L’Ottava Meraviglia del mondo

C’era una volta uno scaltro ma appassionato piccolo amministratore locale, animato da ottime intenzioni e grandiose idee di sviluppo per la sua terra e che da varie legislature invano tentava di smuovere la piattezza da gestione ordinaria su cui erano adagiati i suoi colleghi.
Un giorno, profittando della noia sopraggiunta con soporifere votazioni di bilancio e variazioni di spesa, riuscì a far approvare dall’assemblea decisionale, di cui era membro, il suo progetto di costruzione di un ponte tra il promontorio della Campanella e l’isola di Capri. Dalla sua prospettiva, quell’opera sarebbe stata la nuova straordinaria attrazione della Contrada delle Sirene: la caratteristica paesaggistica che, dopo i desueti terrazzamenti e le antiquate pagliarelle, avrebbe garantito ancora almeno un secolo di notorietà internazionale a questa terra, da lui stesso definita «benedetta dall’Onnipotente».
Per ambizione e splendore, quel progetto mise “ko” tutti gli avversari, i quali – dopo un primo momento di sbandamento – riorganizzarono le idee e presentarono una proposta ancor più mirabile: il congiungimento stradale di tutte le isole dell’arcipelago fino alla costa flegrea, in modo da realizzare il cosiddetto GRAP, il Grande Raccordo Anulare Partenopeo, che – secondo il suo principale estensore – per un indimenticabile week-end all’anno sarebbe diventato il più importante circuito urbano di F1 sul pianeta. In particolare, costui mostrò forte emozione quando si trattò di illustrare ciò che i firmatari consideravano il punto d’eccellenza del programma: il ponte a campata unica tra Capri ed Ischia, ovvero una stupefacente opera d’ingegneria mooolto più lunga di quella che certi potenti maschietti del passato volevano realizzare sullo Stretto di Messina. In un solo colpo, infatti, si poteva far impallidire il Principato di Monaco [*], le Florida Keys [*] e l’Akashi Kaikyo OŒ-hashi [*].
Dinanzi alla sontuosità di una tale risposta, i sostenitori del primo amministratore non s’intimidirono e rilanciarono la sfida sottolineando che «se una cosa va fatta, bisogna farla bene». Allora proposero la colmatura delle arcate previste dal gruppo precedente, così da realizzare una serie di dighe che, come per i polder olandesi, avrebbero permesso di conquistare enormi estensioni di terra al mare, su cui poi attuare ulteriori impareggiabili piani di sviluppo. In breve tempo l’intero fondale del Golfo di Napoli sarebbe stato prosciugato e poi livellato con il tradizionale metodo usato per i campetti parrocchiali, ovvero con le inesauribili scorte di immondizia che il cratere del Vesuvio non riusciva più a contenere, nonostante le frequenti esplosioni pirotecniche che vi si allestivano per glorificare santi, beati e mammasantissima.
Quell’immensa spianata situata in posizione baricentrica rispetto alla densa conurbazione napoletana abitata da milioni di persone, era ideale per la costruzione di parcheggi da centinaia di piani, centri commerciali, parchi di divertimento, cinema multisala, confortevoli alberghi capsulari d’ispirazione giapponese [*] e fantasmagorici casinò. Le spiagge, naturalmente, sarebbero state realizzate tutte all’esterno con finissima sabbia bianca importata da alcuni atolli del Pacifico, che per mezzo di tale colossale trasloco avrebbero beneficiato di nuova vita, sebbene con modalità diverse: come sottolineò con commozione il relatore, il loro destino era infatti drammaticamente segnato dal progressivo innalzamento degli oceani. Le conseguenze più preoccupanti, tuttavia, le avrebbero sofferte le popolazioni indigene che, costrette ad emigrare, rischiavano i più deleteri effetti della diaspora. Il piano napoletano, però, veniva loro in soccorso perché non si limitava agli aspetti ingegneristici e architettonici, ma ispirandosi a princìpi umanitari, prevedeva l’accoglienza e il progressivo inserimento nel mondo del lavoro dei profughi polinesiani, che infatti avrebbero beneficiato in prima persona dell’apertura di numerosi nuovi night club rivieraschi dove, tra una tarantella e un merengue, avrebbero allietato le serate dei turisti con le loro danze tradizionali (di cui, peraltro, non avrebbero perso memoria).
Dal lato opposto, con il prosciugamento del golfo, c’era da gestire il flusso d’acqua del fiume Sarno che sulla vecchia linea di costa si sarebbe trovato dinnanzi a un salto di decine e decine di metri. «Poco male – sottolineò un onorevole –, dall’alto dello scoglio di Rovigliano [*] potremo godere di uno spettacolo naturale ben più suggestivo di quello del Niagara: pensate, cari colleghi, alla straordinaria unicità di una cascata multicolore con tonalità di pomodoro inscatolato e cuoio solforano rallegrato da candide soffici schiume domestiche!».
A quel punto, presi dall’entusiasmo, tutti i consiglieri dimenticarono di essere avversari o alleati e cominciarono a suggerirsi a vicenda idee di dettaglio, fin quando risuonò imperiosa ma sconfortata la voce del primo propositore: «Signori, ma avete completamente stravolto la mia idea, noi non possiamo perdere le vie di comunicazione marittime, si tratta della nostra storia, della nostra identità, della nostra economia! Se andiamo avanti su questa strada il porto di Napoli scomparirà!». Tutti raggelarono e ci fu un momento di infinito silenzio. Ognuno colse la pertinenza di quell’intervento e gli occhi assunsero un’espressione smarrita, qualcuno dai nervi più fragili avvertì addirittura i sintomi di un attacco di panico: quel meraviglioso progetto rischiava di arenarsi su un particolare e svanire nel nulla così come era apparso in quel monotono giorno di burocratici adempimenti assembleari.
Dal fondo dell’aula, però, la vocina squillante di un sottosegretario improvvisamente destò di nuovo l’attenzione generale: «Gentili colleghi, a tutto c’è rimedio! Come abbiamo fatto a non pensare a Salerno? Ne potenzieremo lo scalo lungo la Costiera Amalfitana e collegheremo quest’ultima alla metropoli attraverso trafori e gallerie a scorrimento veloce sotto l’ingombrante catena dei Monti Lattàri, così da assicurare efficienza e ritmo agli scalpitanti scambi commerciali che tutto il globo desidererà compiere con NeoNapoli, quella che fin d’ora possiamo definire l’Ottava Meraviglia del Mondo: l’unico monumento umano visibile da Marte!». L’esaltazione esplose fragorosa come un gol al 90°: caos e baraonda s’impossessarono del severo emiciclo consiliare. Le schede di votazione si trasformarono in coriandoli fluttuanti, le cravatte si sciolsero, i documenti si arrotolarono in improvvisati megafoni con cui tutti intonarono a squarciagola “‘O sole mio”: «Le mucche lo muggivano, i cani lo abbaiavano, le pecore lo belavano, i cavalli lo nitrivano, le anitre lo quacqueravano. Erano entusiasti dell’inno che lo cantarono cinque volte di seguito, e avrebbero continuato per tutta la notte…» [George Orwell, “La fattoria degli animali”, *].

