La bacheca di Francesco

Scendi dagli Appennini, attraversi la Capitanata e lui è lì davanti, come un immenso Ayers Rock. Il Gargano con i suoi altopiani a strapiombo sul Tavoliere e sull’Adriatico ha l’imponenza di una montagna sacra e non mi sorprende che sia sede di due importantissimi culti cristiani come quello verso San Michele (a Monte Sant’Angelo) e verso Padre Pio (a San Giovanni Rotondo).
Lasciandosi Foggia alle spalle, il Santuario di quest’ultimo e il suo famoso ospedale
arroccati alle pendici del Montenero sono ben visibili già dai campi della piana e poi ancora dai cinque tornanti che portano su, ma non la città che si sviluppa lungo una vallata interna.
Il percorso spiritual-museografico del Santuario di Padre Pio è ricco e coinvolgente, e ha tutta l’aria di essere stato studiato nei dettagli per toccare l’emotività e la commozione dei devoti visitatori. Quasi senza accorgersene ci si ritrova nel bel mezzo di un labirintico itinerario che attraverso arredi, libri, fotografie, abiti, icone e ricostruzioni di ambienti racconta uno dei santi più acclamati a livello mondiale (almeno sette milioni i pellegrini che vi giungono ogni anno). In un tragitto circolare che si sviluppa in maniera verticale e orizzontale, prima si scende nella cripta dov’è deposta la tomba del frate e poi
osservati dallo sguardo delle foto dei miracolati si risale sul Coro della chiesa più antica dove si trova il “Crocifisso delle Stigmate”. Da lì si passa in un intricato corridoio all’interno del monastero che di cella in cella conserva ed espone sotto teche in plexiglass ogni oggetto della vita del Santo: dalle garze alla macchina per l’aerosol, dai libretti per le orazioni ai saii per le celebrazioni, dalle migliaia di lettere ricevute al calice donato da Papa Wojtyla, dal letto perfettamente ordinato con comò e scrivania al confessionale in cui restò 16 ore filate a redimere peccati.
Da un punto di vista museografico il percorso non spiega nulla e il suo scopo – com’è intuibile – non è quello di accrescere lo spirito critico del visitatore (e, in ogni caso, non mi aspetto che sia necessariamente quella la sede dove porre e porsi delle domande), ma è allestito per confermare ai devoti le proprie convinzioni, affinché questi trovino rispondenza concreta alle letture e ai racconti che hanno preparato il pellegrinaggio.
Tra centinaia di bacheche piuttosto monotone, solo una – quasi al termine del percorso e prima del bookshop – mi ha realmente incuriosito e trattenuto per qualche minuto. È quella che conserva gli oggetti più comuni, quelli "usa e getta", i più piccoli e apparentemente insignificanti. Raccontano del quotidiano di un uomo qualunque, e forse proprio per questo davvero speciale. Ma soprattutto lasciano intravedere un pezzetto d’Italia che se andate a guardare bene nel vostro ripostiglio forse riconoscete ancora.
Nella bacheca di Padre Pio vi trovate una sveglia, una tazza, alcune saponette da bagno ed una per il bucato, delle boccettine di vetro che forse contenevano medicine, del borotalco per bambini, una Montblanc, due coltellini col manico in osso, un giravite, un termometro atmosferico col vetro rotto, una spazzola per capelli, un flacone di Vicks, una scatola con delle caramelle balsamiche e un’altra con delle mentine, una busta di tabacco di una marca che non conosco ma che ha come logo il profilo di una moschea con la mezzaluna, una lampadina, una mascherina per respirare, del cotone nero, la custodia di un’armonica, delle posate, un cavatappi, un cucchiaino rosso di plastica, dei tappi per le bottiglie d’acqua, un sacchetto pieno di penne, una lima per le unghia e altre piccole cose che non ho riconosciuto.
Mi è tornato in mente un elenco di Adriano Sofri che su un vecchio numero di «Panorama» scrisse: «La trasmissione di Radio Tre di Marino Sinibaldi invita a suggerire cose perdute da conservare in un museo della memoria. Nella mia cantina trovo quello che segue. Una radio a galena. Una mazza da baseball verniciata di nero, spaccata e tenuta insieme da una vite e nastro adesivo. I formaggini di cioccolata. I fruttini Zuegg. Il tostacaffè. Il macinino del caffè…», e così via per decine di ricordi.
E voi? Cosa mettereste nella bacheca della vostra vita quotidiana?

    PS:

1.
L’articolo di Sofri è su «Panorama» del 31 gennaio 2002, ma ora è anche in “Altri Hotel”, Mondadori 2002, pp. 263-265.

