The road to Guantanamo

«Quello che sappiamo è che queste persone sono cattive» (George W. Bush)


Da cinque anni un surreale angolo statunitense sull’isola di Cuba è il nonluogo più conosciuto del pianeta. Alla base di Guantanamo arrivano tutti i sospetti terroristi appartenenti ad al Qaeda, i quali vi restano un tempo indefinito, il necessario per disintegrarne l’identità, per scioglierne la personalità, per spaesarli e svuotarli attraverso la segregazione: un’operazione che seppur riuscisse sui singoli, avrebbe effetti diametralmente opposti sulle loro società di appartenenza, dalle quali – in un futuro più o meno vicino – non si potranno che avere risposte esasperate e devastanti.
Lo scorso febbraio 2006 Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Guantanamo: vite fatte a pezzi(en) in cui, attraverso le testimonianze di diversi ex prigionieri, ha denunciato gravissime violazioni dei diritti della persona attraverso torture e maltrattamenti che vanno dall’isolamento prolungato all’esposizione al freddo fino alle violenze fisiche. Quel dossier «contribuisce a fare luce sulla condizione dei prigionieri analizzandola da più punti di vista. Lo studio valuta anche le conseguenze della detenzione illimitata sulla salute psicologica dei prigionieri e delle loro famiglie. Inoltre viene messa in evidenza una realtà in cui si ripetono con grande frequenza i tentativi di suicidio e gli scioperi della fame portati avanti quasi fino alla morte» [La Repubblica]. Ma la denuncia di Amnesty riguarda anche l’incredibile condizione di nove persone che, pur non essendo più ritenute “combattenti nemici”, continuavano (almeno fino alla pubblicazione del rapporto) ad essere trattenute nel carcere di massima sicurezza.
Proprio quest’ultima abominevole situazione ricalca uno dei capitoli del film “The road to Guantanamo” di
Michael Winterbottom, miglior regia alla Berlinale 2006, un docu-drama che mischia filmati reali, fiction e interviste ai tre veri protagonisti
(Ruhal Ahmed, Asif Iqbal e Shafiq Rasul), di cui ne ricostruisce l’assurda odissea fatta di ingenuità e irresponsabilità, ma anche di caos, imbrogli, bombardamenti, violenze, deportazioni, fabbricazione di prove false, arroganza ed estorsioni di confessioni che – purtroppo – mi hanno fatto pensare alla Carta dei Diritti dell’Uomo [rtf] e alla Convenzione di Ginevra [pdf] come a della carta straccia.

Di seguito inserisco il testo del piccolo depliant del Supercinema di Castellammare di Stabia dove sono stato stasera:

«È la storia di quattro amici inglesi di origine pakistana, che nel settembre 2001 lasciano Tipton per via del matrimonio di uno di loro: dopo due anni e mezzo, solo in tre faranno ritorno a casa. Il loro viaggio li ha portati dalla cittadina inglese a Karachi e poi a Kandahar, Kabul e Konduz. Prima del matrimonio, i ragazzi trascorrono un paio di giorni sulle spiagge e nelle sale giochi di Karachi e visitano una moschea in cui un imam recluta uomini da mandare in Afghanistan per aiutare la popolazione. Il costo del viaggio a Kandahar è di soli 4 euro e… perché non andare? Finiranno catturati e spediti in gabbie a cielo aperto nei campi cubani di Guantanomo. Oltre che a testimoniare della loro ignoranza, confusione e amicizia, il film è un appassionato atto di condanna alla politica di detenzione illegale. Non esiste un modo univoco di pensare la Storia, questa è la doppia prospettiva di Michael Winterbottom, regista multiuso che spazia da “Butterfly Kiss” (1994) a “Benvenuti a Sarajevo” (1997), da “With or without you” (1999) a “Codice 46 (2003). Girato con pochi mezzi e interpretato da nuovi attori di talento, “The road to Guantanamo” rappresenta anche un percorso della coscienza mossa da un fatto realmente accaduto. Winterbottom e il suo sodale Whitecross (qui co-regista) scavano nella cronaca dopo aver sentito parlare dei Tipton Three, i tre ragazzi di Tipton, e ne ricavano un film-intervista che è loro valso l’argento a Berlino 56. Meritato»


    PS:

1. Molto interessante è la voce in inglese di Wikipedia dedicata al film. Di
Monir Ali, il quarto amico della comitiva,
non si ha più alcuna notizia dall’ottobre 2001 quando il camion sul quale viaggiava in Afghanistan fu centrato da una bomba. Su YouTube il trailer del film.

