o famosissimo, e staccare biglietti. Una mostra che sia conclusiva di un percorso di indagine, mettiamo, storico-artistica, con poche opere esposte ma con risultati di grande rilievo scientifico, non fa botteghino.
    Così, l’ecomuseo dovrebbe essere sostenuto da una popolazione non soltanto interessata alla sagra della polpetta (o del limoncello o del pesce di paranza), ma anche disposta a non farsi il piccolo abuso edilizio che, pure, le sarebbe tanto comodo; a non alzare alle stelle il volume dell’orchestrina che accompagna il torneo di burraco per gli anziani fino alle due di notte, anche se il torneo è tanto divertente e gli anziani socializzano; a non trasformare un intero paese in un luna park, anche se questo porta soldi a qualche società di trasporto privato.
    Tu vedi niente del genere a Sorrento? La crisi primo maggio è stata ampiamente digerita, e non se ne parla più. Anzi, come si è visto, tutto è ricominciato come prima. Certo, l’economia ha diritto ad ogni attenzione; le case per la gente che deve abitarci, occorrono pure; lo sviluppo turistico è cosa di grande importanza. Ma esistono anche paesi che cercano di salvare le capre insieme ai cavoli. Ho paura che a Sorrento questo non interessi che a pochi i quali, più che protestare, non possono».

    Cosa vedo a Sorrento? Beh, sempre più una bella città a metà tra Disneyland e un film di Alberto Sordi.
    Recentemente qualcuno ne ha fatto un video per YouTube. S’intitola Sorrento Is Burning e ha molte verità.

  7. ggugg ha detto:

    E vai!

    «For their efforts to build up and disseminate greater knowledge about man-made climate change, and to lay the foundations for the measures that are needed to counteract such change» [*]

    Premio Nobel per la Pace 2007 a

    – Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)
    – Albert Arnold (Al) Gore Jr.

    Dopo quello (bellissimo) a Wangari Muta Maathai nel 2004, un nuovo premio Nobel che riconosce l’impegno ecologista come fondamento della promozione della pace. Se non è un’indicazione politica questa!

  8. ggugg ha detto:

    Tra le pagine di “R2” di ieri (“la Repubblica”, 25 ottobre 2007) c’era un articolo di Francesco Erbani sul paesaggio italiano a rischio. Lo spunto è la denuncia di un gruppo di intellettuali che hanno sottoscritto un appello in cui si chiede una legislazione che tuteli di più, oltre che dei controlli più efficaci.

