Ciao, Calibano

«In una società profondamente cinica e indifferente che ha fatto del disprezzo per la vita una sua griffe inconfondibile, un dato oggettivo incontestabile e che proprio per questa peculiarità sarà ricordata nei secoli futuri nei testi scolastici… in questa società, dico, è proibito ai disperati, ai malati senza speranza, ai sofferenti in stadio terminale, a tutti quelli insomma per i quali la vita è diventata una sofferenza indicibile e dove l’unico sollievo che hanno è la speranza di chiudere gli occhi la sera e non riaprirli al mattino, a loro è fatto divieto assoluto e inderogabile di morire conservando ancora un briciolo di dignità. Puoi far sopprimere un cane od un altro animale per risparmiargli dolori inutili, ma un uomo no! Un uomo deve entrare nel circuito perverso delle sale di rianimazione, dei tubi, delle sonde, dei cateteri, dei decubiti, del puzzo di merda e di paura, delle mani impietose che incidono, raschiano, suturano, ispezionano, svuotano, aspirano… e tutto questo solo per un gioco infame chiamato progresso scientifico… e per le convinzioni? dei Sgreccia, dei Ratzinger, dei Ruini, dei Tonini, dei Buttiglione, ecc. E mentre loro filosofeggiano e ti sventolano sotto al naso le loro verità (hanno sempre una verità in tasca… pronta e preconfezionata)… monolitiche e inossidabili (tanto possono sempre chiedere scusa delle loro cazzate… tra un centinaio d’anni)… migliaia di disgraziati cercano una impossibile via di fuga»

Piergiorgio Welby (16 maggio 2002)

    PS:
1. Ho tratto questo intervento da Mildareveno, il blog di Alberto Licheni.
2.
Il blog di Piergiorgio Welby, invece, è Calibano.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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12 risposte a Ciao, Calibano

  1. ggugg ha detto:

    Sul mio Taccuino non sono abituato a copiare e incollare, ma stavolta pur sentendo l’esigenza di parlare, mi rendo conto di non saper cosa dire. Allora ho letto e ascoltato. Quindi ho capito che non ci sarebbe stato nulla di più giusto delle sue parole. Quelle di Piergiorgio Welby.
    Grazie, Piergiorgio, per la tua forza, per il tuo esempio, per la tua dignità. E la tua voglia di vivere.

    Domattina, domenica 24 dicembre 2006, i funerali di Piergiorgio Welby si terranno alle ore 10.30 in Piazza San Giovanni Bosco a Roma. Sarà una testimonianza popolare di laica religiosità per quanti vorranno dare l’ultimo saluto a Piergiorgio. La piazza si trova a pochi metri della fermata “Giulio Agricola” della Metropolitana A.
    Non fiori. Si accettano contributi per l’Associazione Luca Coscioni.

  2. ggugg ha detto:

    Una nota antropologica.
    Sul suo blog, Piergiorgio Welby si definiva “Calibano”, col sottotitolo di “Termovalorizzatore di fossili onirici”. La parola “calibano” deriverebbe da “cannibale” e “Caraibi”. Questa parola, tuttavia, è uno degli esempi più lampanti di trasmutazione razzista di nomi etnici. La spiegazione la lascio a Vittorio Lanternari: «Originariamente “Caribe”, cioè in lingua locale “Arditi”, si autodenominavano i popoli incontrati da Cristoforo Colombo nel mar delle Antille. Nel suo “Giornale di navigazione” egli deforma quel nome in “caniba” e lo fonde con l’informazione secondo la quale i Caribi mangerebbero carne umana. Montaigne nel 1580 riprende nei suoi “Saggi” quel termine che nella traduzione inglese dei “Saggi” giunge in mano a Shakespeare. Il quale l’utilizza anagrammandola in “Caliban”, per creare, nel suo dramma “La Tempesta”, un personaggio deforme e schiavo. Come osserva Louis Jean Calvet, “il gioco è fatto: una volta che il nome d’un popolo indigeno è utilizzato da stranieri dominatori, esso è svuotato del significato originale positivo e adoperato per designare in modo spregiativo quegli indigeni ed altri pur essi soggetti a dominazione”»
    (tratto da: “L’incivilimento dei barbari”, 1983)

  3. ggugg ha detto:

    La Repubblica, 5 dicembre 2006

    IL DIRITTO DI WELBY A STACCARE LA SPINA

    Adriano Sofri

    Prima di dire di qualcuno che è felice, bisogna aspettarne l´ultimo giorno. Così, più o meno, Ovidio, e tanti sapienti antichi. Premeva loro di avvertire gli umani cui sembrasse arridere la fortuna: non se ne sentissero al sicuro, e gli altri non li invidiassero, fino all´ora della morte, e anzi alle esequie avvenute. Montaigne cita Plutarco. A uno che invidiava il re di Persia, arrivato così giovane su un così gran trono, lo spartano Agesilao rispose: «Già, ma nemmeno Priamo era stato infelice a suo tempo». E che cosa penseremo del contrario? Piergiorgio Welby è dannato alla sua malattia da più di quarant´anni. L´ultima ora, che ha tanto invocato, non gli sarà felice, benchè si sia spinto, poco fa, a immaginarla così: «Morire dev´essere come addormentarsi dopo l´amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa». Non gli sarà felice, non riscatterà i troppi anni, ma che almeno non lo sprofondi nell´offesa e nel dolore supremo. L´ha già percorso a ritroso, il cammino degli umani, come racconta lui: «gattonare, muovere i primi passi, camminare correre…», e invece: «da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, fino all´ultimo stadio: respiro con un ventilatore polmonare, mi nutro con un alimento artificiale, parlo con l´ausilio di un computer». Fino ai 60 anni. Non ha resistito abbastanza? Non l´ha protratto abbastanza, il suo dolore, da meritare una mano fraterna? Dimenticate per un momento le parole grosse, che servono a spaventare e affascinare, e a rimuovere la cosa. La cosa è questa: c´è un uomo che ne ha abbastanza. La sua vita, che lui stesso, pienamente lucido, non chiama vita, dura solo grazie a un´efficienza di macchinari che sarebbe ammirevole, a condizione d´esser voluta.
    La ragione e la stessa Costituzione gli riconoscono il diritto di rifiutarne la prosecuzione. I congegni che, contro la sua volontà inequivocabilmente espressa, gli prolungano il tormento sono l´esempio nitido di quell´accanimento terapeutico che tutti proclamano di non volere, salvo rifiutarsi di vederlo quando si compie. Le macchine che ora lo torturano a oltranza, Welby avrebbe potuto rifiutarle, come ha fatto il suo predecessore nella carica che sta onorando, Luca Coscioni: dunque quale patto diabolico e irreversibile gli vieterebbe di rinunciare a esse dopo tanta pena? Tante, troppe voci si alzano a intimare o a scongiurare che le macchine non siano spente, che «la spina non sia staccata» – che lui vi resti attaccato, come il prigioniero al filo elettrico nel quale è incappato fuggendo. Ma attenzione: che quei congegni possano essere revocati qualcuno è disposto a riconoscerlo. Altre formule sono pronte per inquadrare quel gesto perfino ovvio: il Consenso informato, il Testamento biologico. Però Welby, esosamente, non si accontenta di chiedere d´esser staccato dal meccanismo che vive per lui e contro di lui – ci provò del resto, si è saputo, con le sue sole, irrisorie forze… Chiede che al suo commiato sia risparmiata l´atrocità di un´agonia strozzata e bestiale, che i suoi sensi siano sedati, come si deve contro la sopraffazione del dolore. Lo chiede con la meticolosità e l´osservanza che si deve alle pratiche d´ufficio: «Il sottoscritto Piergiorgio Welby chiede al Dott (…) il distacco dal ventilatore polmonare sotto sedazione terminale se possibile orale». Ecco, è questa richiesta, la dose minima di umanità, che si infrange contro la voracità della legge, e lo scandalo dell´ipocrisia, anche la più accorata, dunque più difficile da debellare. Ci sono persone che hanno troppa compassione per sè, per la severità inflessibile di cui si sentono investite, per riservarne ancora un po´ al proprio prossimo. L´anestesia che Welby chiede sarebbe omicidio, dicono. Ma che omicidio sarebbe, se il distacco dalle macchine è il suo diritto, e se la conseguenza automatica ne è la morte? Si chiama omicidio una fine meno storta dalla convulsione e dall´asfissia, che si chiamerebbe dunque morte naturale se si compisse lentamente negli spasimi del dolore. L´eutanasia: mai – si proclama. Si è appena imparata quella vecchia nuova parola, per esorcizzarla. Ma si accetti allora di proclamarne il complemento, il contrario auspicato e imposto di prepotenza: non so, la cacotanasia, la morte cattiva e incattivita, ma la cercherete invano nel dizionario dei contrari, perché la cattiveria degli umani non è arrivata a escogitarla. Il nome no, il fatto sì. Eutanasia è il dare la morte a chi la implora – salvo che diventi, tradendosi, l´assassinio del debole o dell´inconsapevole, che non vuole o non può autorizzare a niente, e che è di peso o superfluo al mondo. L´eutanasia è pietosa. Ma non occorre ammetterla: e che il cielo esima dalla prova dei fatti chi la mette al bando per sé e per gli altri. Ma la morte a Welby non sarebbe inflitta dal farmaco che chiede, bensì soltanto dalla rinuncia alla dipendenza artificiale dalle macchine. Dunque, che battaglia stiamo combattendo, se non quella ennesima della clandestinità contro la lealtà?
    La lucidità di Welby, che lui sente forse come la peggior condanna, dovrebbe almeno impedire di compiacersi delle accuse di strumentalizzazione ai suoi amici e compagni radicali. È lui che dedica la sua vita e la sua morte a una causa. Mi figuro quanto caro gli sia costato e gli costi – ma si smette presto di figurarsi una simile prova. È un fatto che il suo estremo desiderio personale coincide con la sua convinzione solidale. Welby non chiede a nessun altro di fare come lui. Chiede a tutti che chi lo voglia possa fare come lui. Ho ascoltato parole impensabili. Un parlamentare cristiano, per il quale non avevo che ragioni di simpatia, ha detto: «Lo stesso Welby sa benissimo che le leggi dello Stato italiano non consentono, se non attraverso il suicidio, di decidere personalmente di morire, quindi se lui ritiene di voler dare un taglio alla propria vita può suicidarsi con l´aiuto della moglie». Oltretutto, le leggi dello Stato italiano mandano in galera per molti anni la moglie di Welby che sapesse aiutarlo. Si discute accanitamente (ci sono accanimenti retorici assurdi quasi quanto le terapie) di questioni proprietarie. La vita non ci appartiene, eccetera. Dunque io non sarei padrone del mio corpo? Certo che lo sono. Però anche in questa ovvietà – senza chiamare in causa le definizioni giuridiche – entrano un paio di complicazioni. La prima è la separazione fra il soggetto e il complemento, che la sintassi verbale consente ma la realtà no. Chi sono «io» fuori dal «mio corpo»? La seconda è nell´intrusione quasi inavvertita del piacere della proprietà privata: «padrone» del «mio» corpo. Si capisce che sia la naturale replica a chi pretende di espropriarmi del mio corpo e sottoporlo a una proprietà altrui – dello Stato, della società, di Dio, e Dio sarebbe il più offeso di tutti di una supposizione così patrimoniale. Forse si può licenziare l´idea che io sia padrone del mio corpo, o il suo vendicativo reciproco, che io finisca prigioniero del mio corpo, e dire più semplicemente che io sono il mio corpo. Temiamo di mancare di riguardo all´anima, o alla mente, o allo spirito, e a qualunque altro battito che non si esaurisca nel corpo e magari gli sopravviva: e tuttavia anche la mia anima e la mia mente e il mio spirito esistono nel mio corpo vivo, e solo in esso sono i miei, sono me. Le donne, che dell´espropriazione del corpo, anche senza il pretesto della malattia, anzi con l´attribuzione di una debolezza naturale, sono specialmente esperte, lo vollero rivendicare, contro i maschi e lo Stato (maschio) e le presunte ragioni della collettività dichiarando: «Io sono mia». Bello slogan, per il momento: alla lunga, per così dire, è più bello rinunciare al possessivo. «Io sono io» – piuttosto che mia e mio. Io sono io, e la manomissione della mia libertà non è solo l´appropriazione indebita di uno Stato, di una Chiesa, di un Partito e di una Ragione collettiva, bensì la violazione sacrilega della mia persona.
    È questa violenza, tanto più penosa quando è più inavvertita e anzi scandalizzata e ispirata, a suggerire la messa al bando dei «casi singolari» come irrilevanti alla definizione della norma, e la superstizione delle parole, come «eutanasia». Nel primo caso si dice: non si può commisurare la legge a un caso particolare – dunque la legge deve passar sopra, alla lettera, al caso particolare, e schiacciarlo. Nel secondo si proclama: mai, anzi, MAI, ammetteremo anche solo di prendere in esame l´accettabilità dell´eutanasia – dunque la categoria generale, un nome, basterà a escludere il caso particolare, la sua povera carne e le sue ossa rotte, e a schiacciarlo. «Rivoglio la mia morte, niente di più, niente di meno!» Così Welby: abbiamo già sentito questa cosa, no? «… E nell´ora della nostra morte». Della nostra, dunque. E così sia.

