Roghi nella notte

«Il palazzo della nettezza urbana lo impressionò: enorme e moderno, conteneva un gran numero di impiegati d’alto livello, esclusivamente impegnati in lavori d’ufficio. La spessa moquette, le costose scrivanie di legno massello, gli fecero ricordare che la raccolta dell’immondizia e la gestione delle discariche, dopo la guerra, erano diventate uno degli affari più importanti di tutta la Terra. L’intero pianeta aveva cominciato a disintegrarsi, trasformandosi in ciarpame, e per mantenere il pianeta abitabile da parte della popolazione superstite, di tanto in tanto la spazzatura andava portata via… altrimenti, come piaceva dire a Buster Friendly, la Terra sarebbe morta sotto uno strato – non di polvere radioattiva – ma di palta» (Philip K. Dick)

La fiamma che sta incendiando le notti di questa primavera napoletana è rabbiosa, in qualche modo disperata come quella dei roghi delle notti parigine dell’autunno 2005.
Un anno e mezzo fa, auto dopo auto, le banlieue francesi andarono letteralmente a fuoco. Molti osservatori considerarono quell’evento come un’emergenza dovuta alla convivenza interetnica e qualche paranoico addirittura volle vederci la strategia di fantomatici gruppi terroristici di matrice islamica [*]. In realtà non fu altro che la fragorosa deflagrazione di un malcontento delle periferie che da anni – nel silenzio generale – si manifestava con regolarità ogni fine settimana. Il multiculturalismo francese, dunque, non c’entrava nulla, se non ad un secondo livello di complessità. Al di là del fatto contingente (due adolescenti morti all
interno di una cabina elettrica dove s’erano nascosti perché, pare, inseguiti da una pattuglia di polizia), la ragione vera di quella rivolta era (ed è) da cercare nell’assoluta mancanza di prospettive di una generazione schiacciata dalla “diségalité” che incide – di fatto – su chi vive nello squallore di una periferia.
Anche a Napoli le fiamme ci sono da anni, quelle che con altrettanta regolarità vengono appiccate ai cassonetti e che l’indifferenza istituzionale bolla con la solita etichetta del vandalismo giovanile. Ora che, però, il numero dei roghi è notevolmente aumentato, si dice che «la situazione è tragica» [*]. I giornali scrivono che è frutto dell’esasperazione dovuta all’«emergenza rifiuti» e gli stessi cittadini rispondono che gli incendi sono l’unica soluzione alla «puzza». Nel frattempo autorità, vigili del fuoco ed epidemiologi invitano i piromani a fermarsi perché la diossina [*] sprigionata è ancor più pericolosa dell’immondizia putrescente ai bordi delle strade. Tuttavia, pare che nessuno voglia ascoltare e, implacabilmente, i roghi aumentano notte dopo notte.
Sono dell’idea che i napoletani non siano così irresponsabili da preferire una nube tossica ad una semplice puzza, per quanto nauseabonda.
Credo, piuttosto, che i napoletani di certi quartieri e di buona parte dell’hinterland siano a pezzi Noi abbiamo le peggiori periferie
dEuropa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. È solo questione di tempo», disse Romano Prodi riguardo i moti francesi [*]). I cumuli d’immondizia sono solo l’ultimo segno evidente di cosa significhi abbandono, assenza dello Stato. Le Istituzioni non possono essere presenti solo se c’è da reprimere con blitz o se c’è da raccogliere i cocci, se bisogna inaugurare un palasport che non entrerà mai in funzione o se si deve celebrare un anniversario delle forze armate. Lo Stato a Napoli è come nei cosiddetti Paesi del Terzo Mondo: una finzione.
È per tale motivo che nei roghi delle ultime notti io leggo molto altro.
Come quello francese, anche questo fuoco riduce tutto a zero, cancella, elimina ogni dislivello, rade al suolo l’ordine costituito ma non condiviso. È un fuoco che intende bloccare l’ingranaggio dei privilegi e ridurre in cenere il superfluo in cui stiamo affogando. In questo senso è un fuoco purificatorio che arde ben oltre le montagne di sozzura.
Il senso sociale – il rapporto degli uni con gli altri – ha bisogno, per svilupparsi, del senso politico, cioè del pensiero dell’avvenire, delle finalità. Se ciò manca – e a Napoli la fiducia è venuta meno da tempo – allora non si prova più alcun interesse e si è disposti a distruggere ogni cosa.
Tuttavia una speranza a questa forma di violenza, che comprendo ma – sia chiaro – non giustifico, c’è: considerare tali avvenimenti come uno scossone che smuova il Sistema, come un colpo di vento che scuota i rami più alti dell’albero prima che lo avvolgano le fiamme.

«Prendiamo al tramonto una strada qualunque di Napoli, tanto portano tutte là: nella sala d’aspetto dell’inferno. È dove sparire fra le fiamme e sprofondare nei suoi avanzi. Bruciano vie luride. E poi fumano. Per ore o anche per giorni. Tutto diventa marcio e il cielo si accende di rosso. Scappano persino i sorci da quei quartieri che sono uno attaccato all’altro, uno dentro l’altro» (Attilio Bolzoni)

    PS:
1. La citazione iniziale di P. K. Dick è tratta da “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (1968) [*], meglio noto come “Blade Runner”, da cui Ridley Scott nel 1982 ha tratto un celebre e indimenticabile film [*] con Harrison Ford (il trailer su YouTube). Cosa intendeva Dick per “pecore elettriche”? Chissà, ma è il nome che Scott Draves ha poi dato alla sua invenzione.
2. La citazione finale di A. Bolzoni è tratta dal suo reportage “A Napoli nella notte dei roghi” pubblicato su «la Repubblica» di ieri, qui. Ma vale la pena anche questo passaggio: «È peggio di un’alluvione. È quasi peggio di un terremoto questa catastrofe annunciata che proprio come il terremoto ha portato soldi e fatto campare centinaia di migliaia di napoletani. Da tredici anni ci hanno campato tutti con la «munnezza». E hanno fatto mangiare. Destra. Sinistra. Centro. Governatore dopo governatore. Da Rastrelli a Losco e da Losco a Bassolino. Ci hanno campato alla grande. Progettisti, ingegneri, portaborse, lavoratori socialmente utili, burocrati. È stata una manna questa immondizia di Napoli per Napoli. Sei commissari straordinari nominati dal 1994, quasi 2 miliardi di euro scialacquati, un’«emergenza» che ha fatto arricchire in tanti. Gli imprenditori che studiavano piani speciali per lo smaltimento o per i termovalorizzatori che non hanno mai costruito. Esperti ricompensati con lautissime prebende. Nullafacenti e pregiudicati sistemati in consorzi e ditte fasulle, raccomandati a 1700 euro al mese per stare chiusi in ufficio e non sollevare neanche una carta. Una macchina mangiasoldi. Dai 110 mila euro di nove anni fa per far funzionare uno di quei consorzi ai 2 milioni e mezzo di oggi per mantenere tutti quei funzionari, le loro auto blu, i loro privilegi. È l’altra spazzatura di Napoli. Quella che sta per far precipitare la città nell’imbarbarimento più feroce. Ogni sacchetto di immondizia mai raccolto in questi ultimi tredici anni si è trasformato in un «gettone», in uno studio ben remunerato, in un regalo o in un favore. Fino a quando la «munnezza» è diventata tanta, troppa. E si è presa la sua rivincita su chi l’ha fatta crescere, spandere dal mare fino alle pendici del Vesuvio» (qui una
vignetta sarcastica, ma efficace).
3. Nei giorni dei tumulti nelle banlieue, Marc Augé era a Napoli per presentare un suo libro. Durante l
’incontro alla Feltrinelli le domande del pubblico naturalmente toccarono anche l’attualità. Lui rispose con pacatezza e concluse con queste parole: «Ora, è bene che la tensione e le violenze calino, ma è importante anche che non cali il silenzio: il silenzio è la condizione peggiore, è il vero pericolo che corrono le banlieue».

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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14 risposte a Roghi nella notte

  1. PasqualeP ha detto:

    (…)
    Jack tries to got up. Marla helps him.
    MARLA: Who did this to you?
    JACK: I did, I think. But, I’m okay…I’m fine…
    Massive explosion…the glass walls rattle…Jack and Marla look out of the windows: a building explodes, collapsing upon itself. Then another building implodes into a massive cloud of dust.
    Jack and Marla are silhouetted against the skyline…
    (…)
    FADE TO BLACK:
    The End

    Tratto da “Fight Club the original screenplay by Jim Uhls” basato sulla novella di Chuck Palahniuk.
    (Libro omaggio edito dalla Fox e allegato a un numero alla rivista Total Film Magazine del 2000)

    N.B. l’idea per questo commento è del Gugg stesso, ma io avevo il libro.

