Nord: 36°, 25’, 31”; Est: 14°, 54’, 34”

«La costa maltese va e viene. Di notte le luci l’avvicinano, di giorno è una striscia sottile tra il mare e il cielo. A volte, specialmente quando incrocia a sud dell’isola, la Yiohan si sposta più al largo e per uno o due giorni non si vede altro che l’orizzonte. Ma appena risale il Mediterraneo verso nord, Malta riappare, ogni volta nuova. Allora c’è sempre qualcuno che grida all’Italia. Ma il motore non muta il suo cupo mormorio, l’equipaggio non interrompe la sua stanca routine. Nemmeno si voltano per vedere quella striscia di terra, la ignorano con ostentazione, come se la odiassero. Il fatto è che loro sanno: bisogna aspettare. Se tutto andrà bene lo sbarco sarà fatto nei giorni del Natale cristiano» [Giovanni Maria Bellu]

Sarà che quella tragedia avvenne in un periodo speciale dell’anno. Sarà che a lungo nessuno credé al racconto di un centinaio di sopravvissuti. Sarà che «il manifesto» fu l’unico media che ascoltò quella drammatica denuncia, ed io ne conservo ancora la prima pagina. Sarà che ammiro il giornalismo d’inchiesta che portò «Repubblica» a trovare le prove del misterioso naufragio. Sarà che ho conosciuto l’autore di quel reportage in una splendida sera nel cuore della Barbagia. Sarà che ben quattro Premi Nobel italiani chiesero, invano, al nostro Governo di recuperare le salme dei 283 e di dar loro degna sepoltura. Sarà che oggi è la vigilia di Natale e domani saranno 10 anni da quella notte a 19 miglia da Portopalo. Sarà come sarà, ma sento che questa storia mi appartiene.
E continuo a ricordarla.


    PS:
1. Il 5 gennaio 1997 «il manifesto» titolò “I fantasmi del Mediterraneo”. E sotto: «Due navi con a bordo centinaia di clandestini indiani e pakistani si scontrano a Natale nel canale di Sicilia. 283 uomini spariscono nel nulla. I loro compagni arrivano in Grecia e denunciano il fatto. Scattano le ricerche, ma senza risultato. La storia misteriosa di un naufragio possibile nel mare della speranza». Come sfondo c’era una grande riproduzione di “Tempesta” (1854) di Ivan Aivazovsky, che continua a ricordarmi tanti ex-voto pittorici conservati nei santuari del Mediterraneo, da Sorrento a Marsiglia, da Montenero a La Valletta.
2. Il 15 giugno 2001 Giovanni Maria Bellu pubblicò su «Repubblica» “Il cimitero in fondo al mare. Prova del naufragio fantasma” che finalmente rompeva il silenzio e mostrava le immagini del relitto a 108 metri di profondità (alle coordinate del titolo di questo post). Nel 2004, poi, Bellu ha pubblicato “I fantasmi di Portopalo” (Mondadori) che ricostruisce quel che avvenne prima e dopo la tragedia: un libro assolutamente da leggere (da cui è tratta la citazione iniziale).
3. Per anni ci sono stati appelli (
Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia su tutti) alle autorità al fine di recuperare ciò che resta. Recentemente la richiesta è venuta anche da un centinaio di parlamentari, cui il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha risposto assicurando «l’intenzione del governo di far svolgere in tempi brevi uno studio tecnico di fattibilità per il recupero del relitto e dei corpi (si sta valutando l’ipotesi di affidare l’intervento alla Marina militare) e ha fatto propria l’idea di erigere un monumento a ricordo della tragedia, un luogo della memoria per i clandestini scomparsi nel Mediterraneo» [qui].
4. Il “naufragio di Natale” ha ispirato almeno tre opere teatrali: “Dal gorgo/segnali” (di Danilo Cremonte, 2002), “La nave fantasma” (di G. M. Bellu, Bebo Storti e Renato Sarti, 2004) e “Portopalo. Nomi, su tombe senza corpi” (requiem civile di Giorgio Barberio Corsetti, 2006).
5.
Sul sito dell’
on. Tana de Zulueta c’è una breve ricostruzione della vicenda, cui segue un lungo elenco di link ad articoli di approfondimento. L’ultimo reportage di Bellu è del 26 novembre 2006 da Tordher (Pakistan), dove ha incontrato le famiglie di alcuni dei naufraghi fantasma: qui (pp. 4 e 5).
6.
Come certamente avranno notato i taccuinisti più assidui e attenti, di tanto in tanto evoco questa storia nei miei post (in particolare, qui e qui). Chissà, forse perché ricordare credo sia il miglior augurio. Soprattutto in una sera come questa.
7. E per terminare questo strano post in cui lo spazio delle note è più lungo del testo, riprendo una frase di
Tahar Ben Jelloun: «Ci si accanisce contro i clandestini, quelli che riescono a salvare la pelle. Ma che cosa si fa contro i trafficanti, i mafiosi, i lupi rabbiosi, quelli che restano nell’ombra, quelli che rimangono sulla riva quando la piccola barca sovraffollata prende il largo in una notte buia e naviga verso la morte, o meglio verso coste sorvegliate dai gendarmi e dai cani?».