2. Francesco Forgione è il nome di Padre Pio prima di diventare frate.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a La bacheca di Francesco

  1. anonimo ha detto:

    nella cantina della mia memoria ritrovo i primi cd dei litfiba, il tuo garage dove l’adolescenza ha lasciato il passo ad una maggiore consapevolezza di se, la bici, un pallone, la bomba fritta di gigino..

  2. ggugg ha detto:

    Penso che sarebbero migliaia gli oggetti della mia bacheca, e certamente ne dimenticherei qualcuno.
    In questo momento rivedo un foulard berlinese che ho perso in Circumvesuviana, un cappello scozzese comprato a New Lanark che ho dimenticato su un bus napoletano, un braccialetto burundese da cui non mi stacco mai (altrimenti chissà che fine fa…), la maglietta stinta del mio kibbutz, i biglietti di alcuni concerti appesi all’anta di un armadio, una maglietta dell’Umbria Jazz e quella de “La fura dels baus”, una cassetta di Bob Marley che ascoltavo tutte le sere coi miei amici, alcuni libri di Marc Augé e altri come “Patagonia Express” di Sepulveda o “Le città invisibili” di Calvino, un’e-mail di Ascanio Celestini, i miei ritagli di giornale, un sasso che ho raccolto a Buchenwald, un carrubo di Sant’Elia, «Nevermind» dei Nirvana, un portafoglio rosso in “toro morbido”, la pizza di Jhonny e le penne all’arrabbiata di Enzo, il vento della cima del monte Cervati, la profondità del Vajont, il silenzio del deserto e le urla di due amici, il rombo dell’aereo di Rò, l’odore del vino misto al sangue dei vattienti… ma… ma non sono più oggetti… ok, magari continuo un’altra volta.

  3. anonimo ha detto:

    Parte Prima da:
    Un tarabuso impagliato ucciso da papà che dall’alto dell’armadio mi faceva venire gli incubi quando avevo la febbre; una piccola zappa con la quale io e Luigi volevamo scavare una piscina in giardino; la Porshe di zio Franco che ad Agosto arrivava dalla Germania con più regali della Befana (per me Babbo Natale infatti era una balla); la strada che da Monticchio mi portava prima dalla bisnonna a Pastena e poi dai nonni a priora (fatta a piedi ogni domenica e che ricordo ogni volta che faccio una escursione); i pettini e i lunghi capelli della bisnonna che gli arrivavano alle ginocchia (fino ai 97 anni!); la maniglia dell’armadio che in un novembre iniziò a tremare; la sporta che carica di verdure mia nonna Virginia si caricava in testa e che trasportava in equilibrio perfetto; lo “Ciao” azzurrino di papà, il monte San Costanzo, il coltello a serramanico di nonno sasiccio con quale mi costruiva flauti con rametti di castagno, le mucche e il latte che la nonna Giuseppina mi dava ancora caldo; una vasca di plastica dove io e Luigi facevamo il bagno in cucina…

  4. anonimo ha detto:

    Quand’ero piccola, ogni oggetto era indispensabile per rievocare cose belle o brutte e dunque degno di essere conservato; un giorno, mi sono ritrovata con pile di biglietti della vesuviana scoloriti, adesivi fuori tempo, rubrichine di nomi remoti, sorprese dell’ovetto kinder, spille e collane rotte, foglietti vari. Ho buttato alcune cose, altre le ho tenute ancora un po’. Negli anni da fuori sede, cambiando casa periodicamente, ad ogni trasloco ho dovuto necessariamente effettuare una “ripulitura critica” dei vecchi cassetti. Ora conservo poco o niente, per cui nella mia bacheca potrebbero non esserci solo oggetti veri e propri.
    Ci metterei le e-mail che mi hanno scritto le persone a cui voglio bene, le fusa delle mia gatta acciambellata sul mio letto, i colori vivaci e disordinati del giardino della mia nonna, le voci degli altri nonni, la prima volta che ho visto la neve e tutte quelle in cui vedo il cielo stellato, l’acqua dei laghi o quella del mare, l’odore della pioggia, alcuni libri emozionanti, dei quadri che mi hanno trasportato da un’altra parte, il biglietto per certi viaggi, le manine di una bimba che fingeva di essere una leoncina. Probabilmente mi dispiacerebbe perdere i miei taccuini di viaggio, le fotografie d’epoca di prozii di cui non so più il nome e la scimmia Giorgio cui mia madre ha sostituito il naso e gli occhi di feltro, caduti in battaglia, con bottoni neri. Mi fermo.. Ho scritto solo le cose che mi vengono in mente stasera, sicuramente non sono tutte..

