Una fabbrica di “napoletanità

Lello: Guappo nun si tu, guappo songh’io!
Massimo: Sì…
L: E si te trovo ancora una volta a passare da queste parti, io ti taglio questa faccia…
M: ‘On Gennarì, pe’ piacere…
L: Questa faccia liscia… questa faccia simpatica…
M: ‘On Gennarì, ‘on Gennarì…
L: Questa faccia bella…
M: E ghià, smettila! Ne approfitta, chisto…
L: Ci siamo spiegati?
M: Sì, don Gennarì, pe’ carità…
L: Ha parlato Gennarino Parsifàl, poh poh!


Questa è una lunga storia che negli anni a cavallo tra Otto e Novecento accelera rapidamente e si diffonde da Napoli in tutto il mondo grazie ad «una vera e propria industria culturale» in cui lavora «un gruppo abbastanza numeroso e qualificato di nuovi professionisti della parola, giornalisti, poeti, letterati, romanzieri che si guadagnano da vivere con le opere del loro ingegno a stretto contatto con editori di libri, di giornali e di musica, in collaborazione con musicisti professionisti, professionisti della musica e con impresari, capocomici, attori, caratteristi e persino posteggiatori» (Amalia Signorelli).
È una storia complessa, ricca e differenziata che si alimenta di canzone popolare e romanze classiche, ma anche di iconografia, teatro colto e commedia dell’arte.
Insomma, è la storia dello stereotipo della napoletanità come prodotto culturale di massa, quello abbondante di clichè solari e oscuri, ironici e passionali, sull’ammore, l’arte di arrangiarsi e i valori del vicolo.
C’è un genere teatrale che ha fatto man bassa di tutto ciò e che, rielaborandoli e riproponendoli, ha svolto anche la funzione di insegnamento per gli spettatori che si riconoscevano in quel modello: è la sceneggiata, una forma di teatro musicale sviluppatosi nel primo dopoguerra come messa in scena di una canzone famosa, la quale conclude nel pathos generale una serie di vicende drammatiche stemperate da momenti comici.
Il successo di questo genere è stato enorme durante la prima metà del Novecento (addirittura internazionale, soprattutto a New York) e dopo una vistosa flessione di qualche decennio ha poi ripreso vigore negli anni ’70 e ’80 grazie ai molti adattamenti cinematografici.
Quest’anno Nino D’Angelo, il nuovo direttore del prestigioso Teatro Trianon Viviani di Forcella, l’ha voluta riproporre proprio in apertura di stagione: ed io, naturalmente, non me la sono persa. Per due settimane Pino Mauro, Oscar Di Maio, Antonio Buonuomo e altri veterani del settore hanno sceneggiato «’O schiaffo» (un testo della fine degli anni ’50 di Vincenzo Vitale, rielaborato oggi da Roberto Russo) ispirato all’omonima canzone di Pacifico Vento e Ferdinando Albano del 1922.
La struttura dell’opera ricalca la collaudata formula «isso, essa e ’o malamente», dove ogni personaggio è fortemente caratterizzato: quello buono saggio e giusto è vestito di bianco, quello spietato e arrogante indossa abiti neri, la donna bella è anche cinica e tentatrice, la coppia di giovani fidanzati subisce ogni tipo di ostacolo sulla via del matrimonio, la mamma addolorata ma tenace è la figura unificante che tutti rispettano l’archetipo stesso della società, colei che dà la vita e non tradisce, colei che ha il doppio ruolo di distribuire e dispensare le risorse familiari e di dispensare amore, quindi riproduzione fisica e spirituale», dice Marino Niola).

