Napoli, Italia

«Una cosa soltanto resta immobile, o pressoché immobile, ed è la miseria del popolo e il suo bisogno di trovare comunque una qualsiasi attività da svolgere, anche se pericolosa, illegale, difficilissima, pur di “tirare a campare”»

L’effetto più odioso di chi dice che «I napoletani sono topi che votano da eliminare con qualsiasi strumento. E Napoli è una fogna da bonificare» è che l’attenzione viene spostata dal centro del problema a quel modo di liquidarlo con battute, banalità, qualunquismo e volgarità. Per evitare di dilungarsi su questo piano basso e fuorviante, dunque, è bene sottolineare che chi usa un linguaggio scurrile finisce per dire molto di sé, piuttosto che dell’oggetto cui sarebbero rivolte le sue vomitevoli parole.
Detto questo, bisogna ammettere senza ipocrisie che oggi Napoli è davvero “una fogna”. Abbiamo trascorso giorni allucinanti tra cumuli di monnezza putrida [*], viviamo quotidianamente la paralisi di una metropoli in eterna emergenza e in continua amministrazione straordinaria: traffico irrazionale (e tutto ciò che ne consegue: smog, decibel, pirateria al volante…), orari e zone off limits, delinquenza diffusa, crescente arroganza (guapparia, in termini falso-romantici), orde di ragazzini che non vanno a scuola, spacci alla luce del sole, una camorra sempre più viscida e pervasiva, e così via degradando fino ai morti ammazzati tra i passanti.
Napoli, a 50 km da dove abito, è la mia città di riferimento, il punto di partenza, quello d’arrivo: la sento capitale. Capitale decaduta, certo, ma capitale.
Per me è molto difficile osservare quel che sta succedendo senza provare un grande coinvolgimento personale: su quell’asfalto insanguinato vi ho passeggiato, lungo quelle strade ho dei ricordi, in quei vicoli ho incontrato degli amici, davanti a quei palazzi ho abbracciato qualcuno d’importante.
Su Napoli c’è un’ignoranza spaventosa: gente che si ferma ai titoloni dei giornali, alle urla della tv o al sensazionalismo della cronaca nera, persone che dicono di non esservi mai state «per paura», ma poi magari vanno in vacanza a Los Angeles o a Bali: si meritano quello che hanno, la finzione di Disneyland.
Noi – Napoli e la sua gente – abbiamo bisogno di tornare a guardare il domani, di riuscire ad inventarlo, di programmarlo, di progettarlo, magari di cambiarlo… e oggi (ma da tanto tempo, in realtà) questo non c’è, non succede: nessuno riesce, sa e può immaginare il proprio futuro e quello collettivo, le aspettative sono a zero e manca l’essenziale: la speranza. Eppure questa città e questa gente devono risollevarsi dalla fogna in cui sono precipitate, ma tutta Italia deve rendersi conto che non è una questione privata o locale: come ha scritto Guido Trombetti qualche giorno fa «Napoli è lo specchio deformante dell’Italia», qui tutto è amplificato, ma non estraneo o alieno al resto della nazione: «se Napoli non ce la facesse trascinerebbe con se l’intero Mezzogiorno. E quindi l’intero Paese» [*]. Bisogna rendersi conto che sebbene la violenza e i morti siano napoletani, l’agonia è italiana.
E allora ok, che si inizi la terapia inviando più forze dell’ordine che blocchino l’infezione, che isolino il morbo. Ma poi si passi immediatamente alla cura vera utilizzando le medicine più adatte: maestri e imprenditori, ovvero le uniche figure che possono dare serietà e lungimiranza a qualsivoglia progetto.
Nel 1903 Francesco Saverio Nitti pubblicò il libro “Napoli e la questione meridionaleforse ancora oggi il libro più bello che sia stato scritto sulle sorti di questa città», Domenico De Masi), la cui lettura colpì profondamente il capo del governo Giovanni Giolitti che incaricò lo stesso Nitti di elaborare una legge speciale per fronteggiare un’emergenza criminale e sociale simile a quella attuale. Il piano – parzialmente realizzato – prevedeva l’industrializzazione delle due aree orientale e occidentale della città con fabbriche di vario tipo: tra queste, nel 1910, venne aperta l’Italsider di Bagnoli, il cui primo effetto concreto fu un radicale abbassamento dell’incidenza camorristica.
E oggi, su cosa potremmo puntare?