  2. ggugg ha detto:

    CHE ERRORE NASCONDERE LA CRISI
    Antonio Filippetti

    Le similitudini e gli accostamenti culturali per la città di Napoli, come tutti sanno, si sprecano davvero. Se volessimo farne un inventario, sia pure provvisorio, il lavoro sarebbe sicuramente lungo e affascinante:-dal luogo dove nessuno deve sentirsi triste della mitologia greca fino alla carta sporca della canzone di Pino Daniele, questo “voyage” antropologico presenta un repertorio di definizioni vastissimo.
    Le recenti vicende metropolitane ci fanno pensare all’episodio, anch’esso notissimo, del “Titanic”, laddove una parte dei passeggeri si divertiva ballando mentre la nave iniziava ad affondare e conseguentemente un’altra “porzione di umanità” cominciava a perire tragicamente. Forse anche questa immagine sembrerà agli occhi di molti non del tutto insolita ed originale, anche perché il “vascello Napoli” è inclinato verso il fondo non certo da ora. Ma in verità ciò che più suggestiona e stupisce è il fatto che una parte non proprio secondaria per numero e qualità intellettuale dei nostri concittadini mostra ancora di credere non si sa fino a che punto in buona fede alle “sorti magnifiche e progressive” e probabilmente ancora si illude di poter non solo risalire la china, ma addirittura risanare il tutto. È un’aspirazione sicuramente nobile, una specie di accanimento terapeutico, una testarda, cocciuta persuasione di poter sanare i mali della città e forse anche di trasformare gli episodi negativi in altrettanti momenti positivi. Il nuovo (il nuovo vero, beninteso) non lo si troverebbe, secondo la splendida definizione baudeleriana, “au fond du gouffre”, vale a dire in fondo all’abisso dove tutto è davvero consumato, ma rinascendo (o tentando di rinascere) utilizzando finanche resti asfittici e residui incancreniti, zavorre opprimenti e macigni velenosi.
    E allora assistiamo anche a quelle che sembrano più che altro fiction e telenovele da terzo e quarto mondo. Se ad esempio registriamo che il nostro massimo teatro (che è anche il più antico d’Europa) non riesce a svolgere una sia pur minima ed accettabile programmazione, ci viene subito ricordato, a mo’ di contraltare, che quest’anno riavremo la gloriosa Piedigrotta; se la città è sommersa da tremila tonnellate di spazzatura ed è ai limiti del collasso epidemiologico si fa notare che oltre sessantamila bersaglieri sono stati felici e orgogliosi di soggiornare per ventiquattr’ore sulle sponde di Partenope (ma quante altre tonnellate di rifiuti hanno prodotto?); se si continua poi a morire a ritmo impressionante sui cantieri spesso abusivi e malavitosi, ci viene ricordato che presto riavremo la squadra del cuore in serie A (con qualche novello Maradona); se non si può disporre di un decente servizio di polizia urbana (ne ha parlato di recente anche “Report”) si controbatte subito che i napoletani sono fieri delle loro domeniche ecologiche. L’elenco di tali contrapposizioni e davvero copiosissimo e potremmo continuare certamente a lungo, se si pensa pure ai tanti premi che ancora continuiamo ad organizzare ed “attribuirci”, compreso ahimè, quello che porta il nome della città.
    È vero: non bisogna buttare tutto amare, poiché si rischia di gettare anche il bambino con l’acqua sporca e si cade nella retorica del qualunquismo. Ma non sarebbe più giusto dire una buona volta come stanno le cose? Se la casa brucia (e sia ben chiaro che nessuna di noi è davvero incolpevole), ha senso tentare di nascondere anche il fumo dell’incendio? O siamo diventati davvero così incoscienti (e insensibili) da non riconoscere nemmeno più quello che ci gira intorno? Anziché vivere di promesse e di annunci, sarebbe forse il caso di dire (di dirci) che la barca sta affondando, perché un’epoca è davvero finita per sempre e che soltanto “dopo”, quando cioè avremo preso coscienza di stare sul fondo, possiamo ricominciare a salire. Questo compito di verità potrebbe essere la “mission” delle future (future?) classi dirigenti.

    (la Repubblica – Napoli, venerdì 1 giugno 2007)

  3. ggugg ha detto:

    L’IMMONDIZIA SPOT PLANETARIO
    Domenico De Masi

    Un sistema è in crisi irreversibile non quando è privo di risorse ma quando, pur avendolo, non è in grado di metabolizzarle. L’immondizia, per quanto possa sembrare strano, è una risorsa. Quella spazzatura che, ieri, era sulla prima pagina del “New York Times”. Una risorsa: gli involucri dei cibi consumati negli Stati Uniti valgono quanto tutti i cibi consumati in India.
    Napoli sta facendo il massimo per dimostrare che la sua crisi è irreversibile. E lo sta facendo nel modo più efficace sul piano comunicativo. La nostra città consuma più di quanto produce. Il completamento di questa equazione sono il lavoro nero e i guadagni illeciti della criminalità organizzata. Tutto ciò è ottenuto tramite una sotto-utilizzazione forzata del cervelli sani e una sovra-utilizzazione forzata dei cervelli malati, secondo una specie di legge di Gresham per cui l’intelligenza cattiva scaccia quella buona. Continuando in questo circolo vizioso si incontra la sotto-utilizzazione e lo spreco delle merci fino a sperperare quella merce rara e preziosa, perché carica di energia, che è l’immondizia. L’accumulazione e lo sciupio vistoso di questa merce amplifica l’immagine negativa che la città si porta addosso da secoli, affidata appunto alla sua sporcizia. Nell’immaginario collettivo del mondo intero, Napoli è una città sporca e triviale. Gli attuali cumuli d’immondizia sono il migliore spot pubblicitario di questa Napoli.
    L’effetto è tanto più dirompente in quanto, nell’attuale società postindustriale, vince la perfezione solo se totale. Il turismo, ad esempio, decolla solo dove sono perfetti gli alberghi e i tassisti, i ristoranti e i giornalai. Non essendo riusciti ad essere perfetti in tutto, a Napoli siamo riusciti ad essere in tutto imperfetti. Accanto ad un traffico caotico abbiamo accumulato l’immondizia; tra l’uno e l’altra, i camorristi sparano e gli scugnizzi rubano. Intanto l’intera popolazione è inviperita. Intellettuali fatui e rancorosi; professionisti approssimativi e obsoleti; sottoproletari vocianti e lerci. Confusione dominante per cui evaporano i confini tra bello e brutto, tra onesto e disonesto, tra vero e falso in un tripudio di perenne infantilismo. Il medico protagonista de “La peste” di Camus, quando finalmente il morbo parve debellato, se ne tornò nella sua casa meditando sul destino delle città e arrivò a concludere che i germi della peste non muoiono mai e che, prima o poi, la peste risveglia i suoi topi per mandarli a morire in una città felice. Dunque, a Napoli non c’è più nulla da fare? Tutt’altro.
    Niente è più esaltante che risuscitare un malato terminale. Un solo medico non basta. Ci vuole una équipe interdisciplinare composta da quei pochi che hanno ancora «la mente fredda e il cuore caldo», come diceva Vitti. Cioè una mente che abbia la lucidità per sondare spietatamente i difetti della città fino ad odiarli. E un cuore che smetta per sempre le note del melodramma e non indugi sulle idee che non meritano di essere amate.

    (la Repubblica – Napoli, venerdì 1 giugno 2007)

  4. ggugg ha detto:

    Su “la Repubblica” di oggi (mercoledì 6 giugno 2007), tra le lettere al giornale:

    SE A NAPOLI LEGGESSERO I VIAGGI DI GOETHE
    Filippo Senatore

    Se i napoletani leggessero il Viaggio in Italia di Goethe, (prima che a qualcuno venga in mente di metterlo all’indice come in Polonia) imparerebbero molto.
    «Un numero rilevantissimo di persone, – scrive Goethe – in par t_e uomini’ di mezza età in parte ancora ragazzi, quasi tutti straccioni, sono occupati a trasportare sugli asini la spazzatura fuori della città.
    La campagna che circonda Napoli è tutta un immenso orto è un piacere osservare l’incredibile quantità di verdura che vien portata in città tutti i giorni di mercato e come l’industria umana riporta poi alla campagna i rimasugli e i rifiuti della cucina, per accelerare lo sviluppo della vegetazione. Dato il gran consumo di legumi, i torsoli e le foglie dei cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell’insalata, dell’aglio, costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può. Due grandi canestre pieghevoli appese sul dorso di un asinello vengon riempite per quanto ce ne sta non solo, ma in modo da ammonticchiarvi altra merce, con un’abilità particolare».
    Se a Roma si sta sperimentando in alcuni quartieri, la raccolta differenziata e il riciclo secondo il vecchio metodo borbonico, non vedo perché Napoli non possa fare altrettanto meglio.