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3 risposte a Nord: 36°, 25’, 31”; Est: 14°, 54’, 34”

  1. ggugg ha detto:

    http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/naufragio/naufragio.html

    25 febbraio 2007

    GIUSTIZIA PER LE VITTIME DEL “NAUFRAGIO FANTASMA”
    di Giovanni Maria Bellu

    Alcune migliaia di persone, in varie parti del mondo, si sono emozionate per quella notizia di poche righe. Anche un po’ burocratiche: “Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha annunciato che il governo ha stanziato i fondi per il recupero della F-174 affidando il compito alla Protezione civile”.
    La “F-174”. Non aveva nemmeno un nome: solo il codice d’identificazione che le era stato assegnato dalle autorità marittime maltesi. Eppure su quella sigla gelida sono stati versati litri di lacrime. Fu la “F-174”, un vecchia lancia della marina militare inglese trasformata in peschereccio e poi in carretta del mare, a portarsi via, la notte del 25 dicembre del 1996, 283 giovani uomini asiatici che tentavano di raggiungere le coste della Sicilia.
    In questi anni se ne è parlato molto. Riassumiamo la vicenda in poche parole, per chi si fosse distratto. Dopo il naufragio, le autorità marittime non credettero ai racconti dei superstiti. Gli organi di stampa, con la sola eccezione di giornali come “Le Monde” e “The Observer”, e in Italia “Il manifesto”, se ne disinteressarono. La tragedia divenne “il naufragio fantasma”. Poi, nel 2001, “Repubblica”, grazie alle indicazioni di un pescatore di Portopalo di Capo Passero, Salvo Lupo, individuò e filmò il relitto ancora circondato dai corpi. Subito, i quattro premi Nobel italiani lanciarono un appello per il recupero. Così come nel 1996 il governo di centrosinistra, guidato anche allora da Romano Prodi, si era disinteressato alla tragedia, l’appena insediato governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, ignorò l’appello.
    Questo per chiarire quanto tempo è passato e quanto è importante per i familiari delle vittime l’annuncio del governo: probabilmente avranno una tomba su cui piangere. E potranno cominciare a elaborare il loro lutto. L’annuncio di Prodi (diffuso alcuni giorni prima della crisi) è una vittoria della giustizia e anche dell’umana pietà.
    Ma siccome tutte le vittorie hanno un padre, è importante darlo anche a questa. Col nome e il cognome. In realtà non è un padre, ma una madre. Si chiama Tana De Zulueta. Attualmente è deputato dei Verdi. Nel 1996 era un senatore dell’Ulivo. Fu l’unico tra i membri del Parlamento italiano a occuparsi della tragedia della “F-174”. Coprì, col suo interessamento, due assenze gravi e per certi versi inspiegabili: quella delle forze di sinistra, compresa la più estrema, e anche quella della stampa. Tana De Zulueta è, infatti, una giornalista. E’ stata per anni la corrispondente dall’Italia di “The Economist”. E’ arrivata alla politica senza tessera, senza padrini. E benché si sia laureata a Cambridge con una tesi sul sistema delle caste in India, è rimasta sconcertata e sbalordita dalle dinamiche italiane. Ugualmente continua a starci dentro, con un’attenzione alla sostanza che deriva certo dalla sua formazione anglosassone, ma anche con una testardaggine alla quale non sono estranee le sue origini basche.
    La forza dello sconcerto di Tana De Zulueta ha mantenuto in vita questa storia quando nessuno più ci pensava. Assieme al coraggio di un giornalista che non c’è più, Dino Frisullo. Assieme alla rabbia e alla disperazione dei parenti delle vittime. Un giorno si dovrà fare il bilancio dei danni collaterali di questa e di altre tragedie del mare: la rovina economica di intere famiglie, le madri impazzite o morte di crepacuore, un dolore immenso come il Mediterraneo che solo occasionalmente scalfisce la nostra routine.

