La luce di Gomorra

La pubblicità è importante, le strategie di marketing pure, una buona recensione su un grande giornale aiuta molto, ma ciò che indubbiamente determina il successo di un libro – e lo stesso vale per un museo o un ristorante – è il passaparola. Questo è un fenomeno interessante e misterioso che mi ha sempre incuriosito: da chi parte? dove, come, quando? è possibile calcolarne la velocità di propagazione? perché a volte riguarda libri come Il codice Da Vinci, Va’ dove ti porta il cuore o L’alchimista e altre Porci con le ali e Jack Frusciante è uscito dal gruppo oppure I fantasmi di Portopalo e L’orda?
Ok, sto divagando.
In primavera a Napoli tutti parlavano di Gomorra (Mondadori, Milano 2006, €15.50), il primo libro di Roberto Saviano. E per fortuna molti ne parlano ancora.
Naturalmente stavolta il passaparola è arrivato anche a me, convincendomi, per cui mi sono lasciato portare in quel travolgente «viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra» promesso dal sottotitolo. Fin dalla prima pagina ci si immedesima nell’io narrante che a sua volta, pagina dopo pagina, si trasforma in un gabbiano che ogni tanto vola alto sul Sistema mostrandone la complessità e l’impressionante ramificazione, in altri casi si avvicina ai fatti evidenziandone qualche dettaglio, e in altri ancora vi si immerge completamente per spiegarne le logiche.
Le recensioni le ho lette tutte dopo. Dopo essermi ripreso dalla mazzata di questo libro che – come ha scritto in giugno WM3 su Nandropausa #10 – «lacera, incide a fondo la carne, afferra la gola». Non farò riassunti, né citazioni: Gomorra va semplicemente letto. E la sua lettura è necessaria anche per chi non abita sotto il Vesuvio.
Oggi il Presidente del Consiglio Prodi e il Presidente di Confindustria Montezemolo sono in visita ufficiale in Cina [qui], non so bene quali accordi prenderanno, ma da quando ho chiuso il libro di Roberto Saviano ho la netta sensazione che tutti i contratti che firmeranno non saranno sufficienti, perché gli imprenditori d’avanguardia – quelli cinici e vincenti, svincolati da ogni ombra di regola civile – i propri summit mondiali li tengono nei sottoscala di Secondigliano o di Casal di Principe oppure in una lussuosa saletta riservata di qualche hotel sorrentino o caprese: «Ci sono tre persone che prima di ogni altra dovrebbero leggere Gomorra: si chiamano Padoa Schioppa, Draghi, Bersani. Dovrebbero proprio confrontarsi, davvero, con il più importante saggio di economia pubblicato in questo paese da molti anni a questa parte» (WM3).
Tuttavia, la grandezza di questo libro – che è romanzo, reportage, giornalismo, criminologia… – è nella narrazione dei meccanismi: «Tu capisci come – dice WM2 Capisci chi, capisci perché, capisci dove».
Leggete con attenzione, ad esempio, il capitolo sul cemento Petrolio del sud», eccola una citazione) e poi fatemi sapere.

«Egli distrusse quelle città, tutta la pianura, tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo. Ma la moglie di Lot si volse a guardare indietro e diventò una statua di sale»
(Genesi 19: 25-26)

    PS:
1. Il sommario di tutti i numeri di Nandropausarassegna semestrale della narrativa ruminata da Wu Ming») è qui. Un supplemento di WM1 dedicato al “come” e al “cosa” di Gomorra è qui.
2.
Altre recensioni sono su Nazione Indiana e Internet Bookshop.
3.
Un’intervista a Roberto Saviano è su Carmilla, ma altre (in mp3) sono su WuMingFoundation.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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17 risposte a La luce di Gomorra

  1. ggugg ha detto:

    In un passaggio molto intenso (pp. 232-234) Roberto Saviano evoca l’«Io so» di Pier Paolo Pasolini.
    Ecco il testo di quello straordinario articolo (tratto da: http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html):

    Corriere della Sera, 14 novembre 1974

    COS’È QUESTO GOLPE? IO SO

    di Pier Paolo Pasolini

    Io so.
    Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
    Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
    Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
    Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
    Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
    Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
    Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
    Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
    Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
    Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
    Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
    Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974. [Si riferisce ad un editoriale di Paolo Meneghini intitolato “L’ex-capo del Sid, generale Miceli arrestato per cospirazione politica”]
    Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
    Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
    A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
    Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
    Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
    Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
    Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
    Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
    All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
    Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
    Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
    È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
    Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
    Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
    La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
    Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
    Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
    Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
    Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
    L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
    Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
    Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
    E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia…

  2. ggugg ha detto:

    [CONTINUAZIONE]

    …E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
    Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
    Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

  3. ggugg ha detto:

    Per tutta la lettura del libro pensi «questo lo fanno fuori» e poi «ma no, questa volta è diverso, Roberto avrà preso delle precauzioni, già si è esposto tanto». Propria stamattina La Repubblica, invece, denuncia le continue minacce che l’autore di “Gomorra” sta subendo dai clan:

    Lettere, telefonate mute e anche un isolamento ambientale che mette paura
    Ora lo scrittore che con il suo best seller ha sfidato i clan deve vivere blindato