  5. ggugg ha detto:

    […] Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità riguardo la Campania sono incredibili, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12 per cento rispetto alla media nazionale. E le donne le più colpite. V’è un dato, però, uno in particolare, che lascia la bocca senza saliva. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale. […] La storia dei rifiuti potrebbe essere fatta attraverso le biografie dei malati di cancro, attraverso i territori dell’entroterra che prima coltivavano ortaggi e ora raccolgono rifiuti d’ogni genere. […] Non esiste un momento in cui le amministrazioni sono riuscite a interrompere il rapporto e a trovare soluzione. Non c’è stato un momento in cui i rifiuti hanno smesso di essere – come si evince in un’intercettazione di un imprenditore dei rifiuti del clan Fabbrocino: “Business, business, business”. […] Il meccanismo dei rifiuti permette a ogni passaggio di guadagnare. I clan che hanno i camion, le ruspe bobcat, le discariche. Guadagnano quando raccolgono, guadagnano quando sversano e fanno sversare nelle loro discariche. Ma da questo guadagno ne hanno ricavato vantaggio le maggiori imprese italiane, negli ultimi trent’anni le discariche campane sono state riempite, le cave rese satolle, ogni possibile spazio utilizzato, la spazzatura di Napoli, non è la spazzatura di Napoli. Le discariche campane non sono state intasate solo dai rifiuti solidi urbani campani, ma sono state occupate, invase, colmate dai rifiuti speciali e ordinari di tutto il Paese, dislocati dalle rotte gestite dei clan. […] L’emergenza è uno dei momenti in cui si guadagna di più. Quando si cumulano sacchetti, i bronchi dei cittadini si irritano, la benzina viene gettata sui bidoni per bruciarli, quando le televisioni di tutto il mondo riprendono i cassonetti che sembrano sventrati con le budella da fuori, c’è necessità di toglierli per evitare epidemie gravi, c’è necessità di risolvere subito, non badando dove si smaltirà e i mezzi che lo faranno, questa necessità porta a usare i mezzi bobcat, camion, appaltati con noli a freddo e a caldo, ossia non controllabili e quindi facilmente gestibili dalle ditte dei clan. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. […] In discarica dovrebbe andare pochissimo, quando nelle discariche finisce tutto, la discarica si intasa. Quando non si è arrivati a costruire termovalorizzatori, dando garanzie alle popolazioni, quando non si è arrivati a una seria raccolta differenziata, a una battaglia reale contro le imprese di rifiuti vicini ai clan, non si è arrivati a far nulla. […] il meccanismo in cui hanno investito quasi tutti i clan si scopre vincente, perché fittare terreni per le ecoballe sarà una risorsa continua e costante. […]

    Questi alcuni stralci del reportage “Ecco i padrini dei rifiuti” di Roberto Saviano (4 giugno 2007) pubblicato su «L’Espresso» di questa settimana. L’intero articolo è qui.
    Altri articoli da segnalare sono “Mister Monnezza” di Fabrizio Gatti (31 maggio 2007) e “Inferno napoletano”, ancora di Roberto Saviano (08 settembre 2006).

  6. anonimo ha detto:

    Una lettera di Nunzio De Pinto al Mattino di Napoli di oggi:

    “Da Teresa e Agnese canti antimunnezza”

    Il Padreterno del Vomero e la Madonna d’‘a munnezza sono i protettori cui si rivolge Teresa De Sio in “Sacco e fuoco”, il nuovo cd. Il disco contiene un brano, “Amen”, che racconta il sangue e la violenza insensata e troppo tollerata. La De Sio si rivolge al Padretemo del Vomero perché scenda a liberare la città dalla criminalità e poi alla Madonna della Mondezza: “Oi Madonna d”a munnezza / scinne tu a lavà sta chiazza, / manco ll’aria fa chiarezza / pe’ sti pisce dint’‘a rezza”. Ancora una volta gli artisti traggono spunto dalla cronaca. C’è un’altra artista, la cantautrice pacifista casertana Agnese Ginocchio, che musica e canta fatti a noi più vicini. L’ultima sua canzone, “Fermate il Mostro”, è diventata il leit motiv di ogni manifestazione contro la costruzione della discarica Lo Uttaro. Agnese, che ha ricevuto molti riconoscimenti, non canta per danaro ma perché la musica avvicina i giovani ai problemi che ci affliggono. E’ la nostra Joan Baez.

  7. ggugg ha detto:

    Gemma mi ha fatto sapere che Beppe Grillo ha messo su YouTube un filmato del suo amico Giulio Finotti sulla discarica di Lo Uttaro (CE): «Dedicato a tutte le persone che credono nella raccolta differenziata. E a tutte quelle che ancora non ci credono».

  8. PasqualeP ha detto:

    Una bella e amare lettera a Corrado Augias su “la Repubblica” di mercoledì scorso (mercoledì 20 giugno 2007):

    NELLE STRADE DI NAPOLI CHE FESTEGGIA LA SERIE A
    Ena Marchi

    Caro Augias, domenica ero a Napoli, città che ho lasciato trent’anni fa, e ho assistito a quello che i giornali hanno descritto, in toni epici o lirici, come “una grande festa popolare” per la promozione in serie A.
    Anche a me è toccato attraversare la città a piedi: i taxi, infatti, si erano “ritirati”. Ma il fatto (più grave) è che si erano “ritirati” anche tram e autobus. Due poliziotti, ai quali ho fatto presente che l’interruzione di un servizio pubblico è un reato, si sono limitati a rivolgermi uno sguardo compassionevole.
    Nessuno di quelli che doveva prendere un aereo è riuscito ad arrivare all’aeroporto. La zona era bloccata da chi andava a ricevere gli eroi del giorno. Spostarsi a piedi comportava rischi non indifferenti: anche i semafori avevano smesso di funzionare, il giallo lampeggiava, macchine e motorini passavano a tutta velocità.
    Il gioco preferito di chi girava in moto (in tre o quattro su ognuna, senza casco) era infilare le aste delle bandiere nelle ruote delle moto vicine: uno è finito in ospedale, prognosi riservata.
    Dimenticavo: anche i vigili si erano “ritirati”: per ordine di chi? La verità, caro Augias, è che la città era stata lasciata in balia della plebe: non del popolo, della plebe, come diceva un tempo l’avvocato Marotta. Per alcune ore la legge (in una città già “anominca”) è stata sospesa da quegli stessi che avrebbero dovuto applicarla.
    I quali, sindaco in testa, sono andati a tentare di raccogliere consensi mischiandosi a quella stessa plebe. Del resto, sono gli stessi che per alcuni anni hanno illuso la parte migliore della città, le hanno dato una speranza, per poi gettarla in una disperazione ancora più avvilente, più cinica. Sono quelli (a cominciare da Antonio Bassolino e dai suoi) che hanno gestito e gestiscono il potere nello stesso modo feudale di chi li aveva preceduti: elargendo cariche e prebende a parenti, amici e compagni di partito, accettando baratti e accomodamenti spesso ignobili in una spartizione che ha tragicamente penalizzato la città. La forma che la festa ha assunto a Napoli è “figura” della condizione stessa della città.

  9. ggugg ha detto:

    Dicevano che si trattava di emergenza, ma visto che non passa, evidentemente dev’essere normalità.
    E’ un tutt’uno. Non c’è separazione tra rifiuti, incendi, assenteismo, traffico, cemento, clientelismo, degrado, violenza, arroganza…
    Napoli e il Sud Italia sono malati. Lo Stato latita. E molti qui non sanno nemmeno cosa sia lo Stato.
    A volte vengono lanciati dei segnali (secondo me, tra questi, i roghi della spazzatura), ma la classe politica sembra sorda e quella imprenditoriale sembra cieca.
    Siamo su un piano sempre più inclinato, la mia impressione è che da tanto tempo sia sparita anche la presunta solidarietà napoletana. Devono avere una qualche influenza due concetti che ho risentito ieri in “Sicko” di Michael Moore: la paura e la depressione. La gente che ha paura è più controllabile, quella che è depressa pensa che non sia possibile alcun cambiamento. Una volta l’ho scritto per il Burundi, ma credo sia perfettamente adattabile a tutti gli altri Terzomondo, compreso il Sud Italia: la speranza è un lusso.