«Non bastano le azioni repressive invocate da ogni parte per risanare Napoli dalla nuova camorra e per fare in modo che questa antica e civilissima città ritrovi la normalità della vita e il volto di una metropoli moderna. La causa di tutti i mali che affliggono questa città è nella sua miseria, nella mancanza di adeguate attività industriali che diano lavoro alle migliaia di disoccupati che affollano le sue strade»

PS:
1. Le citazioni iniziale e finale sono di Paolo Ricci, tratte dalla sua inchiesta “Le origini della camorra” (1959), nella cui Presentazione ad una recente ristampa (s.d., Edizioni Sintesi) Amato Lamberti scrive: «L’intuizione più felice di Paolo Ricci – quella che rende la sua storia della camorra una lettura ancor oggi utile e stimolante – è quella che mostra come l’unico momento di vera crisi della camorra, della sua ideologia, della sua cultura e del suo potere, sia stato quello della nascita di un proletariato industriale finalmente consapevole dei suoi diritti e capace di esprimerli con movimenti organizzati di massa. La camorra tra gli operai non aveva più posto e potere e finì per essere usata contro gli operai, i socialisti, la diffusione di idee e richieste nuove. Diventò strumento di oppressione del popolo e questo le fece cambiare aspetto e natura, ma la rafforzò tanto da rendere difficile il suo controllo da parte di coloro che avevano inteso utilizzarla».

2. Una breve cronologia della storia dell’Italsider di Bagnoli è qui. Sulla fine di quell’esperienza industriale segnalo il saggio curato da Giovanni Persico “La città dismessa” (Tullio Pironti Editore, 2002) e il romanzo di Ermanno Rea “La dismissione” (Rizzoli, 2002) (qui un’intervista), a cui il regista Gianni Amelio si è ispirato per il suo film “La stella che non c’è” (2006) con Sergio Castellitto. L’opinione di De Masi sul libro di Nitti è in “Ozio creativo” (Rizzoli, 2000).

3. Tra le innumerevoli pubblicazioni sulla camorra segnalo il saggio di Francesco Barbagallo “Il potere della camorra, 1973-1998” (Giulio Einaudi Editore, 1999) e il romanzo (che è anche saggio, inchiesta, reportage… e chissà cos’altro) di Roberto Saviano “Gomorra”, di cui ho già ampiamente scritto qui.

4. Questo post nasce dallo scambio di opinioni con alcuni amici, napoletani e non, in particolare Beppe, Cri, Silvio e Luric. Grazie per gli stimoli, grazie per esserci.

5. Impossibile, infine, non ricordare ancora una volta Massimo Troisi, che 30 anni fa con La Smorfia recitava sketch come questi.

– – –

AGGIORNAMENTO del 18 settembre 2014:
Alcuni giorni fa un carabiniere ha sparato ad un ragazzo sul motorino che non si era fermato ad un posto di controllo, uccidendolo. Nel Rione Traiano, dove viveva il diciassettenne, si sono avute manifestazioni contro lo Stato e le forze dell’ordine che, per fortuna, non sono sfociate in atti di ulteriore violenza. In ricordo del giovane si stava cominciando ad edificare una cappellina, che però è stata fermata dalle autorità. Stefano Menichini commenta questi sigilli con favore: «[gli altarini illegali che sorgono a Napoli dopo un omicidio sono] una peculiare forma di ricordo, nella quale al lutto dei famigliari e degli amici si associa e si intreccia la rivendicazione del clan di appartenenza. Un “segno” di presenza e controllo del territorio. […] Per le organizzazioni criminali i simboli del potere sono anche questi, e sono importanti. Specularmente, ognuno di essi è agli occhi dei cittadini emblema dell’assenza, dell’impotenza, dell’espulsione dell’autorità pubblica. Come si pretende di costruire credibilità e consenso intorno alla lotta anticriminalità, se innanzi tutto si perde la lotta sui simboli?» [QUI].

