Povertà: singolare e plurale

«È il welfare la condizione dello sviluppo, non viceversa»

Oltre 7 milioni e mezzo di italiani sono poveri, il 13% della popolazione, ma il dato più drammatico è il divario tra Centro-Nord (6% degli abitanti) e Sud (26%, cioè un meridionale su 4). Lo dice l’Istat nel suo ultimo il dossier “La povertà relativa in Italia nel 2005(pdf), uno studio che pone la famiglia al centro dell’indagine: quelle che nel nostro Paese non superano la soglia di povertà (936,58 € al mese di spesa per consumi) sono 2 milioni 585mila.
Proprio qualche giorno fa (sabato 7 ottobre 2006) a Napoli ho seguito la presentazione del “Dossier Regionale 2005 sulle povertà in Campania” redatto dalla Delegazione campana della Caritas elaborando i dati raccolti da 25 Centri di Ascolto di 11 diocesi locali tra aprile e settembre dello scorso anno, relativi a 1.245 utenti (65,2% donne e 34,8% uomini).
Per quanto entrambi i dossier applichino con rigore e scientificità i propri metodi di analisi, i due lavori sono molto diversi, e non per delle caratteristiche comunque importanti come l’ordine di grandezza delle indagini (nazionale la prima e – parzialmente – regionale la seconda) o la determinazione matematica di un reddito che divida i ricchi dai poveri, bensì per la scelta del campione: l’Istat, come da manuale, ha individuato casualmente le sue 28.000 famiglie di riferimento, la Caritas invece si è basata sui dati reali dell’intera utenza che – liberamente – si è rivolta alle sue strutture in un dato periodo.
L’insieme analizzato dalla Caritas probabilmente non rispecchia in maniera statistica la povertà nella regione Campania (che ha un numero di indigenti pari a quello dell’intero Nord Italia), ma rappresenta senza dubbio uno zoom sulla vita concreta di molte persone che si trovano in quelle condizioni: italiani e stranieri, con permesso di soggiorno o senza. È per questo che i due dossier credo valgano molto proprio se letti in tandem: permettono un doppio sguardo che altrimenti da soli non consentirebbero, come è immediatamente percepibile già nei loro rispettivi titoli, dove si fa un uso differente del termine “povertà”, singolare in un caso e plurale nell’altro.
Al singolare, povertà rappresenta un’unica massa indistinta di cui, però, è possibile coglierne l’ampiezza. Al plurale, invece, quel concetto acquista profondità, e la vaghezza si trasforma in persone, in uomini e donne da cui si può imparare perché le si guarda in faccia, le si ascolta.
In questo modo ho scoperto che c’è una grande differenza tra povertà maschile e povertà femminile (le donne, che nel campione analizzato dalla Caritas sono in numero maggiore, molte volte non espongono – solo – una difficoltà personale ma si fanno portavoce del proprio nucleo familiare); ho saputo, inoltre, che lo straniero povero (tendenzialmente di 30-34 anni) ha un livello d’istruzione più alto (licenza media inferiore) di quello del campano povero (il cui identikit, invece, dice che ha tra i 35 e i 39 anni e la licenza elementare); ho imparato, infine, che dopo la voce “beni e servizi materiali” il campano povero chiede soprattutto “sussidi economici” (ciò, com’è ovvio, perché è dentro una società che lo spinge verso i consumi), mentre l’immigrato povero chiede principalmente “lavoro” (dimostrando così una povertà più dignitosa).
Dati, numeri, tabelle… insomma freddezza. Invece no, si tratta di strumenti di lavoro, di veri e propri attrezzi che credo servano a migliorare l
amministrazione e la politica, ma anche ad accrescere il senso di responsabilità e la consapevolezza di ognuno di noi.

«Non dare per carità ciò che è dovuto per giustizia. Non dare per piacere ciò che è dovuto per diritto»

    PS:
1. Il dossier dell’Istat è stato reso pubblico proprio oggi. Alcuni commenti sono su Repubblica e Corriere della Sera.
2. Qui (wmv) il servizio del Video Giornale di Canale 21 (televisione napoletana) sulla presentazione del Dossier della Caritas Campania.
3.
Le citazioni che aprono e chiudono il post sono state pronunciate da due relatori durante la presentazione
di sabato scorso.