  5. anonimo ha detto:

    Era da un bel pò di tempo che non ritornavo su queste pagine, mi connetto sempre meno ad Internet, sono da mesi in fase luddista acuta. Sarà che oggi non ho voglia di far nulla. Dovrei ricopiare al computer delle pagine scritte sul quadernone da portare domattina al mio prof ma la testa è altrove. A lungo ho fatto a botte con la mia incapacità di dimenticare. Ricordavo troppo. Da bambina mi spaventava l’idea che le emozioni che stavo vivendo potessero cadere nell’oblio del tempo senza lasciare tracce. Poi ho scoperto la dolcezza del dimenticare, quella malinconia che ti prende allo stomaco per le immagini che evaporano, il languore del lasciarsi scivolare tra le dita tutto come fosse sabbia asciutta. Adesso ho un rapporto forse più sano col tempo che passa. O solo più distratto e meno intenso. Sto imparando a godere dell’attimo. Eppure, nel gioco del “Mi ricordo”, ci sono frammenti, frazioni, tessere di un mosaico che non ho ancora perso per strada. Sono soprattutto odori e sapori. Il pane e pomodoro ricoperto d’origano che mia nonna mi preparava a Ischia per merenda nei pomeriggi d’estate, quando tornavo a casa dalla spiaggia con le ginocchia sbucciate perché mi ostinavo a tuffarmi dagli scogli come i ragazzi più grandi senza esserne capace. L’odore della colla nel vasetto col pennellino, che con i miei compagni di scuola chiamavamo la coccoina. Il sapore dei primi baci alla gomma Big Buble. Il cornicione della pizza bruciacchiato del quale ero golosissima e quello acre della prima canna fumata a piazza San Domenico. Il gusto del gelato al pistacchio con le noccioline tritate sopra del cono grande da Di Maio. L’aroma dell’erba bagnata in Irlanda. Il sapore dell’acqua di lago e quello della pelle bagnata di mare. Il profumo del vino rosso bevuto nei bicchieri di plastica trasparente mentre il sole della primavera mi solleticava la schiena bianca scoperta e i moscerini mi tormentavano al Parc de Monceau. Sfogliare i libri nuovi in libreria. Gli Universali Feltrinelli sanno di pane secco. Gli Adelphi di castagne. I primi Dylan Dog letti in Circumvesuviana la mattina presto ascoltando i Cure. I cd non hanno odore, preferivo le vecchie cassette. Gli spaghetti al pesto preparati all’ostello per una quindicina di persone in capo al mondo. La puzza della fabbrica di birra. La schiuma della Guinness spalmata sul polso e leccata mentre il barista ride. L’ospedale quella mattina maledetta di febbraio. Il borotalco Robert’s. Il pieno di benzina. I frutti di bosco appena colti. Le mele di Merano lungo il sentiero che porta a valle. La menta tritata e il rum che mi ha fatto vomitare. Il Labello alla fragola. La candela profumata alla cannella che mi ha regalato Irene. I suoi gattini appena nati. La frittata con le cipolle. Il mercato di Bucarest. E quei bambini, li avrei presi tutti con me. Il succo di pompelmo. L’immondizia bruciata. Il legno di betulla bruciato nelle saune finlandesi. I bastoncini Findus. Il basilico che ho sul lavello in cucina. La figlia di un’amica appena nata, aveva l’odore della bontà.
    Buon viaggio Giovanni!
    Sarà un’esperienza importante anche questa in Albania.
    Io andrò a nord.
    Ci racconteremo tutto al ritorno.
    Un bacio!
    A.

  6. ggugg ha detto:

    Buttare via è necessario, rischieremmo di trovarci sommersi (di ricordi, di oggetti, di immondizia… e chi vive in Campania lo sa bene). E immaginate cosa potrebbero essere i libri di storia dell’anno 20.006 se non si ripensasse continuamente ciò che è necessario conservare e tramandare, e specularmente ciò che è necessario abbandonare.
    Uno dei miei racconti preferiti di Italo Calvino è “La poubelle agréée” (si trova nella raccolta “La strada di San Giovanni”), in cui il grande scrittore dice: «Soltanto buttando via posso assicurarmi che qualcosa di me non è stato ancora buttato e forse non è né sarà da buttare. […] Se questo è vero, se il buttar via è la prima condizione indispensabile per essere, perché si è ciò che non si butta via, il primo atto fisiologico e mentale è il separare la parte di me che resta e la parte che devo lasciare che discenda in un al di là senza ritorno. […] Dunque questa quotidiana rappresentazione della discesa sottoterra, questo funerale domestico e municipale della spazzatura, è inteso in primo luogo ad allontanare il funerale della persona, a rimandarlo sia pur di poco, a confermarmi che ancora per un giorno sono stato produttore di scorie e non scoria io stesso».
    Nelle vostre cantine della memoria mi sono ritrovato perfettamente, sono fresche, familiari. E mi piace che adesso ce ne sia una più grande dove poter “conservare” insieme alcuni oggetti che ci dicono chi siamo e cosa. Continuate pure, aggiungete quel che volete, quando volete: questa bacheca resterà sempre aperta.

