We must grow together

«We were once the masters of the earth, but since the gringos arrived we have become veritable pariahs… We hope that the day will come when they realize that we are their roots and that we must grow together like a giant tree with its branches and flowers»

Negli abissi del mare le lacrime degli umani diventano dobloni d’oro conservati in preziosi scrigni su cui vigilano piovre giganti che tengono lontani i pirati che vorrebbero impadronirsene [*]. Pare che la stessa cosa avvenga nei fiumi, o almeno nel Sand Creek, dove il bambino di una bellissima canzone di Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola intravede un dollaro d’argento dopo l’eccidio del 29 novembre 1864. All’alba di quel giorno, il terzo Reggimento dei volontari del Colorado comandato dal colonnello John Chivington circondò un accampamento Cheyenne e massacrò oltre 130 persone inermi. Non fu mai fatta giustizia e le scuse del Congresso degli Stati Uniti arrivarono solo 136 anni dopo: nel 2000, quando sul luogo della strage fu posta una lapide che per la prima volta ricordava le vittime e che, inoltre, istituì il Sand Creek Massacre National Historic Site. Quella furia in divisa, sanguinaria e ubriaca, prendendosi «i nostri cuori sotto una coperta scura», non lasciò altro che «cani e fumo e tende capovolte». Tuttavia, qualcosa rimase sul fondo del fiume: i pesci che cantano, i bambini che dormono, una freccia al vento e, appunto, un dollaro d’argento. Nella mia interpretazione libera e un po’ immaginifica, il Sand Creek – come il Signore dei Mari – ha raccolto quei dolori e li ha rigenerati, li ha trasformati in gioielli preziosi e li ha conservati fino ad oggi.
Questo ho pensato alcuni giorni fa, quando in un tg ho sentito il capotribù dei Seminole della Florida che, orgoglioso e fiero, più o meno diceva: «gli abbiamo dato Manhattan per qualche ninnolo, ora ci riprenderemo tutto: hamburger dopo hamburger» [*]. Il motivo di tanto ardore è semplice: per quasi un milione di dollari la sua tribù – che riunisce sotto un’unica ragione sociale (la Native American Seminole Tribe) i 3300 discendenti dei nativi sopravvissuti alle guerre ottocentesche – ha acquistato l’Hard Rock Café, una catena di ristoranti, hotel e casinò sparsa in tutto il mondo: una straordinaria operazione finanziaria che di fatto ha portato il massimo del local (il villaggio di capanne della nostra immaginazione da film western) a raggiungere il massimo del global (Hard Rock Café è uno dei brand più conosciuti sul pianeta, almeno tra i tanti che ne collezionano le t-shirt). [qui e qui]
Coloro che se ne intendono, osservando un mondo che ormai è «un incrociarsi di codici culturali privi di un centro», definiscono “postmoderna” l’epoca in cui viviamo perché si è dissolta «quella “unidirezionalità” che per tanto tempo aveva costituito il punto di riferimento del nostro pensiero “occidentale”» (Ugo Fabietti), e in effetti la notizia che gli indiani siano dei rampanti uomini d’affari va certamente a scuotere stereotipi e pregiudizi.
A volte accade che alcuni reagiscano all’instabilità radicalizzandosi in piccole patrie chiuse che, però, rifiutando il confronto con l’altro e con il diverso, sono destinate ad “impazzire”. Tutti «i frutti puri – dice James Clifford – impazziscono» perché l’identità non può che essere «mista, relazionale e inventiva»: l’etichetta di “autenticità” o “diversità” non è una realtà oggettiva e pietrificata, ma è soprattutto una rappresentazione, una pratica discorsiva.
Ripenso alla lezione americana di Italo Calvino sulla “molteplicità”e sono sempre più convinto che il soggetto di quelle parole possa allargarsi dall’individuo alla società e alla cultura:
«chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili».
Ecco la bellezza di quello “scherzo della storia” che è l’acquisto dell’Hard Rock Café da parte dei Seminole: si tratta di un paradosso del pensiero, quindi di un’occasione da cogliere, di uno stimolo da seguire, di un nuovo tassello del puzzle.