    Minacce camorriste a Roberto Saviano
    finisce sotto scorta l’autore di Gomorra

    di DARIO DEL PORTO

    NAPOLI – Minacce allo scrittore che ha raccontato la camorra imprenditrice e le storie della faida di Scampia. Lettere minatorie, telefonate mute. E anche un isolamento ambientale che mette paura forse più delle intimidazioni. Adesso dovranno essere adottate nuove misure di protezione per Roberto Saviano, 28 anni, l’autore del libro-inchiesta “Gomorra”, edito da Mondadori, da cinque mesi in testa alle classifiche e vincitore del premio Viareggio Repaci. Il prefetto di Caserta, Maria Elena Stasi, ha aperto un procedimento formale che passerà al vaglio del comitato provinciale per l’ordine pubblico.
    Lo rivela il settimanale “L’espresso”, con il quale Saviano collabora, nel numero che sarà in edicola oggi. Esponenti di primo piano della camorra campana come Michele Zagaria e Antonio Iovine, il più celebre Francesco Schiavone soprannominato “Sandokan”, “hanno mal tollerato – si legge nel lungo servizio – il successo di Gomorra, che ha imposto i loro traffici all’attenzione nazionale”.
    Non solo. I clan si sono anche “infuriati per la sfida che Saviano ha portato nel loro feudo, nella Casal di Principe che negli anni ’90 aveva il record di omicidi”. Lo scrittore, ricorda “L’espresso”, si è presentato sul palco della cittadina casertana il 23 settembre scorso, insieme al presidente della Camera Fausto Bertinotti, nell’ultima di quattro giornate di mobilitazione anticamorra aperta dal ministro della Giustizia Clemente Mastella.
    Saviano “ha chiamato i padrini per nome – scrive il settimanale – “Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra””. Ma se l’ira della camorra poteva essere messa nel conto delle reazioni che un libro coraggioso come “Gomorra” e i reportages realizzati dal giovane scrittore avrebbero suscitato, altra cosa è l’emarginazione seguita alle sue denunce. “Colpisce il disprezzo delle autorità locali – accusa “L’espresso” – testimoniato dalle bordate di Rosa Russo Iervolino. Il sindaco partenopeo, nel consegnare a Saviano il premio Siani, lo ha definito “simbolo di quella Napoli che lui denuncia”, offendendo sia l’autore sia la memoria del giornalista ammazzato 21 anni fa”.
    Ma c’è anche chi si sta mobilitando per non lasciarlo solo. Un appello improvvisato in sostegno di Roberto Saviano ha raccolto, evidenzia il settimanale, “firme di scrittori e lettori: tra i primi Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo. Poche righe che denunciano “un isolamento fatto da ciò che non ti fanno e che vogliono farti credere ti faranno. Ma intanto ti fermano, creano diffidenza intorno, screditano, insultano, allontanano tutti dalla tua vita perché mettendo paura ti creano attorno il deserto. A questo punto devono venire fuori altre voci”.
    Intanto a Napoli la camorra continua a colpire e a fare soldi. Il Viminale lavora a un piano per la città. I firmatari dell’appello non vogliono fermarsi alle parole. Pensano a una grande manifestazione che dovrebbe svolgersi proprio in provincia di Caserta. Nella terra d’origine dello scrittore, e di quella camorra che vorrebbe mettere a tacere chi ne ha denunciato pubblicamente gli intrecci e gli inganni.

    (13 ottobre 2006)
    http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/cronaca/scrittore-sotto-scorta/scrittore-sotto-scorta/scrittore-sotto-scorta.html

  4. anonimo ha detto:

    Dalla repubblica di ieri (o oggi)..

    NAPOLI – Minacce allo scrittore che ha raccontato la camorra imprenditrice e le storie della faida di Scampia. Lettere minatorie, telefonate mute. E anche un isolamento ambientale che mette paura forse più delle intimidazioni. Adesso dovranno essere adottate nuove misure di protezione per Roberto Saviano, 28 anni, l’autore del libro-inchiesta “Gomorra”, edito da Mondadori, da cinque mesi in testa alle classifiche e vincitore del premio Viareggio Repaci. Il prefetto di Caserta, Maria Elena Stasi, ha aperto un procedimento formale che passerà al vaglio del comitato provinciale per l’ordine pubblico.

    Lo rivela il settimanale “L’espresso”, con il quale Saviano collabora, nel numero che sarà in edicola oggi. Esponenti di primo piano della camorra campana come Michele Zagaria e Antonio Iovine, il più celebre Francesco Schiavone soprannominato “Sandokan”, “hanno mal tollerato – si legge nel lungo servizio – il successo di Gomorra, che ha imposto i loro traffici all’attenzione nazionale”.

    Non solo. I clan si sono anche “infuriati per la sfida che Saviano ha portato nel loro feudo, nella Casal di Principe che negli anni ’90 aveva il record di omicidi”. Lo scrittore, ricorda “L’espresso”, si è presentato sul palco della cittadina casertana il 23 settembre scorso, insieme al presidente della Camera Fausto Bertinotti, nell’ultima di quattro giornate di mobilitazione anticamorra aperta dal ministro della Giustizia Clemente Mastella.