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2 risposte a Povertà: singolare e plurale

  1. ggugg ha detto:

    Poco fa, leggendo gli ultimi post di BlogFriends, mi sono imbattuto in una notizia che mi ha fatto domandare se esista anche un dossier sulla povertà intellettuale e morale.
    Certi titoli, certe espressioni, certi epiteti li avevo letti ne “L’orda” di Gian Antonio Stella quando erano rivolti agli emigrati italiani in giro per il mondo, e al massimo potevo immaginare che li pronunciassero i razzisti più rozzi. Invece ancora oggi, proprio in Italia, ci sono giornalisti di quotidiani nazionali che possono scrivere articoli dal titolo «Un’etnia sempre in cronaca nera»: Augusto Parboni su “Il Tempo” di martedì 3 ottobre 2006.
    Vi si descrive quella che è «la razza più violenta, pericolosa, prepotente, capace di uccidere per una manciata di spiccioli»: i romeni. Questa «razza» «È capace di compiere truffe milionarie grazie all’alta conoscenza delle tecnologie. Non ha paura di nulla, disprezza anche la vita di donne e bambini che non raggiungono i dieci anni d’età. E si appresta addirittura a entrare nell’Unione europea».
    È difficile proseguire la lettura di roba del genere, eppure il finale è ancor più bieco: «La donna rumena, quando invece riesce a non finire nelle mani dei “padroni”, con la sua bellezza dell’Est riesce a incantare anziani ricchi e farsi sposare per ottenere la cittadinanza, e perché no, il conto in banca».
    http://www.iltempo.it/approfondimenti/index.aspx?id=1045315

    Il giorno dopo (mercoledì 4 ottobre 2006) l’ambasciatore romeno nel nostro Paese Cristian Colteanu ha scritto una lettera giustamente sconcertata e indignata al direttore de “Il Tempo”:
    http://www.ligurianotizie.it/news.php?news_id=8821

    Il post di BlogFriends è di SuaSquisitezza:
    http://blogfriends.splinder.com/post/9529457/Per+misurare++razzismo+e+ignoranza+in+Italia

  2. anonimo ha detto:

    Ecco dei passi tratti dalla lettera (molto misurata e garbata, vista la situazione) che ha inviato a “Il Tempo” l’ambasciatore rumeno in Italia.

    Nell’edizione di ieri di «Il Tempo» […] abbiamo letto con grandissimo stupore l’articolo intitolato
    «Un’etnia sempre in cronaca nera», firmato da Augusto Parboni.
    Un articolo che, sin dal titolo, ci è apparso non solo offensivo, ma del tutto mal intenzionato, nel dipingere di nero non una persona, non un gruppo, bensì un’intera comunità, quella romena appunto, che vive e lavora in Italia. Partendo da episodi isolati, con estrapolazioni oltremodo sproporzionate, l’A. fa di tutta l’erba un fascio, giungendo a descrivere l’ intera comunità dei romeni «italiani» come una banda di criminali, una gang mafiosa, colpevole di tutti i mali della Penisola. A questo proposito non esita a strumentalizzare statistiche e dati riguardanti il fenomeno delinquenziale in Italia. Quando invece, con una minima curiosità professionale, solo sfogliando le «Note sulla sicurezza in Italia», pubblicate il 14 agosto 2006 dal Ministero dell’Interno italiano, poteva osservare sia che il numero dei cittadini romeni arrestati per rapine in villa è sensibilmente minore del citato, sia che esiste una stretta cooperazione tra gli organi specializzati di polizia, romeni ed italiani, per il contrasto e la riduzione del fenomeno infrazionale, «disperso» o organizzato che fosse, in tutti e due i paesi […]. La comunità romena, che da un punto di vista numerico occupa ormai uno dei primi posti tra le comunità straniere in Italia, è una presenza assai utile per l’economia italiana. Tantissimi sono i romeni ben integrati, che si sono conquistati la stima e l’apprezzamento della popolazione locale nelle più varie parti dell’Italia. Tra questi numerosi professori, medici, imprenditori, oppure muratori, badanti, semplici operai, lavoratori onesti che vivono una vita tranquilla, in accordo con le comunità che li ospitano; gli studenti romeni poi sono a loro volta particolarmente apprezzati nella scuola italiana. Certo, questa «montagna» fa meno notizia, anche se le case, le strade, i ponti, una parte stessa del benessere italiano d’oggi include anche un pezzo della vita di questri nostri connazionali. Con il quadro dipinto, l’A. è riuscito soltanto a ferire un popolo di lavoratori onesti, operoso e tanto amico dell’Italia (cui, come ben sa, ci uniscono antichi legami di lingua e cultura). E allora, perché un simile accanimento? Cui prodest? Egregio Direttore, Lontano da me il pensiero di voler farLe credere che alcune delle situazioni segnalate nell’articolo fossero del tutto inventate (anche se ci sono forti dubbi su alcune delle cifre ivi accennate). Siamo consci che, come ogni «etnia», anche i romeni hanno le loro «pecore nere». Ciò non significa però che si deve infierire su un popolo nel suo insieme. Stimo che, nel caso in oggetto, un approccio almeno più sfumato sarebbe stato più che salutare […]

    Cristian Colteanu Ambasciatore di Romania

    mercoledì 4 ottobre 2006

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