    http://www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/node/13409

  4. ggugg ha detto:

    «Una vicenda umana dolorosa, che ha coinvolto la nostra gente, è stata quella di Piergiorgio Welby. Essa mi ha chiamato in causa anche personalmente, quando è giunta la richiesta del funerale religioso dopo la sua morte. La sofferta decisione di non concederlo nasce dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio»
    Cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana.
    Ieri, 22 gennaio 2007

    Il testo completo è qui:
    http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/01/ruini-220107.pdf?uuid=34d7b226-aa3e-11db-9554-00000e25108c

    “Un atteggiamento contrario alla legge di Dio”. Queste parole devo ricordarmele.

    Qui, invece, l’opinione – più aperta – di un altro importante esponente della Chiesa Cattolica, il cardinale Carlo Maria Martini:
    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/01/cmmartini_210107_io_welby_morte.shtml?uuid=d049a988-aa04-11db-9554-00000e25108c&DocRulesView=Libero

  5. PasqualeP ha detto:

    Le parole di Martini effettivamente hanno portato un po di luce nelle posizioni della chiesa cattolica. Tanto che Adriano Sofri ha sentito subito il bisogno di commentarle. Il testo del suo pezzo su Repubblica di ieri si può leggere quì http://soflib.blogspot.com/
    Anche Fahrenheit sui radio3 ieri poi ne ha parlato durante la puntata.

  6. ggugg ha detto:

    L’articolo del cardinal Martini apparso sul “Sole 24 Ore” del 21 gennaio 2007

    IO, WELBY E LA MORTE
    di Carlo Maria Martini

    Con la festa dell’Epifania 2007 sono entrato nel ventisettesimo anno di episcopato e sto per entrare, a Dio piacendo, anche nell’ottantesimo anno di età. Pur essendo vissuto in un periodo storico tanto travagliato (si pensi alla Seconda guerra mondiale, al Concilio e postconcilio, al terrorismo eccetera), non posso non guardare con gratitudine a tutti questi anni e a quanti mi hanno aiutato a viverli con sufficiente serenità e fiducia. Tra di essi debbo annoverare anche i medici e gli infermieri di cui, soprattutto a partire da un certo tempo, ho avuto bisogno per reggere alla fatica quotidiana e per prevenire malanni debilitanti. Di questi medici e infermieri ho sempre apprezzato la dedizione, la competenza e lo spirito di sacrificio. Mi rendo conto però,con qualche vergogna e imbarazzo, che non a tutti è stata concessa la stessa prontezza e completezza nelle cure. Mentre si parla giustamente di evitare ogni forma di “accanimento terapeutico” ,mi pare che in Italia siamo ancora non di rado al contrario, cioè a una sorta di “negligenza terapeutica ” e di “troppo lunga attesa terapeutica”. Si tratta in particolare di quei casi in cui le persone devono attendere troppo a lungo prima di avere un esame che pure sarebbe necessario o abbastanza urgente, oppure di altri casi in cui le persone non vengono accolte negli ospedali per mancanza di posto o vengono comunque trascurate. È un aspetto specifico di quella che viene talvolta definita come “malasanità” e che segnala una discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari che per legge devono essere a disposizione di tutti allo stesso modo.
    Poiché, come ho detto sopra, infermieri e medici fanno spesso il loro dovere con grande dedizione e cortesia, si tratta perciò probabilmente di problemi di struttura e di sistemi organizzativi. Sarebbe quindi importante trovare assetti anche istituzionali, svincolati dalle sole dinamiche del mercato, che spingono la sanità a privilegiare gli interventi medici più remunerativi e non quelli più necessari per i pazienti, che consentano di accelerare le azioni terapeutiche come pure l’esecuzione degli esami necessari.
    Tutto questo ci aiuta a orientarci rispetto a recenti casi di cronaca che hanno attirato la nostra attenzione sulla crescente difficoltà che accompagna le decisioni da prendere al termine di una malattia grave. Il recente caso di P.G. Welby, che con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico, senza alcuna possibilità di miglioramento, ha avuto una particolare risonanza. Questo in particolare per l’evidente intenzione di alcune parti politiche di esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell’eutanasia. Ma situazioni simili saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale.
    La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz’altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona.
    È di grandissima importanza in questo contesto distinguere tra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico, due termini spesso confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella «rinuncia … all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471). Evitando l’accanimento terapeutico «non si vuole … procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2.278)assumendo così ilimiti propri della condizione umana mortale.
    Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete — anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite — di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate.
    Del resto questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni, secondo una concezione del principio di autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta. Anzi è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina. Forse sarebbe più corretto parlare non di «sospensione dei trattamenti» (e ancor meno di «staccare la spina»), ma di limitazione dei trattamenti. Risulterebbe così più chiaro che l’assistenza deve continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche. Proprio in questa linea si muove la medicina palliativa, che riveste quindi una grande importanza.
    Dal punto di vista giuridico, rimane aperta l’esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure — in quanto ritenute sproporzionate dal paziente — , dall’altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell’eutanasia. Un’impresa difficile, ma non impossibile: mi dicono che ad esempio la recente legge francese in questa materia sembri aver trovato un equilibrio se non perfetto, almeno capace direalizzare un sufficiente consenso in una società pluralista.
    L’insistenza sull’accanimento da evitare e su temi affini (che hanno un alto impatto emotivo anche perché riguardano la grande questionedi come vivere in modo umano la morte) non deve però lasciare nell’ombra il primo problema che ho voluto sottolineare, anche in riferimento alla mia personale esperienza. È soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna.