PS:
1. La storiella che avete appena letto è il soggetto di un fumetto che immaginai alcuni anni fa, ma che non ho mai realizzato (a proposito, se qualche disegnatore in ascolto è interessato mi faccia sapere). Mi è tornato in mente grazie ad un commento anonimo al post precedente.
2. Per la stessa ragione, nei giorni scorsi mi gironzolava in testa un passo in cui Eduardo De Filippo risponde a sua moglie più o meno in questi termini: «Tu ripeti sempre “è cosa ‘e niente, è cosa ‘e niente”, ma a furia di ripetere che è cosa ‘e niente, noi stessi siamo diventati cose ‘e niente».
3. «Chissà com’era quando l’aria si poteva respirare / e sentirla nei polmoni fino a farli scoppiare / ogni notte sogno sempre di nuotare / e sento il fuoco sulle labbra che ti lascia il sale» (Daniele Silvestri, “Marzo 3039”, nel disco “Prima di essere un uomo”, 1995). Qui il testo completo.
4. «…persino il Padreterno da così lontano / guardando quell’inferno dovrà benedire / quel che non ha governo / né mai ce l’avrà / quel che non ha vergogna / né mai ce l’avrà / quel che non ha giudizio» (Ivano Fossati, “Oh, che sarà”, nel disco “Dal vivo – Vol.3”, 2004). Qui il testo intero, che è la traduzione di un indimenticabile brano di Chico Buarque apparso per la prima volta nel disco “Meus Caros Amigos” del 1976. Due magiche versioni live sono quelle di Fiorella Mannoia accompagnata al pianoforte da Nicola Piovani [qui] e quella di Fiorella con lo stesso Chico Buarque [qui].
5. Ce ne sono di cose inutili al mondo, ma poche come le varie classifiche delle Sette Meraviglie: ex e neo.
6. L’obbligatorio sound del GRAP non può che essere questo.
7. Siccome la realtà supera spesso la fantasia, tengo a precisare che i protagonisti di questo racconto burlesco sono frutto della mia fervente immaginazione, per cui ogni eventuale similitudine con personaggi reali è puramente casuale. I fatti narrati, invece, sono l’estremizzazione parodistica di un inarrestato (e, a quanto pare, nemmeno rallentato) decennale processo di cementificazione del territorio in cui abito, che non condivido in nessuna delle sue più varie e ipotetiche motivazioni e/o giustificazioni.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a L’Ottava Meraviglia del mondo