    (glialtrinoi@repubblica.it)

  2. ggugg ha detto:

    Sciacallaggio politico, ecco come si chiama il tiro al bersaglio che sta subendo Emergency negli ultimi giorni.
    Schifo, invece, è il sentimento che provo verso tutti coloro che infangano chi rischia quotidianamente la vita per stare dalla parte delle vittime.
    Con la drammatica (sebbene annunciata) notizia del temporaneo ritiro dello staff internazionale dell’organizzazione umanitaria dall’Afganistan, terroristi e guerrafondai oggi possono legittimamente sorridere
    (http://www.emergency.it/menu.php?A=006&SA=058&ln=It&cs=105).
    Sono già in troppi a gracchiare, per cui non voglio aggiungermi al coro. L’unica cosa che sento di dover fare è mostrare – per chi ancora non l’avesse capito – quale sia lo spirito di Emergency. Nell’ultimo numero del suo notiziario (n.42, marzo 2007), c’è un articolo dedicato al Naufragio Fantasma, quello di 300 migranti doppiamente vittime.

    PORTO PALO, NAUFRAGIO FANTASMA. VITTIME SENZA GIUSTIZIA

    I due nomi attorno ai quali ruota la trama del naufragio di Portopalo sono Giovanni Maria Bellu e Salvatore Lupo.
    Il primo è un giornalista di Repubblica la cui ostinazione permise di scoprire il più grande naufragio di immigrati nell’Italia del dopoguerra.
    Il secondo è il marinaio che trovò i documenti di uno dei disperati che vi morirono. Un terzo nome, meno facile da ricordare, potrebbe essere Anpalagan Ganeshu, la cui carta d’identità, scritta in caratteri indecifrabili, diventò la prova tangibile che in fondo al mare si celava un cimitero con centinaia di vittime.
    Dallo Sri Lanka alla Sicilia, l’ultimo viaggio di Anpalagan e di altri 282 migranti Anpalagan, cingalese di etnia tamil, è una delle 283 vittime del naufragio fantasma avvenuto la notte di Natale del 1996, quando la nave Yiohan, carica di oltre 400 migranti indiani, pachistani, cingalesi, si scontrò con la F174, un’imbarcazione più piccola partita da Malta per “trasferire” il carico di disperati sulle coste della Sicilia.
    Una mattina del gennaio 1997, le reti di Salvatore Lupo – insieme a gamberi, merluzzi e granchi – raccolsero anche pantaloni, scarpe e una carta plastificata con la foto e il nome di un ragazzo di 17 anni.
    Che fare? Allertare le autorità rischiando di vedersi bloccare il lavoro dalla magistratura o seguire il comportamento di tanti colleghi che, trovati i corpi degli immigrati, li ributtavano a mare?
    Lupo, che provò pena per Anpagalan, rifiutò il silenzio e la reticenza dei compaesani, decidendo di raccontare a qualcuno che cosa gli era accaduto al largo delle coste siciliane.
    Ad avvisare Bellu fu un collega di Repubblica, che gli suggerì di recarsi a Portopalo, dove sapeva che tra i pescatori «giravano strane storie».
    Qualcuno che sa e tace, qualcuno che non sa ma vuole capire Bellu arrivò nel paese dove si fermò alcuni giorni. I racconti nei bar, tra un bicchiere e l’altro, parlavano di cadaveri interi, poi di resti umani divorati dal mare e dai pesci. Parlavano dello scherzo atroce di una testa portata prima in un bar e poi piantata su un palo davanti a una macelleria, col proprietario che chiuse il negozio per sempre, pensando a una minaccia mafiosa.
    Man mano che li trovavano nelle loro reti, i pescatori ributtavano i corpi a mare. Se avessero fatto ciò che la legge impone – denunciarne il ritrovamento alle autorità – avrebbero rischiato il blocco dei pescherecci.
    Le autorità di Portopalo, il vicesindaco, il vigile urbano, il parroco e tanti altri confermarono a Bellu la versione di Lupo: in fondo al mare c’era un cimitero.
