Un territorio che parla

albania 2006«Sulla via del ritorno stava con la testa sempre fuori del finestrino, spiando ansiosamente l’orizzonte per vedervi riapparire il domestico campanile: finché quando finalmente lo rivide, il suo volto si distese, il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una patria perduta» (Ernesto de Martino)

«Danilo, siamo arrivati, laggiù si vede il cartellone Vodafone».
Maminas non ha campanili o minareti che siano punto di riferimento di quello spazio, ma come al contadino di Marcellinara anche il mio volto s’è disteso quando aggrappata alla collina ho ritrovato l’enorme pubblicità della compagnia telefonica che unisce l’Europa oltre e più di Schengen. Era quasi buio, con un amico tornavo da Tirana su un autobus sfrecciante che tentava di recuperare l’ora di ritardo accumulato nel traffico paralizzato delle strade di periferia della capitale albanese. L’autostrada non ha lo svincolo per Maminas, per cui i passeggeri che qui si devono fermare vengono fatti scendere su un piazzale di sosta e poi percorrono a ritroso un centinaio di metri al di là del guardrail fino ad un sentierino ripido che porta all’incrocio principale del villaggio.
Con la sua imponenza rossa di decine di metri quadrati verticali tenuti su da una complessa intelaiatura di tubi di ferro saldati tra loro, quel cartellone trionfa, domina sul paesaggio, e se – come dice Cesare De Seta – «Ogni monumento visivo discorre di qualcosa, narra una sua storia e offre una sua qualità dello spazio», allora il “monumento” di Maminas racconta perfettamente la nuova filosofia di vita albanese: tu sei al centro del mondo e la vita è adesso.
I grandi mutamenti sociali dell’Albania sono immediatamente percepibili dal profondo cambiamento nel modo di abitare: le ormai rare case tradizionali di questa zona del Paese, occupate in prevalenza da anziani, sono state soppiantate quasi del tutto dalle villette e dai condomìni. «Il ricovero umano non è mai una tana», ma un bene in cui si incorporano saperi, strutture sociali, legami di parentela e gerarchie, nonché «l’orizzonte simbolico del gruppo, le sue credenze, i suoi valori, i suoi miti e i suoi riti» (Amalia Signorelli), e la costruzione di una casa nuova di almeno due piani con balconi, mansarda e giardino è il primo obiettivo di chi per anni vive come operaio emigrato nel resto d’Europa.
Il territorio tra Durazzo e Tirana è un grande cantiere in cui si succedono scheletri di edifici, abitazioni non intonacate con i ferri sul tetto per l’aggiunta – in futuro – di un altro piano, e case rifinite ma semivuote perché parte della famiglia risiede all’estero. Tutto questo fermento e dinamismo, però, è solo una porzione del fenomeno perché il senso di precarietà degli abitanti è molto alto e quelle dimore – ancora così giovani – sono considerate particolarmente vulnerabili fin quando non vengono abitate stabilmente dall’intero nucleo familiare. Il rischio che i lavori si blocchino, magari a causa di qualche invidia che vi si è posata, è dunque un pericolo concreto che bisogna tener lontano in qualsiasi modo: non c’è cantiere o casa nuova, infatti, che non sia protetta da almeno un arush, lo scaccia-malocchio. Corna d’animale, trecce d’aglio, bandiere albanesi (ma anche italiane, tedesche, greche e dell’Unione Europea), bambole e – soprattutto – peluche appesi ai balconi, alle finestre, ai sottotetti oppure innalzati sui cancelli e sui terrazzi diventano strumenti apotropaici con cui allontanare gli influssi malefici, proprio come i mascheroni di alcuni palazzi nobiliari di Napoli o i babbaluti in ceramica che venivano posti sui comignoli delle case rurali della Calabria meridionale.
Durante la dittatura di Hoxha l’ansia sociale era alimentata da un altro timore, percepito anch’esso come reale perché indotto direttamente dai vertici del regime: il costante pericolo di un imminente attacco militare straniero faceva parte di una precisa strategia di controllo della popolazione che si concretizzò in una vera invasione, la quale, però, arrivò dall’interno: una serie infinita di funghi di cemento armato spuntò accanto alle abitazioni, in mezzo ai campi, sulle spiagge e fin dentro le colline, occupando (questo sì in maniera reale e oggettiva) il territorio e l’immaginario albanese. Quei bunker – dei veri e propri alieni tozzi e grigi – oggi sono ancora lì, magari qualcuno è ribaltato o ricoperto di erbacce, ma sempre asfissianti nella loro indistruttibile staticità che difficilmente potrà essere rimossa, se non (e questa è l’unica idea che m’è venuta) per farne scogliere frangiflutti davanti alle città di mare.