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a Napoli, Italia

  1. ggugg ha detto:

    Massimo Troisi:

    ‘A disoccupazione pure è un grave problema a Napoli, che pure stanno cercando di risolvere… di venirci incontro… stanno cercando di risolverlo con gli investimenti… no, soltanto ca poi, la volontà ce l’hanno misa… però hanno visto ca nu camion, eh… quante disoccupate ponno investì?… Uno, dduje… chille so’ tante ‘e lloro… chille hanno ragione, diceno: «Vuje site troppo, nuje ve vulimme aiutà, ma»… cioè, effettivamente, se in questo campo ci vogliono aiutare, vogliono venirci incontro… ‘na politica seria, e ccose… hann’‘a fa’‘e camiòn cchiù gruosse…
    (da “Napoli”, 1977)

    Mio marito nun s’arrenne, nun s’arrenne… è andato in un altro posto, e chisto ha ‘itto: : «Guardate, noi ci abbiamo una cosa che fa per voi, proprio per lavorare»… dice: «Veramente ci abbiamo un lavoretto»… allora mio marito ha ‘itto: «Va bene»… ha ‘itto: «Si se tratta di lavorare di meno, tanto di guadagnato, che»… allora chiste ha ‘itto: «No, forse non ci siamo capiti, ho detto che tengo per voi un lavoretto»… mio marito ha ‘itto: «Lavoretto, scusate, ‘o dice stesso ‘a parola, lavoretto, se lavora ‘e meno»… e allora isso ha ‘itto: «No, non ci siamo capiti… tengo pe’ vuje un lavoretto… nun guardate a me, guardate ‘a mano… un lavoretto»… cioè, come mio marito ha afferrato sta cosa d’‘a mano, ha ‘itto: «No!»… allora… allora direte voi, direte: «Ma si facessero tutti quanti accussì, a Napoli nun faticasse nisciuno?», e invece io vi rispondo: «Sì, nun faticasse nisciuno»…
    (da “La Natività”, 1979)

  2. ggugg ha detto:

    Giovanni Persico, che ho citato nella seconda nota di questo post, è stato il mio professore di Sociologia Urbana e Rurale, ma soprattutto è stato il correlatore della mia tesi di laurea.
    Non lo vedevo da qualche mese, forse l’ultima volta che ci siamo incrociati e salutati nel corridoio del terzo piano della facoltà è stata prima dell’estate. Solo oggi, purtroppo, ho saputo che una settimana fa è scomparso.
    È una perdita incommensurabile: se n’è andato un intellettuale e un amico, una persona che con il suo pensiero e le sue parole rendeva migliore questa città e questo Paese.

    Ciao Prof.

  3. Bukaniere ha detto:

    Complimenti per questo post (e per la dovizia di citazioni e riferimenti 🙂 )!

    Da topo di fogna quale sono, stavolta non me la sento di dare tutti i torti a Calderoli… Se non fosse che tutti noi sappiamo chi è Calderoli! Con quell’aria da ubriacone da osteria che si ritrova, non è proprio una “fonte autorevole” per giudicare chicchessia.
    L’altra sera vedevo un agghiacciante intervista allo stupratore tredicenne di una ragazzina, a sua volta dodicenne, abusata da un “branco di minori”.
    Ebbene, la scena era ambientata in provincia di Frosinone, ma il degrado socioculturale era lo stesso di Scampia, della Sanità, dell’Ostiense o di Quarto Oggiaro o dei Murazzi.

    La disinformazione italiana serve a distrarre: oggi Napoli è lo scandalo da sbattere in prima pagina, la NOTIZIA è che la nostra gioventù è morente: chi come me naviga nel disagio economico nonostante i sacrifici e chi, privo di veri punti di riferimento, si abbandona ai facili “paradisi” artificiali: droga, alcool, soldi sporchi, violenza.