    Saviano “ha chiamato i padrini per nome – scrive il settimanale – “Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla. Loro poggiano la loro potenza sulla vostra paura, se ne devono andare da questa terra””. Ma se l’ira della camorra poteva essere messa nel conto delle reazioni che un libro coraggioso come “Gomorra” e i reportages realizzati dal giovane scrittore avrebbero suscitato, altra cosa è l’emarginazione seguita alle sue denunce. “Colpisce il disprezzo delle autorità locali – accusa “L’espresso” – testimoniato dalle bordate di Rosa Russo Iervolino. Il sindaco partenopeo, nel consegnare a Saviano il premio Siani, lo ha definito “simbolo di quella Napoli che lui denuncia”, offendendo sia l’autore sia la memoria del giornalista ammazzato 21 anni fa”.

    Ma c’è anche chi si sta mobilitando per non lasciarlo solo. Un appello improvvisato in sostegno di Roberto Saviano ha raccolto, evidenzia il settimanale, “firme di scrittori e lettori: tra i primi Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo. Poche righe che denunciano “un isolamento fatto da ciò che non ti fanno e che vogliono farti credere ti faranno. Ma intanto ti fermano, creano diffidenza intorno, screditano, insultano, allontanano tutti dalla tua vita perché mettendo paura ti creano attorno il deserto. A questo punto devono venire fuori altre voci”.

    Intanto a Napoli la camorra continua a colpire e a fare soldi. Il Viminale lavora a un piano per la città. I firmatari dell’appello non vogliono fermarsi alle parole. Pensano a una grande manifestazione che dovrebbe svolgersi proprio in provincia di Caserta. Nella terra d’origine dello scrittore, e di quella camorra che vorrebbe mettere a tacere chi ne ha denunciato pubblicamente gli intrecci e gli inganni.

  5. ggugg ha detto:

    HO APPENA RICEVUTO UN APPELLO CHE CHIEDE DI NON LASCIARE SOLO ROBERTO SAVIANO. COME SAPETE, LO CONDIVIDO E LO SOSTENGO: LEGGETE “GOMORRA” E FATE GIRARE QUESTO APPELLO.

    Non so quanti di voi abbiano letto “Gomorra” di Roberto Saviano.
    Io lo sto consigliando a tutti, anche se so che alcuni qui hanno remore a comprare Mondadori.
    Fatevelo prestare.
    Sedetevi da Feltrinelli e leggetevlo lì.
    Rubatelo.
    Fate quello che volete ma leggetelo.
    In realtà non so neanche perché scrivo questa mail ma le ultime notizie sono abbastanza sconfortanti: secondo le dinamiche che Saviano ben conosce e ben ha descritto nel suo libro chi denuncia e porta i problemi alla superficie viene prima lasciato solo, poi ammazzato.

    Donna Rosetta lo ha pubblicamente insultato, dopo avere chiesto mesi fa i danni a Santoro perché “denigrava” la città.
    Sarà che da fastidio al sindaco borghese che uno le dice che in fondo è collusa se non fa niente, e che la città è diventata una merda.
    Se lo ammazzano anche colpa di Donna Rosa, dunque, e di tutti quelli che la pensano come lei e lei autorizza e giustifica istituzionalmente col suo comportamento.

    Si si, forse non ho “legittimità di parola” perché sono lontano e quando c’ero non ho mai fatto nulla.
    Forse è così, ma almeno cerchiamo di fare sentire a quel matto che non è solo (potrebbe non interessargli, forse).

    Il primo link è un sito creato da giovani che lo sostengono, il secondo è all’Espresso, da cui potete poi andare ai suoi artcioli usciti sulla stessa rivista.

    http://www.sosteniamosaviano.net/

    http://kataweb-ilcaso.temi.kataweb.it/2006/10/13/roberto-saviano-non-e-solo/

    [PS: GRAZIE ALL’ANONIMO COMMENTATORE CHE RIPUBBLICANDO AL COMMENTO PRECEDENTE L’ARTICOLO DI “REPUBBLICA” SULLE MINACCE E L’ABBANDONO SUBITO DA SAVIANO RIBADISCE SOLIDARIETA’ E IMPEGNO. G.]

  6. ggugg ha detto:

    Tra le lettere alla redazione napoletana de «La Repubblica» di oggi, mercoledì 18 ottobre 2006, ce n’è una di Peppe Lanzetta a Roberto Saviano:

    «Caro Roberto, per mancanza di tempo non ho ancora letto il tuo libro ma da tutto ciò che si legge intorno a esso è come se l’avessi fatto. Premessa a parte, ti scrivo pubblicamente per farti sapere che tutta la città civile ti è vicina (ma tu questo già lo sai). È triste dover parlare di brutture e non potersi vedere o sentire per parlare di progetti e cose belle, vedersi magari anche solo per farsi due risate. La gente di questi tempi ride poco, si chiude, si blinda. Tu parli e ti blindano. Brutta storia. Bertold Brecht diceva: «Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi». Da quello che si sente in giro si evince che il nostro popolo non è beato. Chissà se un giorno lo sarà.
    Naturalmente ci auguriamo di si. Ma tu sai pure che chi come noi lavora di fantasia spesso di fantasia si ammala. E quando esce dal gregge subito qualcuno gli ricorda che ha smarrito la dritta via. Che chiaramente non è quella che vorrebbero farci percorrere, ma è quella che gli spiriti liberi dovrebbero perseguire. Ora aggiungere altra benzina sul fuoco credo che non serva. Serve invece riflettere su quanto siamo poco, miseri, meschini, granelli di polvere che il primo soffio di scirocco può pretendere di buttar giù. Io mi chiedo se ha ancora senso vivere in questo paese, il nostro, non solo la nostra città. Un paese che non ha più armadi per nascondere i suoi scheletri. Un paese dove ciò che dovrebbero fare le istituzioni viene certe volte (come nel tuo caso) demandato alla coscienza civile di uno scrittore. Fino poi a meravigliarsi per tutto il casino che si crea intorno. Ti auguro un po’ di pace e un lungo minuto di silenzio combattuto solo dal desiderio di lotta».

  7. ggugg ha detto:

    Ma sulla stessa pagina de «La Repubblica» di oggi c’è anche la lettera di un amico di Roberto Saviano, Raffaele Sardo:

    «”Caro Raffaele, so che sei in buona fede, ma non hai capito che la storia delle minacce a Roberto Saviano è solo una invenzione del marketing di Mondadori? Non prestarti a speculazioni così squallide”. Quando mi è arrivata questa e-mail, pensavo al solito sciacallo che in queste occasioni è sempre pronto a dire la sua “fuori dal coro”. Poi quando ho segnalato la cosa ad alcuni amici e mi hanno parlato di altre e-mail simili che giravano sul web, mi sono ricordato di cosa mi aveva scritto proprio Roberto Saviano il giorno prima dell’uscita dell’articolo su «L’Espresso» che denunciava i tentativi di intimidazione: “…Non ho paura, ma intorno sta nascendo un clima d’ansia e tensione che è difficile. Il primo loro passaggio sarà quello di screditarmi. Se mi state vicino, ne sarò felice…”. Ed è arrivato puntuale il tentativo di delegittimazione di Roberto. Quasi una firma alle minacce. Chi conosce come agisce la mafia e la camorra, sa che è quella la provenienza dei messaggi che circolano e che cercano di screditare un ragazzo che con la sola “forza della parola” ha messo paura a uno dei clan più temibili della camorra campana. Il tentativo di delegittimare chi può diventare un simbolo pericoloso per la criminalità organizzata è una tecnica consolidata, utilizzata dalla mafia siciliana e fatta propria dalla camorra, che ne ha sperimentato l’efficacia proprio in occasione della morte di don Giuseppe Diana. C’era ancora il cadavere a terra e venivano diffuse voci di un omicidio per vicende di donne. Sono i cosiddetti “tragediatori” che si mettono in moto in queste occasioni. Sono coloro che diffondono ad arte una falsa verità, e poi alimentano la calunnia con un “venticello” costante, per isolare le persone. E le persone isolate diventano poi dei facili bersagli. Ma c’è anche un altro elemento in comune con quella tecnica di delegittimazione che sempre Saviano non aveva sottaciuto: un giornale locale che alimenta il clima di isolamento: “Contro di me hanno fatto dei pezzi imbarazzanti. Hanno esposto me e il mio lavoro”. Quel 23 settembre a Casal di Principe, il giorno in cui vi fu la manifestazione anticamorra con il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a cui partecipò anche Saviano, c’erano anche altre persone in piazza: i figli dei boss di Casal di Principe. Erano nelle ultime file. Quando Saviano, parlando ai numerosi ragazzi delle scuole che erano davanti a lui, disse: “Pretendete e non implorate quello che vi si deve dare per diritto. Non fatevi strappare la vostra terra da nessuno, perché questa terra è vostra. La terra è di chi la ama e la tutela, non di chi la rapina”, quei ragazzi nelle ultime file, loro abbassarono la testa e serrarono i pugni in tasca. Non erano certo d’accordo con Saviano. Da quel momento è stato un crescendo di minacce culminate con la tutela dello scrittore attraverso la scorta assegnata ieri. Saviano la scorta non la voleva. E aveva anche molte remore a far trapelare la notizia delle minacce. Voleva tenere un profilo basso su questa vicenda. Alla fine tutto è debordato. E ora attorno a lui c’è un crescendo di solidarietà che arriva da tutt’Italia. Ma anche qui, nella terra dei clan dei casalesi, la solidarietà è tanta. Roberto Saviano non è solo, al suo fianco ci sono migliaia di persone che non vogliono arrendersi a nessuna barbarie, che non vogliono chinare la testa, mai, di fronte ad alcuna intimidazione. E l’11 di novembre, l’appuntamento è per tutti coloro che in questi giorni stanno facendo sentire la loro voce, al Santuario della Madonna di Briano di Casal di Principe, luogo simbolo della lotto contro la camorra, insieme a Rita Borsellino. Lì, saremo tutti al fianco di Roberto Saviano».