Ma io non conosco praticamente nulla della sceneggiata, quindi sospendo il giudizio su un’espressione culturale che mi incuriosisce ma che sento altra da me, e accolgo piuttosto l’invito dell’autore a non fare intellettualismi: «Nel modo di sentire dei personaggi di questa sceneggiata, nel loro muoversi, proporsi, uscire dalla scena e rientrare, ci siamo tutti. Tutti, con le nostre emozioni, con questa linfa che, bene o male, ci scorre dentro e che si chiama Napoli» [*]. È così, dunque, che nel corso dei tre atti mi sono via via lasciato andare al gioco di provocazioni e resistenze, all’intreccio di rispetto e affronti, al duello tra uomini veri e uommene ’e niente: «’na curtellata sì, ma schiaffe maje». L’altra sera mi sono fatto portare dall’entusiasmo degli spettatori e dalla loro partecipazione attiva allo spettacolo: momenti straordinari in cui non capisci se lo spettacolo è sul palco o in platea o se si è fuso in un solo happening, come quando don Rafele (il cattivo) ha steso con uno schiaffo ’Ngiulina (la promessa sposa) e nel silenzio carico di tensione che ne è seguito, una voce dal pubblico ha gridato: «omm’‘e merda!»… fino all’ovazione finale esplosa con il ripristino della giustizia, anche se privata e sanguinaria: «ll’uommene ’e niente chesta fine fanno!».


    PS:
1. La citazione iniziale è la parodia (una splendida decostruzione di stereotipi) messa in scena nel 1980 da Lello Arena e Massimo Troisi (oltre che da Enzo Decaro) in uno sketch de La Smorfia: “La sceneggiata” (su YouTube: prima e seconda parte).

2. La citazione di A. Signorelli è tratta da “La cultura popolare napoletana. Un secolo di vita di uno stereotipo e del suo referente”, in Id. (a cura di), “Cultura popolare a Napoli e in Campania nel Novecento”, Edizioni del Millennio, Napoli 2002. Le parole di M. Niola, invece, sono tratte da un articolo di Gennaro Mancini, “Il caso della Sceneggiata”: qui.

3. Il testo della canzone «’O schiaffo» è al commento #1.

4. Ulteriori informazioni sulla sceneggiata sono su Wikipedia (italiano e napoletano) e nella recensione di Siro Ferrone al libro “Sceneggiata. Rappresentazioni di un genere popolare” (a cura di Pasquale Scialò, 2002) su Drammaturgia.it.

5. Ieri sera ’o rrè d’‘a sceneggiata è morto. Evviva ’o rre. Addio, Mario Merola.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Una fabbrica di “napoletanità

  1. ggugg ha detto:

    ‘O SCHIAFFO
    (di Vento e Albano, 1922)

    Nun ve mettite ‘ncerimonie, grazie… / ca nun è ora ‘e farce cumplimente… / Anze ve prego molto gentilmente, / susiteve…pecché v’aggi”a parlà… // Amice, permettete… / no, nun v’incomodate… / ca nun succede chello ca penzate: / io ll’amicizia ‘a saccio rispettà… / Però mme piglio collera / quanno qualcuno, falsa, ‘a vò’ trattà. // (Dint”o vico) // V”o vvoglio dì pe’ vostra norma e regola: / ajeressera ìte sbagliato assaje… / Na curtellata si’, ma schiaffe maje, / penzàtelo nu schiaffo che vò’ dì… // ‘Ngiulina nun è chella / ca vuje ve ‘mmagginate… / ‘e schiaffe date a essa, a chi aspettate / ca nun ‘e rripetite pure a me?! / Facite scuorno a ll’uommene… / tutto pe’ tutto…ll’arma aggi”a vedè!… // (L’arresto) // E sissignore…brigadiè’…purtàteme / ‘ncopp”a Quistura, ò carcere…’ngalera… / chi dice niente?…ma cu cchiù maniera… / ll’aggio ferito? ‘O ssaccio…comme?…Chi? // Nun è ferito?… è muorto!? / Mme state cunzulanno… / ll’uommene ‘e niente chesta fine fanno!… / Mo niente cchiù desidero… pecché, / tenevo ccá nu písemo… / e mo mm”aggio levato… Brigadiè’!

  2. anonimo ha detto:

    Anche il parcheggiatore che ci sistemò di fronte al teatro, anche la pizza al Trianon o da Michele, anche il bidone dell’immondizia in fiamma all’accesso della città erano segni di napoletanità.
    E a parte l’ultimo sono affezzionato un po anch’io a tutti.
    Speriamo che domani (i funerali) Cucuzza e i suoi simili abbiano un po di rispetto.
    In caso contrario o curtiell’ è sempre pronto. Poh Poh !
    Ciao

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