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/01/cmmartini_210107_io_welby_morte.shtml?uuid=d049a988-aa04-11db-9554-00000e25108c&DocRulesView=Libero

  7. ggugg ha detto:

    L’opinione di Adriano Sofri pubblicata da “Repubblica” il 22 gennaio 2007

    IL CARDINALE MARTINI E LA TRAGEDIA DI WELBY
    di Adriano Sofri

    Finalmente viene la domenica e, sbrigate le altre incombenze, data un occhiata evasiva alle notizie del giorno, la lettrice o il lettore si accomoda in poltrona e apre le pagine della cultura. Ieri, la lettrice o il lettore che ha preso in mano il supplemento del Sole 24 ore deve aver fatto un salto sulla poltrona. Piena pagina: «Io, Welby e la morte». Titolo secco: ci vuole coraggio per guardare negli occhi la morte altrui e la propria. Lo ha voluto fare il cardinale Carlo Maria Martini, con un intervento esemplare. Intanto, per il limpido riferimento alla propria personale esperienza. Martini sta per entrare, ricorda, nell’ottantesimo anno, grato a chi l’ha aiutato attraverso un tempo così lungo e travagliato, e in particolare medici e infermieri. La riconoscenza per sé non gli impedisce di pensare, «con qualche vergogna e imbarazzo», alla negligenza o l’inadeguatezza delle strutture sanitarie che costano ad altri bisognosi di cure un’attesa troppo lunga o la negazione di un ricovero. Quando decida solo il mercato, «la sanità privilegia gli interventi più remunerativi e non quelli più necessari per i pazienti». Dopo questa premessa, Martini va diritto al punto, e il punto ha il nome di Pier Giorgio Welby, «che con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie…». Benché, osserva, alcune parti politiche abbiano mirato a»esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell’eutanasia», casi come questo sono destinati a moltiplicarsi, «e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale». I corsivi sono miei: e vi si legge un giudizio più che «rispettoso» — il rispetto appartiene alle parole abusate, cui segue di norma un «però»— solidale con risolutezza di Welby, e, quanto al «pastorale», decisamente distante dalla rigidità burocratica con la quale la Chiesa romana respinse la richiesta del funerale religioso. Ricordate che Welby era favorevole all’eutanasia, e ha condotto per anni una strenua battaglia per il cambiamento della mentalità e della legge, e tuttavia la sua richiesta, e l’accoglimento che finalmente ha avuto, non avevano a che fare con l’eutanasia. Con una felice combinazione di chiarezza e di semplicità, Martini affronta la confusione di lingue corrente: «E di grandissima importanza distinguere tra eutanasia e astensione dall’accanimento terapeutico…». Martini cita il catechismo cattolico, a proposito della «rinuncia… all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo». Mi pare che la confusione si sia appena ripetuta nella formulazione della domanda e nella presentazione della risposta del sondaggio Eurispes, secondo cui gli italiani sono favorevoli al 70 per cento «all’eutanasia». In realtà, come gli stessi autori del sondaggio hanno precisato, gli interpellati avevano in mente l’interruzione di cure senza speranza e non più sopportate, come nel caso di Welby, e l’accompagnamento alla fine con terapie palliative. E un fatto che il sentimento degli italiani, e in questo i sondaggi sono molti e univoci, sta dalla parte del diritto a decidere consapevolmente della propria vita e della propria morte. L’altro punto che resta equivoco è ‘accanimento terapeutico. L’indagine Eurispes, segnalando la rilevante percentuale di italiani che ne danno una definizione sbagliata, chiama accanimento la cura quando sia impossibile la «guarigione». Spero bene che non sia così, perché le malattie che non consentono «guarigione» sono molte, e le terapie che senza «guarire» possono prolungare una vita degna meritano ogni dedizione. E che cos’è una vita degna? Difficile e forse impossibile da dire normativamente: ma senz’altro quella che ciascuno consideri tale per sé. La stessa vita che Welby è arrivato lucidamente a rifiutare può essere lucidamente voluta e amata da altri. Una legge che violi l’una o l’altra scelta è ingiusta e disumana. Il legame fra definizione dell’accanimento terapeutico e consapevole scelta personale è decisivo. Il cardinale, anche qui rompendo un bigottismo mortificante — tuttavia a ridosso dello scandalo per Welby sentimenti opposti sono stati numerosi fra i cattolici e nella Chiesa — si pronuncia nettamente: «Per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica… In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete — anche dal punto di vista giuridico… — di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate». Martini osserva che «forse» sarebbe meglio parlare, piuttosto che di sospensione delle cure, o, peggio ancora, di «staccare la spina», di «limitazione dei trattamenti», nel senso che l’assistenza deve continuare, «assicurando la sedazione del dolore e le cure infermieristiche». Non so che cosa pensi il cardinale, che qui non ne parla, dell’argomento per cui la vita non è nostra, ma di Dio. Spero che pensi che Dio, anche questo Dio proprietario, preferisca rendere le sue creature responsabili della propria vita, piuttosto che affidarle allo Stato, o alla Chiesa, o a qualche altra concessionaria. A differenza dal cardinale, io sono favorevole di fatto all’eutanasia, sebbene sia incerto quanto alla legge. Mi chiedo però, a maggior ragione dopo l’edificante lettura dell’articolo di Martini (è bello poter usare per una volta sul serio l’aggettivo edificante), se non si possa rovesciare il difetto della confusione di nozioni confinanti, testamento biologico, accanimento terapeutico, eutanasia, nella virtù di una legge che, senza autorizzare una terra di nessuno dell’arbitrio o del cinismo, assicuri il diritto primario della persona del malato e la dignità della persona del medico. (E significativo che Martini si preoccupi di «proteggere il medico da eventuali accuse, come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio, senza che questo implichi la legalizzazione dell’eutanasia»). La recente legge francese, apprezzata da Martini come un esempio di equilibrio, e citata dalla «Domenica» del SoIe-24 ore, recita: «Quando una persona, in fase avanzata o terminale di una patologia grave e incurabile, decide di limitare o di sospendere qualsiasi trattamento, il medico ne rispetta la volontà dopo averla informata delle conseguenze della sua scelta…Il medico tutela la dignità del moribondo e assicura la qualità della sua fine di vita somministrando le cure…». Tutto ciò mi rafforza nella convinzione che occorra parlare della cosa piuttosto che del nome della cosa, tanto più quando i nomi, come nel caso attuale dell’eutanasia, sono esplosi. Il resoconto del bell’articolo di Martini sarebbe mutuo se non citassi il periodo che lo chiude, e che nel suo caso non è un orpello retorico.
    «E soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l’insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna». Si può dunque essere d’accordo sull’aldiquà anche se non si guardi allo stesso modo più oltre.