2. Una parte importante di “The road to Guantanamo” mi ha ricordato i processi inquisitoriali analizzati da Carlo Ginzburg: «uno di quei processi di stregoneria in cui l’inquisitore riesce a poco a poco a convincere un’imputata che la Madonna che le è apparsa è il diavolo, che gli “spassi” notturni a cui un imputato dichiara di recarsi in spirito sono in realtà il sabba diabolico, e così via» (da “Il giudice e lo storico”, Einaudi 1991).

3. La citazione iniziale è la prima battuta del film, estratta dal video di un discorso dellattuale presidente USA.

4 È proprio di oggi la notizia che un agente dei Ros ha rivelato al processo milanese sul terrorismo internazionale di aver partecipato insieme ad altri tre colleghi italiani agli interrogatori di Guantanamo: «Si trattava di colloqui informali, durante i quali prendevamo appunti e su cui abbiamo redatto dei report e durante i quali intendevamo capire se esistesse un rischio di attentati in Italia» [La Repubblica].

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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6 risposte a The road to Guantanamo

  1. ggugg ha detto:

    Pask m’ha girato un articolo del «Pais» di oggi, 22 ottobre 2006:

    Visita a la cárcel sin ley
    PARODIA JUDICIAL EN GUANTANAMO
    (Yolanda Monge)

