Ben più del mare c’è da superare

albania 2006Nave “Emilia”, Compagnia di Navigazione “Adriatica
Rotta Bari-Durrës, domenica mattina, 30 luglio 2006
«È l’alba, ho dormito a intermittenza, scomodamente rannicchiato sull’unica poltrona libera che ho trovato, e infreddolito per il sacco a pelo che continuava a scivolarmi di dosso. I servizi igienici sono da evitare, il bar per un caffé è troppo affollato. Allora vado a prua, mi siedo per terra e osservo le decine di persone affacciate alla ringhiera che guardano avvicinarsi il proprio versante di Adriatico: qualcuno indica un promontorio, qualcun altro fissa in silenzio sempre lo stesso punto, altri ancora parlano e sorridono ostentando un’abitudinarietà tradita dalle rapide occhiate d’impazienza che lanciano all’Albania che avanza. È una scena che mi ricorda qualcosa scritto da Franco La Cecla, quando torno devo andare a rileggerlo».

«Ogni buon emigrante ritorna, passando lo stretto, alla terra natia. I ritorni sono commoventi quanto le andate, ma in maniera diversa. Il profilo della costa che si avvicina, la Madonna di Messina che si vede prima esile e poi più stagliata sul fondo delle montagne che avvolgono la città, sono un miraggio. La vera Fata Morgana è qui: si torna pensando che questo mondo che si è lasciato sia stato rinnovato, messo a pulizia, dal nostro essere andati via. Come se la Sicilia che uno ritrova dovesse essere il mondo rinnovato da tutta l’esperienza che abbiamo dell’altrove. Così le cose vecchie vengono viste con occhi nuovi, ma spesso questo è un miraggio, un’illusione ottica. Il distacco interiore che avevamo guadagnato si assottiglia, vorremmo restasse in qualche modo, invece no, se ne va e si rintana di nuovo, come Cola Pesce sotto il mare dello stretto»

Sì, ora che l’ho riletto, quel breve passaggio de Lo stretto indispensabile credo descriva bene uno stato d’animo che mi è sembrato di cogliere anche su quella prua puntata verso Durazzo.

L’esodo estivo, in Italia, non è solo dei meridionali settentrionali o dei vacanzieri che si riversano sulle coste, ma è anche di gran parte della comunità albanese che per qualche settimana d’agosto torna a casa al di là del mare, dove oltre al piacere di ritrovarsi tra amici e parenti, procederà con i lavori ad una nuova abitazione o festeggerà grandiosamente il proprio matrimonio.
Non so dire quanti passeggeri contenesse la mia nave, ma non mi era mai capitato prima di vedere i corridoi e tutte le sale disponibili piene di stuoie dove intere famiglie s’erano accampate per la traversata (in effetti non avevo mai viaggiato nei giorni di maggior traffico). C’era gente ovunque, e solo dopo aver visto un tale spettacolo – cui, d’altra parte, contribuivo anch’io insieme ai miei compagni di viaggio – ho capito il perché dell’asfissiante calca al porto di Bari: imbarcarsi per primi significava assicurarsi un giaciglio per la notte.
Però sulla vecchia nave Emilia non c’erano solo albanesi e qualche italiano, ma anche kosovari e macedoni confluiti da tutta Italia e che attraverso il Paese delle Aquile avrebbero percorso la strada più comoda per tornare a casa. Mentre guidavo il nostro furgone in autostrada, proprio nel bel mezzo di un violento scroscio di pioggia, tra Canosa e Bari ero stato superato da quattro pullman velocissimi in fila l’uno dietro l’altro. Lì per lì ho pensato solo: «Però, come schizzano ‘sti tedeschi!», ma al porto li ho ritrovati parcheggiati accanto ad altri – tutti della stessa società – in attesa dell’imbarco, e ho scoperto che si trattava di centinaia di macedoni in viaggio da chissà quante ore e chissà per quante altre ancora prima di arrivare a Gostivar, Skopje, Bitola o in quale altra città.
Sulla darsena del molo barese la folla era straripante, la chiamano “emergenza imbarchi”, ma non ho capito perché dopo anni che l’emergenza si ripete stagionalmente, la gestione sia ancora così lacunosa. Si ha a che fare con una massa di persone impazienti di tornare a casa e, evidentemente, timorose di non riuscire ad imbarcarsi nonostante il biglietto pagato: un comportamento emotivo, una paura irrazionale ai nostri occhi da vacanzieri, ma non altrettanto per un emigrante che conta i giorni e gli euro. Eppure basterebbe un po’ di comunicazione (o di migliore comunicazione, se ve ne fosse) per raffreddare il clima di quei momenti. Al porto di Bari si potrebbero appendere dei cartelli (magari in più lingue) che indichino dove dirigersi per il check-in e dove poi per l’imbarco; si potrebbero disegnare percorsi più chiari e comodi, invece di lasciare tutto all’improvvisazione delle transenne metalliche che ognuno sposta a piacimento; si potrebbero usare gli altoparlanti (o anche semplicemente un megafono) invece di urlare in faccia alla gente; si potrebbe allestire uno schermo su cui indicare gli orari e le eventuali variazioni piuttosto che lasciare migliaia di persone all’oscuro di tutto; si potrebbe predisporre un varco più ampio di quella piccola porta ad anta unica cui ognuno, come in un imbuto, spinge per passare; si potrebbero differenziare le zone di imbarco in base alle destinazioni (almeno tre: Grecia, Albania e Montenegro), invece che un unico budello per tutti; si potrebbero aprire più varchi doganali piuttosto che lasciare l’intero flusso in uscita dall’Italia ad un solo doganiere.

E quel doganiere non lo dimenticherò facilmente.
Prima di me, al controllo, erano passati una donna e un uomo di giovane età. L’agente, dopo aver immesso i dati di lei nel computer, la guarda e le riconsegna il documento. Poi fa lo stesso con lui, e mentre spinge il passaporto sotto la feritoia del suo gabbiotto, con un sorriso beffardo gli dice: «Sta con te la mignotta, eh?». Il ragazzo lo guarda con sufficienza e non risponde, ha solo voglia di tornare a casa.


PS:
 
1.
 Franco La Cecla, Piero Zanini, “Lo stretto indispensabile. Storie e geografie di un tratto di mare limitato”, Bruno Mondadori, 2004, pp. 43-44.
2. La Fata Morgana e l’effetto Fata Morgana. La leggenda di Cola Pesce.
3.
 «Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame, che non sa cos’è il pudore / si credono potenti e gli va bene quello che fanno; / e tutto gli appartiene» (Franco Battiato).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Ben più del mare c’è da superare

  1. anonimo ha detto:

    Ieri sono andato ad Avila in bus e al ritorno alla stazione di Mendez Alvaro uno spettacolo mi ha fatto pensare al tuo post. Vedevo autobus in partenza per Casablanca e altri destinazioni marocchine, per la Romania e la Polonia, uno addirittura passava per Udine e gente che si preparava a partire con valigioni grosse come case. Una traversata dell’Europa, o dello stretto, probabilmente con le stesse motivazioni che tu raccontavi. Una amica una volta mi racconto di un viaggio Londra-Bratislava e di come era ridotto il pulman giá in Germania. Ti evito i dettagli, speriamo che almeno passino buone vacanze.
    Ciao Pasq

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