Albania, un viaggio

«La storia degli albanesi è la storia della loro diaspora, sempre in fuga di fronte alle invasioni, alla disperazione, alla violenza, al caos. Ogni esodo sottrae qualcosa di essenziale alla nazione» (Priit J. Vesilind)

Quindici anni fa, ai primi di agosto del 1991, nel porto di Bari attraccò una zattera carica di sofferenza: vi erano aggrappate circa 20mila persone che scappavano da povertà, fame, malattie, violenza, guerra.
A quei tempi in me era piuttosto blanda la consapevolezza di essere parte della società e che quanto succedeva agli altri mi riguardava, ma proprio l’immagine della nave “Vlora” carica di albanesi sul molo italiano usata da Luca Carboni come copertina del 45 giri di Ci vuole un fisico bestiale (compravo ancora i dischi in vinile!) mi fece rendere conto che al mondo ci sono individui e interi popoli che possono non avere altra scelta tra il morire e l’emigrare.
Quella fu la prima volta che sentii parlare di “emergenza immigrati”, che tuttavia nel nostro Paese esplose già alcuni mesi prima: l’8 marzo 1991, ad esempio, il «Corriere della Sera» titolava “Diecimila profughi all’assalto. Altre navi dall’Albania sfondano il blocco, Brindisi invasa da una marea di disperati”. In uno degli articoli di quella prima pagina venne riportata la seguente testimonianza: «Guardate come siamo ridotti – dice un uomo severo, vestito di stracci, ma con una scintilla di dignità nello sguardo –, ci vergogniamo a presentarci così, ma dovete perdonarci, tutto questo l’ha fatto il nostro regime».
La quarantennale dittatura di Enver Hoxha fu tra le più dure del XX secolo: la sua paranoia ideologica portò il Paese delle Aquile (Shquipëria, in albanese) ad un autoisolamento internazionale e ad una militarizzazione interna (proverbiali, ormai, le migliaia di bunker disseminati sul territorio), e alcuni interventi sociali si rivelarono profondamente destrutturanti (come, per esempio, l’imposizione dell’ateismo in una terra in cui islam, cristianesimo ortodosso e cattolico convivevano da secoli, oppure la nuclearizzazione della famiglia estesa che intaccò la solidarietà del gruppo di discendenza). Tuttavia, se alla sua morte Hoxha (1985) ha lasciato un Paese in condizioni di arretratezza politica, economica e sociale (l’Albania è stata a lungo definita «l’ultima nazione tribale sopravvissuta in Europa»), non si può dire che la situazione sia migliorata molto durante gli anni ’90, quando la ricetta degli Stati occidentali (apertura al mercato, liberalizzazione degli scambi, avvio del processo di democratizzazione) è decollata a fatica e tra mille contraddizioni: «La vita quotidiana sembra seguire uno schema ricorsivo e il Paese, che talvolta pare raggiungere una forma stabile e definita, altre volte si mostra diverso, mutato rispetto a ogni previsione. I dati su cui basare il progetto per uno sviluppo sostenibile mutano continuamente di segno: governa l’incertezza» (Patrizia Resta).
La gente albanese è ancora «incerta, in ansia per un divenire imprevisto, fortemente voluto ma anche non ancora interamente esperito» (P. Resta). È gente confusa, ed è per questo che gli esodi e le tragedie lungo l’Adriatico sono continuate per anni (e talvolta continuano ancora), perpetuando una diaspora del popolo albanese che dai tempi di Skanderbeg non si è mai arrestata.
Sabato prossimo, 29 luglio, percorrerò al contrario quel breve tratto di mare tra Bari e Durazzo. Insieme ad una quindicina di volontari della Caritas della Penisola Sorrentina resterò circa due settimane nel villaggio di Maminas, a metà strada tra la costa e Tirana, dove tenteremo di incontrare le persone del luogo e di scambiarci sguardi: non ci sono verità da rivendicare, da difendere o da infondere, c’è solo la voglia (ma io credo sia soprattutto un bisogno) di conoscersi e riconoscersi, noi che abitiamo gli uni di fronte agli altri; la necessità di parlare e ascoltare sebbene la traduzione possa sembrare difficile.