    Las iguanas tienen en Guantánamo más derechos que los detenidos en el gulag de nuestro tiempo. Como la especie protegida que son, por las carreteras de la base estadounidense en Cuba tiene que conducirse a menos de 40 kilómetros por hora para evitar atropellarlas. Cuando las prisas, el despiste o la crueldad de algún soldado no respetan ese límite y alguno de estos saurios resulta aplastado, el infractor debe pagar 10.000 dólares de multa. A orillas del idílico Caribe, se levanta un centro de detención que ha secuestrado al mundo en algo más de cuatro años la existencia de unas 800 personas. “Algo más de 430 o algo menos de esa cifra son los detenidos que están ahora aquí, el resto han sido liberados”, concede enigmático el general Edward Leacock, segundo en la cadena de mando al frente del escenario de la pesadilla que es Guantánamo.
    No fotos. No grabadora. No se puede utilizar ninguno de los nombres de los presentes. Sólo se accede a la sala con papel y bolígrafo. Las credenciales se deben de dejar fuera para que el detenido no te pueda identificar. La parodia de la justicia que los militares representan en Guantánamo está a punto de comenzar. La puerta de entrada a la sala avisa y anuncia: “Juicio en marcha”. Dentro todo está dispuesto. El sillón del juez. La mesa para la defensa, la mesa para la acusación. El lugar para la prensa. Asientos adicionales para los testigos. Las paredes son blancas, no hay ventanas, en el exterior puede ser de día o de noche. Fuera es de día y hace calor, esto es Cuba. Dentro hace frío. El aire acondicionado provoca que castañeen los dientes y que se vuelen los folios. El mobiliario es vulgar. En cada esquina hay una cámara que grabará el proceso y cuyas imágenes ven otros militares o agentes de inteligencia en la sala contigua. Todo, presidido por la bandera de Estados Unidos.
    “¡En pie!”, exclama en tono marcial un teniente de la Marina. Se levanta el preso, corpulento (la dieta diaria en GITMO, la abreviatura con la que se conoce a la larga y complicada pronunciación de Guantánamo para los norteamericanos, consta de 4.200 calorías, que frente a un ejercicio físico mínimo, conduce a la gordura), larga barba, un afgano de 27 años y sobre cuyo nombre los militares una vez más exigen total discreción y obligan a firmar un documento en el que se acepta no revelarlo; se levanta el traductor; se levanta el militar americano que representa al detenido; se levantan los únicos dos periodistas a los que se ha concedido la gracia de asistir al circo.
    “Esta corte inicia su sesión”, certifica solemne una capitán de la Marina que acaba de entrar y cuya función es hacer de juez. Excepto reo, periodistas y traductor, el resto de las personas que ocupan el recinto ejercen de actores, son militares representando papeles.
    De la sala habían salido poco antes dos soldados muy jóvenes -mujer y hombre- en uniforme de la Armada con las manos cubiertas por asépticos guantes de plástico verde. Acababan de entregar al preso y antes de partir le dejaron amarrado al suelo con las cadenas que le abrazan los tobillos. Todo está diseñado al milímetro: el detenido se sienta en una vulgar silla de plástico blanca -“que no supone un peligro ni para él ni para los demás”, dice de la silla el capitán Waddingham cuando instruye a las dos reporteras en lo que van a ver a continuación- y en el suelo hay una argolla a la que le anclan para que su movilidad sea cero. Las manos esposadas se sujetan contra su regazo. Su uniforme es blanco, lo que significa que su grado de maldad es el más bajo dentro del rango que otorgan los militares estadounidenses en Guantánamo. Si el detenido es considerado de peligrosidad media, su vestimenta es color camel. El naranja cubre los cuerpos de aquellos que, incluso tras años de encierro, siguen sin doblegar su voluntad. Los de buena conducta tienen cepillo de dientes, rollo de papel higiénico, jabón, champú, sábanas, mantas y ropa interior. Los rebeldes se lavan los dientes con el dedo, se les concede una tira de papel para limpiarse el culo y duermen sobre el duro camastro. Los que han intentado quitarse la vida… A esos se les coloca una suerte de camisa de fuerza verde oscuro sobre su cuerpo desnudo. Eso sí: todas las celdas, de castigo o no, tienen impresa una cruz que señala a la Meca.
    El cabello peinado en un moño hace que se le estire la piel de la cara, el uniforme impecablemente planchado, unas gigantes gafas le cubren casi la mitad del rostro. Es la capitán de la Marina a la que le han dado el libreto del juez.
    Incluso lo tiene. Porque dentro de un archivador de plástico blanco posee escritas todas y cada una de las palabras que desde ese momento pronunciará. Como las tiene escritas en pastún el intérprete del detenido. Para los actores-militares nada es espontáneo. Para el reo todo es tan pesadillesco que puede que tampoco le parezca real.