    L’altra mattina ho fatto una passeggiata sul monte Faito, vi ho trovato decine di cani abbandonati, anche piccoli. Ne ho parlato con qualcuno che m’ha risposto “beh, meglio abbandonati in un bosco che su un’autostrada”.
    Forse era una battuta ed io non ho senso dell’umorismo. Ma mi son venuti i brividi.
    Domenica scorsa (9 settembre 2007) “la Repubblica” ha pubblicato una lettera del signor Nicola Argiró di Firenze (segue la risposta di Corrado Augias), in cui con lucidità e amarezza emerge la stretta trama che lega e alimenta l’uno all’altro “degrado” e “senso di (non) appartenenza”:

    I CANI DI POMPEI, UN SIMBOLO DEL DEGRADO

    Caro Augias, vorrei raccontarle dei cani di Pompei. Se ne contano molti, distesi all’ombra alla ricerca di un po’ di refrigerio sulle pietre di 2000 anni fa. Sono immobili, a qualcuno potrebbero sembrare morti, qualche turista per convincersi che stanno respirando si avvicina offrendo una ciotola d’acqua, qualche biscotto.
    Sono buonissimi, di ogni dimensione e colore, certo nessuno è di razza. Non abbaiano mai si muovono quando il sole va giù e smette di cuocerli. Vanno verso i campeggi alla ricerca di cibo e anche verso le montagne di sporcizia abbandonate fuori dalla ristretta «riserva» turistica.
    Ero preparato allo sporco, a badare al portafogli, a vedere le più disparate violazioni al codice della strada eccetera. Dei cani abbandonati non avevo mai sentito parlare.
    Per il resto me l’aspettavo. Fa male vedere famiglie di quattro persone in motorino coi figli piccoli senza casco. Ti senti disarmato quando ascolti della turista americana malmenata e rapinata perché ha voluto andare a visitare la villa romana di Boscoreale nonostante l’avessero sconsigliata. Rimani incredulo quando le persone del posto ti raccontano che anche i poliziotti hanno paura a fermare certi personaggi, a entrare in certe zone.
    Ero con una ragazza straniera ho dovuto inventarmi scuse per spiegare i cumuli d’immondizia, i semafori rotti, i marciapiedi che non ci sono. Tu che sei italiano ti vergogni e vorresti dirle che quella non è Italia, che quello non è il tuo paese, invece lo è come lo sono tutte le persone che concorrono a questo sinistro spettacolo.
    (Nicola Argiró)

    L’estate morente è stata terribile per il Sud. Gli incendi, la criminalità scatenata anche su scala europea. Le violazioni egli abusi edilizi a pioggia.
    Se per avventura un qualunque governante avesse il potere di dire: basta, dobbiamo far ripartire il Sud una volta per tutte, temo che non saprebbe da che parte cominciare.
    Si ha l’impressione che sotto i guasti che hanno riempito le cronache, purtroppo anche all’estero, ci sia un tessuto sociale lacero e corrotto, domini una specie di vocazione al suicidio.
    A Furore dov’è crollata una terrazza abusiva con vittime, si contano 400 domande di condono su 900 abitanti. A Positano, 4mila abitanti, 2.500 abusi; a Ravello, 700 famiglie, 950 pratiche di condono.
    Ho tetto che la legge sugli incendi aveva saggiamente previsto che non venissero riassunti gli operai stagionali nelle zone andate a fuoco. Sembrava una buona trovata per evitare che si bruciassero i boschi per assicurarsi un lavoro. Non è servito a niente. Ora i boschi li bruciano quelli che non hanno avuto il contratto per vendicarsi dei fortunati che sono stati assunti.
    L’amministrazione più volenterosa, meno collusa, con meno interessi da spartire diventa impotente quando la massa delle violazioni raggiunge livelli simili di arguzia criminale. Nel nostro Mezzogiorno il groviglio degli interessi, delle complicità intrise di amicizia, di rapporti di parentela, di connivenza e di paura, è ormai tale che le richieste di aiuto allo Stato (“Siamo stati abbandonati”) sembrano solo un piagnisteo rituale.
    I poveri cani di Pompei che cuociono lentamente al sole sono un simbolo adeguato a rappresentare uno sfacelo per ora senza rimedio in vista.
    (Corrado Augias)

  10. anonimo ha detto:

    Riporto un articolo provocatorio apparso qualche tempo fa sul bollettino delle Assise di Napoli. L’autore è un oncologo, Antonio Marfella, e la sua (ipo)tesi mi sembra piuttosto interessante. Il finale è poi è davvero intelligente; biblico, oserei dire!

    V.

    Il trucco dell’inceneritore di Acerra.

    Uno dei principali argomenti ripetutamente proposti dai fautori degli inceneritori, e ribaditi in questi giorni dal Governatore Bassolino, è costituito dall’assunto che il ciclo integrato, pur se virtuoso, non può prescindere a valle da un impianto terminale di incenerimento, dal momento che sarebbe di fatto impossibile riciclare tutto.
    In questi giorni abbiamo sentito ribadire dal Governatore la necessità non solo di fare partire l’ormai famosissimo inceneritore di Acerra, ma anche di avviare i lavori per il “gemello” di S. Maria La Fossa e infine[..] aprirne anche un terzo a Salerno.
    Tali tecnologie sono obsolete ormai in tutta l’Europa, che si è data indirizzi di legge precisi volti a rispettare il protocollo di Kyoto e quindi ad eliminare qualunque tipo di impianto più o meno inquinante come gli inceneritori, che in ogni caso aumentano anziché diminuire la produzione di CO2, oltre che cancerogene diossine e pericolosissime nanoparticelle.
    Enzo Giustino, nel riportare sul Corriere del Mezzogiorno [..] la portata media annua degli inceneritori/termovalorizzatori (200.000 tonnellate/anno) si chiede: di quanti ne avremmo bisogno in Campania? Proviamo allora a dargli una risposta matematica sulla base della conosciuta produzione di rifiuti giornaliera in Campania, che è di 6500 tonnellate al giorno.
    Togliendo il minimo del 40% di raccolta differenziata ed il 30% di umido destinato al compostaggio ne consegue che, in una regione Campania con un minimo di corretto ciclo integrato di rifiuti, ne dovrebbero essere smaltiti ( con inceneritori o Trattamento meccanico biologico BMT) circa 1500 tonnellate al giorno per una valore di circa 500.000 tonnellate all’anno. La risposta matematica quindi all’interrogativo di Enzo Giustino è che correttamente in Campania dovrebbe funzionare da solo [..] solo l’inceneritore di Acerra [..] infatti costruito per smaltire oltre 2000 tonnellate al giorno per circa 750.000 tonnellate all’anno!
    Perchè in Campania invece gli inceneritori ancora da costruire, anziché da smantellare, sembrano l’unica ed indispensabile “soluzione finale” [..]? Dove è il trucco?
    [..] A “NapoLeonia” (dal “Profeta” Italo Calvino) vince tutto e “sbanca” il banco, incassando gli infiniti miliardi pubblici, non chi fa l’impianto migliore, destinato come in tutta Europa alla “soluzione finale” dei soli materiali post-consumo impossibili da riciclare bruciando un contenuto [..] dopo avere sottratto il materiale riciclato, ma chi lo fa più grande, al preciso scopo di bruciare TUTTO il contenuto indifferenziato, e quindi tossico, dei nostri sacchetti !
    La Campania intera produce circa 6500 tonnellate di rifiuti al giorno che per un anno significa circa 2.250.000 tonnellate.[..] Se facciamo quindi tre mega-inceneritori della portata di quello in via di ultimazione ad Acerra (circa 750.000 tonnellate/anno) fanno giusto 2.250.000 tonnellate all’anno. Il gioco sembrerebbe fatto![..] E’ un pensiero cattivo senza fondamento ?
    E allora perché in Italia tutti gli inceneritori già in funzione hanno una portata media di circa 90.000 tonnellate/anno, quindi circa otto volte più piccoli di quello proposto ad Acerra [..]? E perché in Europa la portata media annua di tutti gli inceneritori censiti al 2002 è pari a circa 150.000 tonnellate/anno , cioè circa 5 volte meno di Acerra? Perché i citatissimi inceneritori di Vienna sommati tutti e tre (compreso quello ancora in costruzione) non fanno tutti insieme la portata del solo inceneritore di Acerra? Perché gli inceneritori tedeschi [..] non superano le 240.000 tonnellate/anno, cioè in ogni caso non più di un terzo di quello di Acerra?
    [..] A Modena, nei giorni scorsi, l’Ordine dei Medici ha presentato un esposto alla Magistratura penale per contestare l’ampliamento della portata annua del piccolo inceneritore di Coriano (Forlì) da 60.000 a circa 72.000 tonnellata/anno, avendo dimostrato, con studi epidemiologici promossi dalla Comunità Europea, che tali impianti risultano provocare uno statisticamente significativo aumento di varie patologie, e soprattutto di tumori, nei residenti entro un raggio di circa 5 km dall’impianto. Ad Acerra, se partisse in quella terra già devastata dal cancro e dalle malformazioni congenite provocate dai rifiuti tossici della Camorra e delle Industrie del Nord, il ciclopico impianto da 750.000 tonnellate/anno di incenerimento di pseudo-“ecoballe” di tal quale, cosa dovrebbe fare l’Ordine dei Medici di Napoli?[..]
    La organizzazione e la cultura della indispensabile raccolta differenziata a non meno del 40% del totale, la gestione complessiva dei rifiuti ed in particolare il compostaggio dell’umido, l’efficace controllo del tipo e della movimentazione dei rifiuti tossici, non devono più essere oggetto di interventi straordinari per essere attuati in tempi rapidi e con correttezza: devono diventare ordinario e quotidiano patrimonio del vivere civile di ogni cittadino campano, ognuno per la propria competenza!
    A noi cattolici basta osservare la volta della Cappella Sistina e il Giudizio Universale di Michelangelo per renderci conto di cosa significa un equilibrato ed integrato “ciclo dei rifiuti”(anime post-consumo corpi), molto diverso da quello progettato e ancora pervicacemente proposto in Campania oggi.
    Se ci fate caso, non più del 5%-10% del totale delle anime dipinte nell’affresco finisce senza possibilità di recupero nell’Inceneritore di Belzebù.
    Il ”background” teologico dell’affresco di Michelangelo Buonarroti era attentamente controllato: in Controriforma nasceva quell’enorme impianto di “compostaggio” del Purgatorio.
    E qualche teologo (non certo Paul Connett) ha motivo di ritenere che persino Giuda potrebbe essere stato “compostato” e riciclato dalla infinita Misericordia di un Dio a chiara opzione “Rifiuti Zero” !

