Fiero di essere Italia minore

«I programmi sono volutamente vaghi, abbiamo più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito. Siamo in vacanza. Diamo la preferenza alle strade secondarie: il meglio sono le strade provinciali asfaltate, poi le statali, e ultime le autostrade. Ci preoccupiamo più di come passiamo il tempo che non di quanto ne impieghiamo per arrivare: l’approccio cambia completamente» (Robert M. Pirsig)

Ogni volta che posso – soprattutto se non sono in vacanza – amo uscire dalle vie a scorrimento veloce e perdermi in quegli anfratti del Sud generalmente rappresentati (da chi è all’esterno) o come paradiso turistico esotico e seducente o come inferno arcaico e mafioso. In ogni caso, dice Franco Cassano, si tratta di scarti e dissonanze di una modernità fedele al solo comandamento del «non avrai altro sviluppo all’infuori di me».
In quei momenti il pensiero si fa paesaggio e il corpo si libera dall’arroganza dell’autostrada e della cultura che l’ha generata. È allora che incontro, arricchendomene, il pensiero meridiano.
Viaggiando attraverso l’Appennino meridionale accresco la mia consapevolezza della complessità e dell’ambivalenza del mondo, mi accorgo che il Sud (che io penso al plurale) non è una categoria che circoscrive semplicemente il “mio” spazio (sociale, culturale, geografico), ma è prima di tutto la dimensione che definisce ciò che è “altro” rispetto all’uni-verso della cultura dominante (Il Sud «non è un non-ancora, non esiste solo nella prospettiva di diventare altro, di fuggire inorridito da sé per imitare il Nord venti o cento anni dopo, e quindi probabilmente mai», dice ancora Cassano).
Tra i tanti paesi lucani e campani che ho visitato negli ultimi mesi, ce ne sono almeno quattro che mi hanno particolarmente suggestionato. Si tratta di luoghi che portano i segni – spesso violenti – della storia, luoghi che raccontano sebbene vi dòmini il silenzio. Vi si avverte il terremoto e la guerra, la disoccupazione e l’abbandono. Storie diverse, per epoche, accadimenti e genti che vi sono passate, eppure accomunate – nella loro marginalità – da una medesima identità contrapposta alla tendenza livellatrice di un sistema che crede di essere faro dell’umanità.

Le casette arroccate di Castel Lagopesole (Avigliano, PZ) da 800 anni sono dominate da un imponente maniero federiciano posto strategicamente all’imbocco della valle di Vitalba, all’epoca frontiera tra bizantini e longobardi. Scongiurate le sue funzioni belliche, e non ospitando principesse da liberare o fantasmi da cacciare, i secoli d’abbandono ne hanno usurato le strutture riducendolo quasi in rovina. 80 anni fa il mio bisnonno dovette vedere solo l’ombra di quell’antica massiccia architettura, mentre invece oggi – fortunatamente – gran parte dello stabile è stato recuperato dopo un decennio di restauri. All’interno non c’è granché, giusto una piccola esposizione di reperti archeologici rinvenuti dai recenti lavori e un’installazione multimediale sulla falconeria, il tipo di caccia preferito dall’imperatore. L’impressione è che si siano spesi un sacco di soldi per mettere il trucco ad un cadavere. Ma so che questa è una considerazione troppo dura. Certo, personalmente ci vedrei rassegne d’arte, concerti d’ogni tipo, festival teatrali e, magari, circensi… insomma tante attività legate all’incanto. Però poi penso anche che in qualche modo la meraviglia c’è già perché io stesso, smarrendomi nei suoi corridoi, grazie a quel vuoto avevo immaginato cavalieri e damigelle… e ancora, con un po’ più di coraggio per attraversare un lungo e stretto passaggio, avevo goduto dello stupore d’affacciarmi sulla cappella medievale e fantasticare di essere il mago di corte.

All’interno della stessa provincia potentina, ma ai confini con quella di Salerno, c’è Balvano, dove sono andato perché il suo nome mi sembrava legato al terremoto dell’Ottanta. Ricordo una strana sensazione, probabilmente dovuta alla suggestione dei ricordi: più mi distanziavo dal raccordo autostradale Potenza-Sicignano, più cresceva in me la sensazione di essere “lontano”. Le dolci curve che salivano e scendevano a seconda del fianco delle colline non bastavano a scacciare il pensiero di come i soccorritori riuscirono ad arrivare fin lì durante quell’inverno di quasi trent’anni fa, quando il paese fu completamente raso al suolo e sotto le macerie della chiesa di Santa Maria Assunta restarono decine di bambini e ragazzi. Oggi la Balvano ricostruita è una sorta di parodia urbanistica di se stessa: i materiali prefabbricati utilizzati (generalmente per ragioni di economia e di urgenza) non sono altro che il segno di una delirante visione del progettista che ha riempito di simboli pseudomassonici le facciate delle case addossate al castello dei conti Girasole, come se avesse dovuto allestire il set di un film di Tim Burton, piuttosto che ritessere un antico discorso architettonico e sociale. Quel pomeriggio, ancora inebetito dalla surreale immagine della cittadina, ad un certo punto una specie di fischio mi ha ridestato: giù nella gola del torrente Platano, tra una galleria e l’altra stava passando un trenino. È più forte di me, ogni volta che ne vedo uno mi fermo a guardarlo e penso da sempre la stessa esclamazione: «Zug, Papi!». A Balvano osservare il treno che passa in fondo alla valle e a pochi metri dall’acqua è semplicemente magnetico, e allora fa ancora più male pensare che in un luogo così si sia consumata la più grave sciagura ferroviaria italiana. Adesso lo ricordano in pochi, ed io stesso l’ho scoperto solo dopo, quando a casa ho iniziato a cercare informazioni sul paese che avevo visitato: la notte del 3 marzo 1944 oltre 500 persone (di cui alcune mai identificate) morirono per soffocamento in un tunnel a poca distanza dalla stazione. Il treno a vapore 8017 ebbe un guasto e tutti i passeggeri rimasero intrappolati per parecchie ore. Oggi non vi ho trovato alcun monumento né lapide che ne perpetuasse la memoria. Ma forse sono io che, non sapendo di doverla cercare, non l’ho notata.