  1. ggugg ha detto:

    Eh, la passione per le mappe…

  2. PasqualeP ha detto:

    Sono andato a ripescare un libro di qualche anno fà dal tono molto simile a quello del tuo post.
    L’autore si chiama Lucio Rufolo, un medico di Contursi che però lavora a Napoli. La “summa” è del 1989 (Leonardo Ed.) ed il titolo alquanto esplicativo è: “I Grandi Progetti per la Trasformazione del Mezzogiorno”.
    Te ne anticipo l’indice della parte seconda (e ti confesso rileggendo quà e là si ha il terrore che a volte la realtà abbia già superato la fantasia):

    I Il riassetto del territorio.

    -La Regione Lombardia-Molise
    -L’Autoparco Nazionale D’Abruzzo
    -I Paesi Bassi D’Italia
    -La pari dignità delle località turistiche
    -Staffette turistiche
    -Il Canton Irpino
    -Materan Stoner Clinical Center
    -“Il mio grottino”
    -Il Vallo pluristorico
    -L’Intercity dell’Osso
    -Trullificazione di un grande insediamento urbano pugliese
    -Fiordizzazione della Costiera
    -Il Tiro Mancino
    -La Grande Università dell’Aspromonte
    -La ruota panoramica sullo stretto di Messina

    II Il caso Napoli

    -Da centro storico a centro geografico
    -La resa dei conti
    -La riffa condominiale
    -Gondole a Marechiaro
    -Le strade alterne
    -Scivulì Scivulà
    -La Sub-Caracciolo
    -Il tram disneylandiano
    -Il Grande Sciacquone
    -Bagni d’acciaio

    III Pensare in grande

    -Lo Scudo Spaziale Atlantico
    Il Grande Magnete.

  3. ggugg ha detto:

    Wow, che colpo, Pask!
    Raccontami/ci di questo libro, di che si tratta?
    Un altro innocuo visionario o un pericoloso coscienzioso?

    Come accade spesso, anche il raccontino qui sopra l’ho scritto pendolando in Circumvesuviana e nei giorni scorsi, mentre fantasticavo sul dibattito consiliare che avete letto, ripensavo al “Dottor Stranamore” di Kubrick e alla delirante cavalcata del generale Jack D. Ripper sulla Bomba, che nonostante le devastanti conseguenze per l’intera umanità, lui vorrebbe ugualmente sganciare contro i nemici che cospirano per inquinare le riserve d’acqua potabile.

    Ora, però, dopo aver letto della “Fiordizzazione della Costiera” di Rufolo, chissà quale altro visionario futuro m’inventerò pur di esorcizzarlo…

  4. Eccardo ha detto:

    hai un’immaginazione… grottesca 🙂

  5. ggugg ha detto:

    PIANO CASA
    “Ciò che mi fa paura non sono le vostre idee e le vostre ragioni, ma è la vostra ignoranza”

    (Ogliastro Marina, SA, 13 ottobre 2007, sul mio Flickr)

    Corriere della Sera, 20 marzo 2009, QUI

    In cinque anni già dati permessi per 94 milioni di metri cubi
    IL VENETO E IL PIANO INUTILE: CASE SUFFICIENTI FINO AL 2022
    Negli anni Ottanta si costruivano 10 milioni di metri cubi di capannoni, saliti fino a 38 milioni nel 2002