  11. ggugg ha detto:

    Ascoltavo questa mattina un politico leghista, uno dei tanti, e avevo gli occhi gonfi di stupore nel sentire il suo solito pensiero razzista (capisco i direttori di rete che devono vivacizzare i dibattiti alle otto di mattina, ma chiribbio, isolateli i rozzi!). Costui argomentava col sorriso beffardo di chi non è mai uscito intellettualmente dalla tangenziale di Milano che l’emergenza immondizia non è un’emergenza (in effetti, una tale situazione che dura da 15 anni è ormai normalità), bensì una connotazione “naturale” dei napoletani, per cui ok le responsabilità degli amministratori locali (tutti di sinistra, natürlich), della camorra e di qualche (sparuto…) imprenditore del nord che non aveva più spazio nel giardino della sua villetta per sotterrare i rifiuti tossici delle sue fabbrichette, però le ragioni di una tale vergogna sono sostanzialmente della napoletanità (ovvero?).
    Io amo l’antropologia culturale e Napoli, ed è forse per questo che provo una rabbia enorme nel sentire avanzare – da chiunque – motivazioni che razzolano nell’etnico (e tralasciano lo storico, il sociale, l’economico, il politico…) pur di spiegare questa città.
    Quel politico (un vero e proprio “guappetto di cartone”) e la gente come lui (gretta, grezza e grossolana) forse non sanno che i giudizi che esprimono raccontano molto più di loro stessi, piuttosto che di Napoli e dei napoletani.
    Per completezza, aggiungo qualche perla dell’editoriale di Vittorio Feltri intitolato «Scontro di civiltà» apparso oggi sul suo “Libero”:
    «Qui siamo alle prese con un autentico scontro di civiltà. Da una parte il paese che si è arrangiato a vivere in un ambiente quasi decente, dall’altra Napoli sprofondata nell’inerzia e nell’inettitudine di una classe politica e dirigente indegna delle più arretrate tribù africane. […] Qui la civiltà del fare, là la civiltà di San Gennaro pensaci tu, dei numeri del lotto, dei mandolini, del “fotti e chiagne”. La differenza abissale fra i due universi è colmata dalla camorra davanti alla quale ci si caga sotto e si accetta qualsiasi sopruso cui, anzi, ci si adatta traendo magari dei vantaggi. […] Non mi si venga a dire che tanti napoletani sono bravi. Se fossero bravi non tollererebbero di farsi prendere per il naso da furbi e camorristi, e invece di subire la legge della giungla imporrebbero la legge senza genitivi. Segno che sono in minoranza, minoranza ininfluente».
    Immaginate il resto.

    Rusko (6 gennaio 2008):

    Leggo spesso il blog Je ne regrette rien (“Don’t worry, be happy… non è colpa tua se non sei napoletano”) e nelle ultime settimane sono apparsi post folgoranti, come questi:
    – «C’è monnezza e monnezza. La nostra è palpabile, puzzolente, esposta agli occhi di tutto il mondo. E invece c’è altra monnezza, tenuta nascosta, ed è quella che si ha dentro, nel cuore. Quella che ha permesso alla sindaca Moratti di vietare l’iscrizione alle scuole materne ai figli degli immigrati irregolari. Ce l’ha fatto sapere il ministro Fioroni, che invitandola a mettersi in regola col resto della nazione, l’ha minacciata di sospendere i finanziamenti alle scuole milanesi. Mi ha ricordato la Svizzera, che impediva ai nostri emigranti di trasferire le famiglie e loro le portavano di nascosto, nascondendo i figli, senza poterli mandare a scuola. E si capisce che non la vogliono la nostra spazzatura da quelle parti, ne sono già pieni fino agli occhi. Mettìteve scuorno!» (*).
    – «Lo diceva De Crescenzo come prof. Bellavista: la monnezza è la ricchezza dei popoli. Lo ha ripetuto svariate volte in tv, in questi giorni, intervistato al TG. Ha detto che è contento di vedere tanta spazzatura per le vie. Noi napoletani siamo ricchi, consumiamo e produciamo monnezza in quantità industriali. Ora sapete perchè queste scene non si vedono neanche nel terzo mondo. Avete mai visto le strade delle città indiane? Bombay, New Dehli, Benares, tutte pulite, neanche una carta per terra. Si magnano pure quella. E se non fanno a tempo, arrivano prima le mucche. Qua neanche i cani si avvicinano alla monnezza, al massimo ci pisciano sopra. So’ ricchi pure i cani da noi» (*).

    Poco prima di Natale, due o tre settimane fa, un tizio che fortuitamente conosco (è un medico, dunque – sulla carta – non un idiota qualunque), in una mail collettiva d’auguri per le festività m’ha inserito come destinatario non visibile (è un patetico provocatore, lo so), per cui ho letto quel che ha scritto agli altri della lista (tutti di regioni settentrionali): «[Nei giorni tra Natale e Capodanno mi piacerebbe] andare a Pompei e Caserta, ma non vorrei ritrovarmi con i rifiuti fino al gomito. I napoletani sono proprio napoletani, io li lascerei tra i loro rifiuti (p.s. avete letto della meravigliosa e bellissima e profumatissima nuova discarica aperta a 5 km dal centro di venezia e costruita in 12 mesi? A napoli non ce la farebbero mai: troppi interessi sporchi, per cui vivete pure tra i rifiuti). È natale, tutti siamo più buoni per cui viva i napoletani e viva i rifiuti dei napoletani, anzi se per caso vi avanzano un pò di rifiuti mandateceli (come infatti fate) qui in toscana li prenderemo volentieri».
    Una sola precisazione a parole che si commentano da sole: i campani pagano un mucchio di denaro a tali altruistiche regioni.

    Alcuni giorni fa Marcol m’ha chiesto “Tu, cosa faresti?”.
    “Non lo so”, ho risposto. E davvero non lo so.
    Poi sul suo blog ho commentato così: «Riesco solo ad avvertire che le radici di questa vergogna sono profonde, affondano in decenni e forse in secoli di abbandono, malgoverno e collusioni. Penso che il cambiamento può avvenire solo con un coinvolgimento di tutti, con l’impegno di ognuno di noi. Ognuno con le sue potenzialità e responsabilità, naturalmente, ma nessuno escluso. Facciamo di tutto per uscire al più presto da questa (ennesima) grave emergenza chiedendo (purtroppo) ancora un sacrificio (l’ultimo!) alla gente di Pianura e degli altri territori con discariche legali, ma poi [1] pretendiamo le dimissioni degli amministratori che ci hanno condotto a questo inferno, [2] fermiamo (scriverei “arrestiamo”) tutti coloro che hanno speculato su questa vergogna (e che continuano a farlo anche mentre sto scrivendo) (Roberto Saviano ha il coraggio di fare i nomi, *), [3] realizziamo questi cavolo di termovalorizzatori (con tutte le garanzie per la salute e per l’ambiente, certo) e [4] impegniamoci seriamente ognuno di noi, in ogni casa, a differenziare i nostri rifiuti e, magari, a riciclare ciò che può essere ancora usato.
    Ma vorrei ancora una cosa in più: fiducia.
    Sì, voglio credere che dopo aver toccato questo fondo, noi tutti – Napoli e la Campania – ci rialzeremo e saremo d’esempio d’eccellenza a tutto il mondo.
    Sì, voglio un riscatto, voglio un sogno…»

    Altrimenti rischiamo che la bella e provocatoria vignetta di Image of me (10 gennaio 2008) sia in realtà profetica:

    Bene, tutta questa lunga premessa solo per dire che sul “Corriere della Sera” c’è uno di quegli scambi a colpi di grande erudizione storico-letteraria che forse raccontano l’attualità meglio della cronaca: l’altro ieri Gian Antonio Stella con «’A nuttata che non passa», oggi Raffaele La Capria con «La città di monnezza e bellezza sopravviverà a chi la giudica».
    Due articoli da non perdere. Ecco perché, oltre che linkati in originale, li trovate pure nei due commenti successivi.

