Volare o non Volare?

«Io sono un portatore sano di sicuro precariato / e anche nel privato resto in prova / e ho un incarico a termine lo so / ma ho molta volontà, non c’è pericolo»

Dove sta andando questo Paese?
Dove può andare un Paese in cui le ferrovie rischiano di fallire [*] (ma non erano state risanate?), la compagnia aerea di bandiera perde milioni di euro al giorno [*] e i lavori alle autostrade non finiscono mai [*]?
Cosa può raggiungere un Paese la cui economia è infettata da truffatori e criminali?
Per non parlare della gerontocrazia dilagante ad ogni livello (quanti esempi, anche personali, potrei fare!), del traballante senso democratico (l’avete sentita la shockante accusa di Enrico Deaglio sulle elezioni politiche dello scorso aprile nella trasmissione di Lucia Annunziata oggi su Rai3?) (su YouTube in tre parti: 1, 2, 3), della violenza sempre più giovane e inconcepibile oppure dello stato della ricerca (perché i nostri fisici più brillanti devono andare a lavorare in Francia?)
Insomma, dove sta precipitando l’Italia? Ho paura di vedere, stasera, la nuova puntata di Report
Forse, però, questo Paese non sta vivendo che una fase come le altre, magari più difficile, ma niente di irrimediabile. E allora, benché la catastrofe si venda bene, non è il caso di credere alle cassandre.
Però, parallelamente, ci sono le storie individuali, le esperienze di ciascuno di noi, la nostra capacità di resistenza, i nostri programmi di vita. E qui la situazione si fa più seria: cosa può sognare un disoccupato o un giovane precario? Con quale stato d’animo può vivere chi da un momento all’altro perde il lavoro? Quale senso civico può maturare colui che vede impuniti i responsabili del crollo dei suoi progetti?
Esattamente un anno fa raccontai su questo Taccuino il crack – un anno prima – della compagnia aerea Volare. Oggi, che è il secondo anniversario di quell’improvviso stop, voglio continuare a ricordare quel fatto tuttora irrisolto dando la parola a chi l’ha subito e che da quel giorno aspetta ancora che la sua vita torni in equilibrio. È un assistente di volo, cassintegrato da due anni.

Qual è lo stato attuale di Volare a due anni dal crack e dopo un anno e mezzo di amministrazione straordinaria?
È più incerto di allora. In quel momento drammatico, nonostante la gravità dell’accaduto c’erano comunque due certezze: il crack della compagnia e il suo fallimento. Oggi, invece, nonostante l’amministrazione straordinaria e una prima piccola ristrutturazione dell’azienda, la situazione è molto più ingarbugliata: il problema principale, tra i tantissimi, è la contestazione dell’asta con cui Volare è stata acquistata da Alitalia da parte degli altri concorrenti, secondo i quali la partecipazione stessa della compagnia di bandiera era irregolare perché violava l’antitrust (acquistando Volare avrebbe assunto una posizione dominante sul mercato) e perché usava in maniera impropria i finanziamenti europei destinati unicamente al risanamento del suo debito, piuttosto che all’ampliamento aziendale. Inoltre, qualche giorno fa il Tar del Lazio, che doveva pronunciarsi proprio su questi presunti vizi di gara e chiarire la validità della compravendita, ha emesso una sentenza che invece sembra allungare ulteriormente l’attesa della fine di questa storia logorante: da un lato riconosce l’esistenza di vizi per cui Alitalia non avrebbe potuto partecipare alla gara, ma dall’altro sottolinea di non essere l’organo competente a dichiarare la nullità di tale atto e ne rimanda ogni decisione finale al Consiglio di Stato. Insomma, continuiamo ad aspettare.

Cosa fanno oggi i vecchi dirigenti?
È difficile riassumere in poche parole una storia molto complessa e intrecciata. In ogni caso, buona parte dei responsabili della voragine finanziaria che due anni fa affossò Volare uscirono dalla compagnia già alcuni mesi prima del crack e fondarono un’altra compagnia low-cost italiana. Nonostante fossero indagati per quel crack, però, l’Enac concesse comunque alla flotta neonata il Certificato di Operatore Aereo, ovvero l’autorizzazione fondamentale per agire in questo settore. Inoltre, il presidente di allora, l’amministratore delegato e un altro top manager che furono arrestati, oggi sono in libertà.