  4. anonimo ha detto:

    Proprio ora parlavo di Napoli da Roma, e discorso non era certo melenso o parco di complimenti per la città ke ank’io nn essendoci nato sento mia, a Napoli devo i miei studi e molte amicizie, eppure in quei poki anni ho visto cosa significa vivere sempre sotto pressione, in attesa di kissàcosa di spicevole, eppure Napoli riesce a dare molto all’Italia intellettuale politica ed economica, il problema è ke ki vuole fare qualcosa ora cerca di fuggire per trovare altrove condizioni + umane. Il baratro ha un fondo, noi l’abbiamo toccto e stiamo scavando, e scavando, c’è bisogno di rivivere il rinascimento napoletano estirpando alla radice il problema criminale, dando dignità alla manovalanza del “sistema”…si diceva ke il lavoro nobilita l’uomo…

  5. ggugg ha detto:

    Ops, e che è ‘sta storia? Il ministro Mastella ha stupito il Parlamento dicendo che dall’inizio dell’anno a Milano ci sono stati 103 omicidi rispetto ai 75 di Napoli!
    Ok, c’è da verificare la scala di riferimento e in ogni caso questo non ridimensiona il dramma del capoluogo campano. Però, però… forse dà anche un quadro più completo (sebbene se più doloroso) dello stato di salute italiano.

    http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/cronaca/indulto-csm/i-numeri-dell-indulto/i-numeri-dell-indulto.html

  6. ggugg ha detto:

    Sull’ultimo numero di «Ateneapoli» (quindicinale napoletano di informazione universitaria, n.19, anno XXII, 17 novembre 2006) c’è un articolo di Maddalena Esposito dal titolo “Studenti e docenti ricordano il prof. Giovanni Persico”. Eccolo:

    2 novembre 2006, ore 12:00. Alla Facoltà di Sociologia le lezioni sono sospese per dare il giusto spazio ad un incontro pubblico organizzato dagli studenti in memoria del prof. Giovanni Persico, scomparso il 25 ottobre scorso. “A Giovanni Persico. Ciao Prof, ci mancherai” è il saluto che compare sulle locandine che i ragazzi hanno affisso in tutta la facoltà, oltre ai tanti messaggi presenti sul forum del sito non ufficiale della facoltà (www.solunina.it).
    Il prof. Persico, docente di “Sociologia urbana e rurale” a Sociologia e di “Analisi della città e del territorio” alla Scuola di Specializzazione in Urbanistica dell’Ateneo “Federico II”, era direttore scientifico dell’area di ricerca in “Analisi delle trasformazioni e delle valutazioni socio-economiche” presso il Centro interdisciplinare d’Ateneo, di Ricerca L.U.P.T. Tra le sue pubblicazioni si ricordano “Metropoli”, “Il corpo provvisorio”, “Melusina”, “Città e mutamento”, “Le nuove terre delle città”, “Bagnoli, pianificazione, trasformazione e sviluppo”.
    Nell’aula Magna, oltre agli studenti che hanno conosciuto Persico durante le lezioni di Sociologia urbana o anche nei corridoi della Facoltà, anche tanti docenti. Sul volto espressioni tristi. Gli studenti ricordano il professore come uno di loro, «a lui piaceva quello che piace a noi – dicono – era molto più vicino alle esigenze di noi studenti». La Preside Enrica Amaturo, apre l’incontro parlando di Giovanni Persico come «una persona profondamente buona» e ufficializza il progetto di «organizzare una commemorazione più allargata, con una vera e propria giornata di studi per valutare il profilo scientifico del professore scomparso». Dopo poco, la parola va al prof. Luigi Caramiello, collega di Persico ma soprattutto amico di vecchia data. «Avrò avuto circa tredici anni quando ho conosciuto Giovanni – racconta – Lui ne aveva più di trenta ed era uno sfegatato marxista-leninista. Il giorno stesso in cui abbiamo avuto modo di conoscerci, siamo stati a chiacchierare di rivoluzione per circa due ore. Mi sconvolse che un ultra trentenne rimanesse per così tanto tempo a parlare con un ragazzino scalmanato. Da allora nulla ha scalfito la nostra amicizia, nel corso degli anni. Ciò che contraddistingueva Giovanni era il suo sentimento di solidarietà: era sempre pronto al confronto, al dialogo, aveva il senso della comunità». Ai ricordi dei docenti si alternano quelli dei ragazzi. Michele Langella, consigliere degli studenti d’Ateneo, spiega di aver conosciuto il professore al bar nei pressi della Facoltà. «A prima vista – dice – poteva sembrare un po’ freddo, ma, frequentandolo, ci si accorgeva subito che non era così e che anzi era un uomo che trasmetteva un gran senso di sicurezza. Al di là del corso, aiutava gli studenti, per questo ha lasciato il segno in ognuno di noi. A questo punto, abbiamo il compito di trasmettere il suo modo di pensare e di fare a tutti gli studenti futuri». Il prof. Gerardo Ragone, docente di Sociologia 1, conosceva Persico da più di trent’anni: il loro era «un rapporto affettuoso tra colleghi che si stimano». «Ho avuto modo di conoscere profondamente Giovanni solo durante la sua cerimonia funebre grazie a testimonianze e racconti di conoscenti che sono stati accanto a lui – aggiunge il prof. Ragone – La nostra era un’amicizia sincera anche se eravamo su posizioni estremamente divergenti in quanto Giovanni apparteneva alla sinistra radicale. Era un uomo molto dolce, incapace di alzare la voce anche quando aveva occasione di farlo. Seguiva gli studenti con grande amore ed era dotato di un’estrema disponibilità; a mio parere, è paragonabile a figure oggi presenti nel mondo cattolico per la sua propensione alla relazionalità. Mi sono accorto con ritardo che era qualcosa in più di quello che pensavo». Alcuni degli attuali docenti, sono stati, a loro volta, studenti del prof. Persico. Uno di questi è il prof. Gianfranco Pecchinenda che, addolorato, dice: «dopo la scomparsa di Germani negli anni Ottanta, la morte di Giovanni Persico rappresenta la fine dell’infanzia per la nostra comunità scientifica. È nostro compito costruire una memoria per tutti gli studenti che non hanno conosciuto il professore: si potrebbe, per esempio, ideare un premio di laurea relativo al suo campo di studi o intitolargli un’aula».
    La parola passa agli studenti, alcuni visibilmente commossi come Angela, laureanda a dicembre. «Ho lavorato alla tesi con il prof. Persico su un tema molto caro ad entrambi riguardante i disabili. Ha collaborato tantissimo a questo lavoro, addirittura una volta ha acquistato per me un libro utile allo studio che stavamo conducendo. Ogni volta che correggeva ciò che scrivevo, mi avvisava telefonicamente. Pochi giorni prima della sua morta, sono stata io a chiamarlo e, anche in quell’occasione, mi ha fatto credere che sarebbe tornato a breve in università. Senza dubbio, il giorno della mia laurea sentirò la sua mancanza». Parla, a seguire, Carmine. Come altri, dice di aver avuto modo di conoscere il professore tra i corridoi, senza aver seguito il corso. Lo ricorda come un docente «molto attento alle esigenze degli studenti, al di là del suo insegnamento». Prima della sua scomparsa, Persico stava lavorando a un progetto sulla camorra a Napoli. Ce ne parla Michela, una sua collaboratrice. «Anche dopo aver conseguito la laurea, mi recavo ogni giovedì nel suo studio durante l’orario di ricevimento studenti. Il professore mi poneva sempre la medesima domanda “Hai trovato lavoro?”. Purtroppo la mia risposta era sempre negativa, finché un giorno gli comunicai la mia decisione di andare via da Napoli per cercare occupazione altrove. Lui mi convinse a restare. Avremmo almeno provato a smuovere le acque, a cambiare qualcosa, mi disse. Da lì, è nato lo studio sulla camorra, un progetto ancora in corso che porterò avanti con tutto il cuore e l’impegno possibile».

    Per il forum degli studenti sul professor Persico:
    http://forum.solunina.it/index.php?showtopic=3706

  7. Pingback: Les zones de sécurité prioritaire | il Taccuino dell'Altrove

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