    PV (5 gennaio 2008):

    PS: tanto per svincolarmi dal local, segnalo che il comboniano Daniele Moschetti (successore di Alex Zanotelli a Korogocho) denuncia su “Vita” (9 gen. ’08) loschi affari Italia-Kenya riguardo la bonifica di una discarica in Africa: QUI.

    PPS: un po’ di Almamegretta, va… «Simmo ‘e Napule, simmo ‘e n’atu munno: addò fernesce ‘o bene e s’accummencia a scava’ ‘o funno. Scavalo cchiù bbuono, scavalo chiù mmeglio e po’ capisci pecché stammo mmiezo ‘e ‘mbruoglie. […] Terra abusata, terra spurcata, rossa ‘e sanghe terra disperata. Gente mia, gente generosa, nun v’arrennite, cagnate tutte cosa» (da “Sudd”, in “Animamigrante”, 1994: testo+video).

  12. ggugg ha detto:

    Corriere della Sera, 10 gennaio 2008

    Da Dickens a De Sade
    ’A NUTTATA CHE NON PASSA. L’INCUBO DELLA MUNNEZZA
    di Gian Antonio Stella

    ‘A nuttata che non passa «Da quanti anni non viene qui un sindaco, un assessore? Da quanti anni non si lavano, queste vie? Da quanti anni non si spazzano? Tutto il letame delle bestie e delle persone e delle case, tutto è qui e nessuno ce lo toglie». Non sono parole di un teppista ribelle napoletano ai microfoni delle tivù ma di Matilde Serao, la scrittrice che Carducci salutava come «la più forte prosatrice d’Italia». Parole di 120 anni fa.
    Ed è questo che, oltre ai fetori nauseabondi che salgono dai cassonetti, toglie il fiato a tantissimi napoletani sgomenti: possibile che “‘a nuttata” non debba passare mai? Possibile che tanta intelligenza, tanta cultura, tanta bellezza, tanta buona volontà spese con generosità nei decenni da un mucchio di cittadini, imprenditori, artigiani, politici, intellettuali per restituire dignità, decoro e onore alla loro città, debbano essere annientate da questo incubo della ‘munnezza? Quanto tempo ci vorrà, ancora, per tornare a rimuovere tutti quei maledetti stereotipi che sono stati rianimati? Certo, anche in questo caso non mancano le responsabilità di settentrionali che a lungo hanno usato le discariche della camorra per buttarci i loro veleni. Ed è insopportabile il tono di certi razzisti nostrani. Ma stavolta no, anche i più accorati difensori del buon nome partenopeo sanno che non possono prendersela come Edoardo Scarfoglio solo con certi «imbecilli e scellerati fratelli del Nord pronti ad accodarsi ad ogni mascalzone che getta bava e fango contro di noi». Né come Carlo Alianello con la piemontesizzazione che fece ricadere «sul Napoletano il sonno grave, carico di tanti secoli, il sonno di Aligi».
    Né coi cronisti critici come quando Domenico Rea sbuffò su Giorgio Bocca: «Ho scritto venti libri su Napoli, migliaia di articoli, sono napoletano da 5.000 anni: resto sempre molto sorpreso quando arriva un giornalista dal Nord che in pochi giorni o in pochi mesi pretende di scoprire quel che io non ho visto in 72 anni». No, stavolta l’incubo è riconoscere nelle cronache di oggi quelle, immutabili, di ieri. Come appunto quelle della Serao: «Case crollanti, vicoli ciechi, ricovero di ogni sporcizia: tutto è restato come era, talmente sporco da fare schifo, senza mai uno spazzino che vi appaia, senza mai una guardia che ci faccia capolino. (…) Un intrico quasi verminoso di vicoletti e vicolucci, nerastri, ove mai la luce meridiana discende, ove mai il sole penetra. Ove per terra la mota è accumulata da anni, ove le immondizie sono a grandi mucchi, in ogni angolo, ove tutto è oscuro e lubrico».
    Un passato che non passa mai. Una melma nel quale hanno intinto il pennino decine di viaggiatori, scrittori, polemisti. Ammassando via via, in buona o in mala fede, cataste di stereotipi ardue da rimuovere quanto le cataste di immondizia. Come i sospiri sul letto di morte del Cavour: «Nous sommes tous Italiens; mais il ya encore les Napolitains…». O lo scetticismo di Roberto D’Azeglio, senatore del regno e fratello del più famoso Massimo: «C’ est un cadavre qu’on nous colle», è un cadavere che ci incollano addosso. O la sconfortata diagnosi della commissione parlamentare sulla miseria condotta da Stefano Jacini che, a proposito di tante abitazioni del Napoletano, scriveva di «nauseabonda sozzura» Montesquieu, che nel 1729 già irrideva alla giustizia partenopea («Non c’è un Palazzo di Giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei Tribunali di Napoli. Lì si vede la Lite calzata e vestita. I soli scrivani formano un piccolo esercito, schierato in battaglia») raccontava di un popolo «ridotto all’estrema miseria» e di «50 o 60 mila uomini, chiamati Lazzi» così poveri da vivere di ortaggi e da lasciarsi «facilmente sobillare». «Gli uomini più miserabili della terra», li chiamava. Spiegando: «Si può ben dire che la plebe napoletana è molto più plebe delle altre». Per non dire di tanti altri stranieri intrisi di pregiudizi.
    Come l’inglese William Hazlitt che, in aggiunta alle descrizioni di sporcizia, letame e pidocchi, spiegava nel 1825 che «il bandito napoletano» è naturaliter criminale: «Toglie la vita alla sua vittima con scarso rimorso, poiché (di vita) ne ha a sufficienza in se stesso, anzi, da vendere. Il suo polso continua a battere tiepido e vigoroso; mentre il sangue di un più mite nativo del freddo Nord raggela alla vista del cadavere irrigidito». O Il tedesco Heinrich von Treitschke il quale, come scrive Mario Costa Cardol nel libro “Ingovernabili da Torino”, attribuiva la caduta del regno napoletano «non tanto all’ardore guerresco delle poche migliaia di garibaldini in camicia rossa, quanto alla smisurata corruzione del Mezzogiorno». E se Stendhal (“la città più bella dell’ universo”) riuscì a vedere “dietro” tutto questo, scoprendo con Goethe (“il tempo è trascorso tutto nella contemplazione di cose magnifiche”) una Napoli straordinaria, non fu così per altri. Come il marchese de Sade che denunciava come via Toledo fosse «una delle più belle che sia dato vedere» però «fetida e sudicia» e davanti a tanta bellezza esclamava: «In quali mani si trova, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?»
    O come Charles Dickens, nella lettera all’amico Forster: «Che cosa non darei perché solo tu potessi vedere i lazzaroni come sono in realtà: meri animali, squallidi, abietti, miserabili, per l’ingrasso dei pidocchi; goffi, viscidi, brutti, cenciosi, avanzi di spaventapasseri!». O ancora come Mark Twain: «La gente è sudicia nelle abitudini quotidiane e ciò rende sporche le strade e produce viste e odori sgradevoli. Non vi è popolazione che odi il colera quanto i napoletani. Ma hanno le loro buone ragioni. Il colera di solito sconfigge il napoletano, perché, voi capite, prima che il medico possa scavare nel sudiciume e raggiungere il male, l’uomo è morto». Giudizi sferzanti, feroci, razzisti. Dispensati allora, da quei viaggiatori, anche su tante altre città italiane. Basti ricordare le cose terribili che Dickens scrisse su Livorno (“ricettacolo di malandrini”), Piacenza (“I suoi abitanti sono imbroglioni e devoti, come dappertutto in Italia”) o Ferrara, bollata come “torva”. Altri tempi. Ma è questo il punto, che angoscia tutti i napoletani che amano davvero la loro città: quando passerà, anche a Napoli, ‘a nuttata?