Adesso, dunque, quali sono le prospettive?
Paradossalmente, i miei colleghi che avevano un contratto a tempo determinato, il 19 novembre 2004 sapevano di aver perso il lavoro e nonostante le enormi difficoltà dei primi mesi, hanno poi potuto cercarne un altro in compagnie che, acquisendo parte del traffico di Volare, si ingrandirono sensibilmente. Chi come me, invece, aveva un contratto a tempo indeterminato (e pensava di essere fortunato) vive ancora di cassa integrazione, ma soprattutto con uno stato d’animo vincolato e incerto: chi, oggi, ha il coraggio di licenziarsi da un’azienda acquistata dalla compagnia di bandiera? E chi, allora, poteva immaginare che dopo due anni la situazione si sarebbe ingarbugliata ancora di più?

Quante persone si trovano nella tua condizione?
Attualmente almeno 500. E la parola che circola di più è “banca”: la banca martella di telefonate, chiama continuamente perché il conto è in rosso… Eppure abbiamo 3 stipendi (compreso il tfr) che ancora non ci sono stati pagati…

«Io vorrei sapere chi governa il mondo / e cosa gli direbbe / uno che è senza lavoro // Vorrei sapere / come si fa a cadere / e come puoi risalire / senza farti male // Sono un ragazzo / ricordatevi che esisto / sono il re del nulla / mentre il nulla ruba i migliori»

    PS:
1. Così, tanto per mettere un po’ di musica, la citazione iniziale è un verso di “Sicuro precariato” di Samuele Bersani (in “L’aldiquà”, 2006) e quella finale è tratta da “Ragazzo” dei Litfiba (in “El Diablo”, 1990).
2. Potete leggere la sentenza (.doc) citata nell
’intervista, inserendo nel motore di ricerca del sito del Tar del Lazio i seguenti dati: 2006 (Anno), 3763 (Numero Sentenza), Sentenza (Tipo).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Volare o non Volare?

  1. poscente ha detto:

    Ciao.Report viene chiusa e riprenderà, forse, a primavera.
    Sto invitando a inviare tramite il sito ww.rai.it una protesta:

    Protesto contro la sospensione della trasmissione report, uno dei pochi esempi di vero giornalismo in TV. Pago il canone e vi chiedo di riprendere le trasmissioni di report il prima possibile.

    Scusa l’intrusione ma sto cercando di attivare una rete di solidarietà on line contro la chiusura della trasmissione più vera.

    Ciao

    Gianluca

  2. ggugg ha detto:

    Gianluca, grazie per la tua segnalazione preoccupata. Io, però, non sarei così allarmato: da sempre, infatti, Report ha due edizioni televisive all’anno, una autunnale e l’altra primaverile. Non credo, dunque, che ieri la trasmissione di Milena Gabanelli sia stato chiusa, ma semplicemente che abbia terminato le puntate previste per questa stagione. Inoltre, ma questo è un mio parere personale, sono convinto che la grande qualità dei suoi servizi derivi proprio dal non essere continuamente in video: quelle inchieste necessitano ricerca e approfondimenti, ovvero attenzione e sedimentazione. Hanno bisogno, cioè, di tempo.
    Quel che mi preoccupa, invece, è che dopo Report in Rai non c’è più nulla. O quasi.

  3. casalinprecaria ha detto:

    PIENA SOLIDARIETA’. MA MAGARI FOSSE SOLO LA RAI, UN CONTENITORE VUOTO.

  4. anonimo ha detto:

    Ciao. A proposito di precarietà del lavoro e di precarietà della vita, ti segnalo un articolo di Repubblica di sabato scorso.
    Giobbe

    Secondo un rapporto promosso dalla Cgil, gli ex co.co.co. guadagnano poco, lavorano tanto e nell’82% dei casi non hanno figli
    STIPENDI DA FAME PER I RICERCATORI. LA MEDIA È DI 800 EURO AL MESE

