Le storie del signor Keuner

«Ci sono spettacoli che nascono da un fatto o da un grumo di fatti narrabili. E ce ne sono altri che nascono da visioni, da voci, da rumori. Keuner è della seconda specie»

Un’opera densa, ecco l’unico giudizio che riesco a dare dell’ultimo spettacolo di Moni Ovadia e Roberto Andò tratto da “Le storie del signor Keuner” di Bertolt Brecht.
Densa perché in bilico tra virtuale e reale: video, frasi luminose, musica, mimica, recitazione, voci fuori campo, manichini. Ma densa anche perché piena di parole e concetti cui non si riesce a stare dietro completamente. E quando lo si capisce, l’unica soluzione è lasciarsi trasportare dal flusso emotivo del teatro, che è innanzitutto gesto. Allora Lee Colbert diventa davvero l’Angelo Azzurro sospeso sul palco, il danzatore russo col ventre enorme si trasforma nel soave ippopotamo col tutù di Fantasia, gli orchestrali vestiti da ballerine degli anni ’30 superano il ridicolo e diventano ironici traboccando in platea e mischiandosi agli spettatori. Alle immagini delle parate naziste seguono quelle delle stragi brigatiste e mafiose; il Cristo Morto del Mantegna è accostato alle foto di Che Guevara su un tavolo da obitorio e di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault 4; e poi aule di tribunale con Brecht che risponde ai maccartisti, Riina che accusa di comunismo i suoi nemici e Andreotti che aggiusta il microfono prima di una deposizione. In questo spettacolo c’è il Novecento, coi suoi orrori e qualche eroe. E c’è l’Europa, con le sue lingue cantate recitate urlate e zittite. Ma soprattutto c’è la perdita del senso che viviamo in questo tempo, la confusione e la frammentazione, ma anche la pluralità che è via di fuga, che è mille altre possibilità cui aggrapparsi.
In questo quadro non c’è linearità narrativa, né potrebbe esserci. Infatti la scenografia stessa sembra evidenziarlo con le sue numerose porte e finestre. Il filo rosso, dunque, è nello stesso Moni Ovadia, che non a caso è più direttore d’orchestra che mai: dà il via e lo stop, invita al movimento e va a sedersi in platea, canta con dolore brani della tradizione ebraica e si scaglia contro i governi che ammazzano il teatro. Con la sua persona, col suo corpo, unisce i “reperti d’arte” e i “reperti di realtà”.
È un’opera densa, infine, perché le storie, o meglio le istruzioni brechtiane del signor K. lette in video da tante personalità (tra gli altri: Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari, Gherardo Colombo, Philippe Daverio, Milva, Eva Robins, Sergio Romano Gino Strada…), raccontano «questa epica lotta novecentesca tra il Fallimento e l’Utopia [con la voce di] un fratello maggiore un po’ suonato dalla vertigine di questo conflitto, stupidamente intelligente, o talmente intelligente da sembrare – a tratti – stupido», come sottolinea la grassa e contagiosa risata finale di Dario Fo.

    PS:
1. Su Wikipedia ulteriori info su Bertolt Brecht (it) e “Le storie del signor Keuner” (de).
2.
Lo spettacolo di Moni Ovadia e Roberto Andò è al Teatro Mercadante di Napoli fino al 21 gennaio 2007.
3. Una bella recensione è su One More Blog.
4. Le citazioni allinizio e alla fine del post sono di Roberto Andò, tratte dal libretto dello spettacolo.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Le storie del signor Keuner

  1. PasqualeP ha detto:

    Condivido ovviamente il tuo commento. Lo spettacolo, certamente non facile, era sempre godibile, merito della musica e della continua attività sulla scena.
    A dire il vero penso di non aver mai visto prima niente di simile. Anche perchè nei pochi casi in cui vado a teatro, escludendo le rappresentazioni più classiche, normalmente lo spettacolo cui assisto ha forti legami con l’attualità, con un gruppo di persone, con un avvenimento storico importante. In questo caso avvertivo una mancanza di contatto con tutto, nonostante i filmati proiettati che rimandavano a fatti storici e di cronaca, una mancanza di linearità come dici tu.
    Sarà che si tratta di una esposizione che in quanto tale deve essere percepita ed elaborata da chi l’osserva.
    Così le tante affascinanti riflessioni del signor Keuner sulla società mi prendevano per un momento e poi mi lasciavano confuso e smarrito…ma forse è proprio questo che cercava l’autore

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