Sull’altro versante della gola, ma a 600 metri d’altezza, si affaccia Romagnano al Monte (SA), il paese abbandonato più grande che abbia visitato. I tornanti che risalgono lo strapiombo, ricoperti di asfalto vecchio e con erbacce che restringono la carreggiata, sono il preludio ad un viaggio temporale. Man mano che si sale di quota i giorni tornano indietro fino al 23 novembre 1980, fino ad un minuto dopo la scossa maggiore. A quel punto non c’è alcun boato, nessun pianto, solo un angosciante silenzio rotto di tanto in tanto da un’anta che sbatte al vento. Quella sera d’inverno i romagnanesi vissero la loro apocalisse e i sopravvissuti furono trasferiti nel nuovo insediamento a qualche chilometro di distanza, eppure lontano anni luce da quelle tegole rosse che ora sono tetti sfondati, da quegli usci di casa ridotti in cumuli di detriti, da quelle finestre che adesso mettono in vista entrambi i lati.

Seguendo il corso del Platano fino all’imbocco del Vallo di Diano e poi deviando verso il vicino fiume Tanagro, le Grotte dell’Angelo di Pertosa (SA) sono mimetizzate dietro una fitta trama di verde che da lontano non lascia nemmeno immaginare che lì possa nascondersi un’apertura nella roccia di tale ampiezza e profondità. Chilometri di cunicoli nelle viscere dei monti Alburni che goccia dopo goccia, da migliaia di anni, la pazienza della natura ha trasformato in una sorta di straordinaria cattedrale gotica che non poteva non richiamare al culto dell’Arcangelo Michele (da cui il nome del sito). La vera ragione, però, per cui le Grotte di Pertosa rientrano in questo post è in una serie di graffiti lasciati nel cosiddetto “Braccio dei Pipistrelli” da profughi di religione ebraica che durante la seconda guerra mondiale fuggivano dalle persecuzioni nazi-fasciste. Tra l’orrore e la speranza, quel gruppo di persone trovò rifugiò nella cavità salernitana, probabilmente prima di raggiungere Santa Maria al Bagno (Nardò, LE) da dove sarebbero salpati (clandestini) verso un nuovo Stato da fondare. Ognuno di loro lasciò sul calcare il proprio nome accanto ad una Stella di David, proprio come altri lasciarono in una casa-nascondiglio della località leccese (dalla quale passarono anche David Ben Gurion e Golda Meir) dei bellissimi murales che continuano a testimoniare in forma d’arte le sofferenze e i sogni di un popolo perseguitato, nonché la silenziosa protezione che gli seppero donare alcuni luoghi di un Sud volto all’accoglienza e alla giustizia.

«La chiave sta nel ri-guardare i luoghi, nel duplice senso di aver riguardo per loro e di tornare a guardarli» (Franco Cassano)

– – –

    PS:
1. La citazione iniziale di Pirsig è tratta da “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” (1974), *.
2. Le citazioni di Franco Cassano sono tratte da “Il pensiero meridiano” (1996), *, da cui estrapolo anche il seguente passaggio: «[il Sud] lo si può trovare nei nostri sud interiori, in una follia, in un silenzio, in una sosta, in una preghiera di ringraziamento, nell’inettitudine dei vecchi e dei bambini, in una fraternità che sa schivare complicità e omertà, in un’economia che non abbia ripudiato i legami sociali[…], nei sentimenti dove vivono più patrie, dove alla semplicità del sì e del no si sostituiscono i molti veli della verità, dove la bellezza torna ad essere un premio per chi l’ha cercata a lungo e non un diritto di tutti per cui basta pagare, dove la difficoltà di colmare le distanze e il tessuto delle interdizioni non sono soltanto assurde repressioni ma anche ostacoli al fanatismo del possesso e del consumo, inizio delle storie e delle fantasie che guidano il percorso».
3. Molte informazioni sui murales di Santa Maria al Bagno sono qui, qui e qui. Inoltre, un bellissimo film sull’esodo degli ebrei dall’Europa all’allora Palestina è “Kedma. Verso Oriente”, di Amos Gitai, 2002, * (su YouTube due spezzoni: 1 e 2).
4. Il titolo del post riprende un verso di “Italia minore”, una canzone del nuovo disco di Eugenio Bennato (“Sponda Sud”, 2007) dedicata al poeta popolare Matteo Salvatore (*, *, *). Qui, infine, potete ascoltare la canzone e leggere il testo.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Fiero di essere Italia minore

  1. marcol62 ha detto:

    …cazzarola…sei avvincente! bravo!

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