    QUANTO PAESAGGIO SI È PERSO IN ITALIA
    Francesco Erbani

    Duecentoquarantamila ettari ogni anno. Che moltiplicato per quindici fa tre milioni e seicentomila. Un territorio grande quanto Lazio e Abruzzo messi insieme. Ecco quanto suolo libero da costruzioni ha perso l’Italia fra il 1990 e il 2005. Le cifre danno noia, ma rendono meglio delle parole. Le fornisce l’Istat e le cita Vittorio Emiliani in un convegno organizzato questa mattina dalla Provincia di Roma e dal Comitato per la bellezza (“Paesaggio italiano aggredito: che fare?”, ore, 9:30, Palazzo Valentini).
    Il convegno vuole guardare avanti. Proporre strategie Ma intanto sono i numeri che danno la dimensione dell’espansione edilizia, che in Italia convive paradossalmente con un’allarmante emergenza casa. Si costruisce tanto, ma soprattutto abitazioni private, costose e in zone pregiate. Non si soddisfa un bisogno crescente e si aggredisce il paesaggio: fino ad alcuni anni fa prevalentemente quello costiero, ora quello dell’interno. Sempre, sulla base dei rilievi Istat, citati da Emiliani, si scopre che è la Liguria la regione che ha consumato più suolo in quei quindici anni: il quarantacinque per cento dell’intero suo territorio. Seguono la Calabria (ventisei), l’Emilia Romagna e la Sicilia (ventidue), la Sardegna (ventuno) , il Lazio (diciannove). La media italiana è diciassette, ma va aggiunto che dal calcolo è esclusa l’edilizia abusiva, che è ancora un dieci per cento di tutto quello che si costruisce, soprattutto nelle regioni meridionali.
    Una delle vie indicate dal convegno è quella di una legge che ponga un limite al consumo di suolo. È una prassi europea, spiega nel suo intervento l’urbanista Vezio De Lucia citando gli studi contenuti in “No Sprawl”, un libro curato da Maria Cristina Gibelli ed Edoardo Salzano (Alinea). Altre cifre: in Germania è in vigore dal 1998 una norma che ha fissato una soglia di trenta ettari al giorno, un quarto di quanto effettivamente si costruisse a quel tempo, vale a dire quarantaquattromila ettari l’anno che era pur sempre un sesto di quanto si costruisca oggi in Italia. La legge fu voluta dall’allora ministro dell’Ambiente, che si chiamava Angela Merkel. Più antica è la tradizione inglese. Racconta l’architetto Richard Rogers (in un’intervista al trimestrale “Terzo-Occhio”) «A Londra abbiamo avuto un incremento di popolazione di un milione di persone in dieci anni e non abbiamo toccato un solo metro quadrato di green field, la campagna intorno alla città». In Gran Bretagna, si è stabilito che per almeno il settanta per cento le nuove costruzioni devono sorgere riciclando aree urbane esistenti, per esempio ex stabilimenti industriali. «A Londra», aggiunge Rogers, «il sindaco Ken Livingstone ha portato la quota al cento percento».
    L’assalto al paesaggio ha condizioni politiche e finanziarie. L’urbanista Paolo Berdini ricorda che le entrate dei comuni italiani derivano, per una media del sessanta per cento, dall’Ici e dagli oneri che pagano i costruttori. Il che significa che per fare cassa i comuni trovano conveniente dare concessioni edilizie e sprecare territorio. Come? Per esempio a Roma «sono stati aperti ventotto grandi centri commerciali con superficie superiore a un ettaro». Poi ci si accorge che provocano paurosi intasamenti di traffico (accade per l’immenso insediamento chiamato Porta di Roma est, definito il più grande d’Europa) e allora si decide di costruire due corsie autostradali accanto a quelle già esistenti: «Chilometri di asfalto, altre migliaia di ettari di campagna romana cancellati».
    [*]

    Asor Rosa, Camilleri, Zanzotto, Rigoni Stern
    UN APPELLO PER FERMARE GLI SCEMPI

    «Salviamo l’Italia» si intitola un appello promosso dalla Rete toscana dei Comitati per la difesa del territorio coordinata da Alberto Asor Rosa. Il testo è firmato, fra gli altri, da scrittori (Andrea Camilleri, Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto), urbanisti (Edoardo Saltano, Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Paolo Baldeschi, Alberto Magnaghi, Bernardo Rossi Doria, Giorgio Pizziolo, Alberto Pizzati), architetti (Vieri Quilici), storici (Mario Torelli, Adriano Prosperi), storici dell’arte (Bruno Toscano, Bruno Zanardi), geografi (Francesco Vallerani), esponenti dell’ambientalismo e dei comitati (Ornella DeI Zordo, Benedetta Origo, Carlo Ripa di Meana, Gaia Pallottino, Nino Criscenti).
    Il paesaggio italiano, si legge, è stato aggredito. Colpa «di una legislazione troppo permissiva e delle carenze e debolezze delle strutture di controllo dello Stato; ma soprattutto degli orientamenti espressi dal ceto politico, anche da quello di centro-sinistra». Per questo dalla Toscana parte l’invito ad allargare la rete dei comitati che difendono il territorio, i centri storici. Occorre formare, si legge, «una rete delle reti, capace di essere interlocutore autorevole dei poteri locali e centrali» e che fronteggi «una vera e propria emergenza nazionale». «Solo ripartendo dal basso, solo difendendo il territorio in tutti suoi punti, solo unificando tutte le forze disponibili, sociali e intellettuali, si può pensare di affrontare e vincere questa battaglia di cittadinanza e di democrazia».

    ———————–

    Sono passate giusto 24h e sul numero odierno (26 ottobre 2007) dello stesso giornale c’è la notizia di un progetto urbanistico torinese che – se attuato – modificherà uno sky-line rimasto intatto dal XIX secolo.
    È prevista la costruzione della nuova sede della banca San Paolo Intesa. Nonostante la firma sia del grande architetto Renzo Piano, le preoccupazioni non mancano. Prima di tutto perché bisognerà cambiare il Piano Regolatore della città (e allora mi domando per quale motivo sia stato approvato), in secondo luogo perché come commenta l’architetto Augusto Cagnardi (coautore del prg torinese insieme a Vittorio Gregotti), “I grattacieli non sono prezzemolo, da distribuire a casaccio. Il rischio è che si trasformino nei salami di Jacovitti che crescono tra i piedi di Cocco Bill”.
    L’articolo, “Grattacielo più alto della Mole. Scoppia la polemica a Torino”, è di Ettore Boffano: qui.