  13. ggugg ha detto:

    Corriere della Sera, 12 gennaio 2008

    LA CITTÀ DI MONNEZZA E BELLEZZA SOPRAVVIVERÀ A CHI LA GIUDICA
    Questo è un luogo dalle mille frequentazioni. Cultura e tradizione la terranno a galla
    di Raffaele La Capria

    A leggere la pagina del Corriere dove Gian Antonio Stella ripesca e riporta frasi e opinioni su Napoli di Montesquieu, Dickens, Twain, Hazlitt, sembra quasi che i viaggiatori che vennero a Napoli vennero per scoprire la Monnezza e non la Bellezza. Ma è vero il contrario. Scoprirono una luce che aprì loro una nuova visione del mondo, scoprirono opere d’arte meravigliose che aprirono loro una nuova visione dell’Antichità Classica, sentirono al San Carlo la musica di Pergolesi, di Paisiello, di Cimarosa, scoprirono una civiltà che cambiò il loro gusto e la loro idea della vita, scoprirono tante cose oltre la monnezza. E poi non erano così scemi da scrivere interi volumi sulla monnezza. La letteratura del Grand Tour, come fu detta, ci parla di ben altro, perché quello era un viaggio di formazione, un viaggio di cultura. Senza contare che nei loro Paesi, nei Paesi di quei viaggiatori, di monnezza ce ne stava abbastanza per non meravigliarsi della monnezza napoletana. La Londra di Dickens, lo scrive lui, era sporca di nebbia fuliggine e carbone, e i bambini uscivano neri dalle miniere dov’erano condannati a lavorare. I nobili di Versailles non brillavano per igiene, spesso emanavano odori sgradevoli e nelle loro parrucche c’erano i pidocchi. Perciò, per favore, ridimensioniamo, anche se della monnezza di Napoli io e la maggioranza dei napoletani siamo nemici accaniti.
    Non ci piace la monnezza, né la nostra né quella che ci hanno mandato le fabbriche di lassù. Così mi è venuta la voglia di offrire, dopo quello di Stella, ai lettori del Corriere un altro «menu », meno deprimente, di pensierini tratti da un mio taccuino di qualche anno fa. «A proposito dei viaggiatori che visitarono Napoli nel corso dei secoli per ammirarla o denigrarla, c’è da dire che non sono stati solo loro a misurare la città col loro metro, ma anche Napoli li ha misurati col suo. E ancora oggi è così. Loro gli occasionali visitatori vengono, guardano, criticano, approvano, disprezzano, emettono giudizi e covano pregiudizi. “Sterco di migratori” ha scritto con bell’immagine il mio amico De Luca. Uno sterco che di solito concima il terreno su cui cade. Questo andirivieni di celebrità ha contribuito a confermare Napoli nella sua reputazione di città puttanesca, dalle molte frequentazioni, ad attribuirle tono e nonchalance cosmopolita, e anche quello scetticismo, quell’aria di chi le ha viste e sentite tutte per stupirsi ancora di qualcosa, che è proprio delle città capitali. Senza stupirsi, con questo spirito cosmopolita, Napoli misura estimatori e spregiatori. Perché ognuno, parlando di Napoli, con le sue stesse parole ha involontariamente dato conto di sé, ha detto chi è rispetto a questa pietra di paragone rivelatrice di grandi spiriti, come Goethe e Stendhal, di menti da lei ottenebrate o illuminate, di anime leggere o pesanti, e così via.
    Un confronto in fondo temibile con un’entità vasta e sfuggente, sconcertante e complessa, dotata di qualche potere attinto dalle sue forze infere. Un confronto che divide sempre gli ospiti di passaggio in due categorie, in due tipi di natura e umanità differente: quelli istintivamente aperti a lei e quelli istintivamente chiusi a lei, al genio del luogo. E così Napoli diventa una macchina della verità, cui senza saperlo anch’essi ai nostri occhi si sottopongono ». «Occhio di straniero occhio dì sparviero ». Ma è preferibile quest’altro proverbio, di Machado: «L’occhio che tu vedi non è/ occhio perché tu lo veda/ È occhio perché ti vede». «Molti vanno a Napoli come se non sapessero dove vanno, pretendendo di vedere e riportare cose che si sa benissimo che non ci sono, oppure con l’intento di veder confermate e magari ingigantite quelle che si sa benissimo che ci sono. Come se, mettiamo, uno andasse nella civilissima India per trovare le cose che si trovano nella civilissima Svizzera, e poi giudicasse l’India col metro svizzero.
    Che viaggiatore sarebbe costui? Un viaggiatore dev’essere sempre curioso e disponibile, e dev’essere senza bagaglio, senza un’idea fissa di come dovrebbe essere il mondo ficcata nella testa». «Svevi, Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi, e infine Americani: gli occupanti. Napoli è stata un crocevia di incontri internazionali, in questo senso è una città cosmopolita. E se tra i tanti occupanti mettessimo anche gli italiani? Questo lo pensano ancora molti soci anziani dei Circoli Nautici, e non solo loro. Tra i tanti occupanti gli italiani sono stati i peggiori? Sì, sono stati i peggiori, dicono. Non c’è disgrazia peggiore che essere occupati dagli italiani. E sognano i Borboni. Dicono che erano meglio i Borboni». «Che fa Napoli? È viva, è morta, passerà la nottata? Ha sette vite, come le lucertole. Ma è possibile viverci? Si vive male, ma è “avventurosa”, e la preferisco alle vostre ordinate piccole città, tutte malinconia e discoteca. Ma affonda o non affonda? Non lo so. So che le grandi navi affondano lentamente. Hanno molte sacche d’aria nella chiglia. E molte sacche di cultura, tradizione, civiltà, ha Napoli che la tengono a galla, e la terranno chissà per quanto. Ma se dovesse affondare attenti al risucchio! Quando una grande nave affonda attira con sé nel naufragio tutto quel che galleggia intorno per un largo raggio».
    Ultimo pensierino, dopo aver visto ancora una volta Porta a Porta. Fuori è notte, nel buio si vedono fiamme, si sentono botti, ombre nere che corrono allo scontro, c’è la monnezza, gente disperata che grida in piedi rivolta a Bruno Vespa (in quel momento è lui il tramite col Palazzo), gente che si sente abbandonata, che dice che il cancro l’aggredisce, che ha decimato la famiglia, dice che ha paura; dice che le campagne sono inquinate. Dentro ci sono le luci dello studio televisivo, gli ospiti seduti, ben vestiti, con lucide cravatte intonate. Quella folla che è fuori in piedi nel buio li guarda, si aspetta una parola. Essi intanto litigano educatamente, dicono col loro linguaggio le proprie opinioni, ma si sente che c’è qualcosa di stonato, perché la tragedia di quelli là fuori al buio è troppo grande, non può raggiungerli se loro stanno a discutere nel solito modo. Come si può comunicare con quelli là fuori se non si sente nello studio la puzza della discarica, la presenza nell’aria della diossina, se nessuno ha paura per sé e per i propri cari? L’Italia crede di poter tenere così Napoli, a distanza, di poterla guardare come da uno studio televisivo. Tutto questo mi ricorda un racconto di Poe, «La mascherata della Morte Rossa». Fuori c’è la peste che miete vittime con la sua falce tagliente, dentro ci sono gli abitanti del Castello, i ponti levatoi sono alzati, nessuno può entrare, nessuno deve portare il contagio. Intanto c’è un ballo in maschera, tutti ballano… Ma chi è quella maschera rossa che avanza tra i ballerini: tutti la guardano, tutti s’aspettano qualcosa, la maschera cade, ed è la Morte Rossa, la Peste, che è entrata nel castello. Attenti, non lasciamo Napoli in questo momento, non scriviamo sui giornali le solite accuse, che sono tutte vere, ma non «azzuppiamoci il pane», per favore. Se la morte entra nel Castello nessuno si salverà.

    ————————————————–

    È bellissimo riconoscere parola dopo parola quanto amore porti, un uomo come Raffaele La Capria, verso la sua città, magica e dannata, dannata e magica. Ma devo dire, con dispiacere, di non essere d’accordo con lui. Certo, avrei potuto citare anch’io un sacco di altri viaggiatori stregati da Napoli. Questi non sono però momenti in cui cercare consolazioni: sono momenti in cui è meglio chiedersi perché certe cose, nei secoli, non sono cambiate da come le descrissero non solo viaggiatori distratti e prevenuti ma anche napoletani devoti alla propria terra come Matilde Serao o più recentemente Antonio Ghirelli, il quale ha raccontato senza veli pietosi passaggi storici come quello della peste del 1656 quando troppi approfittano della tragedia con «furti, truffe, intrighi, falsificazioni di ogni genere». Certo, la Londra di Dickens era orribile: ma è cambiata. Le altre città italiane da lui descritte erano spaventose: ma sono cambiate. Ed è bene parlare di queste cose proprio per amore. Napoli è come la donna amata: se non l’amassimo perdutamente, che ci importerebbe di vederla sprofondare?

    (Gian Antonio Stella)

  14. ggugg ha detto:

    Vivere in Campania è emozionante.
    Ieri ho provato quasi rabbia per il fatto che “La Sapienza” di Roma si fosse rubata la scena con quella storia del Papa [*].
    Fortunatamente, però, son bastate poche ore e la mia amata regione è tornata protagonista. E, questa, sarà una lunga notte a Ceppaloni [*].
    Ok, passiamo alle cose serie: il dramma dei rifiuti e tutto quel che ne consegue, di cui segnalo l’illuminato intervento di Ugo Leone [*+*] sul «manifesto» di oggi.

