Senzaché si recasse pregiudizio ad alcuno

Col buio il Centro-Oli dell’Eni, giù nel fondovalle di quella che qualcuno ha soprannominato Lucania Saudita, prende vita. Tubature metalliche, cisterne giganti, pompe e tralicci vengono illuminati da luci arancioni come fossero ai margini di qualche metropoli degradata [*].
Invece si trovano tra Cilento e Pollino: in Val d’Agri, tra verde e paesini arroccati.
Quindici o più anni fa la scoperta del petrolio (da qui si estrae il 10% del fabbisogno italiano: *) ha cambiato profondamente la vita di questi luoghi.
L’impatto, com’è intuibile, è stato duplice: da un lato ha favorito l’occupazione (ma ci sarebbe da discutere su quali livelli) e ha riempito le casse comunali con royalties per l’estrazione (ma, sebbene le amministrazioni spesso non sappiano cosa inventarsi per investire tutto quel denaro, pare che le percentuali siano comunque sottoproporzionate rispetto ai profitti che ne ricava l’Eni: *); dall’altro lato i mezzi pesanti hanno cominciato a muoversi su queste strade tortuose, il cemento ha preso vigore e i prezzi delle abitazioni sono saliti rapidamente. Senza dimenticare l’odore (o chissà cosa) della prima raffinazione del greggio che di tanto in tanto si fa sentire col vento sfavorevole [del petrolio lucano se ne occupò anche Report un po’ di tempo fa: qui].
La scorsa primavera, però, il primo atto del neo-Ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio [*] è stata l’istituzione del Parco Nazionale della Val d’Agri e Lagonegrese [*]: una bella azione (il cui iter era cominciato parecchi anni prima) che sembrava anche un gesto di indirizzo politico, che tuttavia ancora non è stato riempito di contenuti che abbiano chiarito quale tipo di convivenza si riuscirà a realizzare tra le esigenze di trivellazione e quelle di tutela ambientale.
Non so perché sto scrivendo quel che leggete, e non so nemmeno quale possa essere la soluzione più equilibrata, ma anche stavolta una prima risposta la ritrovo nella conoscenza del passato: oggi ho letto un atto decurionale di Viggiano del 16 giugno 1826 in cui alcuni ispettori comunali raccontavano il loro sopralluogo presso il torrente Alli che scorre alle porte del paese, dove un mugnaio aveva chiesto di costruire un nuovo mulino. Aldilà del linguaggio burocratico che non invecchia mai, quel documento mi è parso un piccolo altrove cronologico che riesce a trasmettere un certo tipo di rapporto tra uomo e ambiente che stasera, osservando l’apoteosi industriale illuminata laggiù, mi sembra assolutamente persa: «ci portammo sopra il luogo denominato Pignatara, distante da questo Comune un Miglio, e mezzo in circa. Osservammo ivi, che alla ripa del fiume denominato Alli dalla parte di Ponente vi esiste un Territorio in scoscesa di proprietà del detto Santamarena, [il quale] il nuovo Molino intende farlo nel detto suo territorio, ed animarlo colle acque del suddetto fiume Alli, mediante un alveo da costruirvi di lunghezza canne cinquanta, il di cui principio, per imboccarci dette acque, incomincia dal letto del fiume, e tirando verso al basso presso la ripa del medesimo fiume per pochi passi, [quindi] dopo aver animato la suddetta nuova Macchina, le acque medesime vanno a scorrere nuovamente nel letto del fiume, e riprendere il solito di loro corso, senzaché si recasse pregiudizio ad alcuno».

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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