    “¿Jura que lo que va a decir es la verdad, toda la verdad y nada más que la verdad?”, cuestiona en inglés la capitán al detenido. Acto seguido, el intérprete, un afgano con pasaporte estadounidense designado por el Gobierno de EE UU para el trabajo, pregunta lo mismo en lengua pastún. Muy bajito, el acusado responde con paciencia: “Ya lo he jurado dos veces, lo juro otra vez”. Dos veces. Desde que fue capturado por el Ejército norteamericano en su lucha contra el terrorismo a mediados del año 2002 en Afganistán, el hombre con nombre irrevelable se ha sentado ya otras dos veces ante quienes deciden su encierro o su libertad. Las ocasiones anteriores sus carceleros debieron creer que no se había redimido, porque aquí sigue, aquí está de nuevo, sentando frente a la farsa de tribunal que le juzga.
    “¿Sí o no?”, inquiere impaciente otro militar de alto rango, éste de la Armada. El traductor, con risa nerviosa, le hace llegar la pregunta, adornada con amabilidades o con recomendaciones de que conteste que sí y que acabe todo de una vez, a tenor de la longitud, que no se corresponde con un corto sí o no. Finalmente llega el sí, lo jura, “por Alá”. Pregunta: “¿Pertenecía usted a Al Qaeda, la banda terrorista de Osama Bin Laden?”. Respuesta: “Cuando llegaron los talibanes huimos a Pakistán…”. “¿Sí o no?”, de nuevo el militar de las afirmaciones o las negaciones. De nuevo el intérprete, inquieto, casi asustado, con la cara ruborizada, tratando de aconsejar a su “cliente”. Llega el resultado de su mediación: “No”. Pregunta: “¿Por qué considera que usted ya no es un peligro para Estados Unidos?”. Respuesta: “Lo repito por tercera vez, nunca he dicho una sola palabra en contra de América, soy amigo de América y de los americanos”, declara mecánicamente.
    Durante medio minuto, el acusado que no sabe de qué se le acusa porque nunca se le han mostrado pruebas en su contra, porque nunca se han presentado cargos legales ante un juez en su contra -sólo 10 de los detenidos en Guantánamo tienen abierto juicio-, porque nunca ha tenido un abogado que le represente, sostiene la mirada con la periodista. El detenido sabe que si hoy no convence, tendrá que esperar otro año hasta que su caso vuelva a ser revisado. Mira a ambos lados y sabe que está solo. Nada ni nadie está de su lado. Junto a las reporteras y el intérprete, él es el único civil de la sala. Frente a siete militares, uno de los cuales hace verdaderos esfuerzos para no dormirse en la soporífera tarde cubana. No hay testigos. No hay abogados. Su mirada dice que es consciente de que puede estar atrapado en el agujero negro que es Guantánamo de por vida o hasta que el nuevo orden que ha instaurado el presidente George W. Bush se derrumbe. “Soy inocente”, atina a decir. “Soy inocente”. Y vuelve a buscar una mirada que cuente su tragedia fuera de esas cuatro paredes.
    La capitán de moño tirante le contempla. Y resuelve: “Esta corte decidirá. Se levanta la sesión”. Sale con paso marcial. ¿Qué sesión, si no es un juicio? ¿Qué corte, si no hay magistrados? ¿Qué condena, si no hay cargos? “Nadie le ha creído”, comenta a su sargento el soldado de guantes verdes que liberará del suelo al reo y le transportará a paso lento, todo lo deprisa que le permiten las cortas cadenas que le atenazan los tobillos, hasta su celda. Lo que nadie creería si pudiera contemplarlo es lo que sucedió el jueves 18 de octubre entre las 13.00 y las 14.27 en una sala blanca en la base naval de Guantánamo, Cuba, en la que debía de haberse leído a la entrada: “Farsa de juicio en marcha”.
    El general Leacock dice: “Le voy a dar el titular del día de hoy: ‘No existe en el mundo un campo de detención más transparente que Guantánamo”. Esa transparencia es la que hace que el tayiko Zen Ulabedin Merozhev comparta con su intérprete que lleva cinco años sin ver su rostro. Imagínenselo por un momento: cinco años sin poder verse en un espejo. Cinco años abducido en un campo de detención a miles de kilómetros de distancia de tu hogar. Cinco años sin derechos.
    Hay que recordar que: más de 800 personas, incluidos menores, han pasado por las celdas de Guantánamo desde su creación como herramienta en la guerra contra el terrorismo en 2002. Que un número aproximado a los 430 siguen confinados. Que sólo 10 tienen cargos formales. Que las denuncias de torturas físicas y psicológicas han sido constantes. Que la convención de Ginebra ha sido violada y pervertida, porque los militares la usan como excusa para prohibir las fotografías. Hay que recordar, porque si no, tras el tour que ofrece el Ejército de EE UU, con clínica dental y libros de Harry Potter en árabe para los presos, uno creería que está en un campo de recreo a orillas del Caribe.