  7. ggugg ha detto:

    «delle boccettine di vetro che forse contenevano medicine», scrivevo più di un anno fa raccontando la quotidianità molto terrena conservata nella bacheca di uno dei santi più acclamati nel mondo cattolico. Chissà se si tratta delle stesse boccettine che lo storico Sergio Luzzatto descrive nel suo ultimo lavoro…
    La sua tesi è raccontata in maniera avvincente come un giallo e si basa su alcuni documenti del 1919 in cui Padre Pio chiedeva dell’acido fenico ad un suo amico farmacista.
    Sul “Corriere della Sera” di oggi (24 ottobre 2007) c’è un’anticipazione che vi invito a leggere.

    PADRE PIO, IL GIALLO DELLE STIGMATE
    Un farmacista: «Nel 1919 fece acquistare dell’acido fenico, sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani»

    di Sergio Luzzatto

    Il cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant’Uffizio la lettera-perizia di padre Gemelli sull’«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica.
    Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un’ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.
    Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello, occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell’epidemia di spagnola, possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino, proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per l’anima del defunto. (…) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al dunque. Nella tarda estate del ’19, il pellegrinaggio a San Giovanni era stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre devote il quotidiano train de vie del santo vivo.
    Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell’acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell’acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».
    A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio avevano circolato già nella primavera di quel 1919, inducendo il professor Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato intorno alle presunte stigmate del cappuccino. […]
    Durante il successivo anno e mezzo, il professionista non aveva comunicato a nessun altro il sospetto grave, gravissimo, che il frate si servisse dell’una o dell’altra sostanza irritante «per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani». Ma quando aveva avuto notizia dell’imminente trasferimento di monsignor Bella, destinato alla diocesi di Acireale, «per scrupolo di coscienza» e nell’«interesse della Chiesa» il farmacista si era deciso a riferirgli l’accaduto.
    La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina del dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima. La signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San Giovanni Rotondo, nell’estate del ’19. Alla vigilia della sua partenza, padre Pio l’aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta segretezza», «imponendo lo stesso segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli del convento». Il cappuccino aveva consegnato a Maria una boccetta vuota, pregando di farla riempire con acido fenico puro e di rimandargliela indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell’autocarro passeggeri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all’uso cui l’acido era destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era maestro». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le era giunta circa un mese dopo, per il tramite d’una penitente di ritorno da San Giovanni. Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le aveva suggerito di non mandare più nulla a padre Pio. E che le aveva raccomandato di non parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere temerario».
    Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina?
    Non sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare al Sant’Uffizio le deposizioni di entrambi. D’altronde, un po’ tutte le gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di santità di padre Pio. […]
    Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi d’accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant’anni dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza carismatica. Ma nell’immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette sembrare al Sant’Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo secolo non riesce a maneggiare – nell’archivio vaticano della Congregazione per la Dottrina della Fede – senza una punta d’emozione: il foglio sul quale padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico. Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant’Uffizio, era questo lo smoking gun, l’indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All’interno, un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».
    Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l’ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell’affaire l’autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n’era abbastanza per incuriosire un Sant’Uffizio che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non dubitarono dell’attendibilità delle testimonianze del dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall’autografo di padre Pio. Agli atti del Sant’Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest’ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».

    Il libro di Sergio Luzzatto, in uscita per Einaudi il prossimo 30 novembre, è “L’altro Cristo. Padre Pio e l’Italia del Novecento”, *.

    Interessante, inoltre, che oggi anche “la Repubblica” avesse un articolo su Padre Pio, anzi sulla vendita all’asta della sua Mercedes… QUI.

    Santi miracolosi, potenti taumaturghi, protettori celesti… boh… alla fine si tratta sempre e comunque di uomini. Evviva.

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