    E dire che quest’anno ricorre il centesimo anniversario della nascita dell’indimenticabile Emilio Sereni (una nota biografica è su Wikipedia), ricordato la settimana scorsa da Piero Bevilacqua con un bellissimo articolo. Chissà cosa scriverebbe di tali notizie…

  9. ggugg ha detto:

    LA DIFESA DEL PAESAGGIO IN CINQUE MOSSE
    Vittorio Emiliani

    Stia attento il ministro Rutelli a prendere di petto i geometri perché il loro Collegio Nazionale poi querela per diffamazione. L’ha fatto col fotografo Oliviero Toscani e l’ha fatto col sottoscritto e col direttore del Tirreno, Bruno Manfellotto. Siamo stati tutti assolti, addirittura in istruttoria, da giudici i quali, per fortuna, hanno ritenuto tuttora prevalente il diritto alla libertà di espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione.
    Francesco Rutelli, attaccando Villettopoli e quella che viene definita «architettura geometrile», ha voluto in realtà porre sotto accusa un sistema di sviluppo edilizio diffuso, di qualità mediocrissima, che sta consumando, anzi divorando il paesaggio italiano più bello e integro, dovunque. Allora però il ministro per il Beni e le Attività culturali (visto che il ministro per la Tutela dell’Ambiente a questi problemi sembra poco interessato: batti un colpo, se ci sei, Pecoraro Scanio!) dovrebbe fornire alcune rassicurazioni di fondo. Lui e il governo di cui fa parte.

    1) il Codice per il Paesaggio, di cui si occupa la commissione Settis, non allenti, ma semmai stringa, le maglie della co-pianificazione Stato-Regioni rendendo i piani paesaggistici prescrittivi e non soltanto «di indirizzo», indicativi insomma, per i Comuni, restituendo invece un ruolo autorevole alle Direzioni regionali e alle Soprintendenze territoriali di settore con qualche significativo intervento positivo sugli organici del tutto insufficienti;
    2) il MiBAC non si lanci in accordi con le singole Regioni, che sviluppino quella linea di federalismo che porta alla distruzione di quel po’ di Stato residuo, e quindi di visione generale degli interessi del Paese, come prescrive tuttora (speriamo) l’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Della Nazione, sia chiaro. Le recenti proposte in merito della Regione Lombardia vanno quindi lasciate dove stanno: accoglierle o trattare al ribasso sarebbe follia.
    3) il MiBAC prescriva alle Regioni di attenersi alle sentenze, ormai numerose, della Corte Costituzionale (n.102/06 e seguenti), in base alle quali viene ribadita la sovraordinazione nella attività pianificatoria delle Regioni sulle Province e di queste ultime sui Comuni e quindi non praticabile la sub-delega ai Comuni della tutela paesaggistica, come avviene, ad esempio, in Toscana: Con una equiordinazione meccanica e coi disastri che sappiamo, avendo i Comuni una visione tutta «municipale» che li porta a privilegiare l’edilizia, l’Ici, gli oneri di urbanizzazione e quant’altro è subito spendibile per turare i buchi di bilancio, sacrificando il paesaggio, ritenuto un valore del tutto secondario. Le sub-deleghe alla tutela dalle Regioni ai Comuni erano già state fortemente criticate dall’allora ministro Giovanna Melandri alla Conferenza Nazionale per il Paesaggio. Basta rileggersi quegli utili testi.
    4) Il governo ripristini in Finanziaria il dispositivo della legge Bucalossi la quale vietava di utilizzare per la spesa corrente gli introiti da concessione edilizia (consentiti soltanto per spese di investimento), norma sciaguratamente cancellata Рe si capisce perch̩ Рda una Finanziaria berlusconiana. In questa forma i Comuni, per evitare un ulteriore indebitamento, scaricano la loro bancarotta sul paesaggio. Per sempre.
    5) Infine, il governo Prodi dia subito attuazione a quella parte del suo programma nella quale si propone – vista la disperante situazione italiana – un incisivo risparmio nel consumo di suoli liberi (spesso agricoli) alla maniera della Germania Federale (legge Merkel del 1998) o alla maniera del Regno Unito (legge Blair ispirata da Richard Rogers, del 2001) dove il 70 per cento delle nuove costruzioni deve sorgere su aree già edificate o comunque ex aree industriali e soltanto il 30 per cento su suoli liberi. Va recuperato il ddl De Petris per il paesaggio agrario. Va valorizzato il Patto del Chianti che prevede il bilanciamento fra terreni persi e terreni ricostituiti.