«E noi cambiavamo molto in fretta / il nostro sogno in illusione / incoraggiati dalla bellezza / vista per televisione / disorientati dalla miseria / e da un po’ di televisione» (Ivano Fossati)

    PS:
1. La citazione iniziale di Priit J. Vesilind è tratta dall’articolo “Albanesi, un popolo in ginocchio” pubblicato sul numero di febbraio 2000 del «National Geographic Italia» (p. 62). Le parole di Patrizia Resta, invece, sono tratte da “Pensare il sangue. La vendetta nella cultura albanese”, Meltemi, Roma 2002 (pp. 19, 16). La citazione finale è una strofa di Pane e coraggio di Ivano Fossati, nell’album “Lampo viaggiatore” (2003).
2. Un grande film che racconta uno di quegli strazianti esodi è Lamerica (1994) di Gianni Amelio, con Michele Placido, Enrico Lo Verso, Piro Milkani: qui una scheda tecnica e qui un sunto della sceneggiatura. Molto bello è anche il corto Vlora 1991 di Roberto De Feo (2004): su YouTube.
3. I dati più completi e rigorosi sull’Albania sono, naturalmente, quelli della CIA: qui (en). Altre buone informazioni, invece, sono su Wikipedia: qui (it).
4. Per essere aggiornati su quanto avviene nel Paese delle Aquile: AnsaOsservatorio sui BalcaniBalcani OnLine.
5. Una bella galleria fotografica è su Terre Libere.
6. L’Ambasciata d’Italia a Tirana ha un “numero d’emergenza connazionali” che è +355 4 274900.
7. Ho saputo che a Maminas avrò difficoltà di connessione ad internet. Spero di no perché – come sapete – credo in questo taccuino postmoderno e vorrei davvero che riuscisse a trasformarsi in un piccolo “ponte”, di cui io non sono altro che uno dei piloni di sostegno. Tuttavia, se non potessi aggiornarlo frequentemente o con una certa regolarità, al mio ritorno recupererò con gli appunti che nel frattempo di certo avrò annotato sulla mia moleskine.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a Albania, un viaggio

  1. PasqualeP ha detto:

    Buon viaggio compa.
    Ti aspetto sotto il carrubo.

  2. PasqualeP ha detto:

    Per i lettori del Taccuino.
    Ieri sera ho parlato per telefono col Giogg, tutto bene si trova a Maminas ma al momento non ha la disponibilità di un pc per aggiornarci.
    Provvederà al più presto, noi l’aspettiamo…

  3. ggugg ha detto:

    Sono a Tirana, finalmente ho trovato una postazione internet. A Maminas, il villaggio in cui mi trovo, non ce n’e’.
    Sto vivendo intensamente, anche se quest’esperienza albanese durera’ poco. Osservo tanto e scrivo tutto sulla mia moleskine, per cui quando tornero’ a casa mi dedichero’ a raccontare dettagliatamente sul Taccuino.
    Sono sereno, per quanto la poverta’, ma soprattutto i grandi contrasti di questo Paese, mi siano continuamente sotto gli occhi.
    Voglio solo aggiungere che ieri, durante una passeggiata in auto con un amico albanese, ho fatto visita alla piccola moschea del villaggio di RRUBJEKE. Beh, ero insieme al direttore della Caritas sorrentina e per un’oretta abbiamo chiacchierato insieme all’imam e ai suoi collaboratori. Un’esperienza straordinaria. Non ho alcuna foto, perche’ quell’immagine e’ impressa dentro di me.
    Miei cari taccuinisti, vi saluto tutti con un grande abbraccio.
    Giogg

  4. LadyDeath75 ha detto:

    Seppur con i suoi problemi sociali ed interni l’Albania è un grande paese e le sue genti sono persone con un forte orgoglio ed un grande amor proprio. Il terreno è ancora aspro e selvaggio e la campagna ha ancora la possibilità di essere denominata tale. Ci sono stata in maggio, anche se non nei luoghi dove sei tu, e ci tornerò per gennaio.
    Sono contenta che ci sia qualcuno che capisce fino in fondo quella terra e quel popolo.
    Buon proseguimento nel tuo viaggio ed a presto.

  5. golem79 ha detto:

    buon viaggio, e grazie per il bell’articolo!

  6. anonimo ha detto:

    io parto dopodomani per Maminas!!! Andrò a continuare il lavoro che state svolgendo in questi giorni… Pierpaolo

  7. anonimo ha detto:

    Ciao Giogg, sono Lisa, sto scaricando le foto dell’Albania sul pc…so belle…sono troppo fotografa! non vedo l’ora di diffonderle al “prossimo”… scherzi a parte, sono passata di qui..bel blog. A presto

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