PS:
1. E. de Martino, Il campanile di Marcellinara, in La fine del mondo (a cura di Clara Gallini), Einaudi, 1977; C. De Seta, Presentazione, in Storia d’Italia. Annali 5. Il paesaggio, Einaudi, 1982; A. Signorelli, Antropologia urbana, Guerini, 1996.
2. Una magnifica collezione di babbaluti e maschere apotropaiche calabresi è al Museo di Etnografia e Folklore “Raffaele Corso” di Palmi (RC): 0966 26 22 50.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a Un territorio che parla

  1. ggugg ha detto:

    Non l’ho scritto nel post per non appesantirne troppo il contenuto, ma girando per l’Albania l’impressione è che attualmente l’edilizia sia il motore dell’economia nazionale: un business enorme in cui mi domando quanto sia alto il potere dei fornitori di cemento e materiali, e quanto efficace la capacità di piano e di controllo degli amministratori pubblici. Insomma, paure e sospetti che mi porto dietro da una regione e una zona d’Italia in cui la valanga di cemento che ha distrutto (e distrugge) la natura e le testimonianze storico-culturali ha possenti spinte criminali.
    Nei giorni in cui ho soggiornato a Maminas un po’ ovunque furono affissi dei manifesti che invitavano a condonare la propria abitazione perché – come diceva uno slogan – «Pa legalizim nuk ka kredi», ovvero senza la legalizzazione sarà impossibile avere un prestito in banca.
    Cos’è, un ricatto? E il rispetto dei piani regolatori? Mah, magari non ce ne sono nemmeno.

  2. ggugg ha detto:

    A proposito di distruzione del paesaggio, dunque di dilapidazione della storia e della cultura di un popolo attraverso gli scempi al suo territorio, oggi Lidia mi ha inviato un articolo di José Reinosos apparso su “El Pais” del 6 agosto scorso. Eccolo:

    PEKIN DESTRUYE SU PASADO

    Un tsunami. Un bombardeo indiscriminado. Un terremoto apocalíptico. ¡En absoluto! Algo mucho más prosaico: los Juegos Olímpicos de Pekín 2008. Desde que las autoridades chinas lograron su deseo de organizar la ansiada competición, se fijaron como objetivo deslumbrar al mundo con los mejores juegos de la historia. Sería el momento de colocar a China en el lugar que merece en la escena internacional, y de convencer a todo el planeta de que el Imperio del Centro ha entrado en la modernidad.

    Si para ello hace falta arramblar con el pasado, destruir barrios enteros -que en cualquier país de Occidente serían protegidos con mimo- o expulsar a los viejos pequineses (lao beijingren) del centro para dejar paso a los proyectos inmobiliarios y comerciales, se hace.

    Eso es lo que está ocurriendo, a un ritmo que se ha acelerado en los últimos meses. Qianmen, barrio de cantantes de ópera y académicos durante la dinastía Qing (1644-1911), situado al sur de la plaza Tiananmen, ha caído bajo la piqueta. Como han caído otras zonas -como Dongcheng o Chongwen- sin derecho a protesta por parte de sus habitantes.

