La Madonna delle tammurriate

«A festa avucata nè nui amma ì ‘ngopp’a festa avucata / e muntagne pe muntagne nui c’amma ire. / Ce sò arrivate nè, pe gloria de lu cielo, ce so arrivate, / e ‘ll’amma ì a truvà a bella Maronna» 

Ogni anno da vari centri della Costiera Amalfitana, ma anche da paesi montani come Tramonti e Agerola e da quelli più interni come Cava de’ Tirreni e Nocera, centinaia e centinaia di persone ascendono al monte Falesio sopra l’abitato di Maiori, dove – secondo la leggenda – nel 1470 in una grotta la Vergine Maria apparve al pastorello Gabriele Cinnamo chiedendogli di edificarle una cappella là in cima [*]. In quell’occasione la Madonna si definì «Avvocata», e con questo titolo continuano ad invocarla i suoi tanti devoti Voi che vi gloriate del titolo di Avvocata dei peccatori perorate la nostra causa presso il Vostro Divin Figliolo e otteneteci la grazia di vivere e morire santamente», dice il santino distribuito in chiesa) che aspettano con trepidazione la sera di Pentecoste per andare a trascorrere la notte nei boschi intorno al Santuario su quel pianoro a 873 metri d’altezza (che è parte di un complesso più importante: il monte dell’Avvocata, appunto, di 1.014 m.s.l.m.) che sovrasta Capo d’Orso, nel golfo di Salerno. 

Come scrive David Le Breton, «il pellegrino abbandona la sicurezza del suo focolare e del suo villaggio per recarsi in un luogo santificato ai suoi occhi dalla presenza divina»: egli compie una sorta di rievocazione del mitico viaggio con cui Abramo condusse la sua gente da Ur in Caldea a Canaan, nella Terra Promessa, che nei secoli si è trasformata da esilio a esercizio spirituale, una delle pratiche più comuni ai “popoli della Bibbia”. 

Il viaggio, dunque, è la modalità specifica di un particolare istituto festivo – il pellegrinaggio, appunto – fortemente diffuso in tutto il Sud Italia [*], che non è solo spostamento di ingenti masse di persone, ma anche una prova fisica e di fede: si cammina a lungo su sentieri impervi verso mete isolate, si attraversa il bosco affrontando tutto il suo carico simbolico, si sale verso l’alto superando il timore dell’ignoto. Il pellegrinaggio è «una perenne devozione a Dio, una lunga preghiera fatta con tutto il corpo, [ma è anche] un atto che spoglia, che mette a nudo, e ricorda all’uomo l’umiltà e la bellezza della sua condizione» [D. Le Breton].
Lunedì mattina ho sperimentato anch’io quanto è “verticale” il paesaggio della Costiera Amalfitana percorrendo un sentiero (ma ne esistono molti altri) che risale uno dei tanti torrenti pluviali dei monti Lattàri in cui ho seguito le orme degli zoccoli di numerosi muli (almeno una trentina) che poi ho trovato in cima.
Ad ogni passo le
Ave Maria del Rosario diffuso dagli altoparlanti si facevano più forti, interrotte di tanto in tanto solo da qualche colpo di tammorra per scaldare il tamburo. Ad ogni gradino di pietre a secco il panorama si faceva più straordinario, mischiando verde blu bianco azzurro argento giallo.
In cima, affaticato e zuppo di sudore, ho trovato migliaia di persone: bambini e anziani, ragazzi dal look militare e altri con dreadlock e piercing, molti distesi sui prati a riposare, altri intenti ad accendere fuochi per cucinare, qualcuno trasportando pentole riempite ad una fontanella, tanti in cerca di una buona postazione per assistere alla processione. Paranze di fedeli, famiglie numerose, giovani coppie, gruppi di amici, persone incravattate giunte in elicottero, nonché alcuni sparuti – incantati – turisti partecipavano alla messa celebrata dall’Abate benedettino della Badia di Cava, sotto la cui autorità è il Santuario dell’Avvocata.
Al termine della liturgia la statua è stata preparata per il trasporto a spalla, e decine di uomini (ma anche qualche donna) si sono alternati nel prestigioso compito di portare col proprio corpo l’effige della “loro” Madonna («
Ci sono tante Madonne, ma questa è quella che sento di più, per me è la più importante», ho sentito dire ad un anziano). In pochi istanti si è formato un blocco compatto di fedeli intorno alla statua che per un paio di ore ha proceduto con enorme lentezza e – mi sembrava – con grande fatica lungo un tratto di poche centinaia di metri tra la chiesa e la grotta dell’apparizione. Oltre che dalla solennità del momento, la gravità di quel passo era alimentato e amplificato anche dal continuo lancio di petali di rose (decine di sacchi!) e dall’ossessivo ripetersi di un motivo sacro intonato da una tromba e un clarinetto, cantato in coro da tutti i presenti e urlato dai portatori come se servisse a infondere energia.
Alla fine è rimasto un tappeto colorato lungo tutto il percorso processionale e prima di rientrare in chiesa due responsabili hanno provveduto a raccogliere i petali rimasti sulla statua e a distribuirli ai fedeli che porgevano le mani per riceverne una manciata (naturalmente i petali più preziosi erano quelli impigliati nella corona di Maria e del Bambino, che infatti sono andati a riempire un fagotto portato via da non so chi).
Però dopo la compressione, la fatica e il sacrificio, il rito raggiunge la piena completezza solo con una liberatoria esplosione emotiva, quella della leggera e allegra “
tammurriata”, una danza di tradizione contadina accompagnata dal canto sul tamburo (che, per la verità, spesso tratta argomenti tutt’altro che allegri e leggeri). È quello il momento che richiama tanti visitatori e che ha reso la ricorrenza della Madonna Avvocata di Maiori uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per chi voglia esibirsi e danzare o anche solo ascoltare e osservare il manifestarsi di un’antica tradizione nei suoi luoghi autentici, fuori dagli spettacoli da palco (numerosi soprattutto d’estate).
Negli ultimi anni il successo della
tammurriata sembra ricalcare quello della pizzica salentina e non mancano le polemiche di chi come Daniele Sepe si impressiona nel «vedere al pellegrinaggio della Madonna dell’Arco [il Lunedì in Albis a Sant’Anastasia, NA] le migliaia di sottoproletari campani vestiti da fuenti circondati da centinaia di bancarelle che sparano a tutto volume audiocassette con musica elettronica o pop (cultura proletaria reale), e poche centinaia di metri più in là studenti e professori in compagnia di pochi fortunati contadini che ancora ricordano qualcosa di quello che era il loro ballare e suonare, intenti a raffigurare la tammurriata e la loro rappresentazione del sentire proletario». Naturalmente io non ho una risposta a tale sconcerto, che a parer mio merita molta attenzione e riflessione, ma in queste parole mi sembra di avvertire un certo schematismo che forse può essere superato (benché ciò porti a complicare il panorama) utilizzando il plurale: esistono, infatti, le culture popolari («dislivelli interni», dice Cirese) e ogni loro espressione – quando autentica – possiede (e ha sempre posseduto) un prezioso valore alternativo alla omologante monocultura che produce (ad hoc, mi verrebbe da dire) quella musica dal ritmo martellante e alienante che oggi appare come la “vera” «cultura proletaria».