    Per avere la prova inoppugnabile del naufragio, il giornalista decise di acquistare a sue spese un apparecchio per la ricerca sottomarina.
    Bellu, Lupo e il «Rov» («Remote operated vehicle»), giunsero nel punto esatto indicato dal pescatore.
    Nel 2001 tutti videro le immagini del relitto della F174, nel quale erano ancora imprigionati gli scheletri dei migranti.
    Alla ricerca delle prove e delle testimonianze per ricostruire il naufragio La ricerca di Bellu continuava: incontrò dapprima Metha, presidente della più grande comunità tamil italiana; poi Bala, zio di Anpalagan, che aveva pagato migliaia di dollari per raggiungere l’Inghilterra, dove avrebbe voluto studiare; poi Dino Frisullo, che sul mensile «Narcomafie» fu tra i pochissimi a parlare della vicenda e che gli mostrò un documento col nome di 13 morti pachistani e quello di un agente di viaggio che aveva intascato 4-5mila dollari per ogni migrante.
    Parlò anche con Shakoor, uno dei ventinove superstiti della nave colata a picco, aggrappati alle funi lanciate dalla Yiohan e miracolosamente ancora vivo; incontrò Yossef El Hallal, il comandante libanese della Yiohan, latitante in Francia.
    Il quadro cominciava a chiarirsi.
    Dopo averli identificati, l’inchiesta della procura di Siracusa aveva decretato il rinvio a giudizio dei membri dell’equipaggio della Yiohan, tutti latitanti.
    Youssef El Hallal, estradato in Italia, restò in carcere fino al 6 maggio del 2001 quando, nonostante il parere contrario del pubblico ministero, il tribunale di Siracusa ritenne che fossero venute meno le esigenze di custodia cautelare.
    Tornato in libertà, fu immediatamente trasferito in un centro d’accoglienza come «clandestino» e quindi espulso nuovamente in Francia.
    Due indagati per omicidio plurimo, molti complici ancora “operativi”.
    Un mese dopo, la scoperta del relitto rischiò paradossalmente di bloccare tutto: la F174 si trovava infatti in acque internazionali.
    La Procura decise di applicare una norma del codice penale che, in casi di eccezionale gravità, consente di indagare su fatti che non riguardano cittadini italiani e che non sono accaduti in Italia.
    Ciò comportò la contestazione di un reato più grave, omicidio volontario plurimo aggravato che, risultando contestabile solo a due persone, restrinse la lista degli imputati a El Hallal e all’armatore pachistano, l’armatore Tourab Ahmed Sheik, considerato l’organizzatore del viaggio.
    Il primo è indagato dalla Procura di Siracusa, il secondo dalla Corte d’assise d’appello di Catania.
    Secondo Giovanni Maria Bellu, giustizia non verrà mai fatta: «Anche se dovessero condannare a morte i due imputati, un altro centinaio di persone dell’organizzazione sono rimaste completamente fuori dalla vicenda. Nell’eventualità che i due vengano condannati, si tratta probabilmente del 2 per
    cento dell’organizzazione che gestisce il traffico di migranti, e sicuramente nemmeno i più importanti. Manca un giudice internazionale per questo tipo di crimine».
    A dicembre, Prodi, incontrando la senatrice dei Verdi Tana de Zulueta, ha detto che il governo si impegnerà nel recupero del relitto.
    «Se si recupera il relitto – continua Bellu – si potrà fare il riconoscimento di un certo numero di corpi. Esiste quindi la possibilità che il nostro paese dia almeno un ristoro morale ai familiari delle vittime. Ma l’Italia, ahimè, è un paese che ha sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità morali».