  8. ggugg ha detto:

    Spero che la tranquillità torni presto nella vita di Roberto Saviano, ma nel frattempo è importante non perdere nemmeno un passo di quel che sta accadendo.
    Le ultime sono su «La Repubblica» di ieri, 21 ottobre 2006:

    Lo scrittore di “Gomorra” proposto alla guida della struttura interregionale di contrasto alle mafie, costretto a declinare

    LEGALITÀ, SAVIANO RINUNCIA ALL’INCARICO
    E LA RETE SI MOBILITA CONTRO LA CAMORRA

    Da caso nazionale a simbolo. L’autore campano vive sotto scorta. Nei blog petizioni, lettere e proteste per dire basta ai clan
    di CLOTILDE VELTRI

    È diventato un caso nazionale. E, dopo, anche un simbolo. Tanto da suscitare un vero e proprio movimento di protesta nella rete contro la camorra. Da attirare l’attenzione della stampa internazionale (“The Independent” gli ha recentemente dedicato un lungo articolo). Oggi anche la politica, inizialmente restìa ad assecondarne la dura denuncia contro i clan, ha deciso di affidare a Roberto Saviano (autore di “Gomorra”) il coordinamento di una struttura interregionale (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) per l’educazione alla legalità. Lui ha ascoltato l’offerta, l’ha anche apprezzata, ma poi ha declinato. Non perchè non sia una “cosa buona”, ma perchè in questo momento deve allontanarsi dai riflettori. Troppo pericolo, troppe minacce. In Campania è di nuovo emergenza.
    Protezione di Stato. Chissà se Saviano, quando ha iniziato a combattere la camorra con le parole, immaginava di arrivare dove è arrivato. Alla scorta di Stato [http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/cronaca/scrittore-sotto-scorta/attivate-misure-saviano/attivate-misure-saviano.html] imposta dalla procura antimafia e dalla prefettura di Napoli. Alla protezione delle forze dell’ordine che devono evitare venga fatto fuori dalla camorra. Devono impedire che diventi un altro Siani. Un altro eroe borghese. Forse sì. Forse lo aveva messo in conto che “Gomorra”, suo primo e, per ora, unico romanzo (non a caso vincitore del premio dedicato a Giancarlo Siani, il giornalista del Mattino di Napoli assassinato nel 1985 su mandato del boss Angelo Nuvoletta) avrebbe suscitato tanto clamore da far arrabbiare i camorristi, il “Sistema”, come lo ha definito lui.
    E aveva messo forse in conto che andare in piazza a Casal di Principe e, da un palco, gridare i nomi di “Zagaria, Iovine, Schiavone” (i capi della camorra) era un gesto che avrebbe avuto, quale conseguenza, le minacce anonime, l’allontanamento forzato dai luoghi pubblici, persino l’ostracismo di certa politica. Forse, quello che non aveva considerato, è che, dopo questa denuncia, non sarebbe stato più solo.
    Effetto domino. Le minacce hanno avuto uno straordinario effetto domino. Scatenando, immediatamente, la corsa alla solidarietà. Soprattutto in Rete dove è più facile far circolare le idee senza vincoli, dove Saviano era conosciuto prima di “Gomorra” perchè autore di “Nazione Indiana”, sito letterario tra i più navigati, dove il 2 dicembre 2005 scriveva il post intitolato “Io so e ho le prove” [http://www.nazioneindiana.com/2005/12/02/io-so-e-ho-le-prove/] (riproduzione di un testo pubblicato su Nuovi Argomenti di ottobre) in cui denunciava la palude camorristica, memoria personale e prove giudiziarie alla mano. Saviano come Pasolini.
    La protesta sui blog. La Rete, dunque, risponde. E lo fa con i blog. Che moltiplicano come un’eco appelli, petizioni, lettere di solidarietà e di protesta. Alcuni coetanei di Saviano – perchè non va dimenticato che lo scrittore non ha ancora trent’anni – lanciano “Sosteniamo Roberto Saviano” [http://www.sosteniamosaviano.net/] dove nel giro di pochi giorni le firme raccolte diventano un fiume in piena. Centinaia di nomi e cognomi che si aggiungono quotidianamente come a voler esserci in questa sfida culturale ai boss, alla guapperia, alla strage continua e all’indifferenza. Poi c’è “Io sto con Roberto contro la camorra” [http://www.iostoconroberto.blogspot.com/], blog di alcune associazioni, dell’Arcigay e dei Ds di Caserta.
    C’è tutta un’Italia che non accetta l’idea di soccombere alla malavita organizzata e che non vuole perdere il suo eroe. Il ragazzo che ha avuto il coraggio di non voltare lo sguardo dall’altra parte, che si è alzato è ha fatto i nomi mentre tutti li tacevano o al massimo li sussurravano. Gli appelli per Saviano invadono il web e rimbalzano da un blog all’altro, da un byte all’altro. Si mobilitano anche scrittori e intellettuali, Umberto Eco, Loredana Lipperini, Sandrone Dazieri, Massimo Carlotto.
    Camorra uguale Gomorra. Su Google, per dire, sono 352mila le pagine sullo scrittore campano. “Wikipedia” [http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Saviano] gli dedica una pagina. Tutto questo perché Saviano ha puntato i riflettori su una organizzazione malavitosa che i più consideravano secondaria, quasi versione casereccia della mafia e che invece è una vera e propria holding economico-finanziaria con diramazioni e interessi nel mondo. Capace di condizionare politica, modelli, consumi, costumi. Di tutti, non solo di chi la camorra la vive tutti i giorni sul territorio.
    L’azione politica. Eppure il rischio – sollevato anche da alcune voci del web – è che tutto questo mobilitarsi fosse fine a se stesso. Che non incidesse sull’azione politica, unico vero strumento per combattere le ramificazioni mafiose, uscendo dalla logica che la camorra si combatte solo con l’ordine pubblico. Ecco perché la decisione della regione Campania, notizia di ieri, di affidare a Saviano il coordinamento del gruppo interregionale per l’educazione alla legalità, è forse il primo vero segnale che qualcosa si muove nella giusta direzione.
    Campania, Puglia, Calabria e Sicilia metteranno a disposizione una struttura – scomodando addirittura un emendamento alla finanziaria presentato dal gruppo di Rifondazione comunista per garantirne i fondi (tre milioni di euro per il triennio 2007-2009) – per lo sviluppo e la diffusione nelle scuole di azioni e politiche volte all’affermazione della cultura delle legalità e al contrasto delle mafie. Saviano, nelle intenzioni dei promotori, sarebbero la garanzia che le parole, le denunce, la mobilitazione, non resteranno fini a se stesse.
    Solo che lui, in questo momento, rischia davvero la vita ed è costretto a declinare. Anche se non più solo suo malgrado è diventato un simbolo e i simboli sono pericolosi.