    http://soflib.blogspot.com/2007/01/sofri-repubblica-di-oogi.html

  8. ggugg ha detto:

    Come Piergiorgio Welby, anche Giovanni Nuvoli ha terminato di soffrire.
    L’ho saputo oggi leggendo “L’Amaca” di Michele Serra, il quale cita un articolo di Giovanni Maria Bellu di ieri, che poi sono andato a recuperarmi.
    Dal coraggio e dalla dignità di questi due uomini ho imparato tanto. E ne faccio tesoro.
    Vi invito a leggere cosa (e come) è successo:

    la Repubblica, 26 luglio 2007

    L’asciutta, pietosa cronaca che Giovanni Maria Bellu ha scritto sugli ultimi giorni di Giovanni Nuvoli (“Repubblica” di ieri) faceva rivoltare la coscienza. l pretoriani della fede (aggrappandosi a quelle stesse leggi dello Stato che non esitano a ripudiare quando non siano di loro comodo) hanno condannato Giovanni a un finale insopportabile. Il respiratore che lui non voleva più ha costretto il suo corpo a “respirare” e i suoi polmoni a riempirsi per tre ore dopo la morte: un macabro dettaglio che descrive ed esalta alla perfezione l’accanimento scellerato, la prigionia morale e fisica che il cosiddetto “partito della vita” infligge al corpo degli altri.
    Il pretesto religioso (la vita appartiene a Dio) si traduce in un morboso sequestro di noi persone mortali, del nostro corpo fragile e della nostra volontà di essere liberi e dignitosi. Giovanni, pur di superare il muro inumano che leggi imperfette e ottusità etica gli avevano eretto attorno, si è lasciato morire di fame e di sete. Ma gli hanno mandato perfino i carabinieri (poveri carabinieri), dieci giorni prima della sua morte e della sua liberazione, per impedire che un medico lo aiutasse a evadere. E tutto questo in nome di Dio!? Oppure in nome dei bigotti e di quei preti aridi e presuntuosi che straparlano di “vita” senza rispettare i vivi?

    ———————–

    la Repubblica, 25 luglio 2007

    Per far cessare il lavoro della strumentazione hanno atteso l’arrivo dell’anestesista.
    La parte finale della vicenda gestita con AsI e autorità giudiziaria. E filmata
    “ERA MORTO MA CONTINUAVA A RESPIRARE”
    Nessuno voleva spegnere la macchina. La moglie: gli hanno impedito di morire in pace