    ROMA – Lavorano fino a 45 ore a settimana e non raggiungono i 1000 euro di stipendio. E sono molto stressati. Si tratta di più della metà dei ricercatori scientifici, assunti con contratti di collaborazione e quindi precari. La media dei salari si attesta tra gli 800 e i 1.200 euro al mese. E possono anche ritenersi fortunati: un ex “co.co.co.” su tre, infatti, guadagna meno di 800 euro netti al mese. E’ quanto emerge da un rapporto promosso da Nidil Cgil e realizzato dal Cer. Non solo però il guadagno è basso (il 65% degli interpellati si lamenta della propria condizione economica), ma anche la qualità della vita lascia a desiderare. Il lavoro infatti impegna il tempo della gran parte della giornata. Va considerato infatti che il 50%, e quindi un ex co.co.co. su due, lavora più di 38 ore alla settimana, con punte anche di 45 ore.
    Anche il 20% dei ricercatori che guadagna più della media (più di 1.200 euro al mese) lavora più di 38 ore alla settimana. Ed è lo stesso orario che fa anche il 56% di chi guadagna tra 800 e 1.000 euro al mese e quasi il 60% tra i 1.000 e i 1.200 euro. Diverso è il caso degli orari di lavoro più bassi che permettono a stento di arrivare a 800 euro al mese. Tra chi ha un reddito inferiore a 800 euro al mese, poco meno del 40% lavora meno di 30 ore. Tra questi, più del 50% in realtà lavora meno di 20 euro per una retribuzione netta inferiore ai 400 euro.
    Ad ogni modo, il 31% degli intervistati guadagna meno di 800 euro netti al mese. Se si somma anche il 26% di coloro che hanno una retribuzione mensile tra gli 800 e i 1.000 euro, il risultato è che un collaboratore su due guadagna meno di 1.000 euro al mese. E tra chi svolge le professioni più qualificate in ambito scientifico, il 52% guadagna tra gli 800 e i 1.200 euro al mese. Poco più del 20% ha stipendi un po’ più elevati, superiori comunque ai 1.200 euro. Tra quelli che eseguono professioni più esecutive, più del 65% guadagna meno di 800 euro al mese.
    Analizzando gli orari di lavoro, emerge inoltre che il 72% dei tirocinanti lavora più di 38 ore alla settimana. Chi svolge lavori più esecutivi ha invece un orario tra le 30 e le 38 ore a settimana. Tra questi tuttavia, ben il 26% lavora con orario part-time (sono prevalentemente dei lavoratori e delle lavoratrici dei call center). Va ricordato infatti che il part-time è di fatto quasi un dato strutturale nei call center, perchè adattandosi alla natura del lavoro, viene incontro ai bisogni dei datori di lavoro, permettendo di mantenere sempre alto il livello di attenzione degli operatori e consentendo di gestire i turni con un alto grado di flessibilità.
    E il futuro? Non tutti vedono ‘rosa’ anche perché si è precari sempre più in là con gli anni: uno su 4 ha più di 35 anni (26% del campione) e di questi circa la metà ha più di 40 anni. Le ripercussioni sulla famiglia sono immediate: l’82% degli interpellati non ha figli. Ma non basta perché dalla ricerca emerge anche che la loro condizione di precari genera ansia e anche se la loro produttività non risente di quest’incertezza, sicuramente la vita privata si’. La loro condizione di vita infatti destabilizza notevolmente i giovani “cervelli”, con effetti negativi in particolare sul rapporto di coppia, sul bilancio familiare e sulle scelte per la casa. Nell’indagine risulta che il 97,4% degli intervistati ha uno stress emotivo soprattutto quando si avvicina la scadenza del contratto.
    Ma la situazione di incertezza è causa generale, per il 96,6% degli interpellati, e quindi praticamente per tutti, di effetti indubbiamente negativi sulla vita privata. Ad esempio, il 71,6% ritiene che sia la causa di problemi di coppia, l’89,7% la ragione di incomprensioni con i propri genitori, l’89,3% sulla scelta dell’abitazione, il 91,7% sul bilancio familiare, l’87,2% sulla capacità di affrontare gli imprevisti della vita quotidiana.

    (6 gennaio 2007)

    http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/scuola_e_universita/servizi/salari-ricercatori/salari-ricercatori/salari-ricercatori.html

  5. ggugg ha detto:

    Nell’introduzione all’intervista di questo post facevo riferimento alla «gerontocrazia dilagante» nel nostro Paese.
    Lo scorso 4 marzo 2007 Enric Gonzàlez pubblicava su «El Pais» il seguente articolo:

    ITALIA, UN PAIS CON UN GRAN PORVENIR A SUS ESPALDAS
    Con la población más vieja de Europa, la sociedad italiana bloquea el ascenso de los jóvenes