    Los callejones de Qianmen -hogar de comerciantes, inmigrantes y mercados callejeros- parecen el escenario de un conflicto bélico: muros derruidos, escombros, y antiguos campesinos hurgando entre las ruinas en busca de vigas de madera, hierros retorcidos y todo aquello que puedan vender por unos yuanes. En su lugar, aparecerán tiendas y restaurantes, y, según aseguran los expulsados, residencias de lujo. Las autoridades no lo han aclarado. Los funcionarios del Partido Comunista Chino trabajan a menudo en connivencia con los promotores de las jugosas operaciones inmobiliarias, alimentando la ola de corrupción que recorre el país y que obligó al Gobierno a destituir en junio a Liu Zhihua, vicealcalde de Pekín. Entre sus responsabilidades estaban las obras de los juegos olímpicos.

    Algunos de los hutong (callejuelas flanqueadas por casas de una planta organizadas alrededor de un patio, denominadas siheyuan) tienen cientos de años, y están siendo demolidos inexorablemente. Según los expertos, la prioridad otorgada al desarrollo económico y el monopolio del Estado sobre el suelo han conducido a esta situación.

    A pesar de que Pekín aprobó en 2002 un plan de protección de 25 distritos históricos, la policía ha continuado expulsando a los residentes, bajo pretexto de que las casas están en estado de semirruina. Quienes se resisten han recibido en ocasiones la visita de bandas de matones, que les acosan en medio de la noche, apedrean sus cristales o sueltan escorpiones en sus jardines. Al final, acaban mudándose al extrarradio, el único lugar donde pueden vivir con las indemnizaciones que reciben.

    Pekín está sufriendo la mayor ola de destrucción desde la Revolución Cultural de Mao (1966-1976), cuando los templos fueron saqueados, los libros quemados y los intelectuales perseguidos. Las autoridades quieren ofrecer, como explica una artista china, la imagen de “una ciudad limpia” y “no perder la cara”, el dogma principal chino. “Quieren una ciudad nueva, pero ellos siguen siendo los mismos”, dice.

    A esta carrera se suma el afán por ampliar calles que no fueron concebidas para el tráfico rodado. El objetivo: meter más coches en el corazón de la ciudad. Da igual que, cuando se conviertan en avenidas, vuelvan a estar colapsadas. El automóvil es ahora el rey en China.

    Los intelectuales no pueden hacer nada. Algunos han dirigido cartas de queja al presidente, Hu Jintao. Otros peinan el centro, con la cámara de fotos al cuello, para registrar el pasado. Fotos que quizás acaben siendo parte de libros, como los que los turistas compran en busca del Pekín que desaparece.

  3. anonimo ha detto:

    “Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre, in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio — il muro, il fico, la nona, le canne, la scogliera — le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva; questo era il modo in cui tutte le volte che vi tornava, Quinto riprendeva contatto col suo paese, la Riviera
    Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare. La febbre del cemento si era impadronita della Riviera: là vedevi il palazzo già abitato, con le cassette dei gerani tutti uguali al balconi, qua il caseggiato appena finito, coi vetri segnati da serpenti di gesso, che attendeva le famigliole lombarde smaniose dei bagni; più in là ancora un castello d’impalcature e, sotto, la betoniera che gira e il cartello dell’agenzia per l’acquisto dei locali.
    Nelle cittadine in salita, a ripiani, gli edifizi nuovi facevano a chi monta sulle spalle dell’altro, e in mezzo i padroni delle case vecchie allungavano il collo nei soprelevamenti. A ***, la città di Quinto, un tempo circondata da giardini ombrosi d’eucalipti e di magnolie dove tra siepe e siepe vecchi colonnelli inglesi e anziane miss si prestavano edizioni Tauchnitz e annaffiatoi, ora le scavatrici ribaltavano il terreno fatto morbido dalle foglie marcite o granuloso dalle ghiaie dei vialetti, e il piccone diroccava le villette a due piani, e la scure abbatteva in uno scroscio cartaceo i ventagli delle palme Washingtonia, dal cielo dove si sarebbero affacciate le future soleggiate-tricamere-servizi.”

    Da “la Speculazione edilizia”, Italo Calvino (1957)

    Mi fa venire in mente un po’ la Calabria delle coste, un po’ le tue descrizioni dell’Albania…

    V.

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