  9. ggugg ha detto:

    Di seguito le prime battute dell’articolo di «The Indipendent» su Roberto Saviano dello scorso 17 ottobre 2006 (per il resto del testo bisogna essere abbonati al sito):

    MAN WHO TOOK ON THE MAFIA: THE TRUTH ABOUT ITALY’S GANGSTERS
    Roberto Saviano’s explosive revelations about the Camorra of Naples – a racket he says is bigger than Sicily’s Mafia – have led to death threats and, belatedly, an armed guard.
    By Peter Popham reports

    Roberto Saviano is in mortal danger. Yesterday he was – very belatedly – granted an armed bodyguard by the district of Naples where he lives. He is in grave danger of being shot, stabbed, blown up, and done away with because he has had the courage and the recklessness to spill a large number of beans about the Camorra, the Mafia of Naples. This sprawling network of criminal gangs, according to him, now dwarfs both the original Mafia of Sicily, the ‘Ndrangheta and southern Italy’s other organised gangs, in numbers, in economic power and in ruthless violence.
    The mafias of Italy have never hesitated to kill, but for reasons of prudence, and to keep the police and the media off their backs as far as possible, they usually go to some lengths to keep the killing within the criminal underworld: there is nothing to be gained from collateral damage.

    [tratto da: http://news.independent.co.uk/europe/article1879415.ece%5D

  10. ggugg ha detto:

    “La Repubblica” di oggi (13 novembre 2006) ha pubblicato un’intervista a Roberto Saviano raccolta da “El Paìs” in cui l’autore di “Gomorra” dice che non riscriverebbe quel libro: «E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola».

    Il resto dell’intervista è a questo indirizzo:
    http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/cronaca/saviano-minacce/saviano-minacce/saviano-minacce.html

  11. ggugg ha detto:

    In “Gomorra” Roberto Saviano dedica pagine molto toccanti a don Peppino Diana. Oggi, 13 anni fa, il parroco di Casal di Principe fu ammazzato dalla camorra. Lo ricorda Raffaele Sardo su l’Unità:

    DON DIANA: UCCISO DALLA CAMORRA, DIMENTICATO DALLA CHIESA

    Il presidente della commissione antimafia, Francesco Forgione, arriva puntuale alle 9,20 alla casa paterna di don Giuseppe Diana, attraversando le strade interne del paese, che tagliano in due gli sterminati campi di broccoli, tutti spigati, con i loro bellissimi fiori gialli. La campagna sembra un quadro di Van Gogh. Sullo sfondo, si perdono alla vista dell’occhio i campi di pesco con i loro fiori rosa. In fondo annunciano che la primavera è qui. Il paesaggio ha lo stesso aspetto di 13 anni fa, quando alle 7,20 del mattino un killer della camorra uccideva nella sua parrocchia con quattro colpi di pistola, don Giuseppe Diana, un prete che aveva lanciato una sfida alla camorra, con un documento dal titolo eloquente: «Per amore del mio popolo non tacerò».
    «Il mio Peppe – racconta la mamma Iolanda – me l’hanno portato via proprio nel giorno del suo onomastico. Sono passati tredici e anni e non riesco a rassegnarmi». Forgione assicura l’impegno della Commissione Antimafia a seguire ancora con più assiduità questi territori. Ma anche a lui viene spiegato che il clima che si respira, tra gli stessi sacerdoti della Foranìa di Casal di Principe, non è quello che vide nascere una resistenza civile allo strapotere della camorra. «È un anniversario amaro – dice il fratello di don Diana, Emilio – Ma si può dire che ci siamo abituati all’indifferenza del mondo della chiesa».
    Il riferimento non è casuale. Infatti le iniziative che il comitato «Don Peppe Diana» ha promosso per l’intera settimana, sono state di fatto boicottate dalla diocesi di Aversa, a capo della quale c’è il vescovo Mario Milano. Il pomo della discordia è un libro scritto da un sacerdote siciliano, Rosario Giuè, «Il costo della memoria», e pubblicato dalle edizioni Paoline. La curia aversana ha messo all’indice il libro, ritenendolo critico nei confronti della chiesa, tanto che la presentazione prevista nella parrocchia di San Nicola di Bari, che fu di don Diana, è saltata, ed è stata fatta presso la sala consiliare del Comune. La Curia ha di fatto boicottato anche la manifestazione «Io C’ero», del 17 marzo scorso, al Santuario della madonna di Briano, dove era prevista, tra gli altri, la presenza del vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro, amico di don Diana, ma che il vescovo di Aversa, Mario Milano, non ha voluto più invitare. Alla fine non si è presentato nemmeno monsignor Milano, nonostante avesse già aderito alla manifestazione.
    «Si può essere non d’accordo sui libri – dice Valerio Taglione – referente provinciale di Libera e portavoce del Comitato don Peppe Diana – ma la chiesa locale, nella sua interezza, rinunciando ad una iniziativa così importante, non ha giustificazioni di sorta, e si allontana dalla strada tracciata da don Diana». La mamma Iolanda Di Tella, è severa nei confronti dei sacerdoti locali e del vescovo di Aversa: «Hanno sempre avuto un atteggiamento distante dalla vicenda di mio figlio che è continuato nel tempo». E di «incomprensibile boicottaggio nei confronti delle iniziative per ricordare don Diana» hanno parlato apertamente don Luigi Ciotti, presidente di Libera e il magistrato Donato Ceglie, durante la manifestazione del 17 marzo. Ma il più duro è proprio il fratello di don Diana, Emilio: «La chiesa si scandalizza di un libro, ma non si scandalizza quando nella parrocchia di San Cipriano d’Aversa si intitola un centro diocesano giovanile ad una persona coinvolta in un processo di camorra».

    (lunedì 19 marzo: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=64500)

    Il documento diffuso a natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana da don Peppino Diana e dai parroci della Foranìa di Casal di Principe

    “PER AMORE DEL MIO POPOLO NON TACERÒ”

    Siamo preoccupati
    Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
    Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione.
    Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

    La Camorra
    La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
    I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

    Precise responsabilità politiche
    E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
    La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
    Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

    Impegno dei cristiani
    Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
    Dio ci chiama ad essere profeti.
    – Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);
    – Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
    – Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
    – Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 58)
    Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.

    NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

    Appello
    Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”
    Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa;
    Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinche gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26).
    Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come essenzio e veleno”.

    Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo – Casal di Principe. Santa Croce e M.S.S. Annunziata – San Cipriano d’Aversa. Santa Croce – Casapesenna. M. S.S. Assunta – Villa Literno. M.S.S. Assunta – Villa di Briano. Santuario di M.SS. di Briano)

    http://www.lospettro.it/PER%20AMORE%20DEL%20MIO%20POPOLO%202.htm

    Altre info: http://www.dongiuseppediana.it/

  12. ggugg ha detto:

    Il New York Times ha inserito “Gomorra” di Roberto Saviano tra i migliori 100 libri del 2007 [*]:

    GOMORRAH: A Personal Journey Into the Violent International Empire of Naples’ Organized Crime System. By Roberto Saviano. Translated by Virginia Jewiss. (Farrar, Straus & Giroux, $25.) This powerful work of reportage started a national conversation in Italy when it was published there last year. (Review will be available Friday evening, Nov. 23.) [*].

  13. ggugg ha detto:

    Inizio a sentire in giro voci radical-chic che trattano con supponenza Roberto Saviano e la sua opera. Se ne fa menzione anche nell’articolo che linko qui sotto e da cui estraggo qualche brano. Ebbene, lo dico con risolutezza, considererò costoro complici di quel che spero non accada mai.
    Dalla parte delle parole, sempre. Ma stavolta anche dalla parte dell’uomo, del ragazzo Roberto.

    [da “Io, prigioniero di Gomorra. Lascio l’Italia per riavere una vita” di Giuseppe D’Avanzo (“la Repubblica”, 15 ottobre 2008), QUI]

    «Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà…”, dice Roberto Saviano. “Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me”. […]
    Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E’ il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l’informazione. […]
    A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano – quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, “per il momento”, di scrivere per noi le sue parole necessarie – sono sempre di più un affare della democrazia italiana. […] Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti».

  14. anonimo ha detto:

    io invece estrapolo questo…. “I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E’ una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?”.
    L’unica”colpa”di Roberto è stata quella di aver detto la verità,di essere stato onesto e chi dice la verità purtroppo paga sempre in prima persona,paga sempre un prezzo,spesso molto alto!Una verità che tutti sanno,ma è semplicemente più facile far passare come visionario Roberto,un capro espiatorio fa sempre comodo,però a prenderne i benefici poi sono gli altri!quegli altri che vivono in una claustrofobica noia e sono convinti che sia l’essenza del vivere.se Roberto non avesse parlato,non ci sarebbero stati più controlli,più esercito,più stato,più luce!si questo risulta scomodo a una grande fetta,ma si sa chi dice la verità risulta sempre essere un personaggio scomodo,anche per i propri amici che preferiscono mettere la testa nella sabbia!Roberto,l’uomo,si sente privato della sua libertà,di vivere una fottutissima vita normale,questo lo si percepisce di più quando la propria vita ti sfugge di mano…ma che in realtà non sfugge perchè è parte di un qualcosa di più grande!Roberto non ha perso e non perderà.!
    AnnaNappi