  2. ggugg ha detto:

    Ieri sera (h23.40) “La storia siamo noi” ha trasmesso su Rai Tre “Guantanamo. La vergogna delle torture e la lotta al terrorismo”, con interviste ai Tipton Three (Ruhal Ahmed, Asif Iqbal e Shafiq Rasul) e altre testimonianze su Abu Ghraib.
    Sconvolgente.

    http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/

    [Stamattina c’è stata la replica della puntata alle h8.15]

  3. ggugg ha detto:

    Sull’ultimo numero del notiziario italiano di Amnesty International (anni VI, n.1, 2007) c’è il seguente articolo:

    CHIUDERE GUANTANAMO ORA!
    di Max Ferrero (Responsabile Coordinamento America del Nord – Isole Caraibiche)

    Cinque anni. Sono passati cinque anni da quando, nel gennaio 2002, i primi prigionieri arrivarono alla base navale statunitense di Guantánamo Bay. Queste persone sbarcarono da aerei, dopo aver trascorso molte ore in volo, incatenati, bendati, vestiti con tute arancioni, per finire in gabbie all’aperto, esposti alle intemperie e alle cure impietose dei loro guardiani.
    Da allora sono accadute molte cose: cause nei tribunali, nuove leggi, denunce di violenze, morti, abusi, liberazioni, proteste in tutto il mondo. Nonostante questo e cinque anni di tempo trascorso, a Guantánamo Bay rimangono quasi 400 detenuti privati dei basilari diritti legali e della libertà. Solo contro una decina di loro sono state formulate accuse, secondo modalità peraltro ben lontane da quelle previste dalle norme internazionali sui diritti umani.
    Soprattutto, dopo cinque anni, Guantánamo Bay rimane un simbolo: il simbolo di quanto di ingiusto, illegale e sbagliato è stato fatto dopo l’11 settembre 2001 nel nome della giustizia e della sicurezza.
    Guantánamo è anche, come più volte rimarcato da Amnesty International (AI), “la punta di un iceberg” e rappresenta solo la situazione più lampante, visibile e obbrobriosa della cosiddetta “guerra al terrore”, iniziata dagli Stati Uniti dopo gli attacchi alle Torri gemelle e al Pentagono.
    La strategia adottata dal governo Bush per reagire alle criminali azioni degli uomini di al-Qaida non solo non ha sradicato la minaccia del terrorismo, ma ha reso tutto il mondo più insicuro, come hanno ammesso anche funzionari governativi di Washington, e ha fatto crescere le violazioni dei diritti umani ovunque.
    Gli Usa, nel perseguire i propri scopi, hanno cercato di svuotare di significato le Convenzioni di Ginevra, le leggi internazionali e nazionali in materia di processi, trattamento dei prigionieri e tortura, persino il concetto stesso di presunzione di innocenza e di tutela dei diritti fondamentali.
    Abbiamo assistito, in questi cinque anni, a due conflitti, alle torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib e in altri centri di detenzione, alle uccisioni di civili innocenti, alle detenzioni illegali e segrete, ai voli delle cosiddette “rendition”, a umilianti esecuzioni, e questo non ci ha risparmiato gli attentati indiscriminati, i rapimenti, le tragiche e luttuose pantomime rimbalzate sui media e su internet. Come se non bastasse, altri paesi, con la “scusa” della lotta al terrorismo hanno approvato leggi draconiane e intrapreso politiche che hanno spesso finito per schiacciare il dissenso e colpire chi alzava la propria voce per criticare le autorità.
    Messa in questi termini, la situazione attuale appare certamente difficile, ma è certamente vero che non sono mancate le voci discordanti da parte di singole persone, organizzazioni e organi internazionali che hanno espresso posizioni critiche e speso parole a favore della protezione dei diritti umani.
    Gli organismi delle Nazioni Unite hanno espresso dubbi sul comportamento dell’Amministrazione Usa: soprattutto i comitati con competenza sui diritti umani e sulla tortura hanno a più riprese chiesto la chiusura della stessa Guantánamo Bay e una maggiore tutela dei diritti dei prigionieri. Alcuni governi hanno manifestato perplessità e persino aperte critiche sulle scelte statunitensi, ma il loro comportamento si è rivelato spesso ambiguo o addirittura ipocrita: alcuni paesi pubblicamente chiedevano la chiusura di Guantánamo, ma contemporaneamente collaboravano con i servizi segreti Usa nel gestire rapimenti di persone sospettate di collusione col terrorismo.
    Anche negli Stati Uniti si sono sollevate critiche verso la conduzione della “guerra al terrore”, non tanto da parte delle forze politiche (a parte alcune lodevoli eccezioni), quanto da commentatori autorevoli e strati dell’opinione pubblica più sensibili alle tematiche dei diritti civili. Nel tentativo di creare un sistema giuridico parallelo speciale per i prigionieri della “guerra al terrore”, il governo Bush ha concentrato nelle proprie mani poteri eccezionali in materia esecutiva, legislativa e giudiziaria. Questo intento ha però trovato l’opposizione di una parte dei giudici federali e della Corte suprema, che con una serie di rilevanti sentenze hanno cercato di salvaguardare i diritti di imputati e detenuti e soprattutto di preservare le prerogative garantite dalla giustizia statunitense.