    Los políticos italianos son los más ancianos de Europa. El presidente del Gobierno, Romano Prodi, tiene 67 años. El jefe de la oposición, Silvio Berlusconi, tiene 70. El presidente de la República, Giorgio Napolitano, cumplirá pronto los 82. Pero la gerontocracia política no es una anomalía. La población italiana es la más vieja de la UE, con una media de 42 años, y la sociedad parece haber evolucionado hacia un sistema gerontocrático que bloquea el ascenso de los jóvenes.
    Pocos países tratan tan bien a sus niños como Italia. Se les acoge con placer en los restaurantes, se les comprende cuando lloran, se les mima en casa y fuera. Los problemas de los pequeños italianos llegan más tarde, en la juventud. El desempleo de los menores de 25 años supera el 27% (la media europea es del 17%), pero tampoco eso es lo más grave. Lo peor es el tapón que encuentran cuando superan la treintena y, cerca de los 40, se aproximan a la edad en que deberían empezar a asumir el mando del país. Porque los mayores están ahí y no ceden su puesto.
    Confindustria, la gran patronal italiana, ha presentado esta semana un informe alarmante. Ha identificado las 17.000 personas que componen la élite dirigente y ha encuestado a 6.000 de ellas. El primer resultado confirma el reforzamiento de la gerontocracia: la edad media de la élite es de 61 años. En 1990 era de 56. El segundo resultado explica la lógica por la que Italia parece encallada en una crisis política y social a repetición, lo que Romano Prodi calificó el martes ante el Senado de “transición interminable”.
    ¿Cómo razona la élite italiana? Cuando se les pregunta por las virtudes que consideran ideales para dirigir el Estado, las empresas o las grandes organizaciones sociales, los patrones de Italia citan, por este orden, la visión estratégica y la capacidad de anticipar los problemas; la capacidad de decidir; la capacidad de innovar, y el sentido moral. Cuando se les pregunta por sus características reales, los patrones reflejan con total sinceridad las causas del bloqueo. La principal característica que se atribuyen es la de “disponer de relaciones importantes”. La segunda, “privilegiar la tutela de los intereses sectoriales frente a los intereses generales”. La tercera, “la defensa de los objetivos personales”. La cuarta, “la riqueza personal”.
    El presidente de Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, un hombre dinámico y juvenil, pero cercano a los 60 años, dijo que el estudio era “preocupante” y reclamó a la sociedad que tomara “a los jóvenes y a su futuro como punto de referencia”.
    ¿Por dónde se empieza a tomar a los jóvenes como “punto de referencia”? No en la política. Los sucesores naturales de los actuales dirigentes, los Prodi y Berlusconi, empiezan a ser talluditos. Massimo d’Alema, ministro de Exteriores y presidente de los Demócratas de Izquierda, tiene casi 58. Walter Veltroni, alcalde de Roma y gran esperanza de los progresistas, tiene 52. Gianfranco Fini, el joven líder de la derecha, 55. Pierferdinando Casini, líder democristiano, 52. En tal ambiente político, resulta casi normal que el inmarchitable Giulio Andreotti, con 88 años, siga sentando cátedra en el Senado.
    Tampoco se empieza a tomar a los jóvenes como “punto de referencia” por la escuela. Porque los maestros italianos son los más ancianos no de Europa, sino de todo el mundo. La edad media del profesorado es de 51 años, aunque se reduce un poco, hasta los 48, en el segmento de la escuela primaria. De casi 700.000 maestros y profesores, sólo 6.000 tienen menos de 30 años. Incluso los suplentes, la categoría que suele acoger a los recién licenciados, superan en promedio los 40. Los datos resultan especialmente llamativos porque los enseñantes italianos se jubilan entre los 56 y los 58 años: hasta la reforma de 2005, bastaba cotizar 35 años para retirarse con la pensión completa. Como comparación, los enseñantes británicos tienen una media de 41 años, y los franceses, de 40.
    La baja natalidad y la elevada expectativa de vida son características comunes a toda Europa occidental. En Italia, esas características resultan especialmente agudas, y unidas a la temprana edad de jubilación crean un problema financiero de extraordinaria magnitud. Por si no tuvieran bastante con una deuda monstruosa, del 106% del producto interior bruto, la más alta de Europa junto a la belga, los ministros de Economía deben hacer frente a las pensiones globalmente más onerosas. En España, las pensiones suponen el 10% del PIB, es decir, de toda la riqueza que produce el país en un año. En el Reino Unido, el 11%. En Francia, el 13%. En Italia se llevan el 15%.

    http://www.elpais.com/articulo/internacional/Italia/pais/gran/porvenir/espaldas/elpepuint/20070304elpepiint_7/Tes

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