    di Giovanni Maria Bellu

    ALGHERO – Giovanni Nuvoli ha continuato a respirare per più di tre ore da morto. Sedici volte al minuto, secondo il ritmo imposto dalla macchina che l’ha tenuto invita negli ultimi anni. Nessuno aveva il coraggio di staccarla, benché il decesso fosse stato già dichiarato e certificato dal medico di famiglia. Così l’uomo è morto alle 21,50 di lunedì, ma il suo corpo ha smesso di respirare poco dopo l’una del mattino di ieri. Per spegnere l’interruttore si è atteso l’arrivo del primario del reparto di anestesiologia. Solo allora il petto del cadavere ha smesso di andare su e giù.
    Nel loggiato della residenza dei Nuvoli- una villetta di campagna alla periferia di Alghero è appesa una targa di ceramica con su scritto: «In questa casa sono tutti nervosi, anche il cane». Le circostanze non la rendono né grottesca, né blasfema. Il dolore della moglie Maddalena Soro è pieno di rabbia: «Aveva solo il desiderio di morire senza sofferenza, gliel’hanno negato», diceva davanti al corpo del marito adagiato nella bara sistemata sullo stesso letto dove si è conclusa l’agonia. Un corpo evanescente chiuso dentro l’abito scuro del matrimonio, le mani coperte dai guanti bianchi che i portatori de lo brassol, la portantina con la statua di Cristo, indossano durante la processione della settimana santa. Giovanni Nuvoli li aveva ereditati dal padre, e poi lui stesso li aveva usati. Portarseli nella tomba è stato uno dei suoi ultimi desideri, e in questo è stato accontentato.
    Oggi saranno celebrati i funerali. In chiesa. I radicali, attraverso Marco Cappato, giunto ieri ad Alghero, hanno avviato una sorta di processo di beatificazione laica di questa “durezza”, e di questo “coraggio”. Giovanni Nuvoli l’orgoglioso lettighiere de lu brassol – si è consapevolmente lasciato morire di fame e di sete per affermare il proprio diritto a decidere.
    In questa casa dove tutti sono arrabbiati, il primo ad arrabbiarsi è stato lui. E’ accaduto due settimane fa, precisamente mercoledì il luglio, quando i carabinieri, su ordine della procura della Repubblica di Sassari, hanno bloccato sulla soglia l’anestesista Tommaso Caccia inviato dall’associazione “Luca Coscioni”. Un intervento salutato con entusiasmo dal “partito della vita”: lo stop della legge al “dottor morte”, un “vade retro” gridato brandendo il codice anziché la croce. E’ stato mentre erano in corso quei festeggiamenti che il titolare della specifica vita ha deciso di riprendersela totalmente in mano. Cioè di morire coi propri mezzi.
    In un primo tempo, Giovanni Nuvoli aveva pensato a un altro sistema. Farsi portare in ambulanza fino all’ospedale e poi rifiutarsi di scendere, fino a far scaricare la batteria del respiratore, La morte, senza anestesia, sarebbe stata dolorosa ma relativamente rapida: meno di dieci minuti. Tuttavia esistevano buone probabilità che il piano non riuscisse per un tempestivo intervento dei sanitari. E’ stato così che è maturata la decisione di avviare lo sciopero della farne e della sete. Cori le uniche modalità consentite a chi non dispone del proprio corpo: manifestando, in modo inequivocabile, la volontà di non essere più alimentato. Giovanni Nuvoli ha ribadito la stessa volontà ai responsabili della Asl e all’autorità giudiziaria e, dal 16 luglio, non ha più avuto né cibo, né acqua. Quando i crampi allo stomaco sono diventati insopportabili, è stato sedato, ma evidentemente in snodo leggero. Infatti ha ripreso conoscenza. Ha dì nuovo superato i test di verifica della capacità di intendere e di volere, attraverso il sintetizzatore vocale, ha riconfermato la sua decisione. «L’intera parte finale della vicenda – ha detto Cappato – è stata cogestita con la Asl e l’autorità giudiziaria». E anche filmata. La decisione di non ordinare l’autopsia appare una conferma del fatto che la procura non fra dubbi sulla legittimità di questa morte. Il pubblico ministero, Paolo Piras, è arrivato nella casa di Nuvoli un’ora dopo il decesso e vi è rimasto quasi fino alle due del mattino. Ha controllato tutto.
    i giuristi discuteranno a lungo di questo caso. E spiegheranno perché si è ritenuto di vietare il distacco assistito del respiratore e si è invece consentito il rifiuto del cibo e dell’acqua.
    Probabilmente perché il primo avrebbe implicato una “attività” di terzi, mentre il secondo ha richiesto solo un “non fare”‘. Un problema sottile nel diritto,
    una differenza immensa nel corpo.
    Maddalena Soro ieri ricordava che a suo tempo, per dissuaderla dall’ipotesi dell’interruzione della respirazione forzata, le fecero notare che da quel momento alla morte sarebbero passati ben sette minuti. «Invece così sono passati quattro giorni Ha patito sofferenze atroci. Questa è la nostra legge. Ma non finisce qui». La rabbia è, infatti, un ottimo coadiuvante della memoria. E così Maddalena Soro ricorda pure che quando, quattro anni fa, la Sclerosi laterale amiotrofica arrivò al punto di impedire la respirazione autonoma, la tracheotomia fu praticata senza tante preoccupazioni sulla effettiva volontà del marito. In definitiva, non ci furono, nel momento dell’avvio della respirazione forzata, gli stessi scrupoli che sono poi emersi davanti alla richiesta di sospenderla. La moglie di Giovanni Nuvoli intende chiedere a chi assunse quella decisione di risponderne: «Andrò avanti, anche da sola».