    A ogni sentenza, il governo ha prontamente replicato con nuove leggi e decreti per invalidarne le disposizioni. Il recente Atto sulle commissioni militari nasce proprio come risposta a una decisione della Corte suprema che negava al presidente Bush il potere di istituire organi militari speciali per processare i prigionieri di Guantánamo: questo Atto è ancora peggiore degli ordini presidenziali precedenti, nega il principio dell’habeas corpus e dell’equo processo, garantisce impunità per i colpevoli di crimini di guerra e, infine, mette le Convenzioni di Ginevra sotto l’arbitrio dell’esecutivo di Washington.
    Non sono stati i tribunali né le sedi di governo né le aule parlamentari né le assemblee internazionali i luoghi dove più alte si sono alzate le voci contro le violazioni nella “guerra al terrore”. Sono stati gli attivisti delle Organizzazioni non governative attive nella difesa dei diritti umani coloro che sin dall’inizio hanno cercato di mettere in luce le storture e gli abusi che caratterizzano le strategie e le politiche della lotta al terrorismo. Gruppi come AI, Human Rights Watch o American Civil Liberties Union hanno denunciato incessantemente cosa stava e sta ancora accadendo, hanno pungolato i governi, hanno assistito le famiglie di chi chiedeva giustizia o solo informazioni sui propri cari, hanno tentato di proteggere le vittime delle violazioni dei diritti umani, hanno portato di fronte agli occhi dell’opinione pubblica ciò che troppo spesso si cercava di nascondere, edulcorare, travisare. In particolare, AI ha condotto decine di azioni, pubblicato centinaia di documenti e mobilitato migliaia di soci a favore di vittime e prigionieri in diversi paesi del mondo.
    E l’Italia? Quale ruolo si è ritagliato il nostro paese nella “guerra al terrore” oltre che partecipare alle operazioni militari in Afghanistan e Iraq? Cosa ha fatto e sta facendo la Sezione Italiana di AI?
    Il nostro governo può essere ascritto tra quelli che hanno assunto una posizione ambigua rispetto alle violazioni dei diritti umani perpetrate nella lotta al terrorismo. Se, da un lato, non ha lesinato appelli per il rispetto dei diritti umani e si è pronunciato contro i casi più evidenti, dall’altro ha attivamente collaborato alla pratica illegale delle “rendition” ospitando diversi voli di trasferimento di sospetti terroristi organizzati dalla Cia e facendo poco – oppure troppo, ma la verità è al vaglio della magistratura – in occasione del rapimento avvenuto a Milano, nel 2003, del cittadino egiziano Abu Omar. Quando poi i fatti sono venuti alla luce, ben poche azioni sono state intraprese per appurare le responsabilità di quelle che costituiscono a tutti gli effetti violazioni delle leggi internazionali e italiane. Questo nonostante gli organismi europei, di cui l’Italia fa parte, abbiano duramente stigmatizzato il ruolo avuto da alcuni paesi nelle pratiche illegali della Cia.
    La Sezione Italiana di AI ha partecipato alle attività del nostro movimento internazionale sin dall’inizio, coinvolgendo i Gruppi in numerose azioni, pubblicando due libri sul tema della tortura e presentando costantemente ai mezzi d’informazione e all’opinione pubblica il proprio punto di vista e le proprie preoccupazioni per quanto accadeva in tutto il mondo “in nome dei diritti umani”. Da poco, abbiamo intrapreso un’azione a più ampio respiro sulla “guerra al terrore”, che prevede una partecipazione più ampia dei Gruppi, con un’attenzione sia ai casi e ai contesti internazionali, sia al coinvolgimento del nostro paese nella pratica delle “rendition”.
    Il primo passo è stato il lancio della campagna “Più diritti più sicurezza”, avvenuto il 16 novembre scorso, coinciso con la presentazione del libro “Voli segreti. Il rapporto del Consiglio d’Europa sulle operazioni coperte dalla CIA negli Stati europei” (EGA Editore), arricchito dalla prefazione del procuratore Armando Spataro, responsabile dell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar. La conferenza stampa del 16 novembre ha visto la partecipazione di Ruhal Ahmed, un cittadino britannico che ha trascorso più di 2 anni a Guantánamo Bay, la cui storia è stata raccontata in una pellicola di successo, “The road to Guantánamo” di Michael Winterbottom: per la prima volta, una persona che ha vissuto l’orrore di Guantánamo ha potuto raccontarci e raccontare all’opinione pubblica italiana la propria storia.
    Dall’11 gennaio 2007, proprio in coincidenza del quinto anniversario dell’apertura di Guantánamo Bay, gli attivisti italiani e tutti coloro che vorranno collaborare con il nostro movimento avranno la possibilità di prendere parte alla campagna globale per ottenere la chiusura di quel centro di detenzione e la fine delle violazioni dei diritti umani che questo luogo incarna.