    PS:
1. Il brano con cui ho aperto il post è tratto da “Salita e danza per la Madonna Avvocata”, una tammorra tradizionale che può essere ascoltata nel disco “Trirecemiseevintinovejuorne” (1999) della Nuova Compagnia della Tammorra di Scafati.
2. Le citazioni di David Le Breton sono tratte da “Il mondo a piedi. Elogio della marcia” (2001), Feltrinelli 2003.
3. La citazione di Daniele Sepe è tratta dal booklet della ristampa del disco “Lavorare stanca” (1998), il manifesto, 2003.
4. Dieci fotografie della festa di lunedì scorso sono nella cartella “Pellegrinaggi di montagna” del mio album on-line (dalla 30 alla 39).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a La Madonna delle tammurriate

  1. PasqualeP ha detto:

    Tanto volte l’ho detto scherzando, ma ti assicuro che sono coscente della mia fortuna.
    Ho portato Madonne, costruito “Quaresime”, cantatato la novena della Madonna dell’Assunta e allo stesso tempo con te sono stato a vedere le tammurriate della Madonna dell’Arco e ad arrampicarmi sul Cervati.
    Sono un anello di congiunzione, una primate del Madagascar piú o meno.
    Mi sa che quest’estate prima di andare in spiaggia mi depilo.
    ciao

  2. mistergo ha detto:

    Ciao Giovà, so’ Daniele Sepe. Ti dico che quest’ anno m’he capitato un esipodio ancora più sconcertante: un intero drappello di piemontesi armato di nacchere, reduci da una scuola di tammorra e pizzica di Torino, che andavano alla Madonna dell’ Arco. Perfettamente mimetizzati. Il loro “insegnante” di Torino gli aveva detto che a Terzigno la popolazione ogni sera si metteva a fa’ tammurriate per la strada e loro avevano preso l’ albergo a Terzigno. Ovviamente di tammurriate spontanee in quel di Terzigno non ne avevano vista una. Mi chiedo se il giorno di pasquetta si poteva assistere a questa scena: 12 piemontesi con nacchere ballavano la tammurriata ripresi da un TV giapponese o danese che documentava le tradizioni campane…eh,eh.

  3. ggugg ha detto:

    Ciao Daniè, che piacere averti sul mio Taccuino!
    L’episodio che racconti è esilarante se non fosse drammatico. Vi trovo molti aspetti interessanti, e tra questi soprattutto la voglia (forse il bisogno) di cultura popolare che dimostrano quei ragazzi piemontesi, costretti a ripiegare su una “cultura popolareggiante” che assume tratti banali e ridicoli. Giorni fa ricevevo la notizia di un corso di pizzica salentina al csoa La Chimica di Verona, e so che tanti se ne tengono in molte altre città settentrionali. È un bene, è un male? Francamente non lo so, ma a naso ti dico che non ci trovo nulla di sbagliato, anzi forse per quei ragazzi è un’opportunità di conoscere altri ritmi (di vita). E questo mi fa pensare più che allo stato della tammorra o della pizzica come espressioni culturali del popolo meridionale, allo stato della cultura popolare (ehm, delle culture popolari) dell’industrializzato e progredito Nord Italia, in bilico tra rievocazioni celtico-medievali e la ricerca di danze terrone, ma sicuramente più autentiche.

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