    SUI RIFIUTI L’INFORMAZIONE RISCHIA DI ESSERE SPAZZATURA
    Ugo Leone

    Per cominciare vorrei subito sgomberare il campo da possibili equivoci: questo non è il momento dei processi. Viviamo giorni di reale autentica emergenza e la ricerca del «chi è stato» va fatta nei tempi e nei luoghi deputati.
    Lo ha scritto anche Paolo Cacciari su “Carta”: «Proviamo a superare il grumo di sentimenti, un misto di vergogna e di rabbia, che ci provocano le troppe parole sprecate sul caso dei rifiuti di Napoli. In nome dell’emergenza mettiamo un attimo da parte le analisi delle cause e la ricerca dei responsabili. Ogni cosa a suo tempo; chi vorrà potrà sempre dire: “è stata colpa sua”, oppure: “io lo avevo detto”. Muoviamoci invece con puro spirito umanitario e compassionevole per evitare ancora troppe sofferenze alla popolazione napoletana: sia quella che vive nell’immondizia, sia quella che difende il territorio».
    Lo aveva anche scritto, intorno al 250 a.C. Qoelet in uno dei libri sapienziali del Vecchio Testamento: «Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo… Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare». Questo è il tempo per cucire. Per farlo è necessario riflettere su alcuni punti. Innanzitutto i tempi della cosiddetta emergenza. La domanda ricorrente che ci si pone è «quando si risolverà il problema?». Continuando con i metodi in atto la risposta è mai. Sino a quando non si dirà con chiarezza che occorre tempo e che le soluzioni volte a ricercare discariche e siti di stoccaggio provvisori, sono appunto, provvisorie; cercano di tamponare le falli, di mettere pezze a uno stracciatissimo vestito, ma non ne cuciono uno nuovo. E la politica del rattoppo cui si fa ricorso ricorrentemente specie con riguardo ai problemi ambientali. E se questo è «il tempo per cucire», la strategia deve essere un’altra: non può essere imposta, ma deve essere concordata.
    Per farlo bisogna saper parlare alla gente esasperata perché delusa, tartassata; spesso ingannata, ma anche malamente informata. L’informazione corretta, fornita in modo convincente da persone convincenti e capaci di guadagnare fiducia, è la principale possibilità di risolvere, in modo democraticamente partecipato i conflitti ambientali. E questo alimentato dallo smaltimento dei rifiuti è tra i più gravi. A Napoli e regione, il più grave degli ultimi tempi.
    Informare in modo convincente significa saper dire che i tempi non sono brevi; che la temporaneità di alcune soluzioni deve essere una tappa per la definitiva soluzione del problema; che questa intanto si potrà ottenere in quanto si abbia ben presente che quello dei rifiuti è un ciclo, del quale siamo tutti protagonisti attivi, che va dalla produzione allo smaltimento. E che è meglio avere una discarica vicino casa che avere sotto casa i rifiuti, magari bruciati da qualche sconsiderato che finisce per produrre tutte le porcherie che si teme possano essere sprigionate dalla discarica.
    Poi i modi. Le invocate dimissioni di Bassolino, il commissariamento della regione risolvono nulla. Così come risolvono nulla le opposizioni, talora preconcette, verso discariche e inceneritori che per il modo in cui si stanno alimentando rischiano seriamente di trasformare l’ormai famoso “nimby” (not in my back yard) nel meno noto “banana” (build absolutely nothing anywhere near anything): non costruire nulla in alcun luogo vicino a alcuno.
    Il ciclo dei rifiuti è costituito da momenti strettamente connessi che vanno dalla produzione del rifiuto al suo deposito, alla rimozione o raccolta, allo smaltimento. Tutte queste fasi sono intimamente collegate fra loro ma è chiaro che meno rifiuti si producono minore è la rilevanza quantitativa del problema. Quindi, punto primo, è necessario ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Molti di questi (40-50%) sono legati agli imballaggi (contenitori in cartone, plastica, vetro, alluminio, ecc.) i quali non necessariamente devono accompagnare il prodotto che contengono sin dentro i luoghi di consumo. Non è facile da realizzare senza un’adeguata opera di informazione e formazione dei consumatori, ma anche questa deve costituire un impegno. Analogo impegno di informazione e sensibilizzazione va fatto presso i consumatori domestici e i centri di ristorazione per il massimo riciclaggio possibile nelle pareti domestiche di alimenti che finiscono generalmente tra i rifiuti. Infine andrebbero coinvolti i mercati ortofrutticoli per una riorganizzazione della vendita al dettaglio capace di mandare al consumo solo la quantità di prodotto effettivamente commestibile, depurandolo a monte (il discorso riguarda le verdure) di quanto non utilizzabile per l’alimentazione e che, in tal modo, diventa rifiuto, ma molto più agevolmente raccoglibile e indirizzabile verso trasformazioni produttive quali il compost.
    Così alleggerito a monte il rifiuto va comunque depositato per essere rimosso e smaltito. È su questa fase che l’impegno combinato di cittadini e amministratori deve essere massimo e può dare risultati se non risolutivi comunque di notevolissima importanza per uno smaltimento anche produttivamente corretto. Si tratta della raccolta differenziata che intanto si può realizzare ai massimi possibili livelli per tutte le componenti merceologiche contenute nei rifiuti (carta, vetro, stagno, plastica eccetera) in quanto il deposito avvenga correttamente nei contenitori preposti a accoglierli. La diffusione di questi contenitori e delle «isole ecologiche» che li raggruppano deve essere capillare. Capillare deve essere l’informazione sulle modalità del deposito e anche sulle «sorti» di quei rifiuti raccolti in modo differenziato. Incentivi ai comportamenti virtuosi e disincentivi a quelli incuranti degli interessi collettivi costituiscono un utile strumento, meglio ancora se affiancato con la raccolta porta a porta.
    A questo punto resta pur sempre una quantità, sia pur minima e minimizzabile, di rifiuti il cui smaltimento alimenta polemiche e preoccupazioni: sia che si proponga di mandarli in discarica, sia che si proponga di incenerirli o termovalorizzarli. Soprattutto quest’ultirna soluzione vede contrapposti due schieramenti a favore o contro la costruzione di questi impianti e di quelli di produzione di cdr (combustibile da rifiuti) che necessariamente devono precederli. Sono fermamente convinto che non esista una sola soluzione: tutto in discarica, tutto incenerito, tutto riciclato. Chi propone scelte di questo tipo, nella migliore delle ipotesi non sa quello che dice.
    Ancora: un aspetto che preoccupa e alimenta opposizioni, blocchi e rivolte popolari (quando non alimentate da sobillatori) è quello degli effetti del mancato smaltimento dei rifiuti sull’ambiente e sulla salute. Anche in questo caso si legge e si sente di tutto. Le voci più preoccupanti sono quelle che associano i rifiuti al colera; nessuno ancora ha paventato la peste diffusa dai topi che razzolano tra i rifiuti. Anche in questo caso è necessario che siano messi punti fermi capaci di dare un’informazione priva di equivoci. E penso che sia compito dell’Arpac, dell’Istituto superiore di sanità, dell’Oms.
    Infine va ricordato che il problema non è «limitato» allo smaltimento dei rifiuti che si stanno producendo e si produrranno. Esistono milioni di tonnellate di rifiuti accumulate sotto forma di ecoballe di dubbia qualità. Dove mandarle, come trasformare i siti che le stoccano è un quesito che obbligatoriamente bisogna porsi per dare soluzioni definitive. Se, come si è letto nei giorni scorsi, la Germania li vuole per trasformarli in energia, almeno una parte di questi può prendere quella via. Per il resto potrebbe essere possibile provvedere a una «naturalizzazione» dei siti che accolgono quelle che restano, come avviene in altri paesi d’Europa.
    Ma chi deve decidere tutto questo? Oggi, per 4 mesi, c’è un Commissario straordinario il cui compito dovrebbe essere di imporre le scelte. Se così facesse avrebbe vita ancora più breve dei suoi 120 giorni. Come l’esperienza insegna le soluzioni non vanno imposte, ma concordate per acquisire preventivamente il consenso degli interessati e non per contrattarlo «a valle» delle decisioni. Esistono metodi collaudati di partecipazione alle scelte (democrazia partecipata), buone pratiche che possono essere non solo portate ad esempio, ma concretamente realizzate per adottare soluzioni definitive e non di tampone. Come esempio vengono spesso citati comuni medi o piccoli. Cioè di realtà inconfrontabili con Napoli e il suo milione di abitanti. Ma Napoli è anche un insieme di dieci municipalità, ciascuna delle dimensioni demografiche di una città media. Credo che anche da qui si potrebbe cominciare per dare inizio all’opera di cucitura di cui dicevo. E, magari, perché non da Pianura?

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