    http://www.amnesty.it/system/galleries/download/notiziario/notiziario_gen_mar.pdf.pdf

  4. ggugg ha detto:

    La Guantanamo d’Etiopia esiste: «catturati 41 terroristi»

    La “Guantanamo” d’Etiopia esiste. Lo scorso mese Human Rights Watch ha da un lato accusato l’Etiopia di aver fatto “sparire” in prigioni segrete dozzine di persone, dall’altro il governo Usa di inviare agenti dell’Fbi e della Cia in questa «Guantanamo esternalizzata» per interrogare i presunti terroristi catturati dagli etiopi o in Kenya oppure in Somalia durante i rastrellamenti seguiti all’offensiva nei confronti delle Corti islamiche, cacciate dalla capitale somala Mogadiscio a fine dicembre. La Bbc aveva anche raccolto la testimonianza di una donna di 42 anni, Kamilya Mohammedi Tuweni, proveniente dagli Emirati Arabi Uniti, arrestata in Kenya e poi trasferita in Etiopia, e rilasciata il 24 marzo dopo 2 mesi e mezzo di prigionia che lei aveva descritto come un vero e proprio «incubo»: lLa donna ha raccontato di non aver ricevuto alcuna accusa formale durante la detenzione durante la quale nessuno si sarebbe preoccupato di informarla sulla sua sorte e sui motivi dell’arresto. Insomma: un trattamento in stile Guantanamo.
    Adesso però, dopo aver inizialmente negato, è lo stesso governo etiopico ad ammettere pubblicamente di aver tenuto prigionieri 41 «sospetti terroristi» catturati nella confinante Somalia. Per la precisione è stato il il ministro degli esteri di Addis Abeba – citato dalla Bbc on line – che ha raccontato che gli arrestati sono di 17 nazionalità, comprese quelle statunitense, canadese e svedese.
    Comunque sia è la prima volta che l’Etiopia ammette di avere stranieri nelle sue prigioni, giustificando la cosa come parte della «guerra globale al terrore». Addis Abeba però ha negato che le detenzioni siano state fatte in segretezza e precisa che 5 degli arrestati sono già stati liberati e che altri 24 seguiranno.

    (10 aprile 2007, http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=65031)

  5. ggugg ha detto:

    Cos’è successo nelle prigioni segrete della CIA in cui sono stati reclusi numerosi sospetti terroristi dopo gli attentati dell’11 settembre? Nel suo ultimo numero in edicola (datato 13 agosto 2007), il magazine americano The New Yorker propone un elenco di questi siti segreti dove, malgrado le smentite ufficiali, la tortura sembra essere stata praticata in grande scala e in modo sistematico.
    Il lungo articolo (bello e doloroso) di Jane Mayer [“The Black Sites. A rare look inside the C.I.A.’s secret interrogation program”: QUI] si basa su un rapporto confidenziale del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha raccolto le testimonianze di quindici sospetti detenuti a Guantanamo.
    Le sue conclusioni sono senza appello. I responsabili americani coinvolti nel programma della CIA hanno commesso “crimini seri”, in violazione della Convenzione di Ginevra e della legislazione americana.
    L’inchiesta del New Yorker è stata ripresa oggi (7 agosto 2007) anche da Le Monde in “Plongée au cœur des prisons secrètes de la CIA”: QUI.

  6. ggugg ha detto:

    L’11 gennaio 2002 sull’isola di Cuba apriva il carcere di Guantanamo Bay, la prigione militare costruita dagli Usa per la lotta al terrorismo internazionale. Su Repubblica di oggi c’è una galleria di immagini che documenta le manifestazioni che si sono tenute nel mondo per chiedere la chiusura del carcere: QUI.
    In particolare, altre foto della manifestazione londinese sono sulla pagina Flickr di Amnesty International UK: QUI.
    Un’anticipazione:

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