  15. ggugg ha detto:

    FIRMA PER ROBERTO SAVIANO

    Roberto Saviano ̬ minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro РGomorra Рtradotto e letto in tutto il mondo.
    È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.
    Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.
    Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. È un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.
    Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

    DARIO FO
    MIKHAIL GORBACIOV
    GUNTHER GRASS
    RITA LEVI MONTALCINI
    ORHAN PAMUK
    DESMOND TUTU

    La tua firma

  16. anonimo ha detto:

    Ho firmato e sto facendo girare quest’appello!spero che le firme saranno davvero tante!
    anna nappi

  17. anonimo ha detto:

    QUESTIONE DI LUCE

    Su Repubblica.it oltre 150mila firme aderiscono altri premi Nobel
    “Ringrazio chi in questi giorni ha sentito che il mio dolore era anche il suo dolore”di Roberto Saviano.

    Saviano: “Ogni voce che resiste
    mi rende meno solo”
    GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà.
    Grazie al Presidente della Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in cui non ho sentito solo l’appoggio della più alta carica di questo paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia terra.

    Grazie al presidente del Consiglio e a quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà sottolineando che la mia lotta non dev’essere vista disgiunta dall’operato delle forze che rappresentano lo Stato e anche dall’impegno di tutti coloro che hanno il coraggio di non piegarsi al predominio della criminalità organizzata. Grazie allo sforzo intensificato nel territorio del clan dei Casalesi, con la speranza che si vada avanti sino a quando i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine – i boss-manager che investono a Roma come a Parma e Milano – possano essere finalmente arrestati.

    Grazie all’opposizione e ai ministri ombra che hanno appoggiato il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza. Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte.

    Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era importante per me il suo gesto.

    Perché ora quelle parole non sono più le mie parole. Hanno smesso di avere un autore, sono divenute la voce di tutti. Un grande, infinito coro che risuona da ogni parte d’Italia. Un libro che ha smesso di essere fatto di carta e di simboli stampati nero su bianco ed è divenuto voce e carne. Grazie a chi ha sentito che il mio dolore era il suo dolore e ha provato a immaginare i morsi della solitudine.

    Grazie a tutti coloro che hanno ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole così un po’ meno sole, un po’ meno invisibili e dimenticate.
    Grazie a tutti coloro che mi hanno difeso dalle accuse di aver offeso e diffamato la mia terra e a tutti coloro che mi hanno offerto una casa non facendomi sentire come uno che si è messo nei guai da solo e ora è giusto che si arrangi.

    Grazie a chi mi ha difeso dall’accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza delle persone e non solo per intrattenere telespettatori.

    Grazie alle trasmissioni televisive che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima ignorate.

    Grazie alle radio che hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti, grazie specialmente a Fahrenheit (Radio 3) che ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell’informazione, dello spettacolo e della società civile. Voci che si suturano ad altre voci.

    Grazie a chi, in questi giorni, dai quotidiani, alle agenzie stampa, alle testate online, ai blog, ha diffuso notizie e dato spazio a riflessioni e approfondimenti.
    Da questo Sud spesso dimenticato si può vedere meglio che altrove quanto i media possano avere talora un ruolo davvero determinante. Grazie per aver permesso, nonostante il solito cinismo degli scettici, che si formasse una nuova sensibilità verso tematiche per troppo tempo relegate ai margini. Perché raccontare significa resistere e resistere significa preparare le condizioni per un cambiamento.

    Grazie ai social network Facebook e Myspace, da cui ho ricevuto migliaia di messaggi e gesti di vicinanza, che hanno creato una comunity dove la virtualità era il preludio più immediato per le iniziative poi organizzate in piazza da persone in carne e ossa.

    Grazie ai professori delle scuole che hanno parlato con i ragazzi, grazie a tutti coloro che hanno fatto leggere e commentare brani del mio libro in classe. Grazie alle scuole che hanno sentito queste storie le loro storie.
    Grazie a tutte le città che mi hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della criminalità organizzata.

    E grazie al mio quotidiano e ai premi Nobel e ai colleghi scrittori di tante nazionalità che hanno scritto e firmato un appello in mio appoggio, scorgendo nella vicenda che mi ha riguardato qualcosa che travalica le problematiche di questo paese e facendomi sentire a pieno titolo un cittadino del mondo.

    Eppure Cesare Pavese scrive che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

    Io spesso in questi anni ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi. Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro. E che paese non è più – dopo questa esperienza – un’entità geografica, ma che il mio paese è quell’insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e di partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare. Grazie.

    Repubblica(22 ottobre 2008)

    P.S.quest’articolo di roberto mi ha commossa in un modo pazzesco!Non sono solo ringraziamenti,non sono più parole è luce che penetra nell’anima..quella luce che con un soffio è in grado di spazzare via i dolori e lenire le ferite.
    anna nappi

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