    PS:
1. La citazione iniziale (pronunciata in lingua guaranì) è di Francisco Servin, rappresentante della popolazione Pai Tavytera (della regione del Gran Chaco, tra i fiumi Paraguay e Paraná e l’altopiano andino) al Primo Parlamento degli Indios Sudamericani riunitosi in Paraguay nel 1974.
2.
Ulteriori informazioni sul Massacro del Sand Creek sono qui (it) e qui (en). Il testo della canzone di De Andrè è al commento #1.
3. La citazione di J. Clifford è presa da “The Predicament of Culture” (1988), in cui l’antropologo americano esprime il suo pensiero con una efficace metafora tratta dal primo verso di To Elsie” (1923), una poesia di William Carlos Williams, che poi ha dato il titolo alla traduzione italiana del suo saggio:I frutti puri impazziscono” (*, 1996). Il testo della poesia è al commento #2, ma qui potete ascoltarla declamata direttamente dall’autore.
4. Le parole di Italo Calvino sono in “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio” (1988).
5.
Magari io esagero con i parallelismi, ma mentre chiudo questo post vagabondo mi è tornata in mente una strofa di
Esco” dei CSI (nell’album “Linea Gotica”, 1996): «è l’instabilità che ci fa saldi ormai / negli sgretolamenti quotidiani» [*].

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a We must grow together

  1. ggugg ha detto:

    FIUME SAND CREEK
    (nell’album “L’indiano” di Fabrizio De André, 1981)

    Si sono presi i nostri cuori sotto una coperta scura
    sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
    fu un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale
    fu un generale di vent’anni, figlio di un temporale
    c’e’ un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek

    I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
    e quella musica distante divento’ sempre piu’ forte
    chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora li’
    chiesi a mio nonno:”E’ solo un sogno?”, mio nonno disse “Si'”
    a volte i pesci cantano nel letto del Sand Creek

    Sognai talmente forte che mi usci’ il sangue dal naso
    il lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso
    le lacrime piu’ piccole, le lacrime piu’ grosse
    quando l’albero della neve fiori’ di stelle rosse
    ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

    Quando il sole alzo’ la testa sulle spalle della notte
    c’erano solo cani e fumo e tende capovolte
    tirai una freccia al cielo per farlo respirare
    tirai una freccia al vento per farlo sanguinare
    la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

    Si son presi i nostri cuori sotto una coperta scura
    sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
    fu un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale
    fu un generale di vent’anni, figlio di un temporale
    ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

  2. ggugg ha detto:

    TO ELSIE
    (William Carlos Williams, 1923)

    The pure products of America go crazy —
    mountain folk from Kentucky
    or the ribbed north end of Jersey
    with its isolate lakes and
    valleys, its deaf-mutes, thieves
    old names
    and promiscuity between
    devil-may-care men who have taken
    to railroading
    out of sheer lust of adventure —
    and young slatterns, bathed in filth
    from Monday to Saturday
    to be tricked out that night
    with gauds
    from imaginations which have no
    peasant traditions to give them
    character
    but flutter and flaunt
    sheer rags-succumbing without
    emotion
    save numbed terror
    under some hedge of choke-cherry
    or viburnum –
    which they cannot express —
    Unless it be that marriage
    perhaps
    with a dash of Indian blood
    will throw up a girl so desolate
    so hemmed round
    with disease or murder
    that she’ll be rescued by an
    agent —
    reared by the state and
    sent out at fifteen to work in
    some hard-pressed
    house in the suburbs —
    some doctor’s family, some Elsie —
    voluptuous water
    expressing with broken
    brain the truth about us —
    her great ungainly hips and flopping breasts
    addressed to cheap
    jewelry
    and rich young men with fine eyes
    as if the earth under our feet
    were
    an excrement of some sky
    and we degraded prisoners
    destined
    to hunger until we eat filth
    while the imagination strains
    after deer
    going by fields of goldenrod in
    the stifling heat of September
    Somehow
    it seems to destroy us
    It is only in isolate flecks that
    something
    is given off
    No one
    to witness
    and adjust, no one to drive the car

    (TRAUZIONE:)

    I frutti puri d’America impazziscono –
    gente di montagna del Kentucky
    o del frastagliato limite nord del Jersey
    con i suoi laghi solitari e
    le valli, i suoi sordumuti, i ladri
    i nomi antichi
    e la promiscuità tra
    uomini spavaldi, nomadi della
    strada ferrata
    per schietta brama d’avventura –
    e giovani sciatte, immerse nel sudiciume
    dal lunedì al sabato
    per essere agghindate quella notte
    con fronzoli
    usciti da fantasie senza
    tradizione contadina che dia loro
    carattere
    se non di ammicco e di esca
    null’altro che stracci – soccombenti senza
    emozione
    fuorché di torpido terrore
    sotto una siepe di ciliegio selvatico
    o di viburno –
    che non sanno esprimere –
    A meno che l’unione
    forse
    con una goccia di sangue indiano
    sgravi una ragazza così afflitta
    così oppressa
    da malattia o morte
    che sia soccorsa da un
    agente –
    allevata dallo Stato e
    mandata a quindici anni a lavorare in
    qualche affannata
    casa nei sobborghi –
    una qualunque famiglia di medico, una Elsie –
    acqua voluttuosa
    dalla cui debole mente
    scaturisce la verità su di noi – i suoi grandi
    goffi fianchi e il suo seno pesante
    che si offre a dozzinali
    monili
    e a ricchi giovanotti dai begli occhi
    come se la terra sotto i nostri piedi
    fosse
    la deiezione di un qualche cielo
    e noi sviliti prigionieri
    destinati
    alla fame fino a ingoiare sozzume
    mentre la fantasia corre
    inseguendo cervi
    che vanno per campi di verghe d’oro nel
    soffocante caldo di settembre.
    In qualche modo
    sembra distruggerci.
    E’ solo a frammenti isolati che
    qualcosa
    viene fuori.
    Nessuno
    per testimoniare
    e riparare, nessuno per guidare la macchina.