  9. ggugg ha detto:

    Silvana Soro, la figlia di Maddalena (moglie di Giovanni Nuvoli), durante i funerali in chiesa di Giovanni ha pronunciato queste parole:
    «…Sono uomini normali che forse non avrebbero mai voluto diventare eroi. Sono quegli uomini ai quali non è dato di vedere esauditi i propri desideri, spesso semplici e legittimi. E spesso la colpa, mascherata da valori, è di altri uomini, uomini decisamente più piccoli. Per questo, dentro questa chiesa, noi siamo anche con Piergiorgio Welby»

    “Giovanni Nuvoli e Piergiorgio Welby hanno scelto – in due modi diversi – di affermare la libertà della persona di decidere sul proprio corpo. Le loro grandi lotte sono oggi conquista e patrimonio per tutti. NEL NOME DEL POPOLO ITALIANO”
    Questo il titolo del numero speciale di agosto 2007 del mensile “Agenda Coscioni” (anno II – n. 8) che ripercorre la lotta di Giovanni Nuvoli e la storia giudiziaria del processo Welby, con l’assoluzione del medico anestesista Mario Riccio.
    Il numero è consultabile QUI (pdf).

    Questi tutti gli articoli presenti:
    • Una lotta nobile e nonviolenta – Marco Cappato
    • La pena che vale – Rocco Berardo
    • Una grande pagina di lotta e impegno civile – Paolo Ruggiu
    • La tortura di Giovanni – Maria Isabella Puggioni
    • L’ordine dei medici intervenga – Tommaso Ciacca
    • Sì all’autodeterminazione del paziente – Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli odontoiatri
    • Di cosa era colpevole Giovanni – Tommaso Ciacca
    • Le parole e gli applausi ai funerali mi hanno commosso – Mina Welby
    • Eminenza, Welby è stato condannato. Mina Welby risponde al cardinale Tonini che ha evidenziato come il caso dei funerali per Corso Bovio, morto suicida, fosse diverso da quello del leader radicale – Mina Welby
    • Un’altra vittoria della nonviolenza radicale – AA.VV.

  10. anonimo ha detto:

    Riporto un articoletto tratto del blog di MicroMega. E’ la traduzione del testo dell’appello, firmato da più di 2000 terapeuti francesi, in favore dell’eutanasia e pubblicato sulla rivista “Nouvel Observateur” lo scorso 8 marzo.

    V.

    Il link al testo originale è questo:

    http://tempsreel.nouvelobs.com/actualites/societe/20070306.OBS5521/nous_soignants_avonsen_conscience.html

    e questo è il testo:

    “Noi, terapeuti, in coscienza, abbiamo aiutato, dal punto di vista medico, alcuni pazienti a morire”
    Poiché la malattia ha avuto indubitabilmente la meglio sulle nostre terapie, poiché, nonostante i trattamenti personalizzati, le sofferenze fisiche e psicologiche hanno reso la vita del paziente intollerabile, poiché il malato ha desiderato porvi fine,
    noi, terapeuti, in coscienza, abbiamo aiutato, dal punto di vista medico, alcuni pazienti a morire.
    Non tutti i terapeuti si sono dovuti confrontare con questo dramma, ma la maggior parte di coloro che ordinariamente assistono i loro pazienti fino alla morte si serve, nelle circostanze descritte, di sostanze chimiche che affrettano la conclusione di una vita divenuta ormai troppo crudele, pur essendo perfettamente consapevoli che questo comportamento è in disaccordo con la legge vigente.
    I testi legislativi dell’aprile 2005 (“Legge Leonetti”) hanno introdotto alcuni miglioramenti, che risultano tuttavia insufficienti. Il fatto che di recente siano stati messi sotto esame medici e infermieri che hanno aiutato i loro pazienti a morire dimostra che la legge è ancora troppo repressiva e ingiusta, perché esibisce uno sfasamento rispetto alla realtà medica.
    Chiediamo inoltre:
    -la sospensione immediata dei procedimenti giudiziari a carico dei terapeuti che si trovano in stato di accusa;
    -una revisione della legge nel più breve tempo possibile, che depenalizzi a determinate condizioni le pratiche di eutanasia, ispirandosi alle riforme già realizzate in Svizzera, Belgio e Olanda;
    -mezzi idonei che consentano di accompagnare i pazienti in fase terminale, quali che siano i luoghi (casa, ospedale, ospizio) e le condizioni di vita.
    Si tratta di accordare a ciascuna persona un’unicità, un valore assoluto, che, secondo il preambolo e l’articolo primo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, si chiama: dignità.

  11. ggugg ha detto:

    Un anno fa moriva Piergiorgio Welby.
    Oggi, leggendone un articolo su “l’Unità” (qui), ho scoperto che quel giorno “Le Monde” gli dedicò la seguente vignetta:

    Tra le manifestazioni organizzate per perpetuarne la memoria, Ugo De Vita porta in scena “Lasciatemi morire”, una riduzione teatrale tratta dall’omonimo libro di Welby.
    L’altro ieri (18 dicembre 2007) la rappresentazione si è tenuta al Parlamento Europeo di Bruxelles. Invece stasera e domani (20 e 21 dicembre) si replicherà a Roma, alla Biblioteca Angelica.
    Ulteriori info sull’opera sono qui.

    Altro tipo di informazioni, «utili per impedire a leggi e pratiche violente di distruggere la tua libertà di scelta», sono sul sito dell’Associazione Luca Coscioni, sotto il titolo “SOCCORSO CIVILE. Manuale di autodifesa dal proibizionismo sulla salute”: qui.