    LUCA GALASSI
    (peacereporter.net)

    http://www.emergency.it/img/giornale/emergency42-2.pdf

  3. anonimo ha detto:

    L’epilogo – amaro – ieri, 8 maggio 2007.
    Ed oggi Giovanni Maria Bellu ne ha scritto nella sua rubrica sul sito di Repubblica, “Gli altri noi”:

    Non c’è un giudice per le vittime della tratta

    Con l’assoluzione di Ahmed Sheik Turab, la più grave sciagura navale del Mediterraneo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale resta senza colpevoli. Le ultime, debolissime, speranze di giustizia restano affidate al processo, ancora in corso davanti alla corte d’assise d’appello di Catania, contro il libanese Youssef El Hallal, il comandante della “Yiohan”, la nave della morte.
    L’assoluzione di Turab era largamente prevista. L’accusa che ha portato con sé la richiesta dell’ergastolo – omicidio volontario plurimo – non era scaturita dall’indagine sul fatto ma da una forzatura giuridica a fini di giustizia, da una specie di stato di necessità.
    Inizialmente l’imputazione era, infatti, omicidio colposo plurimo e l’intera istruttoria era andata avanti sulla base del presupposto che il naufragio fosse avvenuto all’interno delle acque territoriali italiane. Questa convinzione si fondava sulle testimonianze di alcuni dei superstiti che avevano detto di aver visto le luci della costa siciliana. D’altra parte, non essendoci italiani né tra le vittime, né tra gli imputati, la nostra magistratura poteva procedere solo postulando che il naufragio fosse avvenuto nel territorio nazionale.
    Quando, nel 2001, si scoprì il relitto in acque internazionali, il processo fu infatti sospeso. E sarebbe finito fin da allora se la procura di Siracusa – fu questa la forzatura giuridica – non avesse contestato, sulla base degli stessi elementi, un reato ancora più grave: l’omicidio volontario. Dovette farlo per poter utilizzare una norma del codice penale che consente al giudice italiano – ma solo in casi di particolare gravità – di occuparsi di vicende avvenute fuori dal territorio nazionale senza il coinvolgimento di italiani. Dopo la scoperta del relitto, dal punto di vista formale, il naufragio di Natale era come l’omicidio di un indiano commesso da un greco in Marocco.
    Così si è arrivati al processo che si è concluso ieri. Con una complicazione ulteriore determinata dall’iniziale esclusione dell’unico altro imputato, Youssef El Hallal, dal successivo ricorso della procura contro quella decisione e, infine, dall’avvio del processo contro di lui ancora in corso davanti alla corte d’assise d’appello di Catania. Un altro processo anomalo: è partito dal secondo grado di giudizio.
    La corte d’assise di Siracusa, presieduta da Romualdo Benanti, ha avuto il coraggio di non pronunciare una sentenza esemplare. In effetti c’è da domandarsi quanto avrebbe giovato alla giustizia una condanna all’ergastolo di Turab, unico imputato rimasto impigliato nelle maglie della legge dopo che l’intera organizzazione dei trafficanti era facilmente riuscita a evitarle. Si parla di un’ottantina di persone – delle quali si conoscono i nomi – sparse tra l’India, il Pakistan, lo Sri Lanka, la Turchia, la Siria, l’Egitto, la Grecia e Malta.
    La sentenza di ieri, purtroppo, conferma la totale inadeguatezza dell’attuale legislazione internazionale sul traffico di esseri umani. Reati che, come questo, si sviluppano in Stati diversi e lontani, collegati tra loro da deboli accordi di collaborazione giudiziaria, restano impuniti. La verità è banale e amara: per le vittime della tratta non esiste un giudice.

    (glialtrinoi@repubblica. it)

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