Il pittore, il casaro e l’ecomuseografo

Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento il mio bisnonno Hugo, professore di pittura paesaggistica alla Scuola Statale Superiore di Arte Figurativa di Weimar, viaggiò più volte insieme ad alcuni studenti e assistenti lungo l’Italia tra città d’arte, scavi archeologici e castelli d’età sveva.

La sua immagine era asciutta e severa, come nel più classico dei cliché sugli artisti interiormente tormentati, e il suo stile pittorico – caratterizzato da spazi ampi in cui solitamente emerge un unico elemento – fa intuire una personalità libera, ma rigorosa e solitaria. La fitta corrispondenza con familiari e colleghi, invece, delinea i tratti di un uomo tenero e curioso che raccontava storie ai suoi nipoti (qui, ad esempio) e descriveva agli amici i luoghi visitati durante i suoi viaggi.

Aveva una particolare predilezione per il Sud Italia, ed è qui che nel 1933 suo figlio Camill – ornitologo e pittore anch’egli – si innamorò di Maria. Ma questa è un’altra storia…

Durante l’estate del 1939 Hugo e i suoi studenti restarono a lungo a Castel Lagopesole, ad una trentina di km a nord di Potenza, soggiornando in varie case dove erano accolti con grande ospitalità, tanto che dovevano insistere perché i proprietari – che non chiedevano nulla in cambio – accettassero almeno lo stesso prezzo praticato dall’albergo («4 Lire die Nacht! So billig»), comunque molto economico.

Per Hugo fu un viaggio emozionante («[Il territorio intorno a Castel Lagopesole] mi ricorda qualcosa della mia patria») e proficuo («Ho fatto circa 70 disegni: 20 al Capo di Sorrento, 37 a Paestum e 13 qui» [ed era arrivato in Basilicata da pochi giorni]). Quel territorio gli provocava tante suggestioni che raccontò al suo amico Wilhelm Reeg in una lettera del 4 luglio: «Prorompente e lontana troneggia questa semplice costruzione [si riferisce all’essenzialità architettonica dell’antico castello svevo] sopra le povere e basse baracche aggrappate alla collina. La torre che svetta su quest’ultima dimora di Federico II è raggiungibile attraverso uno stretto e impraticabile passaggio, mentre invece prima vi si accedeva tramite un ponte. […] Le abitazioni sono composte generalmente da un unico ambiente dove c’è tutto e da una stalla, entrambe alte solo un paio di metri. Non ci sono quasi automobili. Ogni cosa viene trasportata con muli e asini. Capre, pecore, maiali: tutto pascola nella campagna circostante. I pendii delle colline sono ricoperti di rovi e di meravigliose ginestre profumate, capanne di paglia e ricoveri per vacche e cavalli. Ci sono letti di fiume asciutti e tanti campi coltivati, nonché molti boschi di querce e castagni… E tutto questo lo racconto fugacemente».

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Hugo Gugg, “Castel Lagopesole, Süditalien”, 1943, olio su tempera, 90×150 cm, http://hugogugg.de/italien.html

Domenica scorsa, 3 settembre, dopo quasi 70 anni gli occhi di un suo discendente sono tornati a vedere quel paesaggio.

L’Amministrazione Comunale di Filiano (che confina con Castel Lagopesole), attraverso la struttura del progetto MIDA, mi ha invitato a tenere una relazione al convegno “Testimonianze archeologiche e antropologiche legate al territorio di Filiano e alle sue produzioni tipiche”, organizzato in margine alla 34ª “Sagra del Pecorino di Filiano” [programma, in pdf].

Non ero mai stato in quella zona, ma appena arrivato l’ho riconosciuta subito: i quadri di Hugo con il profilo vulcanico del verdissimo monte Vulture e quelli della collina con il castello federiciano me l’avevano resa familiare pur non avendola mai visitata prima.

Ero stato chiamato a riflettere sul potere simbolico del cibo e sul suo valore sociale, a volte aggregante, altre disgregante, ma ispirato da un capitolo del Palomar (1983) di Italo Calvino dedicato al “museo dei formaggi”, avevo pensato anche ad una proposta ecomuseale per il territorio filianese, perché dietro un formaggio DOP ci sono pascoli, campanacci e tratturi, c’è la transumanza, le stalle e gli sgabelli da mungitura, ma pure la caldaia dove comincia la lavorazione casearia, i bastoni frangicagliata e le fascere per comprimere il prodotto. Insomma, per riprendere le parole di Calvino, «Dietro ogni formaggio c’è […] la presenza della civiltà che gli ha dato forma e che da esso prende forma», per cui se si vuole tutelare e valorizzare concretamente il proprio “prodotto tipico”, bisogna tutelare e valorizzare il territorio e il paesaggio, ovvero quella stretta rete di luoghi, oggetti e stili che fanno l’immagine della propria cultura nello spazio.

Ora sono qui che penso alle coincidenze e mi stupisco. Non so spiegarmi se siano frutto del destino o del caso. O magari della suggestione. Ognuno di noi pensa di decidere in piena autonomia, ma forse non è così. Ambiente, racconti, immagini ci condizionano più di quanto riusciamo ad ammettere: imbocchiamo una strada senza accorgerci che magari c’eravamo già. La percorriamo in maniera anche molto personale, ma era stata intrapresa già prima di noi. Penso alle mie passioni e le ritrovo in coloro che mi hanno preceduto. Guardo un quadro o un paesaggio, vi rivedo le civiltà da cui provengo e mi sento parte di un cammino.

PS:
1. Alcune case d’asta on-line hanno in catalogo quadri e studi di Hugo Gugg. La sua biografia Der Maler (curata da Thomas Holz nel 1997) è in vendita su Amazon.de. I brani delle sue lettere che ho riportato nel post sono stati tradotti da mio padre.
2. Ulteriori informazioni su Castel Lagopesole: Pro Loco, Comune di Avigliano e un testo di Stefania Mola.
3. Ulteriori informazioni su Filiano, il suo pecorino e la sua Sagra: Comune, Pecorino DOP e Basilicata Press (dove c’è anche una foto del convegno).
4. Il titolo di questo post riprende quello della relazione che ho tenuto a Filiano: “Il casaro e l’ecomuseografo. La tradizione come motore di sviluppo locale”.
5. Su suggerimento di Marcello Tagliente, direttore del Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” di Potenza (anch’egli relatore al convegno filianese), tornando a casa ho visitato una bellissima mostra che consiglio a tutti: “Coralli segreti. Immagini e miti dal mare tra Oriente e Occidente”. Dagli aspetti naturalistici alla simbologia religiosa, dall’uso in epoca classica al gusto estetico nelle più varie culture: una vasta collezione di oggetti e gioielli provenienti da Italia, Irlanda, Yemen, Marocco e Mongolia. Fino al 30 ottobre 2006 a Palazzo Loffredo (via Andrea Serrao, PZ). Per ulteriori informazioni: 0971 21719.
6. Grazie Enzo.

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Il pittore, il casaro e l’ecomuseografo

  1. anonimo ha detto:

    E spero che avrai riempito il baule dell’auto col pecorino di cui sopra e abbondante aglianico del Vulture, che mo torno e se non trovo niente…

  2. Pingback: Una storia di accoglienza sorrentina | il Taccuino dell'Altrove

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