La memoria franata

È passato quasi un mese da quando il fango si è portato via le vite di Luigi, Anna, Maria e Giulia. Padre e figlie vivevano in una casa di quella che un tempo era famosa come “l’isola verde”, Ischia [*]. Ai nostri giorni ormai più nessuno pronuncia uno slogan del genere, se non i depliant turistici che sono passati dalla promozione della località alla vendita di un’idea di quella località.
Dopo le solite iniziali, emotive e banali, cause da “montagna assassina” e “tempo impazzito”, gli esperti (ma non è che ci volesse chissà ché) hanno individuato nell’abusivismo edilizio (sebbene nella sua versione pulita di “abusivismo di necessità”, cioè “non speculativo”) il fattore scatenante la tragedia, magari favorito dai condoni edilizi governativi: la casa della famiglia Buono non doveva stare ai piedi del monte Vezzi.
Ora, è compito del magistrato accertare «eventuali responsabilità nella frana», ma è compito di tutti noi – come individui e come corpo sociale – riflettere su quanto accaduto. Tragedie di questo tipo succedono troppo spesso in Italia (e in particolare al Sud), il ché significa che non se ne fa tesoro, che non se ne trae insegnamento, che non se ne mantiene memoria, che non vi è (più) consapevolezza di essere parte (in quanto esseri umani) di un sistema più grande e complesso. C’è qualcosa di delirante in questo nostro supposto senso di onnipotenza verso la natura: è come se pensassimo di poter fare tutto ovunque.
Eppure non è sempre stato così: la toponomastica popolare, ad esempio, è l’emblema di come la memoria sociale si catalizzi nei luoghi, di quanto la comunità conosca il proprio territorio e ritenga necessario tramandarne il sapere [*]. Si tratta di un concetto espresso chiaramente anche dall’etnologa Hélène Balfet quando sottolinea che la trasmissione del sapere di generazione in generazione va considerata una delle componenti culturali fondamentali di un gruppo umano, uno degli elementi che ne presuppongono l’esistenza: «è questo bagaglio […] che permette a ogni generazione di sopravvivere senza dover reinventare tutto e che serve da punto d’appoggio per i suoi eventuali progressi».
Ma cosa succede se una società dimentica o resta indifferente di fronte a fatti del suo passato?
Me lo domandavo anche alcuni anni fa quando (con delle lettere a due media sorrentini: il sito web www.massalubrense.it e la rivista «Cittàmetropoli») riflettei sulle parole e sul significato di una lapide post-frana, una delle tante avvenute in Penisola Sorrentina:

A Mitigliano, all’imbocco dell’ultimo tratto dell’antica via Minervia [quella che porta a Punta della Campanella, nel comune di Massa Lubrense], c’è una targa sulla roccia:

        Vai con Dio o straniero / ma lieve sia il tuo passo / le pietre che tu passeggi /
        noi le abitammo piamente / finché non ci rapì con esse /
        un improvviso misterioso richiamo
        In ricordo delle vittime della frana del 16-2-1973 / Il Popolo di Termini

Quel giorno una famiglia di dieci persone fu spazzata via da una frana staccatasi dal monte San Costanzo
[oggi lassù vi è una colata di cemento beffardamente denominata “belvedere”]. Sono passati 30 anni e nessuno (né amministratori, né singoli cittadini, né associazioni) lo ha ricordato. Chissà, forse qualcuno c’è stato, ma allora perché è rimasto un sentimento privato? Non esiste tragedia, infatti, che non sia anche un fatto sociale, di tutti.
Dal mio punto di vista, celebrarne l’anniversario sarebbe stata l’occasione per ricordare e riflettere, per guardarci negli occhi gli uni gli altri e conoscere di più lo stato del nostro territorio: le frane sono davvero un evento imprevedibile? sono davvero solo un fenomeno naturale? Da decenni si parla del dissesto idro-geologico della “Contrada delle Sirene”: cosa è stato fatto – e cosa si fa – per eliminare o ridurre i rischi? quali livelli ha raggiunto l’abusivismo, e quali strumenti si adottano per contrastarlo?
Perché non si è ricordato pubblicamente il sacrificio di quelle dieci vite? Perché la nostra società se n’è dimenticata o è restata indifferente?
Vorrei scacciare il terribile e riprovevole dubbio che una tragedia del genere “sporchi” la cartolina turistica che dobbiamo mostrare all’esterno. Possiamo legittimamente raccontarci la storia del nostro territorio come dimora degli dei e soggiorno di intellettuali brillanti e aristocratici gaudenti, ma noi veniamo anche da fatti dolorosi, e – oggi – il dato più preoccupante è proprio la negazione del dolore dalla nostra storia.
Quella rimozione dalle memorie e dalle coscienze (e dunque dalle responsabilità), però, è cominciata già con le parole della lapide dimenticata tra le erbacce a Mitigliano: «
improvviso misterioso richiamo»? Secondo me la dizione esatta (e più onesta verso le vittime e verso i posteri) sarebbe stata: «già da tempo preparato, chiarissimo nelle sue cause, pericolo per la vita e per l’ambiente». È da queste rimozioni che nascono e prosperano i problemi di oggi. È sempre questo insopportabile ricorso ai giustificatori soliti «richiami» ogni volta che c’è una sciagura che non permette di capire, e dunque di prevenire. Non esiste tragedia che non sia (almeno in parte, e sicuramente nelle sue dimensioni) riconducibile alla condotta degli esseri umani: in queste storie i soliti
«richiami» (Dio? la Natura?) non c’entrano nulla, è solo un modo perché ognuno di noi se ne lavi le mani e le coscienze, uno squallido e masochistico modo per deresponsabilizzarci.