  3. ggugg ha detto:

    Il Governo italiano voterà a favore della Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni:

    Oggi pomeriggio la Camera dei Deputati ha accolto la cosiddetta “mozione Bandoli” «sulle iniziative volte a sostenere l’approvazione, da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu, della Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni». Ciò significa che da stasera il nostro Governo (che comunque aveva già espresso parere favorevole) è formalmente impegnato ad adoperarsi fattivamente e a votare a favore dell’approvazione definitiva di quella Dichiarazione quando, entro il 2006 (cioè a giorni), sarà sottoposta al voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
    Secondo la mozione firmata da «Bandoli, Franceschini, Sereni, Bonelli, Migliore, Villetti, Evangelisti, Venier, Francescato», «l’approvazione definitiva della Dichiarazione permetterà di rafforzare ed estendere gli universali principi di giustizia, democrazia, rispetto per i diritti umani, eguaglianza, non discriminazione, buon governo e buona fede, che troppo spesso difettano o sono completamente trascurati nei confronti dei popoli e delle persone indigene […]; quando sarà approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite la Dichiarazione diventerà il principale strumento utilizzabile per giungere all’eliminazione delle estese violazioni dei diritti umani che centinaia di popoli indigeni e oltre 370 milioni di persone indigene in tutto il mondo sopportano quotidianamente».

    Secondo i dati Unicef (2003) e Unesco (2004), «There are an estimated 300-400 million Indigenous people, living in all regions of the world, in over 70 countries. Most Indigenous people live in Asia, followed by Latin America. Over 75% of the world’s 6000 languages are Indigenous. On average, 2 Indigenous languages are dying out every month. In some cases, this signals the extinction of the Indigenous group itself».

    Sulle condizioni di vita dei bambini indigeni, rimando al rapporto “Indigenous Children: Rights and Reality” (agosto 2006) di “First Nations Child and Family Caring Society of Canada” realizzato per la Commissione dell’Onu sui Diritti dei Bambini:

    Fai clic per accedere a ISG_report.pdf

  4. ggugg ha detto:

    Copio e incollo un post che Rossafata ha pubblicato ieri (martedì 13 dicembre 2006) su BlogFriends, intitolato “La vittoria dei boscimani”.

    Il testo originale di questo post è stato scritto facendo affidamento su una notizia di agenzia, la quale affermava che i boscimani dovessero andarsene dal Kalahari, in quanto la High Court of Botswana avrebbe deciso in favore delle ragioni della DeBeers, nota compagnia dedita all’estrazione e al commercio dei diamanti intenzionata a sfruttare i giacimenti di quel territorio. Cercando meglio su Internet ho trovato un sito che afferma esattamente il contrario, ovvero che la High Court ha deciso in favore delle ragioni dei boscimani, ovvero che possono rientrare nella loro terra d’origine, tuttavia il governo del Botswana non può essere obbligato a fornire loro dei servizi nella riserva. Decisione pilatesca, probabilmente, sta di fatto che per questa antica popolazione si tratta di una importante vittoria, nonostante i giacimenti di diamanti presenti nel Kalahari. Nei commenti propongo il vecchio testo del post, cioè la notizia di agenzia e la notizia tratta da Survival (http://www.survival-international.org/news.php?id=2128), il sito che ha dato voce a questa battaglia legale, la più costosa nell’intera storia del Botswana. Mi scuso con i lettori di questo post, ma la decisione, per quanto interessante, non è ancora reperibile e ho dovuto fare affidamento su fonti che sembrano contraddittorie. Il loro sito della battaglia dei boscimani è questo “I want 2 go home” (http://www.iwant2gohome.org/). La cosa tristissima è che la popolazione dei boscimani di fatto sta tutta in quel collage di foto recuperabile dal sito. Ecco quel che si dice lo sterminio di un popolo, i boscimani attualmente sono meno di 1000 persone.

    http://blogfriends.splinder.com/post/10225306/La+vittoria+dei+boscimani

  5. Pingback: Un Hard Rock Cafè à Nice | il Taccuino dell'Altrove

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