    Ho appena parlato bene di una situazione toscana e di altre vorrei parlare – come mi chiede il tenace e ciarliero assessore regionale alla «buona urbanistica» Riccardo Conti. Purtroppo non me ne offre molti motivi. La Toscana non è certo il peggio d’Italia *, l’abbiamo detto e ripetuto fino alla noia, ma, essendo stata resa bellissima per mano dei suoi contadini, mezzadri, proprietari, artieri, artisti, in epoca storica, è pure la più esposta a rampogne, nostre e altrui. E purtroppo, che nella regione più ammirata d’Italia sono nati 162 Comitati di protesta, che la magistratura si è mossa già più volte, che il paesaggio appare, a occhio nudo, in più punti ferito, son tutti fatti di cronaca, molto concreti. Nell’articolo uscito ieri su questo giornale Conti contrappone i dati sul consumo di suolo, certo consolanti, ricavati dal satellite, dati diversi da quelli più volte da me esposti e che però provengono dalle metodiche rilevazioni dell’Istat e dei suoi Annuari. Rilevazioni ufficiali, ufficialissime. Come la cartina, pure Istat, sulla densità di popolazione, che certo in Toscana, soprattutto in alta collina e nella spopolata Maremma, risulta più bassa. Come lungo la dorsale appenninica, come fra Emilia e Liguria, o all’interno di Sardegna e Basilicata. Ma nell’area fra Firenze, la Versilia, Livorno e Pisa distinguere fra città e campagna è sempre più arduo. Non per caso, nei permessi di costruzione (ultimo dato, 2003), la Toscana risulta al sesto posto, mentre è al nono posto per popolazione con una crescita modestissima nell’ultimo trentennio (+ 1,0 per cento). L’assessore ammette pure – fatto importantissimo – che i Comuni toscani considerano restrittivo ed eccessivamente «conservatore» il Piano di Indirizzo Territoriale appena varato in Regione. E poi però continua ad affidare a quegli stessi Comuni (che vogliono più cemento) la tutela del paesaggio. Strane contorsioni dialettiche dalle quali, alla fine, il Bel Paese esce a pezzi.
    In conclusione, al ministro Rutelli diciamo che, se desse attuazione ai punti sopraindicati, ci farebbe compiere i primi importanti, seri passi avanti – dopo i disastri del berlusconismo e di uno pseudo-federalismo costoso e lassista – avviando verso la salvezza un Paese che per ora sembra lanciato, di corsa, e in cambio di un’edilizia speculativa e d’accatto, all’autodistruzione. Anche turistica. Ma che colossale stupidità.

    (l’Unità, 16 novembre 2007, *)

  10. ggugg ha detto:

    Un Paese di santi, poeti, navigatori… e poi pagatori di tasse, allenatori di calcio, antirazzisti e ambientalisti. Tutto a chiacchiere, ovviamente.

    6 italiani su 10 «sono convinti che i cittadini debbano impegnarsi direttamente per contrastare i cambiamenti climatici», ma il problema è nella distanza tra questi bei principi e l’effettiva messa in pratica di stili di vita ecocompatibili. Lo dice un sondaggio de La nuova ecologia che verrà presentato al prossimo congresso nazionale di Legambiente (dal 29 novembre al 9 dicembre a Roma).
    Qualche altro dato interessante è:
    L’86,2% del campione dice di essere pronto ad effettuare la raccolta differenziata, ma poi solamente il 51,5 raccoglie separatamente carta, vetro, plastica e gli altri rifiuti.
    Il 72,5% si dice disposto a sostituire in casa le lampadine ad incandescenza con quelle a basso consumo, ma poi solo il 53,7 lo fa davvero.
    Il 36,3% dichiara di essere pronto a cambiare gli elettrodomestici con modelli energeticamente più efficienti, ma chi lo fa sul serio è solo il 26,8%.
    Il 59,1% è disposto a passare ai mezzi pubblici, ma chi realmente li usa è il 21,6%.

    (“la Repubblica”, 27 novembre 2007: qui)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...