Il discorso potrebbe continuare a lungo, magari citando il «Catasto Murattiano» dei primi dell’800 nella parte in cui venivano evidenziate le caratteristiche geomorfologiche dei monti intorno a Sarno e a Bracigliano (per cui vi si sconsigliava di edificare a valle). Oppure potrei raccogliere scommesse su chi fra un anno si ricorderà di Luigi, Anna, Maria e Giulia morti il 30 aprile 2006 non per una frana, ma per un’amnesia sociale.

    PS:
1. La citazione di H. Balfet è tratta dal saggio “Tecnologia”, in R. Cresswell (a cura di), “Elementi di etnologia”, Il Mulino, Bologna 1981, p. 78.
2. Se vi trovate a Termini (frazione collinare di Massa Lubrense) fate una passeggiata nella sua bella pineta: è un monumento alla memoria, ma lo sanno in pochi. È ciò che protegge Nerano (una frazione più a valle) da quel che fortunatamente non avvenne il 19 febbraio 1963, quando un’ennesima frana sfiorò l’abitato.
3.
Questo è solo un elenco parziale, ma doveroso: 23 novembre 1966, frana allo Scrajo (Vico Equense): 3 morti e la stazione ferroviaria della Circumvesuviana spazzata via; 21 febbraio 1967, frana a Pozzano (Castellammare di Stabia); 14 aprile 1967, frane a Pozzano e al Bikini (Vico Equense); 2 gennaio 1971, frana del monte Pendolo (Gragnano): viene travolto un albergo, muoiono 6 persone; Ottobre 1978, crollo di una parte del costone tufaceo sul porto di Sorrento; 1980, frana parte del costone che sovrasta la spiaggia della Marinella (Sant’Agnello); 1986, cadono massi sugli scogli del "Famous Beach" (S.S. 145 "Sorrentina", Vico Equense): un morto; 10 gennaio 1997, ancora una frana a Pozzano: viene travolta una casa e le quattro persone che vi abitavano.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a La memoria franata

  1. ggugg ha detto:

    Ad esempio, il significato di “Scrajo” (una località sulfurea nei pressi di Vico Equense) pare sia sinonimo di “devastazione” a causa del reiterarsi di frane e disastri geologici.

    [G. Acampora, “Strade e luoghi della penisola sorrentina”, Centro Studi e Ricerche “Francis Marion Crawford”, Nicola Longobardi Editore, Castellammare di Stabia (NA), 2001, p. 65]

  2. anonimo ha detto:

    A proposito del tuo post ieri sera ho assistito ad un concerto di tamorre di Marcello Colasurdo ke neanke a farlo a posta introducendo la canzone Vesuvio mi ha fatto notare a come siano presenti negli elementi della tradizione avvisaglie sui pericoli incombenti dalla natura!
    Per questo motivo ho deciso di lasciare il testo della canzone:
    Si’ monte sì, ma monte
    e na iastemma
    si’ a morte sì, ma a morte
    ca po’ tremma

    Muntagna fatta e lava
    e ciente vie
    tu tiene mmano a te
    sta vita mia

    So’ pizzi e case
    o so’ pizzi e galera?
    arò stai chiuso
    ra matina a sera

    Si’ o purgatorio e tutte
    chesta gente
    cha vive int’e barracche
    e vive e stiente

    Si fumme o si nun fumme
    faie rummore
    E’ o ffuoco ca te puorte
    rint’o core

    Quanno fa notte
    e o cielo se fa scuro
    sulo o ricordo e te
    ce fa paura

    Chi campa ‘nzieme a te
    te pare niente
    si esce pazzo
    E’ pazzo overamente

    L’unica verità
    pe tutte quante
    sarria chella e fuiì
    ma po’ arò iammo
    primma ca cocche ghiuorne,
    doppo tante
    stu ffuoco e lava
    ce porta a tuttu quante
    mmiez’a via!

  3. ggugg ha detto:

    «[…] E’ successo verso mezzogiorno […] a quest’ora dietro la dorsale dei Monti Lattari, sotto l’effetto dei raggi del sole e secondo una misteriosa legge fisica, un pezzetto di montagna si era staccato di nuovo ed era venuto giù franando e nel suo cammino aveva trascinato con sé tutto quel che c’era: nespoli, pini, pergolati di limoni, la casa con la vòlta dipinta, la cucina e il ventaglio di piume di gallo, e con un fragore immenso aveva trascinato tutto in mare. E dopo non c’era più niente da vedere, se non una spaventosa ferita nel corpo florido della terra, una vasta scia di distruzione, che cominciava al di sopra della strada e si prolungava fino alla baia»
    da: Marie Luise Kaschnitz, “La frana”, in “La prova del fuoco”, Edizioni Mediterraneo, Amalfi 1992

    Questo brano è citato in Giovanni Carmelia (a cura di), “Paesaggi dell’anima tra cattedrali di roccia. Metamorfosi dell’immagine della Costa d’Amalfi fra incanto e maniera”, Centro di Cultura e Storia Amalfitana 2005, da cui traggo anche le seguenti date:
    – 1910: nubifragi, alluvioni e frane nei paesi di tutta la Costa;
    – 26 marzo 1924, frana a Vettica: muoiono 61 persone;
    – 13 novembre 1954, nubifragio e frana a Maiori (in una didascalia d’epoca c’è scritto: «sotto un platano è stato trovato un bimbo che stringeva al petto una pecorella. Sia l’animale che il fanciullo davano ancora segni di vita»).

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