    di Gian Antonio Stella

    MILANO – Tirar su l’equivalente d’una palazzina di tre piani alta dieci metri, larga 10 e lunga 1.800 chilometri può davvero rilanciare l’Italia «nel pieno rispetto dell’ambiente», come dice Claudio Scajola? In un paese dove solo lo 0,97% degli abusi «non sanabili» è stato demolito? Auguri. Tanto più che una regione simbolo qual è il Veneto, stando a uno studio universitario, ha già oggi tante abitazioni e cantieri aperti da soddisfare la domanda di case, onda immigratoria compresa, fino al 2022. Se poi dovesse calare l’immigrazione, fino al 2034. Quando l’oggi giovanissimo Pato sarà già in marcia verso la cinquantina.
    Prendiamo la tabella dei metri quadri a disposizione oggi degli europei. Ogni italiano ha in questo momento 36,3 metri quadri di casa. Cioè quasi il doppio di un ceco o di un ungherese, più o meno quanto un francese o uno spagnolo (che vivono in territori enormemente più vasti), un po’ più di un greco o di un belga. Davanti a noi stanno più comodi i tedeschi (41,3 metri quadrati a testa), gli svedesi (43,6) gli olandesi (48,3), gli austriaci (50,4), i danesi (53) e gli inarrivabili abitanti del Lussemburgo, uno staterello urbanizzato che svetta con 62,7 metri pro capite, ma per la particolarità e dimensione non andrebbe manco messo nel mazzo. Si dirà: «Visto? Siamo nella media». Vero. Tutti gli europei che hanno case più grandi, però, hanno due caratteristiche. O godono di spazi molto maggiori dei nostri, come gli austriaci che hanno il doppio di territorio pro capite di noi o gli svedesi che ne hanno quasi il decuplo. Oppure, a differenza di noi che abbiamo il 33% della superficie montagnosa e forestale, vivono in territori molto più pianeggianti, quali i tedeschi, gli olandesi o i danesi, il cui cucuzzolo più alto, il Moellehoi, svetta a 170 metri e 86 centimetri sul livello del mare.
    Per capire quanto pesino queste differenze basta rileggere gli atti di un seminario di qualche anno fa promosso tra gli altri dalla allora presidente provinciale leghista Manuela Dal Lago sul consumo del suolo in una delle province forti dell’Italia, Vicenza. Seminario dal quale emerse che l’uomo, in tutta la sua storia, aveva occupato dall’età della pietra ai primi anni Cinquanta 8.674 ettari. Per poi occuparne, nell’ultimo mezzo secolo, molto più del doppio: 19.463. Una colata di cemento che ha stravolto la campagna descritta da Goffredo Parise e Luigi Meneghello fino al punto che il calcolo della «impronta ecologica» (un indice che attraverso sistemi complessi misura il livello dei nostri consumi) ogni vicentino si ritrova oggi a disporre di poco più di tremila metri quadri di territorio, ma ne consuma per 39.000.
    Una scelta obbligata per uscire da secoli di fame, miseria, emigrazione? In parte, se è vero che nella seconda metà del Novecento l’aumento della popolazione non ha superato il 32% e la superficie urbanizzata è aumentata dieci volte di più: 324%. Un’accelerazione spettacolare, ma accompagnata da contraccolpi sul paesaggio, sull’inquinamento, sulla viabilità. E addirittura accentuata nell’ultimo decennio del Novecento con un aumento della popolazione del 3% (52 mila abitanti in più dei quali 37 mila immigrati) e un’impennata dell’edilizia abitativa del 13%. Per non dire della parallela impennata industriale che, seminando dubbi perfino fra i più eccitati esaltatori del mitico Nordest, portò a un dato paradossale: ogni neonato vicentino arrivato nel decennio si ritrovava in dote un blocco di 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Il tutto distribuito non uniformemente, ma quasi sempre in pianura. Esattamente come nel resto del Veneto dove, tolti quelli di montagna e larga parte di quelli collinari, i 444 comuni adagiati nell’ormai ex campagna hanno quattro o cinque aree industriali ciascuno se non, in certi casi, otto o nove.
    Il prezzo? Elevatissimo, rispondono gli esperti: ogni miliardo di euro di crescita reale in più sarebbe costato un consumo di mille ettari di campagna. Il che significherebbe, appunto, che se avesse ragione il ministro Scajola a sostenere che il «piano casa» può mettere in moto 60 miliardi di euro, questo porterebbe a occupare come minimo 60 mila ettari di territorio con l’equivalente in cemento d’un mostro come quello calcolato all’inizio. Ne vale la pena? Mah… Una ricerca di Tiziano Tempesta, ordinario del Dipartimento Territorio dell’Università di Padova, lascia qualche perplessità. Almeno nel Veneto. E non solo sul piano dell’ambiente, del paesaggio, delle margherite e delle violette.
    Spiega il professore che non solo una nuova colata di cemento rischia di dare il colpo di grazia a una pianura dove negli anni Ottanta si costruivano mediamente 10 milioni di metri cubi di capannoni l’anno saliti via via fino a una mostruosa quota di 38 milioni nel 2002, tirati su spesso solo per approfittare della Tremonti Bis e oggi malinconicamente vuoti. Ma che la case a disposizione sono già più che abbondanti. Se è vero che lo standard di riferimento per ogni programmazione di questi anni è stato di 120 metri cubi per abitante (cioè 40 metri quadri: quattro più dell’attuale media nazionale), «tra 2001 e 2006 sono state rilasciate concessioni edilizie per nuove abitazioni o ampliamenti per un volume pari a 94,6 milioni di metri cubi» contro un aumento della popolazione intorno all’1% l’anno. Risultato: sono già state costruite in questi anni «abitazioni sufficienti a dare alloggio a circa 788.000 persone». Il triplo delle 243.000 in più (in buona parte straniere) registrate.
    Morale: se anche proseguissero (difficile, di questi tempi) gli «elevatissimi tassi d’immigrazione degli ultimi anni, le concessioni edilizie» già rilasciate saranno «sufficienti a soddisfare la domanda di case per i prossimi 13 anni». Con un tasso immigratorio ridotto a quello (che già era alto) degli anni Novanta, basterebbero per altri 25. Fino, appunto, al lontano 2034. Non basta. Nello studio di Tempesta si sottolinea una contraddizione che farà drizzare le orecchie a diversi: negli ultimi anni di risacca segnati da un calo del manifatturiero del 5,6%, «uno dei motori dell’immigrazione è stato il boom edilizio: il 65% dei nuovi posti di lavoro creati nel Veneto dal 2001 al 2006 ha riguardato il settore delle costruzioni».
    Non basta ancora: «Analizzando i dati Istat sul rilascio di concessioni edilizie e sul valore aggiunto del settore costruzioni, si può stimare che nel Veneto, per aumentare dell’1% il prodotto interno lordo, sia necessario realizzare ogni anno non meno di 6,5 milioni di metri cubi di abitazioni, pari a una capacità insediativa aggiuntiva di circa 55.000 abitanti». Irreale, secondo i demografi. Tanto più se qualcuno puntasse a 55 mila neonati di «pura razza Piave». E allora? Allora «non sembra plausibile che, in una situazione di crisi del credito e di eccesso di offerta di abitazioni» la faccenda possa tradursi davvero in un affare. Se poi ci mettiamo anche le ferite che rischiano di essere inferte al patrimonio artistico e monumentale che è il tesoro dell’Italia…