  12. ggugg ha detto:

    Il “caso Welby” non è finito, ma continua con altre drammatiche storie.
    In un’improvvisa illuminazione, qualche giorno fa lo Stato si è finalmente occupato del delicato tema vita/morte attraverso una disposizione della Cassazione, secondo la quale Eluana Englaro [*] «ha diritto di morire» [*].
    Com’era prevedibile, subito si è scatenata una tempesta di critiche.
    Io preferisco ricordare solo le parole di Adriano Sofri (“la Repubblica”, 10 luglio 2008, *):

    I PADRONI DELLA VITA

    Quanti modi ci sono di essere padri. C’è l’avviso terribile che il vecchio Taras Bul’ba pronuncia all’indirizzo del figlio: “Io ti ho dato la vita, e io te la tolgo”. Padri cosacchi di tanti secoli fa, persuasi di aver messo loro al mondo i figli, e di dover punire il loro tradimento levandoli dal mondo.
    Ce ne sono ancora tanti, padri così. E madri silenziose, invisibili. Ieri, quando la sentenza di una Corte d’appello, preparata da un orientamento della Cassazione, ha liberato due cittadini italiani dall’incubo più sconvolgente che possa sperimentare persona umana, il padre di Eluana – possiamo chiamarla tutti così, con una confidenza affettuosa, almeno a questo sono serviti sedici anni di agonia – ha risposto a chi gli chiedeva che cosa sarebbe avvenuto adesso: “La medicina l’ha fatto, la medicina metterà fine”. La medicina ha preteso di darle la vita, la medicina gliela toglierà.
    In realtà, una medicina piegata a un assolutismo dell’autorità statale e della morale dogmatica e delle procedure di routine ha finto una vita e ha negato la morte che era sua – “l’ora della nostra morte” – a una giovane donna, emulando, contro il fine cui medicina e amore per il prossimo devono ispirarsi, la ferocia patriarcale di un atman cosacco. Il signor Beppino Englaro e la sua moglie erano restati per più di due anni, giorno e notte, al capezzale della loro figlia meravigliosa, “la creatura più splendida che abbia conosciuto”, come dice il padre. Poi, quando non c’è stata più speranza, per quattordici anni – quattordici anni – hanno chiesto alla società e alle sue autorità, mediche, giudiziarie, di opinione, di riconoscere due cose incontrovertibili. Che lo “stato vegetativo” di Eluana era irreversibile, e che dunque qualsiasi cura non era che accanimento straordinario, protrazione di un’agonia senza scampo. E che Eluana aveva espresso lucidamente e inequivocabilmente la propria volontà, quando il destino l’aveva portata, nella stessa rianimazione che avrebbe accolto lei, a misurarsi con la disgrazia di un giovane amico. Per quattordici anni, e una tormentosa sequela di processi e sentenze, i signori Englaro hanno aspettato che la società e le sue autorità riconoscessero la propria stessa legge, e hanno sacrificato a questa tremenda attesa la legge stessa dell’umanità, che viene prima e sopra quell’altra, e che ai loro occhi non si era mai offuscata.
    Ancora una volta, attraverso una famiglia, la legge dell’amore si è misurata con quella dello Stato, e di una religione che non dovrebbe essere di Stato, e la legge dell’amore ha tenacemente atteso, fino all’abnegazione. Ha voluto quello che le spettava: “la luce del sole”. Non c’è stata sfida, questa volta, non il gesto comprensibile e forse perfino ammirevole che tagliasse corto e separasse le persone dallo Stato, e nemmeno il compromesso tacito e ipocrita che tanto spesso supplisce all’ottusità: c’è stata una pazienza che dovrebbe chiamarsi eroica, se le stesse parole troppo forti non le fossero estranee. Ascoltavo le risposte di Beppino Englaro ieri, sul sito di questo giornale, ed ero spaventato da una calma ragionevole e argomentante appena sotto la quale si sentiva una tempesta. (“Quando la vedo, spaccherei il mondo”, aveva detto, dieci anni fa). Un importante monsignore ieri ha voluto invitare a una “minor emotività“! Ha voluto ancora evocare appelli e impugnazioni e annullamenti e ripensamenti, ha voluto ancora chiamare col nome oltraggioso di eutanasia la ratifica di una fine che si è consumata un immemorabile tempo fa. Come davanti alle porte del tempio di Welby, si sente la mancanza di quell’appello: Dio li perdoni.
    Per tutti questi anni il signor Englaro ha aspettato di poter usare il minuscolo avverbio “più”, e ieri l’ha fatto. Che cosa pensa delle polemiche? – gli chiedevano.
    “Non mi toccano più. Non mi riguardano più”. Più – ecco la parola della liberazione. D’ora in poi, ha detto, questa torna a essere una vicenda puramente famigliare. Gli hanno chiesto: “E chi vorrà vedere, a chi vorrà essere vicino in un momento come questo?”. “Mi basta e mi avanza mia moglie”. Era impressionante e grandioso il modo barbaro d’esser padre di Taras Bul’ba, è bellissimo il modo d’esser madre e padre dei signori Englaro – quel dire a voce bassa: “Io sono mia figlia”. Mi auguro che la volontà di discrezione non faccia dispiacere loro il sentimento col quale tanti di noi hanno accolto la sentenza di ieri, ma è un fatto che quando il caso, e quel caso speciale e traditore che è la disgrazia, mette a fuoco persone che si sarebbero tenute nella propria cerchia privata, se ne ricava una soggezione tanto più turbante per il contrasto con lo spettacolo pubblico e le sue quotidiane lotterie di capodanno. “Siamo orgogliosi di vivere in uno Stato di diritto”, ha detto ancora il signor Englaro. Anche questa è una frase da incidere, in questo momento, e a contrasto con questo momento. E si è guardato dal dire che cos’era fino a ieri, questo Stato, quando sentenziava di inchiodare senza fine al suo letto quel “purosangue della libertà” che era stata Eluana.
    Le questioni di vita e di morte andavano di traverso alla politica, che preferiva lasciarle a stregoni, preti e medici, salvo che nella propria versione specializzata, le questioni di guerra e di pace – cioé di guerra. Ora che non può farne a meno, ora che la vita dei vecchi non vuole più finire, e le macchine fanno miracoli, e i corpi benestanti vogliono assicurarsi corpi di scorta, la politica non può più voltare la testa dall’altra parte. Ma continua a farlo. A riconvocare certezze di preti, obiezioni d’incoscienza di medici, intime discrezioni di magistrati, unguenti di stregoni.

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