  6. ggugg ha detto:

    Ieri sera a “Che tempo che fa” il filosofo Roberto Peregalli ha espresso una riflessione sulla “Ricostruzione” (qui) durante la quale ha pronunciato, tra l’altro, queste parole:
    «Trovo che sia da salvare tutto ciò che è costruito prima del 1900 di nessuna importanza artistica. È come se oggi non si tutelassero le persone se non sono ricche. Allora, se sono ricche le tuteliamo, le osanniamo; se sono povere chi se ne frega e succede quel che succede. La stessa cosa va fatta per i luoghi. I luoghi che non hanno un passato glorioso, non per questo sono meno interessanti. Sono molto più interessanti, a volte, certe cascine o certe case povere che non certi monumenti firmati. Oggi, siccome tutto quello che è firmato è legato alla sovrintendenza e quindi è tutelato; tutto quello che non è firmato può essere destinato a scomparire. Questa cosa andrebbe difesa con le unghie e coi denti».

    Segnalo, inoltre, un articolo di Salvatore Settis pubblicato su “La Repubblica” di sabato 21 marzo 2009:

    CON IL PIANO-CASA A RISCHIO ANCHE GLI EDIFICI STORICI
    Il “decreto del cemento” prevede il silenzio-assenso delle sovrintendenze

    di Salvatore Settis

    Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un´irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti “Misure urgenti per il rilancio dell´economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”.

    Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la “bolla edilizia” (housing bubble) che ha duramente colpito l´economia americana l´anno scorso. Secondo l´analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l´eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l´esser tanto alto da trascinare l´intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.
    L´Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent´anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l´esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la “bolla immobiliare” nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall´ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l´economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s´intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell´attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L´arcaica superstizione secondo cui l´unico investimento sicuro è quello del “mattone”, comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l´economia del Paese.
    L´intento di fornire al “partito del cemento” una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l´altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l´altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell´economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.
    Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell´Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l´essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell´intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null´altro è che un ballon d´essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell´art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?

    PS: consiglio cinematografico di Peregalli che seguirò quanto prima: “Still life” di Jia Zhang-ke (Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2006).

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